mercoledì 15 dicembre 2010

THE SOCIAL PERSON

Oggi su America24:

Oggi TIME ha annunciato che la faccia sulla tradizionale copertina di “Persona dell’anno” per il 2010 sarà quella tardo adolescenziale di Marc Zuckerberg, il fondatore di Facebook.
Questa la motivazione:

“Quasi sette anni fa, nel febbraio 2004, quando era una matricola diciannovenne ad Harvard, Zuckerberg creò un sito internet dalla sua cameretta del collegio universitario. Si chiamava TheFacebook.com, e si presentava come una “directory telematica che mette in contatto le persone attraverso i social network delle università”. Quest’anno Facebook – che ha perso per strada l’articolo “the” – ha raggiunto il 550milionesimo iscritto. Una persona ogni dodici su questo pianeta ha un account Facebook. Nel loro insieme, gli utenti Facebook sono una moltitudine che parla 75 lingue, trascorre 700 miliardi di minuti all’anno sul sito, ed aumenta di circa 700mila persone ogni giorno. Cos’è accaduto? In meno di sette anni, Zuckerberg ha legato un dodicesimo dell’intera popolazione mondiale in un’unica rete, creando così un’entità sociale quasi doppia rispetto alla popolazione statunitense. Se Facebbok fosse una nazione, sarebbe la terza al mondo per dimensione demografica, seconda solo a Cina ed India. Nacque come uno scherzo, un passatempo; ma si è trasformato in qualcosa di vero, qualcosa che ha cambiato il modo in cui gli esseri umani si relazionano fra loro su un piano che coinvolge l’intera specie. Oggi noi conduciamo la nostra vita sociale attraverso un network non-profit…che, almeno sulla carta, ha reso Zuckerberg sei volte miliardario. Facebook si è affermato come il tessuto sociale della vita americana, anzi non solo americana ma umana: quasi metà dei cittadini americani ha un account Facebook, ma il 70% degli utenti Facebook vive fuori dagli USA. Si tratta di un dato permanente della nostra realtà sociale globale. Siamo entrati nell’era di Facebook, e Mark Zuckerberg è l’uomo che ci ha portati qui”.
E’ tutto vero, anche se a ben vedere si tratta di un fenomeno che ha segnato almeno gli ultimi tre o quattro anni, e non il 2010 in particolare; anche la crescita del sito quest’anno non ha fatto che seguire senza impennate un trend costante in atto da anni. Semmai, questo è l’anno in cui questa storia è stata raccontata al mondo, venendo rappresentata nel film “The Social Network”, che a sua volta potrebbe essere considerato per molti versi il film dell’anno.

L’anno scorso la “Persona dell’anno” 2009 per TIME era il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke; l’anno precedente, ovviamente, il neoeletto Barack Obama.
Quest’anno il favorito pareva essere il fondatore di WikiLeaks Julian Assange, che peraltro ha vinto il sondaggio popolare sul sito del settimanale (nel quale Zuckerberg si è fermato appena al decimo posto), ma che era già apparso sulla copertina del numero di due settimane fa, il che suonava in effetti come secondo posto sul podio.
Non a caso, nel ritratto che affianca e completa la motivazione si dà una sorta di giustificazione:

“Zuckerberg e Assange sono due facce della stessa medaglia. Entrambi esprimono un desiderio di trasparenza. Mentre Assange attacca gradi istituzioni e governi con una trasparenza involontaria con l’intento di indebolirli, Zuckerberg pone gli individui in grado di condividere volontariamente informazioni, con l’idea di rafforzarli. Assange vede il mondo come pieno di nemici, veri e immaginari; Zuckmberg lo vede pieno di potenziali amici. Entrambi hanno in scarsa considerazione la privacy: nel caso di Assange perché lo sente come un qualcosa che consente al malanimo di prosperare, e nel caso di Zuckerberg perché la vede come un anacronismo culturale, un impedimento rispetto ad una connessione più efficace ed aperta fra le persone”.

Il pezzo si chiude notando che “a 26 anni, Zuckerberg è di un anno più vecchio di quello che fu il primo “Uomo dell’anno” per TIME, Charles Lindbergh — un altro giovane uomo che usò la tecnologia per costruire un ponte fra continenti. Ha la stessa età che aveva la Regina Elisabetta quando fu “Persona dell’anno” nel 1952; ma a differenza della Regina, non ha ereditato un impero: ne ha creato uno”.

mercoledì 8 dicembre 2010

AL GORE FOR PRESIDENT


Nel decennale della sentenza della Corte Suprema che assegnò a George W. Bush la vittoria dell'elezione presidenziale del 2000, il New York Times Magazine esce con una spassosa fantastoria della presidenza che non è stata, un racconto di come avrebbe potuto andare la storia se l'inquilino della Casa Bianca fosse stato l'ex vice di Bill Clinton.

L'idea è tutto fuorché originale: un "Flog", ossia un fictionary blog, costruito su questo tema e sorprendentemente anonimo, intitolato "The Gore Years" , venne messo online già nel 2006.
E soprattutto, meno di un anno fa Newsweek propose una prima versione del medesimo gioco, affidandolo a tre diverse firme (tra le quali spiccava quella di Christofer Hitchens).
Quella che ora il NYT Mag propone è in effetti una riedizione della stessa idea, ma in una versione molto più corposa e complessa: gli otto anni del doppio mandato del presidente immaginario vengono spezzati in sei segmenti, ciascuno dei quali è affidato ad un diverso autore. La prima firma, cui è toccato cimentarsi nella narrazione di come il Presidente Gore affronta il "suo" Undici Settembre, è quella dell'eclettico scrittore Kurt Andersen, non nuovo al genere del romanzo storico; del tutto analogo il curriculum del sul collega Kevin Baker che firma il secondo episodio, incentrato sulla guerra in Afghanistan; decisamente meno scontata - e meno politicamente corretta - la firma del terzo capitolo, quello dedicato alla rielezione, che appartiene a Glenn Beck, sfrontato tribuno della famigerata Fox News nonché punto di riferimento televisivo del movimento dei Tea Party , il quale con la perfidia per la quale è noto immagina che nel secondo mandato l'ex vice di Bill si prenda Hillary come vice; nel capitolo successivo la premio Pulitzer Jane Smiley racconta di un tentativo di assassinio cui il presidente riesce a scampare; segue il racconto della fase finale della presidenza mancata e della campagna elettorale per la successione (John Edwards contro Mitt Romney), a firma del romanziere, saggista, sceneggiatore e critico letterario Walter Kim; e per finire, lo stesso autore che ha iniziato il racconto lo conclude, immaginando l'alba di una presidenza Romney all'ombra della cui popolarità il povero Gore esce di scena decisamente malconcio.
Mettetevi comodi e buona lettura.

giovedì 2 dicembre 2010

RISULTATI DEFINITIVI / 1


La mappa qui sopra, messa online oggi da Larry Sabato, riassume i cambiamenti determinati dalle MidTerm di un mese fa alla Camera dei Deputati, evidenziando quella che lui chiama "regional polarization".

Ogni pallino rosso sulla mappa corrisponde ad un seggio alla camera che i Rep. hanno strappato ai Dem. - e sono 66 (sessantasei).

Viceversa per quelli blu, che sono tre: quindi il vantaggio netto ottenuto dal GOP è di 63 seggi (confermate quindi le stime della prima ora, che accreditavano ai Rep. almeno 60 nuovi seggi).

Dei seggi conquistati dai Rep., solo 23 si trovano in regioni nelle quali il GOP va tradizionalmente forte, mentre il grosso (29 seggi) si trova "negli Stati centro-settentrionali in mezzo al Midwest industriale", con picchi in Pennsylvania e in Ohio ma anche nello Stato di New York e in Illinois; per cui i Dem hanno retto - peraltro molto bene - solo sulle due coste (proprio come notavo qui già "a caldo").

A seguire i dati definitivi per il Senato. Stay Tuned.

giovedì 11 novembre 2010

"UNA POSSIBILE ALLEANZA DI CONVENIENZA"


Oggi Camillo segnala un post di The Politico che "legge la partecipazione di Jim Steinberg, vice segretario di Stato americano, alla conferenza del centro studi di Bill Kristol e Bob Kagan Foreign Policy Initiative dal titolo inequivoco "Restoring America's leadership in a democratic world" come l'avvio di una possibile alleanza di convenienza tra Obama e i falchi della democrazia. "

Non si tratta di una forzatura del noto neoconologo e neoconofilo: il post, apparso ieri sul blog di Ben Smith, è intitolato "Si fa la corte ai neocon?", e dice - nemmeno si domanda - proprio che "There's an alliance of convenience between President Obama and interventionist elements of the Bush administration".

Manco a farlo apposta, giusto oggi quel volpone di Bob Kagan se ne esce con il suo corsivo mensile sul Washington Post spiegando in lungo e in largo che i parlamentari Repubblicani non devono fare scherzi e devono votare l'approvazione del nuovo trattato START sul disarmo nucleare USA-Russia tanto voluto dalla Casa Bianca.

Non è finita. Tornando nell'ambito della blogosfera - dove spesso ci si sblilancia a scrivere ciò che ancora non si osa proporre sulla carta - l'altroieri Federico Rampini notava sul suo blog repubblichino che per la sua tourné asiatica di questi giorni (che secondo Thomas Friedman va letta tutta in chiave di containment anti-Cina) Obama ha "scelto di visitare solo delle democrazie. Di fatto le quattro principali democrazie asiatiche: India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud", e si spingeva a trarne conseguenze piuttosto drastiche:
"Con Obama gli Stati Uniti riscoprono “l’alleanza fra democrazie”, o una politica estera che è fondata anche sui valori. Vedi il lancio di una “partnership globale” con l’India subito seguita dalla richiesta che New Delhi condanni le elezioni-farsa in Birmania.Dopo due anni di politica estera Obama sembra aver trovato un registro nuovo. Conseguenza anche delle delusioni avute ogni volta che cercato di seguire i vecchi senitieri della realpolitik (il “G2″ con la Cina subito naufragato, le terribili delusioni del governo Karzai in Afghanistan)".
Una sparata gratuita? Sarà, però il giorno dopo il suo collega dell'Economist ha bloggato esattamente la stessa cosa, notando come nel suo discorso davanti al Parlamento indiano Obama (spudoratamente parlando a suocera perché nuora intenda) abbia inserito un plauso al fatto che gli indiani “anziché lasciarsi sedurre dall'idea errata che il progresso debba affermarsi a scapito della libertà, si sono dedicati alla costruzione di quelle istituzioni dalle quali dipende la democrazia”, sicché l'India è riuscita a progredire "non nonostante la democrazia, ma proprio grazie alla democrazia"; e in quello tenuto subito dopo all'Università di Giacarta abbia voluto sottlineare che i progressi fatti dall'Indonesia "dimostrano che la democrazia e lo sviluppo si rafforzano reciprocamente".

Il mormorio, quindi, è pressoché unanime: tira un'aria non dico bushiana ma sicuramente clintoniana, nel senso che l'Obama 2.0 sembra voler rispolverare almeno un pochino il filone della leadership globale "pro-democracy" che nel primo biennio sembrava esser stato paraculescamente accantonato (o meglio messo in sordina, ma mai apertamente rinnegato).
Inclusa, secondo alcuni, la vecchia idea della "Comunità delle Democrazie" (quella, per intenderci, che piaceva tanto alla Emma Bonino di qualche anno fa, e che viene inece sbrigativamente snobbata come "impraticabile" dalla Emma Bonino in versione PD).
Staremo a vedere.

sabato 6 novembre 2010

IL PAESE DI OBAMA?


In questa mappa, i distretti colorati in blu sono gli unici che hanno eletto deputati Democratici.
Non c'è (più) traccia di una Obama Country.
Semmai un paio di Obama Coast e una puntinatura di grandi ma isolatissime Obama City.
Due anni fa, quando fu eletto il 44esimo presidente, la mappa era questa.

giovedì 4 novembre 2010

E' ARRIVATO / 2

Oggi su America24:

L'annunciato tsunami c'è stato, eccome. Molti commentatori nostrani in queste si affannano ad assicurare che non è andata poi tanto male, e che Obama "può tirare un sospiro di sollievo".
Il diretto interessato non pare troppo d'accordo, se stiamo al corsivo dell'opinionista di sinistra Gail Collins che appare oggi sul principale quotidiano USA, in cui, nel dar conto della conferenza stampa con la quale il Presidente ha definito quella di ieri una "grossa batosta" ("a shellacking") di cui si è assunto la "piena responsabilità", si regala al lettore l'immagine di un Obama "con l'aria di uno che ha passato la notte a svuotare dall'acqua una cantina allagata", ed appare "tra l'intontito e il traumatizzato".
Andiamo con ordine.
Continua qui

RIASSEGNATO IL MINNESOTA



Perché, che avevate capito? :)))

Orbene:
“Una volta qui era tutto Minnesota”: potremmo liquidare così la più arguta delle polemiche scaturite dalla pubblicazione della nostra mappa cinefila degli USA, ossia quella inerente l’abbinamento con il film Fargo dei Fratelli Coen. Non solo nel senso che la suddivisione del MidWest negli attuali stati è roba recente, posto che fino ad appena un paio di secoli fa tutto il mazzo rientrava indistintamente in quella primordiale “Lousiana” oggetto del più grande affare immobiliare della storia, e il territorio denominato Dakota venne scorporato da quello etichettato Minnesota ancor più tardi, diciamo in quella che per noi qui è l'epoca garibaldina. Ma anche e soprattutto nel senso che quelle suddivisioni sono rimaste per lo più artificiali, un po’ come quelle che riguardano molte regioni italiane – e del resto basta osservare la forma geometrica dei confini di certi Stati americani per intuirlo. La “realtà” del North Dakota e quella del Minnesota, insomma, sono a dir poco omogenee, sicché il fatto che la storia raccontata dai fratelli Coen nell’omonimo film sia ambientata più nel confinante Minnesota che non a Fargo, principale città del ND, non ci avrebbe di per se smossi dalla linea dura “quod scripsimus, scripsimus”.

Poi però ci è stato fatto presente che i fratelli Coen sono nati e cresciuti a St. Louis Park, e questo ci ha commossi al punto da concedere – con decisione inappellabile ed insindacabile – a riassegnare a Fargo al Minnesota, per una questione di giustizia poetica.

Nella versione così emendata, per il North Dakota viene ripescato il primo dei non eletti: La Valle dei Monsoni, delizioso filmetto con John Wayne del 1940, la cui trama è liofilizzata dal mitico Morandini in questi termini: “Fuggita col padre medico dalla Cecoslovacchia occupata dai nazisti, Leni s'innamora di un baldo agricoltore americano per il quale lascia il fidanzato dopo aver scoperto che è comunista. Curioso melodramma Republic di ambiente western con un insospettato risvolto anticomunista”. Così sia.




mercoledì 3 novembre 2010

E' ARRIVATO


Lo Tsunami repubblicano, o forse più propriamente il mega-collasso democratico, è arrivato eccome - altro che "clamoroso pareggio" (ma per favore).

Per capire la portata dell’esito di queste midterm, va tenuto ben presente che in gioco erano non solo tutti i seggi della Camera ed un terzo di quelli del Senato (che negli USA si rinnova “a scaglioni”), ma anche ben 39 dei 50 governatori, più moltissime altre importanti elezioni “locali”, a cominciare dai parlamenti degli Stati, più i sindaci di città grandi e piccole, i giudici (che in molto Stati sono eletti dal popolo), e così via.

Quella che fino a ieri chiamavamo opposizione repubblicana era tale anche a questi livelli: i Dem oltre a detenere una vasta maggioranza in entrambi i rami del Congresso erano anche al comando nella maggioranza assoluta degli Stati, sia quanto a governatori che - ancor più - quanto a maggioranze parlamentari locali (le quali a loro volta determinano lo spazio di manovra del governatore).

Inoltre va anche considerato – e non mi pare che i commentatori in queste ore lo stiano facendo – che questa ormai ex opposizione non è certo in forma smagliante (come lo era, ad esempio, nel 1994 quando Clinton subì la rimonta della Republican Revolution); al contrario, è divisa, disordinata e drammaticamente sprovvista di leadership.

Eppure, è andata come è andata.

Alla Camera, per riprendersi la maggioranza ai Rep bastava rimontare di 39 seggi. Nel 1994 ne avevano strappati 54. Oggi se ne sono assicurati almeno 60, almeno il doppio di quanto Larry Sabato vaticinava quest’estate.
Si tratta della più grande vittoria elettorale parlamentare repubblicana dell'ultimo secolo: bisogna risalire al 1894, ai tempi della seconda elezione di Grover Cleveland, per trovare un record superiore. Trombati anche alcuni “inossidabili”, come Ike Skelton, presidente della commissione forze armate della Camera e deputato di un collegio del Missouri dal 1976, quando Obama era un liceale di Honolulu.
Adesso cambierà tutto. Tanto per fare un esempio: sarà ora il "Young Gun" Paul Ryan a presiedere il cruciale House Budget Committee, poltrona che fino ad ora era occupata dal Dem John Spratt così come il seggio del South Carolina dal quale questi è stato detronizzato dopo quasi trent'anni (significa che aveva vinto 14 elezioni consecutive).

Al Senato, dove una opposizione di 41 senatori su 100 ha di fatto un potere di veto su tutte le questioni importanti, i Rep a scrutinio ancora in corso se ne vedono già accreditare non meno di 46. I Dem non hanno perso la maggioranza assoluta ma sono passati dalla “supermaggioranza” (che avevano già perso all’inizio dell’anno con l’elezione di Scott Brown in Massachusetts) ad una risicata maggioranza di cinque o sei senatori (di cui uno è quello col fucile).
A Chicago, sweet home di Obama e roccaforte democratica da decenni, i Dem hanno perso anche il seggio senatoriale che dal 2004 al 2008 fu di Barack Obama (quello, per intenderci, che il famigerato Blago aveva cercato di rivendersi), il quale Obama aveva fortemente appoggiato il candidato Dem cui aveva riservato il suo comizio finale di sabato scorso. Non solo: hanno perso anche il seggio di Springfield, la capitale dell’Illinois, città-simbolo dalla quale Obama lanciò la sua candidatura alle primarie, dove il deputato uscente è stato scalzato da un esordiente “uomo qualunque” sostenuto dai Tea Party, papà di 10 figli e proprietario nientemeno che della pizzeria St. Giuseppe’s Heavenly.

Per quanto riguarda i governatori i Dem, che fino a ieri ne detenevano la maggioranza assoluta (26 su 50), hanno perso circa una dozzina di Stati. Sono tanti. Vuol dire che da oggi tre quarti degli Stati USA saranno governati dai repubblicani. Tra questi alcuni decisivi per vincere le presidenziali, come l’Iowa, lo swing-state per antonomasia Ohio (il neogov. repubblicano è l’ex conduttore Fox News John Kasich) e la Pennsylvania.
Il MidWest da oggi è interamente governato da quei repubblicani che appena due anni fa venivano dati come ridotti a partito regionale del profondo Sud.
Ma il picco più impressionante si è registrato nelle elezioni dei parlamenti “locali”, che non vanno sottovalutate.
Una valanga rossa di queste proporzioni nei parlamenti statali non si ebbe nemmeno ai tempi di Reagan. In una dozzina di casi i Rep. hanno conquistato la maggioranza in parlamenti dove sino a ieri erano all’opposizione da un’eternità.
In Texas, il secondo stato dopo la California per dimensioni demografiche (ed il più promettente di tutti per vitalità economica), dopo le elezioni del 2008 concomitanti con l’elezione di Obama alla Casa Bianca, i 150 seggi della locale Camera dei Deputati erano perfettamente ripartiti 75 Rep. e 75 Dem.; oggi sono diventati 99 Rep. e 51 Dem.
Spostandosi a nord, uno stato "operaio" come il Minnesota, dove il giovane governatore repubblicano Tim Pawlenty (segnatevi questo nome: ne sentirete parlare parecchio l'anno prossimo, quando si approssimeranno le primarie repubblicane) si destreggiava con un parlamento locale da decenni saldamente in mano ai Dem, stamattina si e' svegliato con una maggioranza repubblicana addirittura di 87 a 47.

Quanto ai “candidati dei Tea Party”, molto banalmente, sono andati bene quando erano dei buoni candidati, e male quando più o meno “impresentabili”: emblematiche, rispettivamente, la vittoria di Marco Rubio in Florida, e la sconfitta della O’Donnell in Delaware e di Paladino a New York.

L’ultima grande roccaforte democratica resta la California, il più grande stato USA per popolazione ma anche quello che per burocrazia, pressione fiscale, strapotere dei sindacati, normative in materia ambientale, e soprattutto debito pubblico, assomiglia più di ogni altro ad uno della vecchia Europa. Lì i Rep. hanno perso sia la sfida per il seggio senatoriale, dove la ex supermanager della HP Carly Fiorina non è riuscita a scalzare la navigata “boss” democratica Barbara Boxer, che quella per la poltrona di governatore, che il repubblicano “anomalo” Schwarzenegger passerà nemmeno ad un volto nuovo, ma al 72enne democratico Jerry Brown che aveva già lungamente governato il Golden State subito dopo Ronald Reagan. La sfidante supermanager di EBay e Disney Meg Whitman, che complici le sue cospicue finanze personali ha speso per la propria campagna più soldi di rtasca propria di chiunque altro nella storia, ha perso di brutto. Ricordatevene la prossima volta che vi ripetereanno che in America le elezioni le vince il più ricco (a propò: pare che complessivamente in qeste elezioni i Dem. abbiano speso più dei Rep. Per l’appunto).

Riassumendo:
“Da qualche parte lungo il percorso, colui che era l’apostolo del cambiamento ne è divenuto il bersaglio, sommerso dalla stessa corrente cavalcando la quale era stato portato alla Casa Bianca due anni fa”.
E’ l’incipit dell’analisi pubblicata a caldo non da qualche blog conservatore, ma dal New York Times.

Intanto Hillary è a Kuala Lumpur, il più lontano possibile dal disastro.

Uscito anche su Chicago Blog

venerdì 29 ottobre 2010

TUTTA L'AMERICA IN 50(+1) FILM


Oggi in versione geo-cinefila su America24, a quattro mani con Mattia Magrassi:

La “cultura pop” veicola la nostra conoscenza dell’America più di quanto non venga percepito. Per questo quella di abbinare un film ad ognuno dei 50 stati USA, rilanciata da America24, è un’idea divertente e anche un esercizio utile. Abbiamo raccolto la sfida e ci siamo prodotti in un brainstorming alla fine del quale ci sentivamo un po’ Caruso Pascoski nel gioco degli affettati. Consigliamo a tutti gli appassionati di cimentarsi.
La nostra “mappa”, Stato per Stato, è questa:

Enjoy it  (cliccare per ingrandire).

giovedì 14 ottobre 2010

IL GENIO INCOMPRESO


Volge al termine il primo biennio della presidenza Obama – ossia quello “facile”, prima delle fatidiche elezioni di midterm che, come quasi sempre accade, sposteranno in favore dell’opposizione gli equilibri del Congresso.
Il New York Times Magazine propone un bilancio con un articolone di Peter Baker costruito intervistando lungamente il presidente, ma anche moltissimi membri del suo staff.
Nonostante Obama si sforzi di ostentare ottimismo e rivendicare “le tante cose importanti già realizzate” (il 70% del programma, a suo dire), ammettendo solo (con un piglio che a noi provinciali potrebbe risultare vagamente berlusconiano) di non essere riuscito a valorizzarle abbastanza agli occhi dell'opinione pubblica, ne esce una fotografia dalle tinte decisamente cupe:

[il presidente] si ritrova vilipeso dalla destra, punito dalla sinistra ed abbandonato dal centro. Si trova ad affrontare l’ultima fase della campagna elettorale per le elezioni di mezzo termine come una sorta di ripudio da parte degli elettori.
[…]
Ciò che colpisce dell’auto-diagnosi di Obama è che perfino secondo la sua interpretazione, il personaggio del 2008 che era fonte di ispirazione ha in realtà perso egli stesso l’ispirazione dopo essere stato eletto. Non si è mantenuto in contatto con quella stessa gente che lo aveva scelto. E’ invece ben presto riuscito a scontentare, allo stesso tempo, sia quelli che lo consideravano l’incarnazione di un nuovo movimento progressista, sia quelli che si aspettavano che fosse capace di scavalcare gli schieramenti di parte e portare il paese in una nuova stagione “postpartisan”.
[…]
Alcuni addetti della Casa Bianca che due anni fa erano pronti a scavare un nuovo posto sul monte Rushmore per la faccia del loro capo, adesso in privato ammettono che in realtà Obama non può essere un nuovo Abramo Lincoln. […] “Non dico che noi stessi credessimo ai nostri comunicati stampa, ma senza dubbio all’inizio c’era fra noi la sensazione che fossimo realmente in grado di cambiare Washington”, mi ha detto un funzionario della Casa Bianca. “Arroganza non è il termine giusto, ma diciamo che ci siamo sopravvalutati”.
[…]
I consulenti di Obama che hanno recentemente lasciato la Casa Bianca sono rimasti molto colpiti da quanto le cose “viste da fuori” apparissero diverse, e peggiori. […] Dopo aver laciato il proprio posto di direttore del budget della Casa Bianca, Peter Orzag è rimasto sbalordito nello scoprire quanto profondo fosse divenuto l’abisso tra il presidente ed il mondo delle imprese. […]
L’isolamento è una maledizione che colpisce tutti i presidenti, ma Obama, più di ogni altro presidente dai tempi di Jimmy Carter, si è rivelato una persona introversa, uno che vive come un’esperienza estenuante il contatto con gruppi di persone estranee al suo ristretto circolo. Sa come arringare uno stadio di 80mila persone, ma quel tipo di pubblico è un monolite impersonale; incontri con gruppi ristretti possono invece metterlo in seria difficoltà. […] Mentre [Bill] Clinton era uno che telefonava a tarda notte in giro per Washington per dispensare o chiedere consigli, Obama raramente si spinge al di là del ristretto gruppo dei suoi consulenti […] e dei suoi amici personali. “E’ oscuro perfino per noi” mi ha detto un suo assistente. “Eccezion fatta, forse, che per poche persone della sua ristretta cerchia, è un libro chiuso”. In parte per ragioni di sicurezza, l’indirizzo emaild el suo BlackBerry ce l’hanno in tutto 15 persone.
[…]
Obama chiede di pazientare in un’epoca di impazienza. Un parlamentare democratico di primo piano mi ha detto che il problema di Obama è che non conosce l’incertezza – ritiene sempre di essere la persona più intelligente nella stanza, in qualunque stanza si trovi; e non prova mai quel panico che assale costantemente un buon politico, costringendolo a corteggiare freneticamente i parlamentari, i poteri forti, gli avversari e gli elettori, come se si fosse sempre ad una settimana dalle prossime elezioni. Quello che invece si sente continuamente dire agli assistenti di Obama è che il sistema “non è all’altezza”. È una frase che si sente pronunciare continuamente alla West Wing: “non è all’altezza”.

Nessuna rivelazione particolarmente choccante, ma è la prima volta che capita di leggere sul principale quotidiano USA una valutazione dal tenore tanto definitivo.

martedì 14 settembre 2010

SALDI DI FINE STAGIONE


A volte l’osservazione dell’andamento del “fallout commerciale” legato al successo di un leader politico rivela più di molti sondaggi.

Un anno fa mi divertii ad esercitarmi in questo giochetto, considerando la presenza del 44esimo presidente nell’editoria italiana: emergeva un repentino sgonfiamento della “bolla” della obama-mania.

Un anno dopo si cimenta nello stesso giochino nientemeno che il Washington Post, considerando però il mercato dei gadget; il risultato, non particolarmente sorprendente per la verità, è che i gingilli per i fan di Obama (magliette, spille, bambolotti, adesivi e quant’altro) non si vendono quasi più, o si vendono solo a metà prezzo. Addirittura, un negozio della capitale che aveva puntato tutto sui gadget pro-Obama al punto da venir soprannominato "The Obama Store", ha dovuto chiudere i battenti.
Il cronista del WP si spinge a desumerne un abbandono da parte degli elettori indipendenti (quelli senza il sostegno dei quali si perdono tutte le elezioni).
Sta di fatto che, a quanto pare, adesso i gadget più venduti sono quelli che sbertucciano il presidente – tant’è che c’è già chi ne ha messo in commercio uno che fa della satira proprio su questa inversione di tendenza: il “Kit per grattar via l’adesivo pro-Obama”.

Sic transit.

venerdì 10 settembre 2010

FREEDOM TOWER RISING

Lette le polemiche delle scorse settimane su moschee troppo vicine e barbecue di corani, ho deciso che l’unica notizia davvero rilevante sull’anniversario del 9.11 è che i lavori sono finalmente partiti.
Non è cosa da poco, visto che per oltre cinque anni tutto è rimasto in stallo sia per motivi burocratici che per motivi economici. Ora il cantiere (i cui spettacolari progressi possono essere osservati quasi in tempo reale sull'apposita pagina flickr) sta finalmente lavorando a pieno ritmo. Chris Ward, direttore esecutivo della Port Authority of New York and New Jersey (l'ente proprietario del suolo, che sta costruendo la torre principale) giusto ieri l'ha definito "un gigantesco gioco dello Shangai". Un paio di mesi fa, tanto per dire, dagli scavi è saltato fuori neintemeno che il relitto di un veliero del Settecento (in Italia solo per questo la sovrintendenza avrebbe bloccato tutto per anni...).

Il “National Memorial” dedicato all’Undici Settembre sta prendendo forma e sarà aperto l’anno prossimo per il decennale della tragedia.

Una settimana fa è terminata la piantagione del primo filare delle 400 querce dei “memorial gardens”.

Due giorni fa sono stati issati i due “forchettoni” d’acciaio, inconfondibile frammento di quelle che furono le Torri Gemelle, la cui “impronta” rimarrà disegnata nelle due “vasche riflettenti più grandi del mondo”.

La costruzione dell’edificio principale è arrivata al 36esimo dei 102 piani previsti, che cominciano finalmente ad affollarsi di futuri inquilini.
Sarà “l’edificio più alto dell’emisfero”, battendo il record dell’ex Sears Tower di Chicago. Data fine lavori prevista: 2013.
Purtroppo si chiamerà solo “Edificio n.1 del World Trade Center”, ma il bello è che tutti si ostinano comunque a chiamarla “Freedom Tower”.
Giustamente.
DAY-AFTER UPDATE: Oggi il New York Times ha deciso di celebrare esattamente nello stesso modo.

lunedì 6 settembre 2010

TIME OUT (IMPRESSIONI DI SETTEMBRE)


“Come Obama è diventato Mister Impopolarità” : tinte forti sin dal titolo per il pezzo con cui Michael Scherer, corrispondente dalla Casa Bianca per TIME, fa il punto sull'andamento sempre più disastroso di questa presidenza, sull'ultimo numero del settimanale uscito a ridosso del Labour Day (che in un anno elettorale segna la fine del periodo estivo e l'inizio della fase “hard” della campagna elettorale).
Qualche stralcio:

Quando Obama entrò in carica nel gennaio del 2009, la percentuale di elettori che gli esprimevano approvazione secondo la rilevazione della Gallup era del 68%: non si vedeva un consenso così elevato per un leader neoeletto dai tempi di John Kennedy nel 1961.
Oggi la percentuale è scesa poco sopra il 40%, il che significa che almeno un americano su quattro ha cambiato idea su Obama.
Il crollo è particolarmente drammatico fra gli elettori indipendenti, quelli bianchi e quelli di età inferiore ai 30 anni.
Ad appena nove settimane di distanza dalle elezioni di mezzo termine, invece della trasformazione generazionale che alcuni democratici avevano profetizzato dopo il 2008, il partito del presidente sta oscillando sull'orlo di un grave crollo a novembre, e rischia addirittura di perdere la maggioranza parlamentare in entrambe le camere.
Gli elettori che si dichiarano intenzionati a votare per i repubblicani superano di ben dieci punti percentuali quelli che si dicono propensi a votare per i democratici: si tratta del distacco più grande mai rilevato dalla Gallup in questo tipo di sondaggio.

Lo scorso giugno Peter Brodniz della Benenson Strategy Group, un'agenzia di sondaggi che lavora anche per la Casa Bianca, ha chiesto agli elettori se per dare impulso alla creazione di nuovi posti di lavoro preferissero “altri investimenti da parte dello Stato” o “tagli alle tasse sulle imprese”. Anche tra quelli che avevano votato per Obama, quasi il 38% preferiva i tagli alle tasse. Quando Brodniz ha proposto una alternativa fra tagli alla spesa per ridurre il debito pubblico ed investimenti in “ricerca, innovazione e nuove tecnologie”, un terzo degli elettori di Obama ha scelto i tagli. Il risultato dell'indagine, commissionata dal think tank “Third Way” (Terza Via), era inequivocabile: circa un terzo di coloro che avevano votato per Obama nel 2008 nutriva seri dubbi circa l'approccio basato sulla spesa pubblica.

La tesi dell'articolo è che lo scollamento rispetto all'opinione pubblica si deve in buona misura al fatto che decidendo di mettere in cantiere determinate riforme fintantoché era certo di avere abbastanza voti al Congresso, Obama è finito ostaggio dei leader democratici alla Camera e al Senato, che hanno ritenenuto di trovarsi in una situazione del genere “ora o mai più”, ed hanno spinto per imprimere a quegli interventi (uno per tutti: la riforma del sistema sanitario) una inclinazione statalista tanto cara alle frange più liberal del partito ma pericolosamente impopolare per la gran parte degli elettori. Mentre rispetto alla questione che sta maggiormente a cuore a questi ultimi, cioé la disoccupazione, sia Obama che i parlamentari democratici sono apparsi scarsamente interessati.

Una cosa è certa: fa impressione leggere un articolo del genere proprio su TIME.

Il 2008 sembra lontano anni luce.

Ed anche il 2009 pare ormai appartenere ad un'altra epoca.

Lo ripeto: sta succedendo qualcosa, non solo nel rapporto fra Obama e gli elettori, ma anche nel rapporto fra Obama e i grandi media.

sabato 4 settembre 2010

RISVEGLI

Se persino Chris Mattews, l'Emilio Fede di Barack Obama - quello, per intenderci, che nel commentare le primarie democratiche spiegava senza pudore che sentire Lui che parlava gli provocava "un brivido da far tremare le gambe" - sente ora il bisogno di deprecare senza mezzi termini il fatto che il Presidente faccia ampio uso del "teleprompter"( il leggìo elettronico) in ogni occasione ufficiale senza avvedersi che ciò si pone come un ostacolo fra lui e l'interlocutore, facendolo apparire "uno che sta lì a leggere delle parole scritte" senza manco guardare chi gli sta di fronte, vuol dire che sta succedendo qualcosa.
(Inutile infierire ricordando che il teleprompter Obama lo usava anche quando faceva venire il brivido alle gambe di Mattews - e che già allora i suoi detrattori lo criticavano e sbeffeggiavano per questo vizietto).

sabato 14 agosto 2010

NOZZE GAY IN THE U.S.A.?


Oggi su Libertiamo:

"The culture war is back": così esordisce il sito web The Politico sulla sentenza del tribunale federale di San Francisco, qui egregiamente analizzata da Pasquale Annicchino, che ha decretato l'incostituzionalità del divieto di matrimoni omosessuali in California. Quando arriverà davanti alla Corte Suprema di Washington, la questione deflagrerà aprendo uno scontro ideologico del genere da cui l'attuale inquilino della Casa Bianca è solito tenersi alla larga con lo stesso impegno con il quale il suo predecessore amava sguazzarvi.

Ha un che di avvincente ripercorrere le tappe che hanno portato sin qui.
Nel 2000 i cittadini di quello Stato approvano - con una maggioranza del 61%, quindi anche con il voto di molti elettori democratici - il referendum propositivo “Proposition 22”, che introduce nel diritto di famiglia californiano la definizione del matrimonio come “unione fra un uomo e una donna”.
Trascorso un lustro, una prima volta nel 2005 e una seconda nel 2007, il parlamento locale di Sacramento approva una legge di segno diametralmente opposto che – primo caso nella storia degli Stati Uniti – ridefinisce il matrimonio come “contratto di diritto civile tra due persone”. Per due volte la legge viene approvata; e per due volte il governatore Schwarzenegger esercita il suo potere di veto, annullandola in difesa della volontà popolare espressa con il referendum del 2000.
Il terzo round nel giugno del 2008: la Corte Suprema della California annulla come incostituzionale (rispetto alla Costituzione californiana) la legge approvata dagli elettori nel 2000. Viene così una prima volta introdotta per via giudiziaria la possibilità di celebrare in quello Stato veri e propri matrimoni fra coppie omosessuali.
La questione viene messa nuovamente ai voti nel novembre 2008, il giorno dell’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca. Il nuovo referendum, “Proposition 8” (che l’allora candidato democratico, pur dicendosi “personalmente” più favorevole al compromesso del riconoscimento delle unioni civili, condanna come “discriminatorio”), chiede di reintrodurre la stessa norma approvata con il “Proposition 22”, ma stavolta non con legge ordinaria, bensì con un emendamento alla Costituzione dello Stato, in modo da sottrarla al potere interpretativo dei giudici costituzionali del Golden State. Mentre la gran maggioranza (oltre il 60%) dei cittadini californiani dà il proprio voto elettorale a Barack Obama, una maggioranza più esigua ma comunque assoluta del medesimo elettorato (oltre il 52%) approva il referendum, sicché il matrimonio gay sparisce nuovamente dall’ordinamento giuridico californiano - eccezion fatta per i circa diciottomila matrimoni freneticamente celebrati nel semestre intercorso tra la sentenza della Corte e l’approvazione del referendum, tutt’oggi validi.

Ultimo capitolo. Nel maggio del 2009, le signore Kristin Perry e Sandra Steir chiedono all’Anagrafe della Contea di Alameda di registrare il loro matrimonio. Non un atto estemporaneo, ma il primo passo di una precisa strategia pianificata da un team animato da Chad Griffin, uno dei principali strateghi politici del movimento gay statunitense. L'inevitabile rifiuto viene impugnato davanti al Tribunale federale di San Francisco, dando vita al “caso Perry contro Schwarzenegger”, conclusosi con la sentenza della settimana scorsa.
Il collegio legale ingaggiato per patrocinare la causa è un capolavoro di comunicazione politica: ne è a capo Ted Olson, celebre avvocato conservatore che difese Ronald Reagan durante lo scandalo Iran-Contra, e poi fu il difensore di Bush figlio quando questi si scontrò con Al Gore davanti alla Corte Suprema sull’esito delle elezioni presidenziali del 2000 (Bush lo nominò poi solicitor general, il capo dell’Avvocatura dello Stato). Olson - che si è risposato a 63 anni suonati, dopo aver perso la prima moglie nella strage dell’11 settembre 2001 (viaggiava sull’aereo dirottato sul Pentagono) - ha spiegato di non considerare questa una battaglia “di sinistra”, ma al contrario un colpo di coda conservatore, nel senso che il valore di una istituzione tradizionale come il matrimonio viene riconosciuto anche dalla comunità gay al punto da chiedere di potervi accedere.
Come co-difensore si è scelto (o ritrovato?) David Boies, famoso avvocato di area democratica: nel 2000 rappresentò Al Gore nella causa contro Bush davanti alla Corte Suprema, venendo sconfitto proprio da lui.

I repubblicani erano ben consci dell'esistenza di questa “falla di sistema”ed avevano tentato di mettere le mani avanti nel 2006, con il “Federal Marriage Amendment” che sarebbe intervenuto sulla Costituzione USA analogamente a come il “Proposition 8” fece con quella californiana. La legge venne però bocciata dal Senato, anche grazie alla defezione di alcuni senatori repubblicani (tra essi il futuro candidato alla casa Bianca John McCain), molti dei quali votarono contro non perché favorevoli al matrimonio gay, bensì perché ostili alla intromissione del potere legislativo “centrale” in una materia riservata all’autonomia legislativa dei singoli Stati.

Stante questa autonomia, il matrimonio gay oggi è già garantito in Massachusetts, in Connecticut, in Iowa, nel Vermont e nel New Hampshire, nonché nel Distretto di Columbia cioè a Washington.
Il vero problema è che vince sempre in tribunale, ma esce sempre sconfitto dalle urne. E' stato sottoposto a referendum in ben 31 dei 50 Stati, incluso il progressista New York; e in tutti – diconsi: tutti! – i 31 casi è stato inesorabilmente bocciato dagli elettori (in occasione delle ultime elezioni referendum analoghi a quello Californiano si sono tenuti in Florida e in Arizona, con esito identico).
Va anche detto che le unioni civili sono riconosciute in cinque stati (tra i quali proprio la California, dove si chiamano “Domestic Partnership”), il che consente alle coppie gay l’accesso a benefici altrimenti riservati ai coniugi sotto il profilo del welfare, del fisco e della privacy. Inoltre in una dozzina di Stati, tra i quali New York, la Florida e la stessa California, le coppie omosessuali hanno la possibilità di adottare figli (la coppia lesbica protagonista della causa “Perry contro Schwarzenegger” ne sta allevando quattro tutti adottivi).
La posta in gioco è quindi rappresentata dai ventisette Stati in cui le nozze gay sono bandite, i quali non sono tenuti a riconoscere i matrimoni omosessuali celebrati in altri Stati, grazie al “Defense of Marriage Act” approvato nel 1996 (in piena era Clinton, ma con il Congresso saldamente in mano ai repubblicani).

C'è stato anche un tentativo di “clonare” l’impresa qui in Italia, quando nell’aprile del 2009 il Tribunale di Venezia, per decidere una causa promossa da una coppa gay contro il Comune lagunare che aveva loro rifiutato la pubblicazione di matrimonio, rimise alla Corte Costituzionale la questione di legittimità degli articoli del nostro codice civile che impediscono le nozze tra omosessuali. Nei mesi seguenti si accodarono la Corte d’Appello di Trento e quella di Firenze, ed il Tribunale di Ferrara. Non coincidenze, ma una campagna portata avanti, sotto l’insegna di “Affermazione Civile”, dall’associazione "Certi Diritti" legata al partito radicale. Nell’aprile di quest'anno la Corte Costituzionale ha rigettato tutti i ricorsi, affermando che il riconoscimento delle coppie omosessuali è sì una aspirazione che trova fondamento nella nostra Costituzione, ma che può ben essere realizzata con strumenti diversi dalla vera e propria equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio, per cui non sta ai giudici imporla in via interpretativa, ma al Parlamento sceglierla legifernado.

Se la versione italiana è stata un flop, l’originale a stelle e strisce è partita sotto tutt'altro auspicio; ma la strada è ancora tutta in salita per Olson e Boies: davanti alla Corte Suprema il voto di un singolo giudice potrebbe fare la magigoranza di 5 a 4. Gli occhi sono puntati sull'imprevedibile Anthony Kennedy. Nel 2003 era stato il voto decisivo – e l’estensore - della sentenza con la quale la Corte decretò l’incostituzionalità della legge del Texas che vietava la sodomia, facendo “saltare” tutte le leggi contro la pratiche omosessuali sino ad allora vigenti in svariati Stati del Sud. Prossimamente potrebbe tornare a fare da ago della bilancia.

mercoledì 4 agosto 2010

49 CANDELINE E... UNA “NON-COSA”


Oggi su Liberal:

CATTIVO COMPLEANNO, MR. PRESIDENT
Oggi Barack Obama compie 49 anni, ma non è tempo di festeggiare
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di Alessandro Tapparini
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Quando oggi Barack Obama soffierà le quarantanove candeline sulla sua seconda torta di compleanno presidenziale, i fotografi avranno il loro bel da fare per non inquadrare le fosche nubi che si addensano sullo sfondo. Mancano solo tre mesi dalle elezioni di medio termine, e pare che i repubblicani si accingano a riprendere il controllo di tutto il Congresso, non solo alla Camera ma anche al Senato.
Le mid-term elections servono ad eleggere tutti i deputati ed un terzo dei senatori. Di fatto, però, ad essere in gioco è soprattutto la Casa Bianca, sia perché il parlamento che ne esce stabilisce i limiti del suo potere nel biennio a seguire, sia perché l'esito delle urne è vissuto come un referendum per stabilire se a due anni dall'elezione del presidente la gente ritiene di star meglio o peggio. Va da sè, quindi, che quando l'economia va male la batosta è garantita per il partito al governo.
Larry J. Sabato, venerato politologo della Università della Virginia, sostiene che se si votasse oggi i democratici ne uscirebbero dissanguati da una emorragia di una trentina di seggi alla Camera e di sei-sette al Senato: come quella subita da George W. Bush al culmine della sua impopolarità, nel novembre del 2006. Obama si vedrebbe così trasformato, a tempo di record, da presidente più osannato degli ultimi decenni ad “anatra zoppa”.
Certo, anche Bill Clinton nel 1994, pur essendo stato eletto appena due anni prima con una maggioranza trionfale (aveva inflitto a Bush padre la quarta più grave sconfitta elettorale mai riportata da un presidente uscente, anche se in parte grazie alla candidatura terzista del miliardario texano Ross Perot), subì alle sue prime midterm una disfatta che ne segnò irreversibilmente la presidenza: i repubblicani conquistarono ben 54 seggi alla Camera ed otto al Senato. Clinton, però, se la vide con un'opposizione in forma smagliante, capitanata da un leader tostissimo (Newt Gingrich) e dotata di un programma preciso e coerente (il “Contract with America”), tant'è che quella campagna viene ricordata nientemeno che come Republican Revolution.
Obama invece beneficia di una opposizione divisa e sfaldata, e del tutto sprovvista di leadership: per la pronosticata debacle non avrebbe quindi attenuanti.
Secondo Sabato, i democratici hanno un unico precedente a cui potersi rifare. Nel 1982, Ronald Reagan testava la sua popolarità due anni dopo aver fatto riconquistare ai repubblicani non solo la Casa Bianca, ma anche molti seggi in parlamento e addirittura la maggioranza al Senato, dove erano stati all’opposizione da un quarto di secolo. La perdurante recessione economica (con disoccupazione attorno al 10%, proprio come oggi) lasciava presagire una catastrofe per il partito del presidente. I repubblicani puntarono su una campagna di spot televisivi giocati sullo slogan “e dài, diamogli una possibilità” (Let's give the Guy a chance), quasi si rivolgesse a dei ragazzini impazienti, rassicurandoli facendo leva sulla chiave di volta della retorica reaganiana: l'ottimismo. Il disastro fu scongiurato. A novembre i neoletti democratici furono ben cinquantasette, mentre quelli repubblicani furono solo ventiquattro; ma i repubblicani persero solo 26 seggi alla camera, meno della metà di quelli pronosticati; e miracolosamente non persero nemmeno un seggio al Senato, anzi addirittura ne conquistarono uno in più. E' questo “il solo caso in epoca moderna” – enfatizza Sabato – in cui in tempi di crisi economica il partito al governo ha ottenuto una “mezza vittoria” alle midterm.


L'attuale strategia di Obama non sembra però orientata su quel modello. Pare semmai basata sulla considerazione che i sondaggi attribuiscono un alto tasso di impopolarità anche all'opposizione repubblicana.
A maggio, Howard Fineman di Newsweek (testata più che benevola nei confronti del presidente) notava che mentre la campagna con la quale Obama ha conquistato la presidenza era positivamente incentrata sul futuro (speranza, cambiamento, ottimismo, superamento delle divisioni), quella per le elezioni di medio termine è negativamente incentrata sul passato recente, sullo spauracchio di un ritorno a ciò di cui due anni fa la maggioranza degli elettori decise di sbarazzarsi. Per rendere l'idea, Fineman citava un comizio newyorkese in cui il presidente aveva paragonato il proprio compito al “rimettere in strada l'automobile finita in un fosso” solo per ricordare che erano i repubblicani a tenere il volante quando l'auto era finita fuori strada.
Concorda Michael Scherer, corrispondente dalla Casa Bianca per TIME, secondo il quale il messaggio di Obama è: non chiedetevi se state meglio di due anni fa, ma quanto peggio potreste stare se non aveste scelto me. Cita un suo comizio in Winscosin lo scorso giugno : “lo so, a volte la gente non ricorda quanto male andavano le cose e quanto male avrebbero potuto andare”. Il risultato che il presidente rivendica non è quello di aver prodotto un miglioramento, bensì di aver impedito un peggioramento: “Invece di dare una cosa, avrebbe garantito una non-cosa”.
Scontato il rincaro del conservatore Wall Street Journal: “ 'lo sappiamo che state peggio di due anni fa, ma non è colpa nostra' non è un argomento granché seducente, anche a voler concedere che possa essere fondato. In questo modo, la campagna del 2008 'Hope' (speranza) cede il passo nel 2010 ad una della serie 'Fear' (paura)”.
La conferma è giunta venerdì scorso, quando Obama, affiancato da Sergio Marchionne, ha tenuto un comizio presso lo stabilimento di Jefferson North (appena fuori Detroit) della Chrysler, una delle due case automobilistiche – l'altra è la GM – salvate da un mega intervento statale da 60 miliardi di dollari, duramente contestato dall'opposizione repubblicana. Parlando agli operai scampati al licenziamento, e rivendicando il fatto che nel settore dell'auto sono riprese le assunzioni (peraltro anche presso la Ford, che non ha beneficiato di quel “salvataggio” statale...), il presidente ha voluto “ricordare che se al governo fosse andata certa gente, tutto ciò non sarebbe accaduto. Questa fabbrica, ed il vostro posto di lavoro, oggi forse non esisterebbero”.
Gli operai della Chrysler lo hanno applaudito entusiasticamente. Presto sapremo se l'argomento avrà fatto breccia nella platea, ben più vasta e composita, dei contribuenti dalle cui tasche sono usciti quei 60 miliardi.

venerdì 2 luglio 2010

AFGHANISTAN, UN ANNO DOPO

Stanotte ricorre il primo anniversario dell'operazione "Colpo di spada", la gigantesca offensiva militare lanciata nella valle dell'Helmand nella notte tra il 1 e 2 luglio 2009.
Un anno fa molti rifiutarono di capire cosa stava succedendo.
Un anno ( e un surge, e un secondo cambio di comandante in capo) dopo, non si vede ancora la luce in fondo al tunnel.
Però, chissà.

giovedì 24 giugno 2010

MASTER AND COMMANDER (IN CHIEF)


Stavolta il Presidente Obama ha veramente giocato il Jolly.
Questa storiaccia delle dichiarazioni insolenti del Generale McChrystal era capitata proprio nel momento sbagliato. Per dirla con Maurizio Molinari:
“Peter Orszag, capo dell’ufficio Bilancio della Casa Bianca e garante dei conti pubblici, abbandona il prestigioso incarico per sposarsi con una star della tv Abc, mentre il capo di gabinetto Rahm Emanuel è obbligato smentire le voci di dimissioni da lui stesso alimentate. Senza contare che un tribunale federale boccia la moratoria delle trivellazioni ordinata da Obama nel Golfo del Messico, Pechino annulla all’ultimora una visita del ministro della Difesa Gates negando l’atterraggio al suo aereo e Mosca riguadagna influenza in Asia Centrale e Europa dell’Est. Che si tratti di gestione del proprio team, dell’emergenza della marea nera o di politica estera Obama appare ovunque sulla difensiva, bersagliato da dissensi e smacchi sempre più evidenti”.
Bel quadretto, non c'è che dire.
E ora, anche il supergenerale che sparla dei suoi capi senza ritegno.

Lasciandolo al suo posto Obama si sarebbe esposto al rischio di non saper difendere la propria autorità – per non parare di quella del suo vice.
Silurandolo rischiava di rendersi responsabile della decapitazione dell'operazione bellica afghana proprio nel momento più critico.
Il dilemma non era solo fare la cosa giusta, ma anche – forse soprattutto – farla nel modo giusto, nel modo appropriato per un credibile Commander in Chief.

Mentre McChrystal arrivava alla Casa Bianca per la resa dei conti, Lexington osservava:
“La preoccupazione per il lungo periodo è che nonostante tutto il da fare che Obama si è dato per tenere il punto in questo ambito – tenendo Robert Gates come ministro della difesa, evitando di commettere l'errore di Bill Clinton di intervenire troppo rapidamente sui diritti dei gay nell'esercito, intensificando la “guerra giusta” in Afghanistan nonostante tutti i rischi e le proteste dell'ala sinistra del suo partito – gli americani potrebbero ugualmente finire ancora una volta per pensare, come fecero prima che la situazione in Iraq si inasprisse, che I democratici sono meno bravi dei repubblicani nel gestire le forze armate e nel badare alla sicurezza nazionale. Il che potrebbe non influenzare più di tanto le imminenti elezioni di medio termine, che saranno piuttosto dominate dalle preoccupazioni per la situazione economica, ma potrebbe contare parecchio nel 2012, dato che per allora il Generale David Petraeus potrebbe essere sceso in politica”.

È stata senza dubbio la miglior mossa possibile quella infine azzardata dal presidente: come suggerito da Bill Kristol, e anche da Tom Ricks di Foreign Policy senza però osare pronosticarlo, Obama ha defenestrato McChrystal e lo ha sostituito proprio con il leggendario Petraeus.
Il che riduce al minimo ogni possibile diffidenza o critica, posto che pochi sarebbero disposti a mettere in dubbio che l'eroe del surge iracheno (nonchè massimo teorico in circolazione della “cointerinsurgency”) sia “più bravo” del suo ex sottoposto che va a rimpiazzare.
E al contempo disinnesca il rischio di un rivale pericoloso alle prossime presidenziali (stesso schema di gioco utilizzato mettendo Hillary al Dipartimento di Stato).
Aggiungiamoci pure il fatto che il rimpiazzo di McChrystal è un personaggio talmente popolare ed "ingombrante" che piazzandolo lì il presidente gli rifila la responsabilità dell'impresa agli occhi dell'opinione pubblica, ed evita così di metterci troppo la faccia (le cose non stanno andando benissimo, non si sa mai).
Un piccolo capolavoro: chapeau.

Per la seconda volta in tre anni King David dovrà fare il deus ex machina e salvare un presidente dal baratro di una guerra persa. In fondo per concedere l'agnonato "bis" si tratta solo di vincere in un anno quello che non si è riusciti a vincere in otto, ed è fatta.

PS: al Foglio la palma per il miglior titolo.

martedì 22 giugno 2010

"PAPA" WAS A ROLLING STONE?

“Appena mise piede nello Studio Ovale, Obama […] ordinò un incremento di 21mila soldati a Kabul, il più ingente dall’inizio della guerra nel 2001, e – su consiglio del Pentagono e dello Stato Maggiore dell’esercito - rimosse dall’incarico il generale David McKiernan – che all’epoca era il comandante in capo delle forze NATO in Afghanistan – e lo sostituì con un uomo che non conosceva ed aveva incontrato appena: il generale Stanley McChrystal.
Era la prima volta che un generale con un incarico di massimo livello veniva rimosso in tempo di guerra in più di mezzo secolo, dai tempi in cui Harry Truman fece fuori il generale Douglas MacArthur nel bel mezzo della guerra di Corea”.

È uno stralcio del pezzo del reporter freelance Michael Hastings pubblicato sul nuovo numero di Rolling Stone (che – lo preciso per i tre disadattati che lo ignorassero – è da sempre la “bibbia” degli appassionati di musica rock, ma ha anche ampie velleità politico-culturali “alternative”), che in queste ore sta tenendo banco oltreoceano al punto da oscurare le polemiche sulla perdita di petrolio nel Golfo del Messico.

In un ritratto di Guido Olimpio all'indomani della sua nomina, si leggeva: "Per molti dei suoi uomini il generale Stanley McChrystal è «il Papa». ascetico, un pranzo al giorno - di solito una cena leggera -, amante del jogging e del parlar chiaro".
Ecco: sul "parlar chiaro" del "Papa" McCrystal - e soprattutto di qualche suo chierichetto - è ora insorto un problemino. Il pezzo di Rolling Stone riporta varie dichiarazioni del Generale, e più ancora di suoi (anonimi) collaboratori, in cui si spara merda a tutto spiano sul presidente (al quale si imputa un approccio impreparato ed improvvisato), sul vicepresidente (canzonato come un politicante aggressivo ma inconcludente), e sui vertici dell’amministrazione, dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale (“un clown”) all’inviato della Casa Bianca in Medio Oriente (“sa che stanno per licenziarlo e questo lo rende pericoloso”).
Del resto è comprensibile che trent'anni di servizio alle Operazioni Speciali insegnino molte cose, ma non a tenere le pubbliche relazioni (puoi essere un mago nel fottere i terroristi, ma i giornalisti e i politici sanno essere anche più insidiosi...).

Quel che è peggio non sono le singole dichiarazioni, ma il tenore complessivo del pezzo, da cui si evince che secondo McChrystal le operazioni in Afghanistan non starebbero funzionando per colpa “dei politici”, dei soliti parolai di Washington che sgomitano solo per spartirsi il potere e non mettono i militari in condizioni di fare il loro lavoro.

"Il Papa" è stato convocato d’urgenza alla Casa Bianca (una semplice videoconferenza non sarebbe stata abbastanza umiliante); tutti i commentatori si aspettano che si presenti con le dimissioni in mano, e pronosticano che il presidente dovrà accettarle per non fare la figura del bamboccio (anche perché a quanto pare l'episodio, oltre che disdicevole, è anche sanzionabile ai sensi del Codice Unico di Giustizia Militare, il che complica le cose).

Dissente Toby Harnden del Telegraph, che fa notare come in realtà la scelta di dare un calcio in culo a McChristal sarebbe in questo momento la scelta più facile, mentre Obama mostrerebbe di aver molto più fegato lasciandolo dov’è.

In effetti è un bel dilemma: il presidente passa più da fesso a chiudere l’incidente con delle semplici scuse, mostrando di essere un Commander in Chief con poco polso (luogo comune che perseguita sempre i presidenti democratici, e quello attuale più di altri), oppure a far fuori il generale screanzato, ammettendo con ciò di aver scelto l’uomo sbagliato per un ruolo tanto cruciale (il che, poi, probabilmente non è nemmeno vero)?
Del resto, se morto un "Papa" se ne fa un altro, è pur vero buttare fuori McChrystal proprio adesso che in Afghanistan la situazione è "al limite" potrebbe avere conseguenze molto pesanti, posto che l’operazione in corso, non dimentichiamolo, è in buona parte una sua “creatura”.
Secondo me alla fine lo lasceranno stare.
Si accettano scommesse.

venerdì 11 giugno 2010

IL MITO DI MR. "HOPE" & "CHANGE" E' ESAURITO. E ORA?



Oggi su L'Occidentale:

Shepard Fairey è il quarantenne grafico e “artista di strada” che nel 2008 creò la fortunatissima immagine di Barack Obama rielaborata in stile pop-art ed accompagnata dalla scritta HOPE (speranza), divenuta la principale icona dell’obama-mania in campagna elettorale e non solo (l’originale è oggi esposto alla Smithsonian’s National Portrait Gallery di Washington).

Fairey è quindi a sua volta un personaggio-simbolo, un emblema vivente della componente di innovazione, rottura e “spinta dal basso” che ha caratterizzato l’elezione di Obama (non a caso creò l’opera che lo ha reso celebre senza curarsi di chiedere il consenso alla Associated Press, proprietaria dei diritti sulla fotografia da lui utilizzata, il che ha condotto alla solita, inevitabile causa).
Ebbene: in una recente intervista, Fairey si dice deluso da Obama, in quanto a suo dire “non si sta dando abbastanza da fare” e “non sta venendo a capo” della sua impresa.

Affermazione tanto più suggestiva, ove si consideri che il contesto dell’intervista è la sua nuova mostra newyorkese, intitolata "May Day", incentrata sul tema dell’immobilismo della vecchia politica di Washington – proprio quella cui Obama aveva promesso di dare un bel “taglio”.

Negli stessi giorni, il Los Angeles Times (autorevole testata non certo di orientamento conservatore) se ne esce con un pezzo il cui titolo sembra preso dalla prima pagina di Libero: “E’ rimasto ancora qualcuno che la Casa Bianca di Obama non ha ancora “comprato” dandogli un “posto”? Se sì, alzi la mano”. La tesi, se non si fosse capito, è che l’attuale amministrazione sta tentando di gestire il dissenso “sistemando” con uno strapuntino ogni potenziale rompiscatole in circolazione, come nelle migliori tradizioni della vecchia e cinica politica politicante. Un modo di lavorare molto in linea con la politica di Chicago nella quale Obama si è formato, ma molto distante dall’immagine di “speranza” e “cambiamento” che era riuscito a costruirsi e alla quale i suoi elettori si erano tanto affezionati.

A proposito di immagine: l’articolo del L.A. Times è commentato sul sito The Daily Beast (che raccoglie opinioni ed analisi di tendenza repubblicana moderata, centrista e bipartisan), da Mark McKinnon. Ex cantautore country-rock, poi esperto di comunicazione pubblicitaria e politica, McKinnon , oltre a curare l’immagine di personaggi come Bono ed il campione di ciclismo Lance Armstrong, ha lavorato ad entrambe le elezioni di George W Bush alla Casa Bianca. Nel 2007 è stato uno dei più stretti collaboratori di John McCain. Ha fatto parte dei cosiddetti “cinque di Sedona”, la ristretta cerchia di fedelissimi che non hanno abbandonato il senatore dell’Arizona nemmeno nel momento più difficile della campagna preliminare alle primarie. Poi, nel maggio del 2008 – proprio quando McCain aveva ottenuto la candidatura e la sua impresa cominciava a sembrare meno disperata del previsto – si dimise perché, disse, apprezzava il “grande messaggio” che sarebbe potuto scaturire dall’elezione di Barack Obama, e non intendeva lavorare contro un simile avversario. Insomma, si tratta non solo di un esperto di comunicazione politica, ma anche di un personaggio che incarna molto bene le aspettative di quell’elettorato indipendente non stabilmente schierato dalla parte dell’attuale presidente, ma nemmeno pregiudizialmente a lui ostile, ed anzi incline a nutrire nei suoi confronti una pur cauta simpatia, o comunque ad auspicare, seppur in modo non acritico, che Obama lavori bene, perché in caso contrario ci rimetterà tutto il Paese.
Ebbene: McKinnon prende a pretesto l’articolo del L.A. Times per fare il punto sul fatto che una porzione ormai determinante di elettori si sta assestando sul versante dei “delusi”, nel senso che sta rivedendo la propria opinione/percezione di Obama, declassandolo da eroe del cambiamento a personaggio tristemente riconducibile agli schemi della solita “vecchia” politica, fatta di compromessi con i poteri forti, di accordi sottobanco, di promesse non mantenute. Come piccolo sintomo di questa tendenza, McKinnon segnala che nei sondaggi della Pew del settembre del 2008 (subito prima dell’elezione del nuovo presidente) e del febbraio del 2009 (subito dopo la sua entrata in carica), le parole “hope” (speranza) e “hopeful” (speranzoso, ma anche “che dà speranza”) erano tra le 10 più gettonate fra quelle che la gente diceva di associare ad Obama. Ad aprile dell’anno scorso erano scese al 15esimo posto. A gennaio di quest’anno “hopeful” era al n.34, dopo “comunista”, “arrogante” e “deludente” (se non altro, “intelligente” è sempre salda al primo posto in classifica).

“Qualche mese fa” scrive McKinnon “pensavo che per Obama le cose non potessero andar peggio. E invece sono peggiorate, e molto”. In effetti, lo sgonfiamento della “bolla” obamiana è ormai un dato di fatto. Già nel settembre dell’anno scorso si cominciarono a registrare (e analizzare) cali di popolarità tra i più repentini nella storia della Casa Bianca. Poi è venuto lo smacco delle elezioni suppletive in Massachusetts; seguito però dalla approvazione della riforma sanitaria, che ci si aspettava segnasse un punto di svolta e di “risalita” del tasso di popolarità del presidente. Non è stato così. Alla fine di maggio la rilevazione del tasso di popolarità del presidente ha registrato un nuovo record negativo nei sondaggi della Gallup (46%), così come il tasso di approvazione nella rilevazione Rasmussen (42%). Nessun presidente nella storia – ricorda McKinnon – è mai stato rieletto con un tasso di approvazione inferiore al 47%.

Certo, la rielezione dista ancora un paio d’anni e molte cose possono accadere da qui al 2012. Lo scorso settembre Stanley Fish notava sul New York Times che la forza residua di Obama risiedeva nel fatto di comparire come un gigante attorniato da nanetti, di fronte all'opposizione ma anche dentro la sua amministrazione e dentro al suo partito: "come il Giulio Cesare di Shakespeare, domina il panorama politico come un colosso"... ma solo per mancanza di antagonisti. Difficile dire quanto a lungo può ancora protrarsi questo tipo di vantaggio.

E intanto, le elezioni di medio termine sono ormai dietro l’angolo.

lunedì 31 maggio 2010

IT’S THE ECONOMIST, STUPID


Nel raccontare l'America, l’Economist è senza dubbio la miglior testata non-americana; sicché qui si segue con un pizzico di apprensione l'intenso turnover nella titolarità della mitica rubrica “Lexington”, a lungo egregiamente curata dal bravissimo Adrian Wooldridge che appena dieci mesi fa la lasciò per rimpatriare a Londra da dove ora si occupa di “global business” (qui la sua nuova rubrica).
Poiché l’anno scorso questo blog fu il primo, nel suo piccolo, a segnalare ai lettori italiani (non senza una certa malinconia) l’avvicendamento a quella “postazione”, è oggi doveroso segnalare che, a distanza di appena dieci mesi, Lexington sta di nuovo per “cambiare identità”: a Robert Guest, che nel 2009 prese il posto di Wooldridge, succede ora Peter David, il quale a sua volta era succeduto a Wooldridge nel dirigere la redazione americana del settimanale, dopo essersi lungamente occupato di Medio Oriente.

Qui l’addio del Lexington uscente “ad interim”, e qui la autopresentazione di quello nuovo entrante (“l’ultima volta che ho firmato una corrispondenza da Washington, il presidente era Ronald Reagan… scrivevamo i nostri pezzi con la macchina dattilografica e li passavamo a Londra con una telescrivente… c’erano l’Unione Sovietica e la Guerra Fredda… gli americani mandavano i marines in Libano… anche allora si faceva un gran parlare di declino della potenza americana: il paese era terrorizzato dall’idea di perdere terreno sul piano dell’economia, della scienza e dell’innovazione, anche se allora si temeva l’avanzata del Giappone, la Cina non se la filava nessuno… Barack Obama era uno studente alla Columbia University, nel pieno dei suoi anni di formazione e di “ascetico” abbandono delle droghe e dell’alcol e passaggio verso un futuro da “persona seria””).

Camillo, stavolta molto attento alla novità, la segnala come una probabile buona notizia, non avendo trovato memorabile il “nuovo” Lexington di questi dieci mesi - e in effetti non si può dargli torto.

sabato 3 aprile 2010

PETROLIO E ATOMO: UN OBAMA SEMPRE PIU'... JOHN MCCAIN


Mio pezzo su Liberal di oggi:

E ORA LA CASA BIANCA COPIA IL PIANO DI MCCAIN
Dopo il nucleare, anche la trivellazione al largo delle coste per cercare nuovo petrolio

Così l’America di Obama trivellerà i propri fondali marini alla ricerca di petrolio. Non lungo la costa pacifica, ma lungo buona parte di quella atlantica, e nel Golfo del Messico. La speranza, solo parzialmente confessata, è di aumentare l’offerta di petrolio facendone scendere il prezzo, per una volta senza dover comprare la collaborazione di qualche discutibile regime mediorientale. E magari anche di darsi una mossa a fronte dell’attivismo degli altri protagonisti della scacchiera mondiale (basti pensare agli accordi della Cina con il Venezuela di Chavez e con il regime cubano di Castro).
Per la seconda volta, Obama ha tradito le aspettative dei “verdi” ed ha sposato la politica energetica dei repubblicani. Durante la campagna elettorale del 2008, era stato il suo avversario John McCain a proporre di por fine alla moratoria che dal 1982 vietava di trivellare i fondali al largo delle coste statunitensi per sfruttare nuovi giacimenti di petrolio. Fu il primo momento dall’inizio della campagna elettorale in cui McCain riuscì a “scaldare i cuori” dello zoccolo duro repubblicano, mentre Obama inizialmente sottovalutò la popolarità di una simile proposta, snobbandola apertamente.
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L'articolo prosegue qui.
Di seguito, in esclusiva per i lettori di JEFFERSON, una versione ampliata:

“Se trivellando al largo delle nostre coste potessimo risolvere il nostro problema, allora sarei favorevole. Ma il problema è questo: noi deteniamo appena il 3% delle riserve di petrolio mondiali ad oggi conosciute, e ne consumiamo il 25%”. Questa la sua posizione a fine luglio. Ma anche tra gli elettori democratici la proposta di McCain risultò talmente popolare che pochi giorni dopo, all’inizio di agosto, Obama si vide costretto a stemperare la sua contrarietà, dicendosi disponibile ad un superamento della moratoria purché ben limitato e ricompreso in un più ampio piano energetico. Nel frattempo, però, la questione veniva messa ai voti al Congresso, ed il candidato democratico si trovò invischiato nella opposizione di gran parte dei parlamentari del suo partito; mentre i deputati repubblicani, per la prima volta galvanizzati da una sortita del loro candidato, occupavano fisicamente l’aula (un inusuale happening che dalle nostre parti potrebbe definirsi “pannelliano”) per protestare contro la decisione della Presidente della Camera Nancy Pelosi di rimandare a dopo la pausa estiva il voto sull’abrogazione della moratoria.
Nel frattempo, si teneva la convention repubblicana di St. Paul, dove McCain, tra i cori osannanti “drill, baby, drill” (trivella, ragazzo, trivella) annunciava di aver scelto come vice la giovane Sarah Palin, allora semisconosciuta, ma subito apprezzatissima dalla “base”, la quale, da governatrice dell’Alaska che è uno degli stati che sarebbero stati maggiormente interessati dalle nuove trivellazioni, suscitò ovazioni proclamando: “I nostri avversari ripetono continuamente che le trivellazioni non risolveranno i problemi energetici dell’America, come se non lo sapessimo già; ma il fatto che le trivellazioni non risolvano il problema non dev’essere un pretesto per non fare niente”.
Nel settembre del 2008, la maggioranza democratica alla Camera votò una (assai) parziale abrogazione della moratoria, consentendo le trivellazioni purché ad almeno cinquanta miglia (80 Km) dalla costa; ma appena una settimana più tardi, avvedutisi del fatto che quel compromesso sapeva di “vorrei, ma non posso” e dava l’idea di una impacciata rincorsa delle posizioni avversarie, i deputati democratici si arresero e annunciarono che la moratoria, in scadenza alla fine del mese, per la prima volta non sarebbe stata rinnovata, rimettendo ogni decisione nelle mani del prossimo presidente.
Il quale ha ora preso posizione sposando definitivamente questo punto del programma repubblicano in ambito di energia.

Le ragioni di questa sortita sono facilmente intuibili. Con l’approvazione della riforma del sistema sanitario, Obama ha conquistato un successo epocale, ma ha anche consumato una fatale rottura con l’opinione pubblica moderata. Il Presidente ha rivendicato di aver compiuto un passo avanti nella realizzazione dell’american dream paragonabile alle leggi che negli anni Sessanta posero fine alla segregazione razziale, ma le rilevazioni demoscopiche di questi giorni lasciano intendere che la maggioranza degli elettori non considera la riforma in questi termini. Secondo un recente sondaggio commissionato dalla CNN, il 56% degli elettori è contrario all’ “ObamaCare” e solo il 42% è favorevole; secondo la Gallup, i contrari sarebbero il 50%, ed i favorevoli il 47%. Per Rasmussen, il 54% degli elettori vuole che la riforma venga subito abrogata, mentre solo il 42% si vede con sfavore questa ipotesi.

Che la politica energetica rappresentasse il fronte sul quale Obama intendeva arginare la prevedibile emorragia di consensi al centro, lo si era capito a metà febbraio, quando il presidente aveva scioccato l’America e il mondo con l’annuncio di finanziamenti federali alla costruzione di nuove centrali nucleari, altra proposta che in campagna elettorale era stata sostenuta dal suo avversario, da lui snobbata. In un discorso tenuto in Missouri il 18 giugno 2008, soprannominato “dichiarazione d’indipendenza energetica”, John McCain aveva proposto la realizzazione di quarantacinque nuovi reattori nucleari entro il 2030 (attualmente negli USA ce ne sono 104 – e in Europa 197).
Ora, dopo aver sposato il programma di McCain sul nucleare, Obama ha rincarato la dose rilanciando l’ “offshore drilling”. Lo ha fatto sottolineando che si tratta di “una fase di sperimentazione”, che non risolve certo il problema ma serve solo a puntellare la transizione verso la terra promessa green economy della quale l’attuale inquilino della Casa Bianca non cessa di professarsi volonteroso costruttore. Ma nemmeno in questo il piano di Obama differisce granché dalla proposta che in campagna elettorale era sostenuta dall’avversario repubblicano. Il principale consulente di McCain sulla politica energetica era James Woolsey, già direttore della CIA durante il primo mandato presidenziale di Bill Clinton, poi membro del Project for a New American Century, quindi animatore del think-tank Set America Free (“Liberiamo l’America” – dalla dipendenza dal petrolio, s’intende). In base ai consigli di Woolsey, il senatore dell’Arizona promise che se eletto alla Casa Bianca si sarebbe battuto per ridurre le emissioni inquinanti entro il 2012 - anno in cui spirerà il Protocollo di Kyoto, ma anche il mandato del 44esimo presidente – al livello in cui si trovavano nel 2005, ed entro il 2020 a quello del 1990, il tutto con un programma di disincentivi all’utilizzo delle energie “tradizionali”, e di incentivi a quelle alternative, a cominciare proprio da quella nucleare. Per l’appunto.

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