lunedì 28 maggio 2012

35 ANNI DI GUERRE STELLARI: COME E PERCHE' E' DIVENTATO MOLTO PIU' DI UN FILM

Trentacinque anni fa, in un weekend di Memorial Day esattamente come questo, debuttò nelle sale cinematografiche americane un film molto insolito, che avrebbe cambiato per sempre la cinematografia e lo show business. Il giovane regista che lo aveva scritto e rocambolescamente girato ne aveva diretto in precedenza uno solo di una certa importanza, American Graffiti, ed in seguito avrebbe girato praticamentre solo i due sequel di quello - che però da solo sarebbe bastato a farlo entrare di diritto nella storia del cinema.

“Guerre Stellari”: tipico titolo da film di fantascienza. Un genere all'epoca decisamente passato moda, per non dire in declino. “Stasera ti porto a vedere un film di fantascienza” nel 1977 era una proposta perfetta per mandare miseramente a monte un possibile appuntamento con una ragazza - più o meno come “ti porto a vedere un film di guerra in bianco e nero”. Al contrario, andavano per la maggiore film realistici, amaramente autocritici e disillusi sui mali dell'Occidente: era la stagione di Serpico e di Tutti gli Uomini del Presidente. Il film di Lucas invece era l'esatto opposto. Non era nemmeno un vero e proprio film di fantascienza: seppur infarcito di astronavi, robot ed armi laser, e pur essendo stato realizzato con mirabolanti effetti speciali, era in realtà costruito su di una trama che aveva ben poco a che vedere con le tradizionali cervellotiche storie di fantascienza, ed attingeva invece a piene mani dal fantasy tolkieniano, dai poemi cavallereschi, dalla mitologia dell'antica grecia: l'epico, primitivo scontro fra il Bene e il Male.
Davvero la gente poteva aver voglia di una storia del genere? Pareva impossibile. Quattro mesi prima si era insediato alla Casa Bianca un nuovo presidente, Jimmy Carter, che di lì a poco, a luglio, in un celebre discorso tenuto all’Università di Notre Dame in Indiana, avrebbe proclamato la liberazione degli americani “dalla spropositata paura del comunismo”, e la volontà di abbandonare la “moralmente deprecabile” corsa agli armamenti sino ad allora disputata contro l’URSS per passare ad una nuova fase di “distensione”. Il nuovo presidente scommetteva tutto sul fatto che il Paese fosse esausto dopo trent'anni di Guerra Fredda e non desiderasse altro che voltare pagina, lasciarsi alle spalle quel clima apocalittico, anche patteggiando se necessario.
Che non fosse esattamente così lo si sarebbe verificato quando dopo un solo mandato Carter venne mandato a casa dagli elettori, che gli preferirono il Cold Warrior Ronald Reagan il quale avrebbe rilanciato e vinto la crociata contro quello che, con un linguaggio che pare mutuato proprio dalla saga di Guerre Stellari, avrebbe definito “l'Impero del Male”. Ma forse un piccolo sintomo si poteva rintracciare già nel '77 nell'irrefrenabile entusiasmo che in tutto l'Occidentre dilagò per quell'epica fantavicenda di guerra fra il Bene e il Male “tanto tempo fa, in una galassia molto lontana”.
Non fu però la trama, di per se, a fare di Star Wars una pietra miliare. Lucas ebbe una serie di geniali intuizioni tecniche, che lo portarono a confezionare un prodotto terribilmente innovativo. Per la colonna sonora, ad esempio, non scelse musica elettronica come i canoni del cinema di fantascienza avrebbero previsto, ma una sorprendente musica sinfonica da grande kolossal d'altri tempi. I dialoghi furono volutamente riempiti di terminologie astruse, per creare l'effetto ipnotico di un mondo parallelo. Nessuna concessione al turpiloquio, né al sesso (altra scelta in radicale controtendenza rispetto alla moda del tempo).
E poi, ovviamente, gli effetti speciali: non esistendo ancora i trucchi digitali che, ironia della sorte, proprio la Industrial Light & Magic di Lucas avrebbe contribuito a sviluppare in modo determinante nel decennio successivo, si invetarono modellini animati meccanicamente, finti robot con dentro attori in carne ed ossa, versi di animali miscelati con il computer per creare voci di strani alieni, una serie di magie artigianali che solo in sala di montaggio avrebbero preso vita e che gli attori non potevano minimamente immaginarsi mentre recitavano, non esistendo alcun precedente, ma che ancora oggi sono esteticamente irresistibili ancorché tecnicamente obsoleti. Da lì in poi, quello degli effetti speciali sarebbe divenuto l'aspetto fondamentale per una porzione smpre più ampia delle produzioni hollywoodiane.
La lavorazione richiese anni ed avvenne nella più completa sfiducia da parte della 20th Century Fox che aveva accettato con parecchie perplessità di produrre quello strano film e a più riprese fu tentata di rinunciare, mentre rimaneva il dubbio che in realtà si trattasse di un prodotto buono solo per un pubblico di bambini e adolescenti. Durante le riprese Lucas ebbe un infarto (a poco più di trent'anni) e andò in esaurimento nervoso. Una volta messo assieme un primo montaggio provvisorio (senza musica), organizzò un'anteprima per un gruppo di registi suoi amici, molti dei quali non nascosero il proprio disappunto per quel balordo prodotto. L'unico ad incoraggiarlo fu Steven Spielberg, il quale, reduce dal successo de Lo Squalo, stava girando a sua volta un film di fantascienza, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo. Spielberg mise nero su bianco e sigillò in busta chiusa il suo pronostico sul futuro incasso del film: venti milioni di dollari. Ne avrebbe incassati dieci volte tanto. Costato 11mila dollari, alla fine incassò oltre 775 milioni, di cui cento solo nei primi tre mesi. Nella storia del cinema occupa il 22esimo posto per incassi , ma sarebbe il secondo posto al netto dell'inflazione (in moneta di oggi sarebbero più di un miliardo di dollari).
Proprio sulla questione dei guadagni Lucas ebbe un'altra geniale intuizione, che contribuì a fare di Guerre Stellari un caso storico: rinunciò a parte del suo compenso di regista in cambio dei diritti sul licensing e sulmerchandising, cioé sull'utilizzo dei personaggi e dei marchi del film per produrre gadget e giocattoli e per fare spot pubblicitari di altri prodotti. La Fox accettò di buon grado, sia perché si aspettava che tanto il film sarebbe stato un flop, sia perché sino ad allora quel tipo di sfruttamento non aveva mai rappresentato una grande fonte di guadagno per l'industria cinematografica. Ma quella volta fu diverso. Lucas stipulò contratti di licensing con oltre cinquanta imprese, e il merchandising gli fruttò oltre 300 milioni di dollari solo nel solo primo anno. Il marchio "Star Wars" a distanza di 35 anni è tutt'ora tra i cinque più remunerativi nel settore dei giocattoli, nel quale solo l'anno scorso ha generato un volume di vendite di oltre tre milioni di dollari. Se a Walt Disney World entrate nel gigantesco Lego Store, potete notare come il prodotto principale a troneggiare sugli scaffali non sono i Lego ispirati alle Cars della Pixar né quelli de I Pirati dei Caraibi: sono i Lego di Guerre Stellari, ispirati ad un film girato prima che nascessero i genitori di molti dei bimbi ora ansiosi di giocarci.
E' questo che ancora oggi fa ricco George Lucas, il quale continua felicemente ad incassare fortune per l'utilizzo di marchi anche solo accidentalmente coincidenti con quelli di cui è titolare ( ad esempio sul marchio “Android” usato per il sistema operativo di Google/Motorola, solo perché contiene la parola “Droid” che egli ebbe la lungimiranza di registrare), così come per la realizzazione di spot pubblicitari come quello della VolksWagen che l'anno scorso fece sbellicare l'America nell'intervallo del SuperBowl: 
Ecco spiegata la determinazione da guerriero jedi con la quale in questi 35 anni Lucas ha difeso a spada (laser) tratta i suoi diritti di sfruttamento, a cominciare dalla causa “Lucasfilm Ltd. contro High Frontier” intentata nel 1985 contro i critici dell'amministrazione Reagan che per irriderlo avevanoribattezzato “Star Wars” il nuovo programma di scudo antimissilistico voluto dalla Casa Bianca. Causa persa, però: per i giudici i diritti sul marchio non valgono sugli utilizzi in parodie o espressioni giornalistiche che non rappresentano forme di concorrenza rispetto agli sfruttamenti che ne fa il titolare, ma solo espressioni gergali “entrate a far parte del vocabolario che la gente adopera nella vita di tutti i giorni”. Il che è senz'altro avvenuto, se si pensa che durante la funzione religiosa celebrata nel gennaio del 2009 per l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca il celebrante, il popolare reverendo afroamericano T. D. Jakes , ha ritenuto di usare nei confornti del neo-presidente non una formula tratta dalle Sacre Scritture, bensì un'altra frase ormai indelebilmente penetrata nella cultura popolare dell'intero Occidente: Che la Forza sia con Te”.
Uscito su Good Morning America

mercoledì 23 maggio 2012

BARACK OBAMA E LE IMBARAZZANTI PRIMARIE DEMOCRATICHE

Forse non tutti, in Italia, sanno che dove il sistema delle primarie funziona davvero, come negli USA, esso impone che la votazione si tenga sempre e comunque, ogni volta che deve essere formalizzata una candidatura: persino per ricandidare un presidente uscente. Che alle presidenziali di novembre il candidato democratico sarà Obama, è naturalmente del tutto scontato ed ovvio; ma ciò non toglie che, per rispetto delle regole, la sua candidatura non gli venga elargita di diritto, nè per acclamazione. Persino il presidente in carica deve passare attraverso la procedura delle primarie (e dei caucus). 

Va da sè che solitamente alle primarie nelle quali è in lizza un presidente in carica non si presenti alcun avversario di un certo peso, ma tutt'al più qualche "disturbatore" più o meno insignificante. Non è però un fatto del tutto scontato: dal secondo dopoguerra ad oggi ci sono stati cinqute casi di "autentica" sfida nelle primarie contro un presidente in carica. E' accaduto Harry Truman, l'ultimo presidente che avrebbe potuto aspirare ad un terzo mandato prima che entrasse in vigore l'emendamento costituzionale che ora lo vieta, il quale ritirò la propria candidatura dopo che il senatore del Tennessee Estes Kefauver gli ebbe inflitto una umiliante sconfitta nelle primarie del New Hampshire; è successo poi ad un altro presidente democratico, Lyndon Johnson, che nel 1968 venne sfidato alle primarie prima Eugene McCarthy e poi da Bobby Kennedy (Johnson avrebbe poi ritirato la propria candidatura adducendo a giustificazione l'assunzione di responsabilità per il pessimo andamento della guarra in Vietnam - in realtà stava emergendo la competitività di Bobby Kennedy, che però venne assassinato proprio il giorno delle primarie in California); è toccato pure a Gerald Ford, che nel 1976 per chiedere il suo primo mandato da presidente eletto (in quanto vicepresidente, era divenuto presidente per subentro a Nixon, dimissionario per via dello scandalo Watergate) faticò a conquistarsi la candidatura nelle primarie repubblicane contro l’allora governatore della California Ronald Reagan, il quale riuscì invece ad ottenerla quattro anni dopo, nel 1980, quando nell'elezione generale battè Jimmy Carter; e quest'ultimo a sua volta, pur essendo presidente, nel 1980 aveva dovuto sudarsi la ricandidatura scontrandosi, nelle primarie democratiche, sia contro il senatore Ted Kennedy sia contro il governatore della California Jerry Brown. L'ultimo caso risale a vent'anni fa: è quello di George Bush padre, che venne ricandidato (per poi essere battuto da Bill Clinton) solo dopo essere stato sfidato da destra, nelle primarie repubblicane, da Pat Buchanan, un opinionista conservatore che era stato uno dei più influenti consiglieri di Nixon negli anni Sessanta ed aveva diretto l’ufficio stampa della Casa Bianca durante la seconda amministrazione Reagan.
Ad Obama questa impresa è stata risparmiata: nessun "vero" sfidante ha osato mettere in discussione la sua ricandidatura, e le primarie presidenziali democratiche si stanno svolgendo, da mesi, nell'indifferenza generale. Proprio per questo, però, ci si aspetterebbe che la sua vittoria in queste votazioni "pro forma" avvenga sempre con maggioranze "bulgare", poco inferiori all'unanimità; e invece, a quanto pare, non è sempre così.

Due settimane fa aveva fatto scalpore l'umiliazione inflitta al presidente nelle primarie del West Virginia da tal Keith Judd, uno sconosciuto galeotto texano che, pur essendo tutt'ora detenuto, si era candidato contro Obama tanto per ammazzare il tempo, ed ha ottenuto un clamoroso 41%, lascinado al presidente un imbarazzante 59%.
Ieri la faccenda si è ripetuta con la 34esima e 35esima primaria democratica, in Kentucky e in Arkansas: la vittoria del presidente è stata infatti altrettanto modesta. In Arkansas, lo Stato di Bill Clinton, Obama aveva come avversario John Wolfe, un avvocato del Tennessee suo ex sostenitore, il quale aveva vanamente tentato di farsi eleggere al congresso per ben quattro volte (non si può dire che gli manchi la perseveranza), e quest'anno ha deciso di candidarsi alle primarie presidenziali per protesta "contro lo strapotere di Wall Street", ha già partecipato alle primarie in Louisiana, Missouri e New Hampshire, e parteciperà anche a quelle del Texas martedì prossimo. Il risultato è stato esattamente lo stesso che si era visto in West Virginia: Obama 59%, "Non-Obama" 41.
In Kentucky lo smacco è ancora più bruciante perché lì Obama non aveva avversari, e non doveva far altro che raccogliere per inerzia una vittoria "a tavolino". lo ha fatto ovviamente, ma con una percentuale di appena il 57,9%, mentre il 41,2% è stato "uncommitted" (un equivalente della nostra "scheda bianca"). Come dire: persino se come alternativa ad Obama non si presenta nessuno, poco meno della metà dei votanti, piuttosto che votare per lui, preferisce votare per "Nessuno".  
Tanto per avere l'idea di quanto questi dati siano imbarazzanti per il presidente, si consideri che nelle parallele primarie repubblicane ieri Mitt Romney ha vinto con il 68,2% in Arkansas e con il 67,7 in Kentucky, pur avendo contro un residuo "vero" antagonista, Ron Paul. 

martedì 22 maggio 2012

OBAMA CONTRO ROMNEY: CHI HA PAURA DEL CAPITALISMO?

Si fa sempre più interessante - ed a suo modo istruttivo, anche per la "Vecchia Europa" - il dibattito che sta montando attorno al nuovo attacco che il Team Obama ha lanciato contro lo sfidante Mitt Romney, dipingendolo come un cinico affarista senza scrupoli per via dei suoi esordi negli anni Ottanta come manager della Bain Capital, una società di private equity, specializzata cioé nelle ristrutturazioni aziendali non di rado realizzate usando l'ascia, non il bisturi: si rileva un'azienda decotta sull'orlo del fallimento, si taglia, si licenzia molta gente, si cambia il suo modo di fare business. Se l'azienda sopravvive alla cura da cavallo riparte, e allora la si rivende ad un prezzo molto, molto maggiore di quella cui la si era comprata; se non sopravvive pazienza, tanto probabilmente sarebbe fallita comunque.

In particolare, l'attacco è stato sferrato lanciando uno spot negativo di taglio documentaristico, basato su interviste agli operai di una acciaieria che vennero lasciati senza lavoro nell'ambito di una ristrutturazione targata Bain-Romney. Eccolo: 
Questo spot sta andando in onda con frequenza crescente sulle emittenti televisive di alcuni cruciali swing-state (a cominciare dall'Ohio), ed è stato messo in rete con un apposito sito web, “RomneyEconomics.com”. Chi aveva seguito con attenzione le primarie repubblicane lo troverà probabilmente un tantino familiare: qualcosa di molto simile si era infatti già visto a gennaio, quando, negli stessi giorni in cui l'Economist dedicava la sua cover-story a Romney possibile futuro “Amministratore dell'azienda America”, Newt Gingrich e Rick Perry, suoi rivali nella competizione (allor aancora decisamente aperta) per la candidatura presidenziale, avevano attaccato il frontrunner accusandolo, esattamente per la stessa ragione, di essere “un avvoltoio”.
Gingrich fece addirittura realizzare – per tramite di un comitato fiancheggiatore, dal quale prese poi ipocritamente le distanze – un vero e proprio documentario di mezz’ora in perfetto stile Michael Moore , dal titolo “When Mitt Romney came to town” , in cui quello che un domani sarebbe divenuto il candidato repubblicano alla Casa Bianca veniva ritratto come un serial killer di posti di lavoro. Quel documentario è ancora in rete su YouTube, anche se l'apposito sito web con il quale era stato lanciato (al caustico indirizzo “Kingofbain.com”) è ora offline. Gingrich (e Perry) vennero duramente criticati per quegli attacchi venati di populismo anticapitalista, decisamente inconsuenti nel partito di Reagan. Rudy Giuliani – che un domani avrebbe dato il suo endorsement a Romney, ma all'epoca era considerato molto più vicino più vicino a Gingrich e a Perry, li definì “stupidi e ignoranti” : “di questo passo ci ridurremo ad andare a scuola di capitalismo dai cinesi”.
Era ovvio che l'argomento sarebbe stato rispolevrato nella campagna elettorale generale dai democratici, i quali del resto già l'anno scorso avevano speriomentato una piccola anteprima con uno spot di taglio decisamente più satirico (giocato in parte sulla parodia del celebre "Morning in America" di Reagan) nel quale Romney veniva appaiato, in un grottesco immaginario ticket elettorale, al Gordon Gekko protagonista negativo del film Wall Street di Oliver Stone - rimasto celebre per massime del tipo “o si funziona o si è eliminati”, “l’avidità è bene, l’avidità è giusta, l’avidità funziona” e “l’avidità salverà quella azienda dissestata che risponde al nome di Stati Uniti d’America”.

A rivederlo ora, quello spot, sembra che siano trascorsi giorni, non mesi:
Ma torniamo ai nostri giorni, e alle ultime ore. Domenica il quotidiano conservatore Wall Street Journal è uscito con un editoriale difensivo
nel quale gli attacchi di Obama vengono irrisi perché volti a diffondere l'idea assurda che le operazioni di private equity della Bain consistano in speculazioni che portano alla distruzione delle aziende, e quindi dei posti di lavoro, il che mal si concilia con il dato di fatto del successo quasi trentennale della Bain stessa, la quale evidentemente riesce anche a “salvare” molti posti di lavoro, altrimenti non sarebbe tutt'ora sulla breccia come in effetti essa è.

Più o meno lo stesso argomento è stato usato ieri dalla Bain medesima, la quale – caso davvero inconsueto di un'azienda che “si difende” da uno spot elettorale del Presidente degli Stati Uniti – ha diramato un comunicato di precisazioni sulla reale natura delle ristrutturazioni cui alludono i nuovi spot pro Obama.

Nel pomeriggio di ieri Obama, incalzato dai giornalisti (ma anche dalle aspre critiche espresse da Cory Booker, giovane e popolarissimo sindaco democratico di Newark, la principale città del New Jersey), si è pronunciato personalmentre sul tema, durante la conferenza stampa a chiusura del vertice NATO a Chicago. La sua presa di posizione è stata molto netta:
La mia visione è che la private equity è fatta per massimizzare i profitti e che, naturalmente, si tratta di una componente sana del libero mercato. L'ho sempre detto e lo ripeto: in quel settore lavorano tante brave persone, e accade a volte che esso rappresenti la capacità della nostra economia di creare nuovo impiego. Ma ciò non toglie che la loro priorità consiste nel massimizzare i profitti. Il che rileva in questa campagna elettorale nella quale il mio rivale, il Governatore Romney, rivendica come principale argomento a sostegno della sua candidatura presidenziale proprio la sua esperienza nel mondo degli affari. Non sta facendo campagna elettorale rivendicando quello che ha fatto come governatore del Massachusetts, sta invece dicendo: “io sono un uomo d'affari, e quindi io sì che so come far ripartire l'economia”. Ma quando fai il presidente, contrariamente a quando sei il manager di uno studio di private equity , il tuo lavoro non consiste semplicemente nel massimizzare i profitti. Il tuo lavoro consiste nell'immaginare come tutti, nel paese, possano avere davvero una opportunità.Il tuo lavoro è pensare a quei lavoratori che vengono lasciati per strada, a come fare a reinserirli nel mercato dal lavoro.
Questa argomentazione, con la quale Obama si è ben guardato dal criticare la private equity in sé e per sé, ma ha invece contestato alla radice che quel modo di amministrare possa essere adatto a governare il Paese, ha il suo punto di forza nella paura smepre più diffusa, cui l'America non era più abituata da decenni, di rimanere senza il lavoro; ha però anche un punto debole, che è la brama di molti elettori di soluzioni alternative a quelle consuete della politica tradizionale.
Oggi se ne occupa il commentatore del new York Times David Brooks, che nel suo corsivo sembra centrare in pieno la questione:
Gli studi di private equity non sono amabili, ma storicamente hanno costretto il capitalismo americano ad un rinascimento che l'ha rivitalizzato. Ora la domanda è: gli Stati Uniti proseguirannmo lungo questo percorso di rigorosa distruzione creativa? E nell'immediato, la nazione è disposta a prendere questa trasformazione del settore privato ed estenderla al settore pubblico? Perché oggi in America le società private operano in un modo radicalmente diverso da quello di 40 anni fa, mentre i settori dell'economia garantiti e dominati dall'intervento statale – istruzione, sanità e welfare state – operano ancora in un modo sbalorditivamente simile.
Se Brooks ha ragione, allora la scelta che gli elettori intraprenderanno a novembre ci dirà molto di dove sta andando l'America: di cosa ha più paura, e su cosa è ancora disposta a scommettere.

lunedì 21 maggio 2012

OBAMA E' ANCORA IL "PRESIDENTE FACEBOOK"?


“Sembra Facebook”. E' rimasta celebre questa dafinizione che Mark Penn, lo stratega della campagna per la candidatura presidenziale di Hillary Clinton, diede dell'allora rivale Barack Obama nel novembre del 2007. Voleva essere una definizione dispregiativa: nel senso che l’Obama poteva funzionare benissimo nel suscitare superficiale entusiasmo tra i ragazzi che passano il tempo a cincischiare su internet, ma la politica vera è un'altra cosa, e per vincere le elezioni serviva l'esperienza di un “usato sicuro” come Hillary.

Quella battuta venne invece percepita per lo più come un involontario elogio, perché la capacità di sfruttare come mai prima il social network per fare politica fu uno dei fattori che consentirono ad Obama di prevalere sulla rivale nelle primarie democratiche del 2008. Nello staff dell'allora senatore dell’Illinois era stato reclutato uno dei cofondatori di Facebook, l'allora appena24enne Chris Hughes, il biondino compagno di stanza di Mark Zuckerberg ad Harvard che pochi mesi fa è divenuto, fra l'altro il nuovo editore di The New Republic. Era lui il regista del sito My.BarackObama.com, dove i nuovi simpatizzanti confluivano spontaneamente con il passaparola telematico (consentendo al candidato di scavalcare il predominio degli insider sugli indirizzari dei “vecchi” volontari) e, oltre a tenersi in contatto con il quartier generale della campagna come tradizionalmente era sempre avvenuto, si tenevano in contatto anche fra di loro, costruendo a costo (quasi) zero un nuovo tipo di militanza almeno in parte “orizzontale”.


Oggi Hughes non lavora più nello staff di Obama, ma rientra tra i suoi sostenitori e finanziatori; così come Sheryl Sandberg, la chief operating officer di Facebook, la quale di recente ha ospitato a casa sua una serata di fundraising per la rielezione del presidente. Obama, dal canto suo, pur non essendone personalmente un appassionato utente (anzi), fa di tutto per mantenere una grande sintonia con il “mondo” di Facebook: poco più di un anno fa è stato il primo presidente in carica a prestarsi ad un dibattito in diretta streaming su Facebook, per l'appunto, facendosi intervistare da Zuckerberg in persona, con il quale ostentò confidenza al limite del cameratismo ("Buonasera, mi chiamo Barack Obama e sono il tipo che è riuscito a far mettere a Mark in giacca e cravatta. E' una cosa di cui vado molto fiero"…); e anche ora in campagna elettorale il nome del giovane Zuckerberg, viene abitualmente menzionato da Obama per esemplificare la capacità di innovazione degli Usa, accanto a quelli di Thomas Edison e di Bill Gates.
Ebbene: ieri Edward Luce, il capo della redazione di Washington del Financial Times, ha suggerito, nel suo editoriale domenicale (intitolato “Il presidente Facebook che ha bisogno di nuovi amici”), che il problema di immagine di Obama stia in parte qui: nel aver percorso una traiettoria troppo simile a quella di Facebook, nel senso che la sua candidatura fece sognare perchè aveva il fascino della assoluta novità, come la creatura di Zuckerberg quando era solo una “start-up”, ma poi una volta eletto si è attenuto ai cliché del politico di sistema, di establishment, ed ora, essendo a capo del “sistema” (analogamente a facebook che è ora una grande corporation quotata in borsa) non può può più contare sullo stesso appeal di quattro anni fa:
“Contrariamente a quanto accadde nel 2008, la campagna elettorale per la rielezione di Obama sta puntando sul fatto che quest'anno la sfida si vincerà con la mobilitazione più che con la persuasione. La sua priorità è quindi quella di compiacere alcuni determinati gruppi che stanno saldanmente bnela base dell'elettorato democratico, come i latinoamericani, i sindacati, i giovani e i gay – e presumibilmente ad un certo punto si aggiungeranno gli ambientalisti”.
La critica di Luce è che in questo modo Obama può anche riuscire a farsi rieleggere, ma solo nel modo in cui ci riuscì George Bush nel 2004, ossia con un mandato elettorale di corto respiro destinato ad un rapido logoramento. Non basta convincer edi essere il meno peggio ed ottenere una proroga: è necessario ispirare fiducia in una visione del futuro che per ora non riesce a convicere di avere. Ha scelto lo slogan “Forward” (Avanti), ma – scrive Luce - non è affatto chiaro verso cosa.

giovedì 17 maggio 2012

OBAMA E WALL STREET, LA GRANDE DELUSIONE


“Nei prossimi quattro anni vedremo il “vero Obama”?”

Si apre con questo interrogativo il nuovissimo “Obama contro Obama”, il saggio firmato da Mario Margiocco, inviato negli Usa fino al 2010 e tutt'ora editorialista per il Sole 24Ore, uscito in questi giorni per la collana “One Euro” creata dall'editore Fazi: una serie di agili ebook dedicati a temi utili a capire la crisi economica, scaricabili - vale la pena di prenderne nota - al costo di appena un Euro.


Il senso del quesito introduttivo è molto chiaro: solo se a novembre sarà rieletto e riceverà un secondo mandato Obama entrerà a far parte della nutrita serie di presidenti che hanno lasciato il segno; se invece dovesse uscire di scena al termine del primo mandato finirebbe per essere relegato nel triste club dei presidenti-meteora, assieme a Jimmy Carter e Bush padre. Se la rielezione è tutt'altro che scontata lo si deve infatti ad un bilancio decisamente deludente del primo mandato, che Margiocco ripercorre incentrando quasi tutta la sua ricostruzione sulla gestione della crisi economica e sul rapporto tra il presidente e i poteri forti della finanza di Wall Street, un tema spesso accennato ma raramente approfondito dai media italiani.
Il punto di vista dell'autore è tutt'altro che antipatizzante, anzi: è quello di un estimatore dell'Obama della prima ora (“change you can believe in”, ricordate?), che, amareggiato e deluso, tira le somme del magro bilancio di Obama 2008-2012.

La principale critica che Margiocco muove al 44esimo presidente, e attorno alla quale è interamente imperniato questo suo lavoro, è quella di aver “distrutto la sua credibilità fin dall’inizio schierandosi con le grandi banche e garantendo loro il tipo di salvataggio più gradito”: il che ne rende particolarmente interessante la lettura, dato che negli ultimi tempi si sta affermando la narrativa diffusa di un Obama cui i poteri forti di Wall Street hanno bruscamente voltato le spalle, e contro il quale potrebbero coalizzarsi attorno a Mitt Romney che proviene da quel mondo. Potrebbe non essere un demerito, se Obama si trovasse contro Wall Street per averne saputo sfidare a testa alta lo strapotere; e invece la ricostruzione di Margiocco racconta l'esatto contrario: Obama, paradossalmente, termina il suo primo mandato alle prese con una rivolta dei big di Wall Street... dopo aver passato quattro anni a concedere loro di tutto e di più.

mercoledì 16 maggio 2012

CONTRORDINE: GLI AMERICANI NON VOGLIONO IL TERZO POLO

"L'irrefrenabile ascesa del terzo polo dell'america politica": così raccontò l'impresa di "Americans Elect" Angelo Aquaro dalle colonne de La Repubblica, parlando nientemeno che di "una rivoluzione: un vero e proprio movimento di pensiero, che dalla politica invade l'economia, la cultura, il comportamento quotidiano". Pur senza nascondere un certo scetticismo, saggiamente: perché l'idea di tenere delle "primarie alternative" solo su internet e piazzarsi sulla scheda elettorale delle elezioni presidenziali con l'obiettivo finale di metterci il nome di un candidato presidente (con relativo candidato vice) scelto "dalla gente" al di fuori del tradizionale sistema dei (due) partiti, era a dir poco ambiziosa. E se Mattia Ferraresi su Il Foglio parlò di "un'irrefrenabile voglia di terzo polo", dell'esigenza di rispondere alla domanda di "una fetta ultrapragmatica della pragmatica America", Massimo Gaggi sul Corriere della Sera si spese a spiegare che se all'apparenza quella di Americans Elect poteva sembrare un'operazione velleitaria, in realtà andava pur sempre considerato che "all' inizio anche quello dei «Tea Party» sembrava un movimento senza capo né coda. E «Americans Elect», nelle cui fila militano diversi ex professionisti della politica che hanno lavorato con personaggi come Hillary Clinton a Michael Bloomberg, si sta muovendo con furbizia e rapidità". 

Ma questo è davvero niente, a confronto degli abbagli che nel raccontare questo esperimento di candidatura presidenziale "alternativa" presero molti grandi nomi dell'opinionismo a stelle e strisce. "Fate largo al Centro Radicale", strombazzò sul New York Times Thomas Friedman (uno dei commentatori preferiti da Obama): quella di Americans Elect era una novità rivoluzionaria da tenere ben d'occhio, perché avrebbe potuto fare alla politica americana "Quello che Amazon ha fatto ai libri, che la blogosfera ha fatto ai giornali, che l'iPod ha fatto alla musica...". Stessi toni da parte di Nathan Daschle, che sul sito della CNN definì il sistema lanciato da Americans Elect "l'ITunes della politica": "I difensori dello status quo e quelli che traggono profitto dalla stasi del sistema delle opposte faziosità potranno anche pisciarci sopra, su questa idea; ma questi critici non colgono nel segno. Il punto non è se Americans Elect è in grado di vincere la sfida per la Casa Bianca nel 2012. Il punto è cambiare il modo in cui eleggiamo i nostri leader, con un reale consenso da parte dei governati". 
Ieri l'irriverente sito BuzzFeed ha proposto una spietata antologia di sette di queste ottimistiche analisi sull'esperimento di Americans Elect. Lette ora hanno un sapore particolarmente amarognolo visto che ieri, per l'appunto, si è appreso che i terzisti di Americans Elect, pur essendo riusciti a qualificarsi per stare sulla scheda elettorale in 27 dei 50 Stati (più di quelli nei quali parteciperà all'elezione il Green Party, i "verdi" americani), non saranno in grado di presentare il tanto strombazzato ticket presidenziale "nè repubblicano nè democratico", perché nessun candidato ha raggiunto i consensi minimi richiesti dalla stessa associazione AE per approdare alla "convention online" nazionale, che a questo punto non si terrà affatto. 

Non è bastato prorogare la scadenza: nessuno dei tre "finalisti" che avevano primeggiato nelle prime tornate delle "primarie online" do AE ha infatti raggiunto i 12mila voti: nè l'ex governatore della Louisiana Buddy Roemer, nè l'ex sindaco di Salt Lake City Rocky Anderson, nè l'attivista Michealene Risley. Nulla di fatto, quindi: le firme sono state raccolte a vuoto, le 420mila iscrizioni online sono finite su un binario morto e i pur lauti finanziamenti elargiti (venti milioni di dollari!) sono stati scialacquati. Tutto si è risolto in un forfait per conclamata mancanza di interesse da parte duella stessa gente nelle cui mani si voleva rimettere il potere di scelta usurpato dalla "vecchia" politica. Altro che IPod, altro che Amazon: siamo piuttosto alle prese con un flop del tipo di quello che si ebbe con il Minidisc della Sony (o, per usare la metafora scelta da Michael Crowley sull'ultimo numero di TIME, allo Zune, il lettore MP3 con il quale la Microsoft non è riuscita a fare concorrenza alla Apple).
Paul Krugman se la ghigna beffardo sentenziando che l'operazione era destinata al fallimento sin dalla prima ora; e per una volta non si può che dargli ragione. Gli americani si lamentano moltissimo per le disfuzioni  e le degenerazioni del loro sistema politico, ma in fondo sanno che esso rimane il peggiore del mondo... ad eccezione di tutti gli altri. Guai a chi si lascia ingannare dal solito vecchio errore di considerare il mitico elettorato indipendente, quello composto dai cittadini che non si "registrano" nè come elettori repubblicani nè come elettori democratici, come se fosse l'elettorato di un potenziale terzo partito: gli indipendenti rappresentano sì circa un terzo delle'elettorato americano, ma non sono quasi mai indipendenti "puri", sono invece solitamente indipendenti "con tendenza" ("leaning"), orientati cioé verso uno dei due grandi partiti, anche in modo nè stabile nè tanto meno acritico o aprioristico. E guai a chi si illude che la politica sul web possa soppiantare quella tradizionale: firmare con un click delle belle petizioni online piace a tutti, ma la politica vera è un'altra cosa. Obama potrà aver deluso e Romney potrà esser uno sfidante scarsissimo, ma questo passa il convento e la partita vera sarà tra questi due. E "la gente" lo sa, come si è visto.

martedì 15 maggio 2012

BENVENUTI AD OBAMAVILLE

Il primo scoop fu lo fece Slate tre mesi fa, pubblicando un pezzo di Sasha Issemberg dal titolo “La Balena Bianca di Obama”: l'autore rivelava che l' “arma segreta” tecnologica di Obama nella campagna elettorale per la rielezione sarebbe stato un super-database dei militanti e simpatizzanti organizzato in modo da tener conto del profilo di ciascuno e di conseguenza gestire al meglio tutte le risorse economiche e non rappresentate da ciascuno. In quell'articolo si raccontava soprattutto di come questo nuovo sistema avrebbe consentito di inviare email “intelligenti” tarate sulle specifiche preferenze ed inclinazioni di ciascuno: messaggi dai toni più radicali o più moderati, incentrati su di un tema piuttosto che su di un altro, a svariati gruppi e categorie di persone, in modo da ottimizzarne l'efficacia.
Tempo un mese, e il New York Times (pur senza menzionare il bizzarro nome “Operazione Narvalo”) confermò che la macchina elettorale di Obama for President stava investendo moltissimo sulla “schedatura” dei simpatizzanti tramite Facebook e i social network in genere (ad esempio tramite i click sul pulsante “mi piace”), e raccontò che al quartier generale di Chicago era stato reclutato uno scienziato dei media, Rayid Ghani, solo per decidere le tonalità cromatiche di foto e sfondi del sito web della campagna.
Da ieri sappiamo qualcosa di più grazie ad un quotidiano britannico, il Guardian, che è tornato sull'argomento dell' “arma segreta tecnologica” di Obama 2012 rivelando dell'imminente lancio di un nuovo strumento denominato “Dashboard” (letteralmente: “cruscotto” - ma è un termine già da tempo in uso nel gergo della gestione dei siti web), che viene definito nientemeno che come “il possibile Sacro Graal della mobilitazione politica via Internet”.

Stando a questa nuova anticipazione, in ballo c'è molto, molti di più dell'indirizzario intelligente per le email. La “killer app” in questione, che sarebbe in rodaggio in alcuni stati per poi lanciarla definitivamente fra una decina di giorni (sul sito di Obama 2012 c'è in effetti una pagina di pre-registrazione), sarebbe il frutto del lavoro di un team di “più di cento statistici, elaboratori di modelli previsionali, esperti di rilevazioni di dati, matematici, ingegneri elettronici, blogger, esperti di pubblicità su internet ed organizzatori della rete” , che sotto la guida del “guru digitale” Michael Slaby, avrebbe messo a punto un rivoluzionario sistema che consentirebbe ai militanti di trovarsi, conoscersi e connettersi fra loro, e al contempo di connettersi al quartier generale di Chicago – quindi una connessione contemporaneamente sia “orizzontale” che “verticale” - condividendo (anche qui: fra di loro ma anche con il quartier generale) tutti i dati e le informazioni utili, in tempo reale.
Il tutto cavalcando le onde di Facebook e dei social network in genere, e connettendosi con il telefonino più che con il computer: una versione “una sorta di equivalente elettorale di giochi come CityVille o FarmVille”, anche nel senso che, potendo conoscere in tempo reale i risultati di altri gruppi di militanti impegnati nella stessa zona o sugli stessi temi, ogni gruppo – nelle intenzioni di chi ha congegnato il tutto - sarà indotto ad impegnarsi per primeggiare nel raccogliere più soldi ed aggregare più persone, come per vincere una competizione.
Presto si avrà modo di capire se tutte queste anticipazioni hanno colto nel segno, o se invece erano piccoli diversivi fatti trapelare ad arte per tattica di "guerra psicologica". E si avrà modo di capire se i repubblicani hanno in serbo qualcosa di analogo, o se intendono stare a guardare.

giovedì 10 maggio 2012

IL "SI" DI OBAMA ALLE NOZZE GAY: MOSSA CORAGGIOSA MA ANCHE NO

L'esternazione con la quale il presidente Obama, in una apposita intervista televisiva andata in onda nel pomeriggio di ieri (e poi con un apposito micro-dispaccio su Twitter e con una conseguente email fatta circolare per sollecitare donazioni), ha rivelato all'America di aver cambiato idea essendo divenuto favorevole al riconoscimento dei matrimoni omosessuali, può essere letta in almeno due modi, entrambi a proprio modo sensati. Ovviamente i media americani vecchi e nuovi sono invasi da ieri sera da uno Tsunami di analisi e commenti; per il lettore italiano può essere utile limitarsi alle sintesi reperibili in qualche blog non americano ma ben informato sulla politica a stelle e strisce.
La lettura celebrativa, ad esempio, è ben riassunta nel commento pubblicato ieri a caldo da Francesco Costa de Il Post: 
Una delle migliori qualità di Barack Obama è sapersi tirar fuori di slancio dai momenti di difficoltà. Dove gli altri politici minimizzano, si avvitano, cercano scappatoie e formule di circostanza, Obama sale sul podio, passa all’attacco e ribalta la situazione. [...] Ben Smith ha sintetizzato così questo approccio: “When in trouble, go big”. [...] Oggi Obama l’ha fatto di nuovo. Dopo anni di lotte e cambiamenti sociali, dopo mesi di battaglie politiche in ogni stato, alcune vinte e alcune perse, dopo la dichiarazione del fantastico Joe Biden, dopo l’orribile referendum di ieri in North Carolina, la Casa Bianca ha organizzato rapidamente un’intervista con la ABC e Obama è andato big sui matrimoni gay. Nonostante questa sia ancora una posizione tendenzialmente poco popolare, su un tema divisivo, nonostante manchino quattro mesi alle elezioni presidenziali e Obama non sia certo sicuro della rielezione: cose così normalmente non si fanno, a questo punto. Si fanno, forse, solo nel secondo mandato. E per questo oggi è un bel giorno anche per quelli che fanno politica.
E' vero che uscendo dall'ambiguità Obama sfida aprtamente una parte dell'opinione pubblica che gli serve avere dalla sua parte per essere rieletto. Negli ultimi 15 anni la questione dei matrimoni gay è stata sottoposta a referendum 33 volte nei vari Stati USA e la maggioranza dei votanti si è espressa contro in tutte - diconsi tutte - le 33 occasioni (da ultimo due giorni fa in North Carolina, non a caso lo Stato in cui i Democratici terranno la convention nazionale ai primi di settembre). I sondaggi dicono che ultimamente quasi metà degli elettori è favorevole, ma in quel "quasi" può risiedere la differenza tra la rielezione e la non rielezione. Inoltre la Casa Bianca si conquista Stato per Stato, quindi conta molto il modo in cui questo consenso è distribuito sul territorio. Ad esempio: ieri sera The Politico ha pubblicato un nuovo sondaggio condotto dalla democratica PPP stando al quale nel sempre cruciale e decisivo Stato dell'Ohio solo il 35% degli elettori sarebbe favorevole, mentre i contrari sarebbero il 52%. 
La lettura critica la trovate invece sintetizzata nel commento che il direttore di IL Christian Rocca ha pubblicato ieri sera: 
Quella di adesso non è una posizione "coraggiosa", perché era coraggiosa quell'altra, per un politico liberal. C'è chi sostiene che la svolta improvvisa, al di là del percorso di "soul-searching" di cui parla la Casa Bianca in un provvidenziale memo, sia dovuta alla minaccia di uno dei top donors obamiano, riportata due giorni fa dal Washington Post, di tagliare i viveri alla sua campagna elettorale se non avesse, ahem, sposato le nozze gay. Che i primi Big donors obamiani siano gay, apertamente e orgogliosamente gay, deve aver aiutato. La sinistra radicale però non è soddisfatta in pieno. Mother Jones ricorda che anche Cheney, 8 anni fa per giunta, era a favore dei diritti degli stati a decidere se legalizzare o meno i matrimoni omosessuali. A Obama la sinistra rimprovera di aver sottolineato che la sua posizione è personale e di aver ricordato che la questione non è di competenza federale, ma locale. Obama, insomma, sostiene che il diritto alle nozze gay non è un diritto civile, ma una cosa controversa da lasciar decidere alle comunità locali (statali).
Anche questo è vero. Rispetto alla posizione dominante nel "suo" elettorato, nella "sua" coalizione, e soprattutto nel suo establishment e nel suo entourage (a cominciare dai suoi finanziatori), Obama non ha fatto che conformarsi, sbarazzandosi di una posizione scomoda, e cedendo alle pressioni sempre più incalzanti che da tempo subiva "dall'interno". Non aveva molta scelta, ormai: il suo ambiguo equilibrismo (con le parole di Francesco Costa potremmo dire: minimizzava, si avvitava, cercava scappatoie e formule di circostanza...) era ormai divenuto insostenibile, e alcuni settori dell'elettorato per lui vitali (uno su tutti: i giovani) si stavano disamorando, così come alcune tra le più ricche filiere di finanziamento (una su tutte: Hollywood), per cui urgeva fare, o meglio dire, qualcosa che rivitalizzasse l'immagine del presidente. Senza contare che, per dirla con le parole usate stamattina da Mike Halperin di TIME, questo è un tema sul quale l'establishment dei media è praticamente tutto a favore, e in questi casi "in una campagna elettorale presidenziale è molto difficile perderci, politicamente".
La versione che la Casa Bianca ha fatto studiatamente trapelare ieri sera è che egli aveva da tempo in animo di esprimere questo revirement, aveva programmato di farlo dopo l'estate - ma prima del voto - ed è stato indotto ad accelerare i tempi dalla sortida di tre giorni fa del vicepresidente Biden. Forse non è vero; può darsi benissimo che in realtà Obama non avesse intenzione di fare la mossa se non dopo il voto, o che comunque si stesse semplicemente riservando di attendere un momento opportuno che ieri ha intravisto e colto.
Sta di fatto che ora gli unici ad intravedere delle conseguenze concrete - positive - sono gli addetti alla raccolta fondin per finanziare la sua campagna elettorale (e non ne fanno mistero).
L'altra questione da tener presente è che per la Casa Bianca operativamente non cambia un bel nulla, perché - come ben evidenziato dall'articolo della testata progressista Mother Jones citato da Rocca, uscito immediatamente l'esternazione del presidente - Obama si è limitato ad esprimere una "opinione personale" e si è ben guardato dall'affermare che l'accesso al matrimonio per gli omosessuali sia un diritto civile, quindi un diritto fondamentale da garantire in tutti i cinquanta Stati. L'insoddisfazione espressa in ogni rigo del pezzo di Mother Jones non è nemmeno quella più estrema che si legga in queste ore: se volete qualcosa di più radicale, leggete il celebre blog Gawker, che senza mezzi termini definisce quello di Obama un "annuncio-stronzata", facendo presente che se ci si fosse fermati all'antico rispetto per l'autonomia dei singoli Stati, in molti di essi ci sarebbe ancora la segregazione razziale e l'aborto sarebbe fuorilegge (è un grande classico della polemica politica americana).
Toni polemici a parte, è un fatto che sul piano concreto il presidente sta lasciando le cose esattamente come stanno; sta lasciando che la politica faccia il suo corso caso per caso, nel rispetto dell'autonomia federalista di ogni singolo Stato. Tanto per essere chiari: se in ballo non c'è una questione di competenza dell'autorità federale, allora sono perfettamente legittimi (ancorché "discriminatori", secondo la definizione che pure lo stesso Obama ha espresso in entrambi i casi) sia il referendum la cui approvazione ha sbarrato la strada ai matrimoni gay in North Carolina due giorni fa, sia quello analogo che nel 2008 aveva fatto altrettanto in California, donde il caso aperto che potrebbe portare la questione davanti alla Corte Suprema
La posizione della Casa Bianca è in questo senso la medesima che si sarebbe avuta se nel 2008 le elezioni presidenziali le avesse vinte il candidato repubblicano John McCain, il quale nel 2006 era stato uno dei quarantotto senatori a far mancare la maggioranza qualificata al “Federal Marriage Amendment”, la proposta di emendamento che avrebbe introdotto il divieto di nozze gay nella Costituzione USA: pur dicendosi nel merito "personalmente" favorevole al divieto (pochi mesi dopo sarebbe apparso come testimonial in uno spot tv a sostegno del referendum che chiedeva di introdurre un emendamento del tutto simile nella costituzione dell’Arizona), McCain aveva votato contro spiegando che per lui una decisione su questa materia non può essere imposta a livello federale, perché è e deve restare di esclusiva competenza della legislazione di ciascun singolo Stato membro - esattamente quello che ha detto ieri Obama, passando "solo a titolo personale" alla posizione favorevole.
Sotto questo profilo, cioé quello del conseguente impegno politico, la mossa di Obama è tutto fuorché eroica. E' il più classico degli espedienti nella politica americana: personalmente sarei  favorevole (o contrario, a seconda dei casi), ma nel rispetto dell'autonomia deli Stati non mi intrometterò (il che non è avvenuto, ad esempio, nel caso della riforma del sistema sanitario: in quel caso la Casa Bianca ha spinto per una legge federale che impone l'obbligo di assicurarsi su tutto il territorio nazionale... ed è proprio per quanto che la legge rischia ora di essere falcidiata dalla Corte Suprema).
Ad ogni modo, da ieri si è davvero aperta la campagna elettorale. Lo sfidante Mitt Romney per ora non sembra per nulla ansioso di cavalcare il suo curriculum - una volta tanto lineare e coerente - di strenuo oppositore dei metrimoni gay. Il che conferma che la mossa di Obama è complessa e - come nelle migliori partite a scacchi - la contromossa richiede meditazione, circospezione per capire se l'avversario ti sta spingendo in un angolo. Staremo a vedere.

mercoledì 9 maggio 2012

MURDOCH SU TWITTER E' "FOLLOWER" DI RON PAUL

Sapete cosa sta leggendo in questi giorni Rupert Murdoch? Nell'epoca di Twitter capita anche di essere messi a parte di fatterelli di questo genere. Il potentissimo padrone dell'impero mediatico NewsCorp ha infatti inviato poche ore fa dal suo Ipad ai suoi oltre 236mila follower il seguente "tweet":

("Sto leggendo un nuovo libro su Ron Paul. Affascinante. Ron è di certo un modello di coerenza, nel bene e nel male. Qualcuno su qui su Twitter ne vuol discutere?").
Subito è scaturito il dibattito online, e poco dopo Murdoch ha avvertito l'esigenza di twittare non una ma due volte la sua presa di distanza dalla posizione di Ron Paul sulla politica estera, a dir poco "eretica" perché isolazionista, cioé contraria a quasi ogni intervento militare americano all'estero( normale per un repubblicano di un secolo fa, ma estremamente eccentrico per uno dei nostri giorni): Prima precisazione: "L'isolazionismo di RP è troppo estremista secondo me. Ritirarsi del tutto vuol dire lasciare tutto a qualche altra superpotenza"; seconda: "Molta saggezza in R.Paul, MA sarebbe un mondo migliore se lasciassimo che la Russia si prenda tutto in Europa, e la Cina in Asia e in Indonesia?".
La cosa non è del tutto nuova. Murdoch, 80enne, si era iscritto a Twitter la sera del 31 dicembre 2011 (apparentemente mentre si trovava in vacanza ai caraibi a festeggiare l'ultimo dell'anno), e nelle prime 24 ore il suo account@rupertmurdoch aveva già raccolto oltre 50mila follower. La cosa fece scalpore nel mondo dei media, e molti notarono che il suo quarto "cinguettìo" in assoluto era stato questo: 
("Gran bell'editoriale su Ron Paul sul Wall Street Journal di oggi. Messaggio libertario molto intrigante". ).
Se lo spot per il quotidiano conservatore del quale Murdoch è editore era tutto sommato banale (l'articolo era questo), la strizzatina d'occhio per il 77enne deputato libertario del Texas, la cui candidatura alle primarie presidenziali repubblicane era all'epoca vista da alcuni come un po' meno lunare di quanto è poi divenuta, era molto meno banale anche perché Ron Paul è tutt'altro che un politico convenzionale e di estabilishment.
Quanto al libro cui Murdoch si riferiva nel suo tweet di ieri, si tratta probabilmente di "Ron Paul rEVOlution: the man and the movement he inspired", scritto dal redattore di Reason Brian Doherty, che sarà in vendita tra una settimana per noi comuni mortali, ma che lui, che è lui, può già leggersi - e twittarci - oggi.

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