domenica 7 dicembre 2014

IL CALCIO ALLA CONQUISTA DELL'AMERICA...

...e l'America alla conquista del calcio. Diventi americanista anche per non sentire più parlare di calcio, e poi un amico ti incastra con la scusa dell'americanismo a parlare di calcio alla radio. E va bene: ci ho provato. 
I mondiali di calcio di questo 2014 che volge al termine saranno ricordati come quelli in cui questo sport ha definitivamente smesso di lasciare indifferente la gran parte degli americani. Ma questa "scoperta tradiva" ha radici più lontane di quanto si pensi. C'è una storia curiosa da raccontare, nella quale sfilano comparse come Henry Kissinger, Mick Jagger, Andy Warhol, ed un corpulento signore con nascoste addosso le cimici dell'FBI. In occasione della finale MLS (il campionato si Serie A a stelle e strisce) che si disputa stasera a Los Angeles tra i New England Revolution e i LA Galaxy, ho provato a narrare quella storia assieme ad Ernesto Kieffer (che ne sa molto più di me) nell'ormai consueto appuntamento a La Tertulia - Racconti dall'Oltresport. Il podcast è qui.

giovedì 20 novembre 2014

"IL MATCH DEL SECOLO"


La boxe non è uno sport nato in America, ma - fatto tipico della immigration nation - è immigrato in America nell'epoca mitica della corsa all'oro nelle Terre Selvagge del Vecchio West, e da allora in poi è in America che si sono scritte quasi tutte le pagine più emozionanti della sua storia. Non è un caso. Ripercorrendo il succedersi si episodi e protagonisti della storia di quello che è si' un gioco brutale e primitivo ma una fonte di ispirazione inesauribile, quasi ossessiva, per il cinema, la letteratura, la musica, il grande giornalismo, ho provato a raccontare assieme ad Ernesto Kieffer anche qualcosa di quel Grande Paese, a Radio Popolare Verona nel terzo appuntamento mensile a "La Tertulia - Racconti dall'Oltresport". Il podcast è qui.

venerdì 14 novembre 2014

L'ELEFANTE NELLA STANZA


"The people have spoken, the bastards" – il popolo si è pronunciato, quel bastardo. Visto dalla Casa Bianca, l'esito di queste elezioni di mezzo termine si potrebbe riassumere con la celebre battuta di un candidato democratico trombato al Senato negli anni Sessanta. Le conseguenze son sin troppo evidenti: il Presidente "anatra zoppa", la necessità di compromessi, e così via. 
Meno scontate sono le conseguenze nel campo dei vincitori. Cosa accadrà ora – e cosa sta già accadendo in queste ore - nel Partito Repubblicano?

La tentazione di pensare che il voto della settimana scorsa faccia già assaporare al Grand Old Party una vittoria anche alle presidenziali del 2016 è forte, ma va repressa. Le midterm, per più di un motivo, spesso non preludono affatto ad un voto consonante nelle successive presidenziali. Del resto, anche nel 2010 Obama ricevette una gran mazzata; eppure eccolo ancora lì.

Semmai, ad alimentare le speranze dei repubblicani di riprendersi la presidenza nel 2016 è un altro fattore: negli USA dopo otto anni il pendolo dell'alternanza tende sempre ad oscillare. Mantenere lo stesso colore politico alla Casa Bianca per tre mandati consecutivi è un'impresa riuscita, dal secondo dopoguerra, solamente a Bush padre, che nel 1988 succedette ai due mandati di Reagan. Ma è l'eccezione che conferma la regola. Tutti gli altri che hanno tentato hanno fallito, anche se anche se a volte davvero di pochissimo In questo senso le prossime presidenziali per i Democratici saranno simili a ciò che quelle del 2008 furono per i Repubblicani; e simmetricamente, tra questi ultimi – contrariamente a quanto accadde due anni fa, quando le primarie per selezionare l'antagonista di Obama vennero popolate da una moltitudine di candidati scadenti quando non improbabili – stavolta il contesto incoraggia i "cavalli di razza" a scendere in campo.

L'esito delle elezioni di mezzo termine, però, un risultato concreto in questo senso lo ha già prodotto. I Repubblicani ora non sono più puramente e semplicemente "l'opposizione". 
Conquistato anche il Senato, per il Grand Old Party è suonata la campanella di fine ricreazione. Alla geniale copertina del New Yorker che mostra "l'elefante nella stanza" del Presidente (gioco di parole: in inglese elephant in the room è metafora proverbiale per indicare in problema troppo grosso per essere ignorato, ma l'elefante è anche il simbolo del Partito Repubblicano) si potrebbe attribuire anche un ulteriore doppio senso: i Repubblicani ora siedono nella "stanza dei bottoni". Adesso tocca anche a loro partecipare, in un certo senso, al governo del Paese. E ciò probabilmente finirà per imprimere una determinata curvatura al processo di "selezione naturale" del candidato alla Casa Bianca.
La nota spaccatura fra i repubblicani più moderati e di establishment, e l'ala più conservatrice e radicale vicina al movimentismo antistatalista dei Tea Party, non sarà l'unica chiave di lettura di quanto accadrà nei prossimi due anni nel centrodestra a stelle e strisce. Gli aspiranti al trono si vedranno chiamati innanzitutto a mostrare, con i fatti più che con discorsi ben infiocchettati, l'esperienza e competenza che al giovane senatore dell'Illinois, con il senno di poi, difettavano. 
 In questo senso, accanto alla consueta dicotomia tra l'ala moderata e quella più conservatrice, se ne profila una di tutt'altro genere: quella tra senatori e governatori. 
I senatori saranno protagonisti del rapporto con la Casa Bianca nei prossimi due anni: sui tagli alle tasse e alla spesa pubblica, sia sul mantenere o modificare la famigerata ObamaCare (la riforma del sistema sanitario voluta dal presidente) e sul riformare o meno la materia dell'immigrazione (eterna promessa mai mantenuta di Obama), sia su alcune nomine importanti (probabilmente quella di un nuovo giudice della Corte Suprema). Un po' giocheranno a braccio di ferro, e un po' dovranno costruire compromessi. Tutto ciò avrà dei protagonisti: nomi, cognomi, volti. In primis quello del senatore della Florida Marco Rubio, partito come uomo dei Tea Party ma ben presto ricollocatosi nell'establishment del partito, volto giovane e fresco nel quale, con Obama appena reinsediato, una copertina di TIME già precipitosamente leggeva quello del "salvatore" dei Repubblicani, suscitando l'ironia del diretto interessato:

Le origini cubane e la adesione ad una politica estera da "falco" sono il biglietto da visita non solo di Rubio ma anche del senatore del Texas Ted Cruz, un ultraconservatore che si propone come l'ultimo giapponese ancora pronto a battersi per l'integrale abrogazione di ObamaCare. A distinguersi per la proposta di un ritorno alla antica politica estera isolazionista (che caratterizzava i Repubblicani un secolo fa) è invece il senatore del Kentucky Rand Paul, figlio di quel Ron Paul vecchio senatore del Texas che a lungo ha tenuto alto il vessillo del movimento libertarian americano. Rand è un po' la versione "presentabile", edulcorata, di Ron: un veejay di MTV ha recentemente riassunto il tutto con una metafora musicale, stando alla quale il padre sta ai Nirvana come il figlio sta ai Pearl Jam

 I governatori, dal canto loro, potranno consolidare i rispettivi curriculum in quello che tradizionalmente è il tipico passaggio nel cursus honorum che culmina trasferendo la residenza al n.1600 di Pennsylvania Avenue. Non va infatti dimenticato che l'elezione alla Casa Bianca del senatore Barack Obama nel 2008 fu una anomalia (peraltro predeterminata dal fatto che anche il suo antagonista, il repubblicano John McCain, era un senatore, e come lui non aveva mai governato nulla). Prima di allora tutti i presidenti eletti democraticamente nell'ultimo mezzo secolo erano governatori, oppure ex vicepresidentiche in quanto tali si facevano forti di una (reale o presunta) partecipazione ad altra importante esperienza di governo: quello dell'intero Paese. Per trovare un'altra eccezione prima di Obama tocca risalire fino a John Kennedy; ma stavolta tutto induce a ritenere che gli americani abbiano voglia di tornare al sentiero battuto Ciò arride alle ambizioni di personaggi come Chris Christie, il governatore extralarge del New Jersey (Stato tradizionalmente "blu"), a lungo campione assoluto di popolarità, poi messo in crisi da un piccolo quanto fastidioso scandalo che, comunque, potrebbe non compromettere i suoi piani. Christie è considerato un centrista, anche se nel governare ha talvolta applicato ricette "reaganiane", ad esempio con i sindacati del pubblico impiego.

Su questo fronte, però, il vero campione è il "tatcheriano" Scott Walker, il governatore del Wisconsin (altro Stato tradizionalmente "blu"), nemico giurato dei sindacati dei dipendenti pubblici, sopravvissuto di slancio anni fa ad un tentativo di recall (destituzione tramite consultazione democratica, una sorta di voto popolare di sfiducia), ed ora trionfalmente rieletto.Secondo Nate Cohn del New Republic (non certo un suo simpatizzante), Walker, essendo al tempo stesso un "duro e puro" ma anche un uomo di governo ben rodato, non un movimentista ideologo, sarebbe il più capace di fare ciò che serve per vincere, ossia riunire le varie "anime" di un partito che, per sua natura, è al tempo stesso una coalizione. C'è poi sul tavolo il volto di un ex governatore, che prodigiosamente riesce ancora a mantenersi sulla breccia nonostante non ricopra alcuna carica da ben sette anni: Jeb Bush, governatore della Florida dal 1998 al 2007, figlio del 41esimo presidente e fratello del 43esimo, centrista ma gradito alla "destra religiosa", alfiere di una riforma dell'immigrazione che apra le porte alla regolarizzazione di molti dei latinoamericani che vivono e lavorano più o meno illegalmente negli USA. Su di lui grava però un dubbio: se davvero, come pare, i Democratici torneranno ad affidarsi ai Clinton, non sarà più efficace proporre un volto nuovo, anziché inscenare un revival del solito scontro fra le solite due vecchie dinastie? Non è un dubbio di poco conto.

Uscito su "Strade"

mercoledì 5 novembre 2014

PROFONDO ROSSO


 “Qui da noi non c’è stato un referendum su Obama”, annunciava concitatamente poche ore fa la senatrice Mary Landrieu della Louisiana, parlando ai suoi sostenitori. Come dire: se però ci fosse stato, sarei stata spazzata via anch’io. Non è ancora stata rieletta: andrà al ballottaggio a dicembre. Ma è pur sempre una dei pochi Democratici “sopravvissuti” a quello che l’Huffington Post non ha esitato a definire “disastro” e “bagno di sangue”, ed anche il britannico Economist definisce “carneficina”.
I termini apocalittici si sprecano, ma non gratuitamente. Il partito di Obama stanotte ha riportato una sconfitta di quelle che entrano nei libri di storia. Io stesso in occasione delle elezioni di mezzo termine di quattro anni fa parlai di“Tsunami repubblicano”, e stanotte guardando affastellarsi i dati dello spoglio mi chiedevo che termini avrei potuto usare per mantenere la proporzione. Ecatombe? Armageddon? Molti ricorrono al colore: parlando di “onda rossa”, e in effetti il rosso repubblicano (tinta che pure nella mappa delle midterm del 2010 non scarseggiava di certo) ormai è praticamente ovunque.
Per tutta l’estate e per buona parte dell'autunno gli addetti ai lavori, anche i più capaci, si sono chiesti se i repubblicani sarebbero riusciti a conquistare i sei fatidici seggi necessari per aggiudicarsi (per la prima volta dal 2006) la maggioranza anche al Senato, mantenendo quella alla Camera già espugnata nel 2010. Negli ultimi giorni, però, sondaggi alla mano questo esito è parso sempre più scontato: il tema del pronostico era divenuto più che altro la sua misura e la sua dinamica (il New Yorker, ad esempio, già ieri ad urne aperte da poco aveva pubblicato un’analisi della vittoriarepubblicana ormai certa).

Alla fine, il bilancio provvisorio (la conta dei voti non è ancora del tutto completata) è già da record: al Senato i Rep hanno conquistato almeno un seggio più del necessario (North Carolina, Colorado, Iowa, West Virginia, Arkansas, South Dakota e persino un seggio in Montana che i Dem detenevano da oltre un secono), e anche alla Camera – dove giàconservare i “territori conquistati” nel 2010 sarebbe stato molto - la loro maggioranza non ha solo retto: si è significativamente ampliata. Quando Obama si insediò nel 2009 i Dem avevano al Congresso 59 Senatori e 256 Deputati, e i repubblicani venivano descritti come sull’orlo dell’estinzione (memorabile una cover story di TIME in questo senso); ora, cinque anni dopo, i Dem si avviano ad avere 44 senatori e qualcosa come 180-190 deputati. I repubblicani si ritrovano con la più ampia maggioranza al Congresso dal dopoguerra, il che significa che la Casa Bianca non potrà più fare quasi nulla senza il loro consenso.

Se dalle elezioni parlamentari si passa a quelle deigovernatori (che contano moltissimo, non dimentichiamolo: gli USA si governano anche da lì), il conto che gli elettori americani hanno presentato al partito del presidente è ancora più salato. I repubblicani hanno vinto praticamente tutto quello che c’era da vincere: tutti gli Stati in bilico e anche qualche Stato che tanto in bilico non era considerato. In Texas la Democratica Wendy Davis, della quale vi avevano raccontato che aveva qualche possibilità di “far diventare viola” lo Stato (cioè di spostarlo dal rosso repubblicano al blu democratico – ma voi che mi leggete sapevate che era fuffa) non si è nemmeno avvicinata non dico alla vittoria, ma nemmeno ad una sconfitta in qualche modo onorevole: ha perso con distacco di circa venti punti percentuali, e – da femminista fieramente prochoice – non ha prevalso nemmeno tra l’elettorato femminile, mentre tra gli elettori latinoamericani (quelli che secondo la vulgata dovrebbero essere alla base del fantomatico “spostamento a sinistra” del Lone Star State) ha riportato uno dei risultati  più deludenti degli ultimi 20 anni. In Florida, dove i Dem hanno candidato quel Charlie Christ che ai tempi di Bush aveva governato lo Stato come repubblicano (e che aveva cambiato casacca dopo essere stato stracciato da Marco Rubio nelle primarie per il Senato), il governatore repubblicano Rick Scott – pur non essendo particolarmente popolare – è riuscito a strappare la rielezione, anche grazie al poderoso sostegno del governatore del New Jersey Chris Christie il quale ora aggiungerà certamente questa vittoria al suo dossier di aspirante candidato alla Casa Bianca. In Wisconsin il conservatore anti-sindacati Scott Walker, altro aspirante candidato alla presidenza, che molti davano per politicamente morto (suicida) già nel suo primo anno di governo, è stato trionfalmente rieletto con quello stesso confortevole vantaggio di 7 punti  con il quale aveva a suo tempo superato la prova del recall. E in queste ore si mostra già ben deciso a voler cavalcare questo successo per farsi candidare alla Casa Bianca sulla base della comprovata “eleggibilità” di un conservatore duro e puro come lui anche in un territorio tradizionalmente non troppo inclinato verso destra. Persino a casa di Obama, nell’Illinois solitamente dominato dalla famigerata machine della Chicago Democratica, i repubblicani sono tornati al governo dopo più di dieci anni.

E ora? Ora, al di là delle ovvie considerazioni sull'effetto "referendum", su Obama “anatra zoppa” che non potrà più sottrarsi ai compromessi con i repubblicani che sino ad ora non aveva saputo o voluto costruire, gli occhi di tutti sono su Hillary Clinton.

Frettolosamente adottata dai media come prima “donna alla Casa Bianca” in pectore (nonostante nel 2008 non le avesse portato bene), Hillary ora si trova per le mani un partito allo sfascio, vincente solo in California, nello stato di New York e in poche altre sparute roccaforti. Ma questo è il meno: in fondo, ci sarebbe di buono che ora i Dem possono solo far meglio. Il guaio peggiore sta nel fatto che Hillary e Bill in questa campagna elettorale si erano molto spesi: sono andati a portare la loro benedizione (e gli aiuti della mitica Clinton Machine) in Floria, nel “loro” Arkansas, in Kentucky… quasi ovunque il loro apporto si è dimostrato insufficiente. Certo, da qui a due anni può ancora succedere più o meno qualsiasi cosa (in fondo anche le midterm del 2010 erano andate malissimo per Obama, che però due anni dopo fu ugualmente rieletto - a onor del vero, però, le circostanze rendono queste midterm molto più simili a quelle del 2006, a parti invertite). Ma ad oggi lo scenario arride ai repubblicani. Aspettatevi, nei prossimi giorni e nei prossimi mesi, svariati “coming out” da parte di quegli esponenti del G.O.P. che nel 2012 si tennero in disparte, e stavolta invece non vedono l’ora di cimentarsi. Intanto, il più esuberante nel “trollare” su Twitter la povera Hillary è senza dubbio il senatore del Kentucky Rand Paul, ansioso di accreditarsi come uomo di riferimento dell’ala tea partier del partito:


domenica 26 ottobre 2014

TUTTO QUELLO CHE AVRESTE SEMPRE VOLUTO SAPERE SUL BASEBALL


Saranno i Kansas City Royals o i San Francisco Giants a vincere questa sera la quinta partita delle World Series? 
Per chi ha ben chiaro il senso di questo quesito, ma forse ancora più per chi non l'ha affatto chiaro ed ha sempre visto il baseball come un rito noioso ed incomprensibile, segnalo la chiacchierata estortami da Ernesto Kieffer a Radio Popolare Verona nel nostro secondo appuntamento mensile a "La Tertulia - Racconti dall'Oltresport": abbiamo cercato di rispondere a tutti i grandi quesiti che tradizionalmente aleggiano su questo antico mistero.
Perchè l'America ama tanto questo sport e il resto del mondo assai meno?
Cos'è un grande slam?
Perchè la nazionale cubana vince molti più campionati del mondo di quella USA?
Cos'è un grande slam?
Ma soprattutto: chi gioca in prima?
Il podcast è qui.

mercoledì 22 ottobre 2014

PERCHE' AMIAMO QUEL BASTARDO DI FRANK UNDERWOOD?


Già, perché? 
Bella domanda. È un mostro, è il Male, eppure non riesco a fare a meno di seguire le sue gesta come se fosse un idolo. So di non essere il solo.
Il perchè me lo sono chiesto spesso. Non ho ancora una risposta certa; fatto sta che è venuto a chiederlo proprio a me – e a vari altri esperti, tutti molto più qualificati – Orlando Sacchielli de Il Giornale. Gli ho risposto così.

mercoledì 8 ottobre 2014

I NAZISTI DELL'ILLINOIS: UNA STORIA VERA


Elwood: "Ehi, che sta succedendo?"
Poliziotto: "Quei figli di puttana hanno vinto il processo e fanno una dimostrazione".
Elwood: "Quali figli di puttana?"
Poliziotto: "Quegli stronzi del Partito Nazista".
Elwood: "Hm! I nazisti dell'Illinois. Prrr"
Jake: "Io li odio i nazisti dell'Illinois."

Non si trattava di un parto estemporaneo della (geniale) fantasia di Dan Aykroyd e di John Landis. Nella Chicago degli anni Settanta, all’ombra di violenze politiche di ben altra portata, c'era davvero anche una piccola ma rumorosa associazione neonazi di nome National Socialist Party of America, che cercava consensi tra la popolazione bianca della città, in quei quartieri nei quali l'espansione del mega-ghetto nero del South Side generava maggiore attrito.

E la causa l'avevano vinta per davvero. Nel 1977 avevano indetto una manifestazione, una delle loro parate in “camicia marrone, pantaloni marrone scuro, stivali neri, più una fascia attorno al braccio sinistro raffigurante una svastica”. In costume nazista, insomma. Ma quella volta avevano scelto di tenerla proprio a Skokie, un sobborgo di Chicago che ospitava una delle più nutrite comunità di ebrei sopravvissuti all'Olocausto al di fuori di Israele. I residenti si erano energicamente opposti, ed il sindaco di Skokie aveva dapprima posto una serie di limitazioni sulle modalità della manifestazione, ed infine l'aveva del tutto vietata. 

"Negli Anni Sessanta" commentò il settimanale TIME "i tribunali federali invocarono i principi del Primo Emendamento per proteggere le marce per i diritti civili in alcune città del Sud che si trovavano in fiamme. Nonostante le gravi minacce di violenza, le dimostrazioni risultarono pacifiche, grazie all'intervento della polizia statale e locale che intervenne su ordine di quei tribunali. Ma a quanto pare i diritti costituzionali protetti a Selma, in Alabama, nel 1965 non possono essere garantiti nella Chicago del 1977".

E invece sì, che potevano. I nazisti dell’Illinois fecero ricorso in Tribunale, affidando la propria causa a Burton Joseph, ebreo, avvocato della Unione Americana per i Diritti Civili, che aveva difeso anche i pacifisti arrestati per i disordini alla Convention Nazionale Democratica di Chicago del 1968. Era in gioco il mitico Primo Emendamento, che in America garantisce la libertà di parola (il cosiddetto "free speech"). 

Il municipio di Skokie perse la causa, sia in primo grado che in appello; tentò infine un ricorso alla Corte Suprema, sul quale quest’ultima rifiutò di pronunciarsi per manifesta infondatezza, confermando così che la decisione adottata dai tribunali era corretta e che il diritto al “free speech” in America è talmente ampio da includere anche l'“hate speech”.
Soddisfatti di quella vittoria, i nazisti dell’Illinois a quel punto accondiscesero a tenere la loro manifestazione altrove, mentre i residenti ebrei di Skokie dettero sbocco alla propria mobilitazione creando in città un museo dell’Olocausto.
Quello storico precedente è stato evocato, più o meno implicitamente, anche dall'attuale presidente della Corte Suprema, John Roberts, quando lo scorso aprile ha motivato la sentenza con la quale la Corte ha abrogato, in quanto incompatibile con il Primo Emendamento, la parte della legge sui finanziamenti elettorali che limitava quelli più ingenti raccolti da super-comitati finanziati da miliardari: “se il Primo Emendamento tutela persino il diritto a tenere parate naziste, di certo tutela anche quello alla propaganda elettorale, anche se impopolare”.
Ci ripensavo nelle scorse ore, leggendo la notiziola del finto “nazista dell’Illinois” fermato dalla Digos a Bergamo mentre sfotteva le “Sentinelle in Piedi” che manifestavano in opposizione (alquanto pacificamente, provocando proteste in alcuni casi assai meno pacifiche) al disegno di legge contro l’omofobia. Cronache da un pianeta dove è vietato penalmente mascherarsi da nazisti (al punto tale da poter passare un guaio persino se lo si fa con intento satirico), è vietato penalmente tenere manifestazioni razziste, qualcuno vorrebbe vietare penalmente anche l’esprimere opinioni omofobe, e così via. Oltreoceano, dove sin da principio si è adottato il principio inverso (quello secondo il quale conviene lasciare che certe idee vengano espresse pubblicamente, anziché relegarle nelle catacombe), forse se la passano meglio.
Uscito su The Post Internazionale

giovedì 2 ottobre 2014

ANCORA IN SELLA



"Un'arte completamente e tipicamente americana, quanto le prime Olimpiadi erano greche": così veniva definito su TIME nel 1923.

Ma che cos'é veramente, il rodeo? Uno sport? Uno spettacolo circense? Una rievocazione storica? 

E soprattutto: come ha fatto a sopravvivere al tramonto della antica Frontiera del West, e come sta sopravvivendo ancora oggi, nonostante l'America rurale sia in via di estinzione?

E che dire del suo omologo musicale, il country: proprio ora sta paradossalmente vivendo un momento di massimo splendore. Com'è possibile?



Ne ho chiacchierato a ruota libera con Ernesto Kieffer a Radio Popolare Verona nel primo di una serie di appuntamenti mensili a "La Tertulia - Racconti dall'Oltresport": il podcast, per chi sconsideratamente se lo fosse perso, è qui. 
Buon ascolto, y'all 




mercoledì 26 marzo 2014

100 ANNI DI MUSICA "NEWYORKER" (SECONDO IL NYMAG)

Tre hurrà per l'ultima trovata del mitico settimanale New York (anzi: ora è quindicinale - ed evidentemente è proprio vero che lo è diventato concentrando le risorse sull'edizione web).
Una meraviglia: uno speciale ("100 anni, 100 canzoni, 100 serate") sulla musica a New York City nell'ultimo secolo.
C'è praticamente tutto.
C'è il pezzone  di un fuoriclasse come Jody Rosen, tutto da leggere:
"Naturalmente non esiste una "musica di New York": solo musiche, al plurale. Basta considerare la gamma di canzoni che potrebbero tutte essere ragionevolmente considerate l'"inno di New York" per antonomasia: Sidewalks of New York,” “Give My Regards to Broadway,” “Manhattan,” “Take the ‘A’ Train,” “On Broadway,” “Spanish Harlem,” “Positively 4th Street,” “Across 110th Street,” “Walk on the Wild Side,” “Shattered,” “il tema di New York, New York,” “No Sleep Till Brooklyn,” “Empire State of Mind.”Considerate inoltre il gran numero di generi e sottogeneri, culture e sottoculture musicali, che sono nati, o almeno fioriti nella loro forma più spettacolare, a New York: il ragtime di Tin Pan Alley, il jazz-blues di Harlem, gli "standard" delle canzoni di Broadway, il bebop, il doo-wop, il Brill Building pop, il folk da caffetteria, la salsa, la disco, il punk, la New Wave, la No Wave,l'hip-hop, il bachata-pop - solo per cominciare". 
C'è poi il gioco grafico delle copertine virtuali, una per ogni epoca: 

C'è anche la mappa di tutti i locali che hanno fatto la storia della musica newyorkese: il Cotton Club, il Fillmore East, lo Studio 54, il Roxy... 

E soprattutto c'è (sulla propaggine online Vulture) una corposa "Enciclopedia della musica pop newyorkese" in forma di slideshow, firmata da Rosen e da altri cinque collaboratori del NYMag. Una carrellata di un secolo con immagini bellissime e citazioni da antologia.

E infine, la chicca: la playlist. I "100 brani" selezionati da Rosen su Spotify per illustrare in audio il percorso di questa "enciclopedia", ascoltando quello che sul sito si può leggere e guardare. 
Questa, quando le riviste erano (solo) di carta, ve la sareste sognata.

In realtà la playlist, come è naturale in questa dimensione, è in perpetua evoluzione (i 100 brani sono già diventati 137); e "Non pretende di essere niente di definitivo o di particolarmente rappresentativo", precisa Rosen. 
Ed è vero: seguendo la traccia di quella "enciclopedia" (che passa in rassegna autori e generi più che singoli brani) ognuno potrebbe farsi la sua. Ecco la mia, di "playlist newyorkese lunga un secolo". 

In ogni caso l'effetto - ad ascoltarle tutte d'un fiato - è impressionante. Provare per credere.
 (E chi non è su Spotify con noi, peste lo colga).

mercoledì 5 marzo 2014

TEXAS VOTERS CLUB


Due cose sono accadute ieri in Texas.
Innanzitutto, la superstar del country Brad Paisley ha suonato al Rodeo di Houston, la più importante sagra western del mondo.In secondo luogo, sia il partito Repubblicano che quello Democratico hanno tenuto le primarie per selezionare i propri candidati alle elezioni di mezzo termine del prossimo novembre, sia a livello federale (Senato) che locale (parlamento texano, Governatore, vicegovernatore, altre cariche statali).
Può darsi che per molti texani il primo evento sia stato più interessante del secondo, ma a Washington l’attenzione per le primarie era molto elevata, perché il peso del Lone Star State sta crescendo prepotentemente da anni sia sul piano economico (è lì che si stanno creando la maggior parte dei nuovi posti di lavoro) che su quello politico (la gente si trasferisce dove c’è lavoro; la popolazione aumenta, e così anche il peso elettorale dello Stato, soprattutto nell’elezione presidenziale).

Normalmente l’attenzione sarebbe andata quasi solo alle primarie repubblicane, che in Texas da almeno un ventennio sono un po’ come quelle democratiche in California o in Illinois: contano più dell’elezione generale.

Ma quest’anno doveva essere un po’ diverso. Se qualche anno fa capitava addirittura di leggere che il sistema politico Texano è tripartitico nel senso che il Tea Party sarebbe lì un terzo partito oltre al GOP e ai Dem, e questi ultimi faticavano anche solo mantenere il secondo posto, più recentemente si è molto parlato di un tramonto del Tea Party anche nel Lone Star State, e addirittura di una possibilità per i Dem – principalmente grazie alle nuove tendenze demografiche ed in particolare alla preponderanza della componente latinoamericana nella popolazione di quello che sta ormai divenendo un “majority-minority State”, uno Stato in cui una minoranza etnica si trova ad essere la maggioranza relativa - di trasformare il Texas in uno stato “viola”, in bilico cioè tra il rosso repubblicano e il blu democratico.
Ebbene: il voto di ieri ha drasticamente ridimensionato quei pronostici.
Innanzitutto non c’è stata la debacle del Tea Party, che in Texas ha un nome e un cognome: quelli di Ted Cruz, l’ultraconservatore di origini cubane che nel 2012 fu eletto al Senato di Washington dopo aver sconfitto alle primarie il favorito dell’establishment del partito (quel David Dewhurtz che ieri è stato costretto al ballottaggio per ricandidarsi a vicegovernatore - carica alla quale in Texas, forse l’unico Stato in cui conta qualcosa, si viene eletti autonomamente, non in ticket con il governatore). Dei candidati appoggiati da Cruz (che da molti è tenuto d’occhio come potenziale candidato dell’ala conservatrice del GOP alle primarie presidenziali del 2016, così come del resto il governatore uscente Rick Perry la cui scelta di cedere la mano dopo ben 14 anni di regno è vista come possibile sintomo di azzardare un secondo tentativo dopo la figuraccia del 2012) tutti quelli in lizza per una riconferma hanno vinto le primarie, mentre di quelli che sfidavano un parlamentare uscente (impresa più ardua) quattro hanno fatto centro, spodestando un senatore e tre deputati. Tra gli esponenti dell’ala più moderata ed establishmentarian del GOP l’hanno spuntata il senatore John Cornyn, il cui sfidante non aveva però dalla sua il movimento dei Tea Party, ed il deputato Pete Sessions; quasi tutti gli altri o hanno perso o vanno al ballottaggio, in alcuni casi in posizione sfavorita (come accade al vicegovernatore Dewhurtz contro Dan Patrick, un altro leader del Tea Party texano).
Anche nelle primarie per la candidatura a governatore c’è stata qualche delusione per chi sperava in novità clamorose. Che il frontrunner repubblicano Greg Abbott fosse destinato ad un buon risultato, già si sapeva. Abbott è il procuratore generale dello Stato, il che gli garantisce un’ottima visibilità. Inoltre, da ragazzo fu vittima di un incidente che lo rese paraplegico. La sua sedia a rotelle, esibita ed ostentata (spesso assieme ad un fucile), è il suo argomento principale: la sua storia è quella di un combattente, un sopravvissuto, un uomo forte che ha saputo far fronte alle avversità. E oltretutto ha una moglie latinoamericana. Una bella storia, un personaggio interessante.

Però nello schierargli contro Wendy Davis i Democratici parevano aver trovato un personaggio altrettanto interessante: graziosa, molto bionda, senatrice nel parlamento locale di Austin, fattasi notare ( e osannare) dai media nazionali, e persino da quelli esteri, mettendo in atto uno strenuo ostruzionismo per ostacolare l’approvazione di una legge antiabortista.
Niente da fare: ieri, dati definitivi alla mano, le persone che si sono recate alle urne per appoggiare la candidatura di Abbott sono state quasi il triplo di quelle che si sono presentate a votare per la Davis; inoltre, quest’ultima ha visto andare oltre il 20% dei voti allo sfidante democratico Ray Madrigal (che l’ha addirittura battuta in sei contee del Sud dello Stato), mentre i tre antagonisti di Abbott messi assieme non hanno raggiunto il 10%.
Performance molto modesta quindi, sia per la Davis che per il partito nel suo complesso: soprattutto se si considera che sulla campagna “Turn Texas Blue” il Team Obama sta ostentando un massiccio investimento, principalmente tramite la apposita organizzazione “Battleground Texas”.
A novembre per non sfigurare alla Davis basterebbe anche solo una sconfitta risicata; per ora, però, non sembra destinata nemmeno a quella: Abbott nei sondaggi recenti la stacca di una buona decina di punti percentuali.
Infine, ieri si è registrato l’esordio di un nuovo Bush: George P., figlio dell’ex governatore della Florida Jeb (e quindi nipote di due ex presidenti), che ha spuntato facilmente la candidatura a Land Commissioner dopo un anno di campagna elettorale. Forse sentiremo ancora parlare di lui, non solo in Texas



Uscito su U.S. Insider- anche tradotto in inglese

lunedì 17 febbraio 2014

FOOTLOOSE, OVVERO COME SOGNAVA L'AMERICA NEL 1984

Nel 1980, in un insignificante paesucolo di seicento anime nel Sud dell’Oklahoma di nome Elmore City, uno studente del liceo si mise alla testa di una piccola ma pittoresca campagna per ottenere che il locale consiglio scolastico, nonché le locali autorità ecclesiastiche, acconsentissero finalmente a che nel locale liceo si tenesse il prom, il ballo di fine anno, come in tutti i licei d’America, nonostante una locale legge ultrabigotta risalente al 1898 vietasse il ballo in luoghi pubblici. Il fatto che il consiglio scolastico fosse presieduto dal papà della sua fidanzatina rendeva il tutto particolarmente romanzesco. Alla fine il ragazzo riuscì nell’intento e gli adolescenti di Elmore City ebbero finalmente il loro sospirato ballo, nel quale poterono scatenarsi come negli anni precedenti non avevano mai potuto fare, ma avevano potuto sognare guardando al cinema “Grease” e “La Febbre del Sabato Sera”.

Se vi sembra di aver già sentito questa storiella da qualche parte, non sbagliate: essa attirò l’attenzione dei media nazionali, e di conseguenza anche quella di un giovane cantautore e sceneggiatore di nome Dean Pitchford il quale ne ricavò il soggetto per quello che era destinato a divenire uno dei film più emblematici di quei ruggenti anni Ottanta.


Nella sceneggiatura il paesino venne ribatezzato “Bomont”, pur lasciandolo in Oklahoma (le riprese sarebbero però girate nello Utah); il protagonista divenne un ragazzo di città, anzi metropolitano, appena trasferitosi da Chicago con pochissima voglia di piegarsi alle regole della piccola provincia; il suo antagonista e padre della sua ragazza è addirittura il pastore della chiesa del paese; ed il divieto di ballare da antico divenne di recente adozione, dopo che alcuni adolescenti erano morti in un incidente d’auto al rientro da una festa un po’ troppo allegra.

Balletti a parte, la scena clou è quella in cui il protagonista sfida le autorità sul loro stesso terreno, dibattendo pubblicamente in consiglio comunale il fatto che la Bibbia non condanni, ma celebri come buona cosa la danza: il Salmo 149 ("Lodate il suo nome con la danza"), ma anche la storia di Davide che ballò dinnanzi a Dio, e l' Ecclesiaste, e così via.

Un sano pubblico confronto che risolve tutto nel modo più democratico ma anche più meritocratico: un classico dell’american dream.

E così persino in quel filmetto leggero e frivolo resta intrappolato, come un insetto nell’ambra, uno scorcio di quella America ottimista e piena di fiducia in se stessa, la stessa che si accingeva a rieleggere trionfalmente il presidente che proclamava con convinzione che (dopo il buio degli anni Settanta) era finalmente “di nuovo mattino”.

Ecco: se avete nostalgia di quegli anni, questo è il vostro momento. Footloose fa parte, per dirla con il sito Mental Floss, delle “trenta cose che compiono trent’anni nel 2014” (assieme, fra l’altro, al computer Macintosh, all’album “Born in the USA” di Bruce Springsteen, al videogioco Tetris, al telefilm “I Robinson”). Ufficialmente succede proprio oggi, giacchè debuttò nelle sale cinematografiche americane il 17 febbraio del 1984. Ebbe un notevole successo anche se dovette vedersela con molti altre pellicole che nello stesso anno si contesero i favori del pubblico più giovane (da “Karate Kid” a “Indiana Jones e il Tempio Maledetto”, da “Ghostbusters” a “Un Piedipiatti a Beverly Hills” a “Gremlins”. Il 1984 è un anno di eruzione vulcanica hollywoodiana).


Concepito con forte componente di musica e danza, sulla scorta del grande successo di “Flashdance” uscito l’anno prima, lasciò il segno anche la sua colonna sonora, per la quale lo stesso Dean Pitchford (che aveva già collaborato a quella di "Saranno Famosi") scrisse anche tutti i testi delle canzoni. Il disco raggiunse il primo posto della classifica di Billboard ponendo fine alle dieci settimane di primato di “Thriller” di Michael Jackson. L’autore ed interprete della canzone che porta lo stesso titolo del film, Kenny Loggins, sulla scorta di quel successone avrebbe poi firmato altri grandi hit per i maggiori blockbuster degli anni Ottanta (uno per tutti: “Top Gun”).



Colonna sonora a parte, Footloose fece la fortuna di molti attori. A cominciare dal protagonista, il quasi-esordiente Kevin Bacon. L’anno scorso,intervistato in TV da Conan O’ Bryen, lui stesso ha rivelato che il direttore dello studio di produzione si era opposto al suo ingaggio perché lo giudicava “non scopabile” (“ed io ci rimasi male, perché avevo 24 anni e mi consideravo scopabile eccome!”). Lo studio voleva un bellone: avevano preso di mira Tom Cruise, in considerazione del celebre balletto in “tre pezzi” (camicia slip e calzini) con il quale si era fatto notare l’anno prima in “Risky Business”, oppure in subordine Rob Lowe. Ma alla fine il regista ed il produttore del film promossero Bacon, il quale da lì in poi divenne una star e lo rimase ben oltre gli anni Ottanta. Nel 1990 fu tra i protagonisti di “Tremors”, l’anno dopo ebbe una parte in “JFK” di Oliver Stone, e quello successivo in “Codice d’Onore” di Rob Reiner; ma lo ricordiamo anche in “Mystic River” di Clint Eastwood (2003), e più recentemente nei panni del personaggio dei fumetti Sebastian Shaw in un film della fortunata serie “X-Men”. Alla fine, come mezza Hollywood, anche lui è approdato alla tv: attualmente è il detective Ryan Hardy nella serie “The Following”.

Una chicca: anche tra i comprimari vi è un nome che probabilmente pochi associano a Footloose, quello di Sarah Jessica Parker che quindici anni più tardi sarebbe divenuta arcinota nel ruolo di Carrie Bradshow, la protagonista della serie TV “Sex and the City”.

Uscito su America24

venerdì 7 febbraio 2014

L'INVASIONE (YEAH, YEAH, YEAH)

"In fondo l’America ha sempre avuto tutto. Perché noi dovremmo andare là e riuscire a fare soldi? Loro hanno già i loro gruppi. Cosa potremo dare loro che già non hanno?"
Si narra che McCartney confidasse queste ansie al mitico produttore Phil Spector, sul volo PanAm che, esattamente mezzo secolo fa, lo portava per la prima volta nel Nuovo Mondo assieme a John, George e Ringo.
Ricorre oggi il cinquantennale di quel primo sbarco dei Beatles in America, che cambiò per sempre la storia della musica. Prima che quei quattro ragazzi inglesi poco più che ventenni facessero quel tour negli Stati Uniti, il rock era un fenomeno squisitamente americano; dopo di allora, una volta che gli USA furono contaminati da quella che in Inghilterra già veniva definita beatlemania, prese il via la cosiddetta “British Invasion”, che aprì la strada ai Rolling Stones e a tutto quello che venne di conseguenza.
I Beatles atterrarono il 7 febbraio 1964 all’aeroporto che era appena stato ribattezzato John Fitzgerald Kennedy (dall’assassinio di JFK erano trascorsi appena 77 giorni), preso d’assedio da una folla impazzita per la prima volta nella sua storia.
“Moltiplicate Elvis Presley per quattro, sottraete sei anni dalla sua età, aggiungete un accento inglese ed un acuto senso dell’umorismo. La soluzione è: i Beatles (yeah, yeah, yeah)”. Così esordiva l’indomani la cronaca del New York Times, dove si spiegava che i quattro avevano buone probabilità di “divenire il prodotto di esportazione inglese di maggior successo dopo il cappello a bombetta”.
Il 9 febbraio si esibirono all’ “Ed Sullivan Show”, lo spettacolo televisivo della CBS che ogni sabato sera lanciava i nuovi idoli musicali della primissima generazione di teenager “televisivi”.
L’ingaggio per lo show, attorno al quale ruotava tutta quella breve tourné americana, era nato un po’ per caso: ad ottobre Sullivan si era trovato assieme alla moglie bloccato all’aeroporto di Heathrow a causa della folla impazzita che accoglieva i Beatles di rientro da un viaggio in Svezia. Impressionato, si era deciso a contattare il loro manager Brian Epstein (all’epoca 29enne) per “importarli” nelle ex colonie.
Lo show di Ed Sullivan andava in onda da un teatro di Broadway, che allora si chiamava Studio 50 e nel ’68 sarebbe stato ribattezzato “Ed Sullivan Theater”, nome che porta tutt’ora mentre funge da set per il non meno célèbre “Late Show with David Letterman” (in questi giorni, in onore del 50ennale, Letterman sta ospitando performance musicali a tema, per tutta la settimana).
Il debutto dei Beatles sulla TV americana totalizzò l’ascolto record di 73 millioni di spettatori, circa il 45% della popolazione, e fu seguito due giorni dopo – l’11 febbraio – da un concerto al “Coliseum” (il palazzetto dello sport) di Washington DC. attorniati a 360° da circa ottomila fans in preda al delirio, i Beatles si esibirono su di un palco posto a centrocampo, ruotando strumenti e amplificatori tra un brano e l’altro per rivolgersi poco a poco in tutte le direzioni.
L’indomani i quattro tornarono (in treno) a New York dove si esibirono alla Carnegie Hall; dopodiché volarono a Miami dove, il 16 febbraio, apparvero per il secondo sabato successivo all’Ed Sullivan Show, stavolta in via del tutto eccezionale in diretta dalla sala da ballo dell’Hotel Deauville di Miami Beach (il sabato successivo sarebbe andata in onda in differita una terza esibizione da loro appositamente preregistrata a New York).
Avendo debuttato da appena un mese nella autorevole classifica di Billboard (dopo che la californiana Capitol Records aveva cominciato a pubblicare i loro dischi, che precedentemente erano in commercio solo in Europa: negli USA era circolata alla radio qualche rara copia di importazione), in meno di due mesi da quel tour trionfale i Beatles si ritrovarono a detenerne improvvisamente tutte le cinque posizioni in vetta (rispettivamente con “Can’t Buy Me Love, con la cover di “Twist and Shout”, con “She Loves You”, con “I Want to Hold your Hand” e con “Please Please Me”).
Chissà, forse fu durante quel primo “sbarco” che John Lennon si innamorò di New York: la città dove si sarebbe ritirato a vivere con Yoko Ono dieci anni più tardi, dopo lo scioglimento del gruppo. E nella quale sarebbe stato assassinato, nel 1980. Ma questa è un’altra storia. Forse.
(uscito su The Post Internazionale)

sabato 1 febbraio 2014

SUPER BOWL NATION - PERCHÈ IL FOOTBALL È L'UNICO VERO SPORT NAZIONALE AMERICANO


 Il “Super Bowl” (la finalissima del campionato di football americano) non è solo un evento sportivo: è un rito collettivo, una vera festa nazionale. Con oltre 110 milioni di telespettatori, è lo spettacolo televisivo più visto d’America, ed uno degli eventi sportivi più visti al mondo (batte sia i Mondiali di calcio che il Gran Premio di Formula Uno di Montecarlo, e contende il primato alla finale di Champions League UEFA).Le grandi aziende sborsano quattro milioni di dollari (cioè quasi 3 milioni di euro) per comprare 30 secondi di spazio durante la partita, in cui mandare in onda spot televisivi fatti produrre appositamente per l’evento.

Perché proprio la finale del football - e non quella, ad esempio, del basket?

Che cos’ha di speciale questo sport, che in Europa è quasi inesistente?

Cosa lo ha portato a divenire in un certo senso una parte della “religione civile” americana?



VIOLENZA…
Il primo luogo comune da sfatare è quello che vede il football americano come uno sport basato quasi solo sulla forza bruta e sulla violenza, uno scontro fra due mandrie di bisonti in cui ha la meglio chi mena più duro.  Senza dubbio però la violenza è, da sempre, una caratteristica saliente di questo sport. Non a caso i giocatori scendono in campo bardati con le ben note protezioni, e anche se stanno in undici come a calcio, la panchina ne ospita altri 42 e le sostituzioni sono illimitate. All’inizio del Novecento, non era raro che qualcuno ci lasciasse le penne. Nel 1905, dopo la morte di ben 18 giocatori, il Presidente Teddy Roosevelt (che era un tifoso ma non poteva giocare, perché portava gli occhiali), impose l’adozione di regole che attenuassero la violenza in campo. La principale fu il “forward pass”, cioè la possibilità di passare la palla anche in avanti anche se a certe condizioni (contrariamente a quanto accade nel rugby, dove si può passarla sempre e solo all’indietro): questo rese meno determinante l’ “abbattimento ad ogni costo” di chi sta portando la palla verso la meta. L’evoluzione delle regole per contenere la violenza del gioco non è mai cessata: negli ultimi anni, ad esempio, sono state inasprite le regole che vietano gli scontri casco contro casco e altri usi fallosi di quello che è una protezione per la propria testa ma se utilizzato come corpo contundente si trasforma in arma impropria.
Il problema però non è risolto, e da qualche anno si discute molto dell’alto tasso di gravi neuropatie tra i giocatori professionisti. “Non darei a mio figlio il permesso di diventare un giocatore professionista”, ha recentemente dichiarato il presidente Barack Obama intervistato dal direttore del New Yorker.
Il prossimo film di Ridely Scott (forse non a caso proprio il regista de “Il Gladiatore…”) sarà dedicato proprio a questo “lato oscuro” dello sport più amato d’America.
Se non altro va notato che la violenza è rigorosamente confinata nel campo di gioco, mentre sugli spalti dello stadio non ci si sogna nemmeno lontanamente di menare le mani come è tristemente consueto fare negli stadi del calcio europeo.


…MA ANCHE INTELLIGENZA
Quello che non tutti sanno è che il football americano è anche uno sport dove conta moltissimo il cervello. Il campionato della National Football League è brevissimo: comincia a settembre e si conclude a dicembre, poi a gennaio si giocano i playoff e nell’ultima domenica di gennaio o nella prima di febbraio tutto si conclude con il “Super Bowl”. Quindi, contrariamente a quanto accade in Europa nel calcio (e negli USA nel baseball e nel basket) i giocatori sperimentano poco il “contatto diretto” con gli avversari, che conoscono più per aver visionato dei filmati che per averci effettivamente giocato contro.
Non potendo contare sull’esperienza diretta, devono giocoforza basarsi molto su di un approccio “concettuale”: memorizzando (ma anche comprendendo a fondo) un “repertorio” di schemi di gioco astratti (codificati nel cosiddetto “playbook”), ed imparando a metterli in atto, e a cogliere quali stanno attuando gli avversari per regolarsi di conseguenza, nel furore della mischia. Questo richiede una “preparazione mentale” più simile a quella di uno scacchista che a quella, per intenderci, di un giocatore di boxe. Il fulcro di questo aspetto è il quarterback, vero e proprio “cervello della squadra”: è il giocatore che più di ogni altro deve di volta in volta decidere quale schema giocare.



LO SPORT “DI TUTTI” GLI AMERICANI
Dati alla mano, il football è in assoluto lo sport più seguito dagli americani: batte sia il baseball che il basket. Probabilmente questo ha a che vedere anche con il fatto che, più di ogni altro sport, questo è parimenti amato e praticato dai “bianchi” tanto quanto dagli afroamericani. Attualmente i giocatori “non bianchi” sono la maggioranza assoluta di quelli che giocano nella NFL. Inoltre, mentre fino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso il prestigioso ruolo di quarterback veniva tendenzialmente riservato ai bianchi, mentre i giocatori di colore sin dall’università venivano solitamente “incanalati” verso ruoli più muscolari e meno intellettivi, nell’ultimo decennio questa barriera è caduta: attualmente nove delle 32 squadre della NFL hanno un quarterback di colore, e si pronostica che nei prossimi due-tre anni saranno più o meno una quindicina. E’ afroamericano anche Russell Wilson, il quarterback di una delle due squadre che domenica disputeranno il Super Bowl di quest’anno, i Seattle Seahawks.
“Ogni maledetta domenica”, come recita il titolo del celebre film di Oliver Stone, si disputa la partita della NFL; ma altrettanto sentita è quella che si disputa ogni sabato, cioè quella del campionato universitario (NCAA, National Collegiate Athletic Association). Esso è anche una sorta di “Serie B” del football americano, ma non solo. E’ molto di più.

Ogni anno ottantamila appassionati si avventurano in un costoso pellegrinaggio verso lo stadio: il Super Bowl si disputa sempre in campo neutro (quest’anno nello stadio delle due squadre newyorkesi, che peraltro si trova in New Jersey, mentre le due squadre vengono dall’altra parte del Paese: da Denver e da Seattle). Alcuni sborsano più di tremila dollari (circa 2.500 euro – il triplo del prezzo del biglietto più caro per la finalissima del basket o del baseball) più il costo del viaggio e quello dell’hotel. Il problema più complicato è accaparrarsi un buon posto nel parcheggio: tradizionalmente lo si risolve arrivando al mattino, ed accampandosi tra le auto per ore improvvisando festini a base di birra e barbecue (è nato persino un apposito verbo: “tailgating”, fare la coda al cancello gozzovigliando).


Quanto all’allenatore, nel 2003 la NFL si è data una regola che impone alle squadre che ne vogliono ingaggiare uno di intervistare anche candidati afroamericani: la cosiddetta “Regola Rooney”, dal nome del proprietario dei Pittsburgh Steelers Dan Rooney che ne è stato il principale sponsor. Per questa ragione “politica” Obama (che invece nel basket e nel baseball tifa per squadre della “sua” Chicago, rispettivamente i Bulls e i White Sox), nel football tifa per gli Steelers. Ed è contraccambiato: Rooney è dal 2008 un suo generoso fundraiser (ed è stato da lui ricompensato con la nomina ad ambasciatore USA in Irlanda dal 2009 al 2012).



’IMPORTANZA DEL FOOTBALL UNIVERSITARIO
Trentadue squadre per un Paese di estensione quasi continentale sono veramente poche. Per di più, tutte le squadre che giocano nella NFL (tranne una: i Green Bay Packers) hanno sede in una grande città, mentre la maggioranza assoluta degli americani abita nella più vivibile “provincia”.
La squadra “locale”, quella “di casa”, quella che la gente sente come “più vicina”, è quindi molto spesso quella del campionato universitario. Lì le squadre sono più di un migliaio, ben distribuite sul territorio. Inoltre, posto che negli USA è normale spostare ripetutamente la propria vita da una parte all’altra del Paese, spesso la laurea gli ex-studenti continuano a tifare per la squadra della propria alma mater anche se non rimangono a vivere nel luogo dove hanno studiato.


IL SUPER BOWL COME “FESTA NAZIONALE”
Ma il pubblico dello stadio non è che un frammento del popolo del Super Bowl. Il “Super Bowl Sunday”, o più semplicemente “Super Sunday”, è ormai considerato una festa nazionale, quasi al pari del Quattro Luglio: tra l’altro, pare che sia seconda solo all’Independence Day quanto a mole di cibo consumata (batterebbe quindi il Natale!).
Che si sia tifosi o meno, la partita la si guarda comunque, in televisione. Fino agli anni Settanta la visione del football in TV era noiosissima, perché la partita procede a singhiozzo con pause frequenti e spesso non brevi; poi, proprio per questo, vennero elaborate delle tecniche di regia hollywoodiane, che oggi sono state in parte mutuate anche per altri sport, grazie alle quali hanno il tutto è divenuto talmente spettacolare da risultare divertente anche per chi non sia un fanatico dello sport in sé. Per le riprese del Super Bowl le telecamere in campo sono più di sessanta.
E’ uno show, insomma, che “tutti” guardano a casa di amici: la partita – che si gioca a partire dalle sei e mezza del pomeriggio, e dura circa tre ore – è anche un pretesto per organizzare un bel festino. C'è poi uno show nello show: quello dell'halftime, l'intervallo di metà partita (tra il secondo e il terzo tempo: formalmente sono quattro tempi da 15 minuti ciascuno, anche se intervallati da molte soste). Negli anni Ottanta, quando gli ascolti televisivi hanno cominciato a diventare vertiginosi, gli organizzatori hanno abbandonato gli intrattenimenti musicali più tradizionali (bande e fanfare) ed hanno cominciato ad organizzare spettacoli pop con artisti di grido. Da allora si sono avvicendati Sting e Bruce Springsteen, Michael Jackson e Paul McCartney, Prince i Rolling Stones.
Lo show più visto è stato quello di Madonna nel 2012. Quello che ha suscitato più scalpore, però, rimane quello di Janet Jackson che nel 2004, proprio nell’ultimo istante della sua esibizione con Justin Timberlake, si trovò per un istante (per un “malfunzionamento del costume”, si giustificò poi – ma nessuno la ha mai creduto) ad esibire un seno scoperto con tanto di capezzolo corazzato. Uno degli inventori di YouTube sostiene di aver avuto l’ideona proprio allora, ispirato dalla frustrazione per la difficoltà di trovare il video online. Di necessità virtù, insomma. Quest'anno il quarto d'ora di super-ribalta sarà del giovane Bruno Mars, ma con il rinforzo non trascurabile dei Red Hot Chili Peppers

Uscito su America24 

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