C’è un proverbio cinese che recita: “è difficile diventare amici in un anno, ma è molto facile offendere un amico in un’ora”.
Potremmo usarlo per riassumere l’improvvisa escalation nei rapporti USA-Cina di questi giorni.
Prima il sostegno a Google nella disputa con il governo cinese sulla questione degli “hacker di regime”; poi le scintille sulla vendita di armi a Taiwan, che l’amministrazione Bush aveva effettuato nel 2008, quando il mandato presidenziale volgeva al termine, mentre quella attuale ha voluto esibire così precocemente; infine la reazione “a schiena dritta” alla diffida di Pechino sull’incontro con il Dalai Lama (incontro che la Casa Bianca ha in queste ore ufficialmente confermato di voler tenere fra un paio di settimane, anche se non è ancora precisata una data precisa).
L’ appeasement ostentato per tutto il primo anno della presidenza Obama sembra in questi giorni in procinto di essere soppiantato quantomeno da una parvenza di containment. Dopo un anno passato a servire docilmente in tavola succulente carote, che i cinesi si sono pappati ostentando prepotente ingratitudine (basti pensare alle manovre con le quali lo scorso dicembre la delegazione cinese – alla quale peraltro il premier Wen Jiabao non si è degnato di prender parte – è riuscita a far fallire miserevolmente il vertice di Copenhagen sul clima; o alla resistenza, guarda caso rinnovata in queste ore , che i cinesi stanno opponendo rispetto all’ipotesi di nuove sanzioni contro il nucleare iraniano), la Casa Bianca pare finalmente intenzionata ad agitare qualche bastone.
In parte, come suggerisce un blogger di Huffington Post, si tratta di gesti dimostrativi, per convincere gli elettori americani (con i quali urge un recupero, dopo la batosta delle elezioni suppletive in Massachusetts e in vista di quelle di mid-term che si terranno a fine anno) e gli alleati che “la Cina sarà anche proprietaria del nostro debito pubblico, ma non della nostra politica estera”.
Ma c’è anche della sostanza sul piano delle relazioni internazionali. Non solo perché, come osserva Peter Foster, corrispondente da Pechino del Telegraph, più la Cina diventa una superpotenza globale e meno l’Occidente (ove i governi debbono pur sempre rispondere di fronte all’opinione pubblica…) è disposto a giustificare e tollerare certe cose; ma anche perché le recenti pessime notizie sul debito pubblico USA rendono urgente ridefinire i rapporti di forza prima che l’indebitamento renda i cinesi troppo potenti. Non a caso, dopo aver deliberatamente gonfiato la polemica sul Dalai Lama, la Casa Bianca ha fatto trapelare la propria intenzione di tornare all’attacco sulla questione dello yuan, la valuta cinese che secondo Washington viene artificialmente sottovalutata per “dopare” le esportazioni cinesi a discapito delle importazioni dall’estero. In questo quadro, è interessante ricordare che pochi giorni fa, nel suo primo “Discorso sullo Stato dell’Unione” davanti al Congresso, Obama ha promesso che raddoppierà le esportazioni americane entro i prossimi cinque anni.
E così accade che l’Economist, che appena due mesi fa rimproverava al 44esimo presidente di apparire troppo “tranquillo” nel fronteggiare i suoi antagonisti sulla scacchiera mondiale, oggi si prodighi in raccomandazioni di cautela e sangue freddo, temendo che gli USA si lascino prendere la mano nell’optare per il containment.
Nelle elezioni presidenziali del 1972, al termine del proprio primo mandato, Nixon, con oltre il 60% dei voti, stracciò il candidato democratico George McGovern. Il risultato fu una vittoria repubblicana in tutti gli Stati, tranne uno. Persino il Minnesota quella volta votò in maggioranza per il candidato repubblicano, fatto mai più ripetutosi nella storia. L'unico stato su cinquanta a fare eccezione fu il Massachusetts. Dati alla mano, può ben essere definito lo stato “più di sinistra” di tutti gli USA. Lì da decenni i democratici vincono sistematicamente tutte le elezioni: entrambi i seggi al Senato e tutti i dieci seggi alla Camera. Ieri si sono tenute elezioni suppletive per riassegnare il seggio senatoriale che fu di Ted Kennedy ininterrottamente per ben 47 anni, dal 1962 (quando alla Casa Bianca regnavano il fratelli John e Bobby) alla sua morte lo scorso 25 agosto (l’altro seggio al senato è occupato dal 1985 da John Kerry, che nel 2004 non riuscì a battere George W Bush nelle elezioni presidenziali, ma qui, nel “suo” Stato, vinse con un risultato superiore del 27,6% rispetto alla media nazionale). Che la vittoria potesse andare al candidato repubblicano Scott Brown, avvocato 50enne atletico, simpatico ma non certo celebre (se fosse biondo ricorderebbe il Brad Chase della serie TV “Boston Legal”), è una eventualità che sarebbe parso ridicolo anche solo ipotizzare fino a poche settimane fa (un po’ come se da noi si parlasse, che so, di un candidato di centrodestra eletto alla presidenza della Regione Toscana).
Ma clamorosamente, negli ultimi giorni questo evento inaudito è stato dato come possibile e poi probabile con crescente insistenza dai sondaggi dell’ultim’ora, tanto da costringere il presidente Obama ad un disperato comizio bostoniano dell’antivigilia a sostegno della candidata democratica Martha Coakley, candidatasi ad una elezione del genere “ti piace vincere facile” e ritrovatasi nell'incubo di un inatteso testa a testa. E alla fine, è successo veramente. Per il presidente Obama, che ci ha messo la faccia, è un referendum perso proprio nell'anniversario del suo insediamento.
Ma la ricaduta sulla Casa Bianca non è solo simbolica. Il regolamento parlamentare del Senato mette la maggioranza al riparo dall’ostruzionismo dell’opposizione solo se può contare sul voto di almeno 60 dei cento senatori. Fino a ieri i democratici ne avevano esattamente 60, e con questa batosta elettorale hanno perso la “supermaggioranza” finendo in balia dell’opposizione repubblicana. Il che accade proprio quando il Congresso stava per approvare la mitica riforma sanitaria voluta dalla Casa Bianca e faticosamente messa assieme, con una serie di compromessi al ribasso, durante tutto il primo anno di presidenza di Barack Obama. Il neosenatore Scott Brown, manco a dirlo, è stato eletto a furor di popolo con un programma elettorale che al primo posto mette proprio il voto contrario alla riforma.
A questo punto, per salvare la riforma da morte certa, i democratici potrebbero optare per un ultimo, tragico compromesso: rinunciare ad un nuovo voto al Senato, e far votare alla Camera il testo che il Senato aveva già approvato. Solo che il testo approvato dal Senato, contrariamente a quello approvato dalla Camera, non prevede la cosiddetta “public option”, cioè l’istituzione di una assicurazione sanitaria statale che si ponga in concorrenza con quelle private. Quindi alla fine la partita potrebbe chiudersi con l’approvazione di una riforma talmente poco incisiva da rappresentare una vittoria di Pirro per l’attuale amministrazione.
In questo piccolo ma intenso momento di gloria per l’opposizione repubblicana, che con questo colpaccio rischia di vedersi improvvisamente rivitalizzata (anche troppo in fretta, senza prima di aver ritrovato un progetto e una leadership), c’è stato anche un grande assente. “Dov’è Romney?” si chiedeva ieri una cronista politica del Los Angeles Times, definendo “introvabile” e protagonista di una “ingombrante assenza” l’ex governatore repubblicano del Massachusetts. "E' da ottobre che non si fa vedere assieme a Brown", faceva eco l'autorevole testata web "Politico".
Prima di ieri, le unichea trasgressionie al voto a sinistra nello Stato dei Kennedy e dell’Università di Harvard si erano verificate nelle elezioni del Governatore: l'utilmo a riusicrci è stato lui, dal 2002 al 2007 (gli è poi succeduto un democratico afroamericano la cui elezione ha rappresentato, per molti versi, una sorta di “prova generale” rispetto a quella presidenziale di Obama).
Ve lo ricordate, Mitt Romney? Alle primarie presidenziali repubblicane del 2008 si era presentato come il favorito: di gran lunga il candidato più ricco (di mestiere fa il finanziere), dopo essere stato per molti anni un repubblicano molto, molto moderato (altrimenti non avrebbe avuto alcuna speranza in Massachusetts), si propose per la Casa Bianca tentando di riaccreditarsi come paladino del conservatorismo. In pratica, offriva al partito l’opportunità di replicare lo schema di gioco seguito da Bush: un ricco uomo di establishment con formazione manageriale, capace però di dissimulare la propria estrazione elitaria e di mettersi in sintonia con il “popolo della destra”. Perse, soprattutto perché venne percepito come un cinico opportunista (l’Economist scrisse: “se solo credesse in qualcosa sarebbe una potenza; purtroppo, però, il suo colore politico sembra cambiare a seconda delle persone che si trova di fronte”), in un momento in cui i repubblicani avvertivano la necessità di recuperare credibilità anche sul piano morale (e infatti la candidatura andò a John McCain, eroe di guerra e carismatico fustigatore della malapolitica). Ma non si è dato per vinto, e si è mantenuto molto presente sia sulla ribalta mediatica che nelle manovre lobbysti che, accreditandosi come uno dei più probabili sfidanti quando Obama tenterà la rielezione nel 2012 (ha già pubblicato il libro, classica mossa dell’aspirante candidato; su Facebook, il gruppo “Mitt Romney For President 2012” conta già più di 22mila membri). Tuttavia, in questi giorni in cui proprio nel “suo” Massachusetts andava in scena questo evento tanto sensazionale, il presenzialista Mitt è stranamente il grande assente. Chissà se la sua latitanza ha a che fare con il fatto che, da Governatore dello Stato, varò una riforma sanitaria basata proprio su una forma di “public option”, che però ha ben presto dato pessima prova di sé. I casi sono due: o il diabolico Mitt ha in mente qualcosa, e la sua latitanza è frutto di un calcolo; oppure, semplicemente, Scott Brown non l’ha voluto troppo attorno, il che sarebbe la riprova definitiva della sua scarsa credibilità.
Qui la motivazione ufficiale: Bernanke (per i profani: si pronuncia /bərˈnænki/. Per i più profani: si pronuncia "bernanchi" ) come uomo-simbolo dell'operazione che, scegliendo a sangue freddo chi "salvare" con il denaro pubblico e chi invece abbandonare al fallimento, ha evitato che la crisi finanziaria degenerasse in un'Apocalisse. Insomma, sceglierlo come uomo dell'anno sarebbe un modo per ricordarci che quello che volge al termine è stato sì un anno di merda, ma poteva anche andare molto, molto peggio ("la storia è fatta non solo di ciò che è effettivamente accaduto, ma anche di ciò che non è accaduto").
Mah. Uno potrebbe obiettare che Bernanke è stato anche uno dei tanti addetti ai lavori a non aver previsto lo scoppio della bolla immobiliare. E che è stato uno dei controllori "distratti" rispetto all'operato di molte banche disastrosamente fallite dopo essere diventate too big to fail.
Questo recente ritratto di Paola Peduzzi sul Foglio racconta di come la questione sia in realtà un po' più complessa; e racconta di come la gestione della crisi da parte di Bernanke sia attualmente "sotto processo", il che fa pensare che il riconoscimento di TIME sia stato congegnato come un aiutino, una sorta di piccolo stimulus.
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UPDATE:SuperMario Seminerio fa presente che spesso essere nominato "Persona dell'anno" da TIME porta più che altro un po' sfiga. Paul Krugman mi sembra d'accordo.
Barack Obama cammina rilassato, solitario, pensoso, sulla superficie liscia di un immenso planisfero. Sotto l’immagine, un titolo volutamente non originale: “The Quiet American”. La cover story dell’Economist del 26 novembre scorso è un editoriale non firmato, quindi attribuibile al direttore John Micklethwait, grande esperto di politica d’oltreoceano (cinque anni fa firmò, a quattro mani con Adrian Wooldridge, l’imprescindibile saggio sulla destra americana “The Right Nation”). Questo presidente – si domanda il direttore – ce l’ha o no una strategia? Ce l’ha un vero piano su come rimettere in ordine il mondo, oppure sta solo navigando a vista? Ce lo si comincia a domandare con impazienza, perché “un pragmatismo calmo e conciliante è benvenuto dopo l’impetuosa certezza morale di George Bush, ma implica anche dei rischi”. Va bene ristabilire un po’ di umiltà e di cordialità nei confronti del resto del mondo, ma “il problema è che il presidente spesso sembra più gentile con gli antagonisti dell’America che con i suoi alleati”. Anzi, a proposito di alleati: quelli dell’Europa dell’Est “mentre i loro soldati muoiono in Afghanistan, trovano irritante essere chiamati soltanto “partner”, termine che Obama usa nei confronti di quasi chiunque”. In definitiva, l’Economist si domanda se questo “multilateralismo tranquillo” di Obama, questa visione “in cui ogni nazione fa la sua piccola parte per il bene di tutti”, sottenda un piano concreto, o se invece non si tratti solo di un colossale bluff. Il presidente “ha ragione sul fatto che il potere americano è circoscritto. Ma l’Unione Europea non è in grado di contribuire alla mansione di gendarme del mondo. E Cina, India e Russia non ne hanno intenzione”. Quindi l’America di Obama deve cavarsela da sola. E di fronte al nulla di fatto registrato su molti, troppi fronti nel primo anno di questa amministrazione, c’è di che cominciare a temere che non sia capace di farlo; e che il quarantaquattresimo inquilino della Casa Bianca “sia solo una versione presidenziale di Alden Pyle, l’idealista “Americano Tranquillo” di Graham Greene, che vuole cambiare il mondo ma sottovaluta quanto cattivo il mondo sia, e finisce per fargli del male”.
Fra gli addetti ai lavori, qualcuno avrà provato la sensazione di un déjà-vu. Nel febbraio del 2003, alla vigilia dell’attacco americano in Iraq, Newsweek pubblicò un pezzo di Christopher Dickey, cronista esperto di spionaggio ed antiterrorismo, nel quale la stessa identica citazione veniva impiegata per argomentare una analisi molto critica della politica estera di George W. Bush. Anche in quel caso, infatti, il presidente veniva paragonato all’Alden Pyle di Greene, l’americano solo apparentemente tranquillo, in realtà pericolosamente incosciente perché “determinato a fare del bene non a dei singoli individui, ma ad una nazione, ad un continente al mondo”, e che quindi “rappresenta tutto ciò che gli europei temono degli Stati Uniti”. Newsweek paragonava Bush al personaggio di Greene per dire che era in buona fede ma pericoloso, perché segnato, come il protagonista del romanzo, da una “letale tensione tra grandi ideali ed ignoranza del pericolo”.
Anche per Obama, come allora per Bush, vedersi paragonare ad Alden Pyle è un modo sofisticato ma non blando di sentirsi dare dell’apprendista stregone, del dilettante allo sbaraglio reso imprudente dall’eccessiva considerazione di sé e del proprio ruolo. A Bush toccò per via del suo interventismo missionario e del suo decisionismo texano; il suo successore, paradossalmente, ci sta arrivando seguendo il percorso diametralmente opposto – quello della trattativa ad oltranza, del multilateralismo relativista e cedevole, di una realpolitik tutta tattica e niente strategia. In questo senso, anche lui comincia ad essere accusato di essere un “Americano Tranquillo”. Quel libro, che Greene scrisse nel 1954 ambientandolo nella Saigon dell’epoca - in cui aveva vissuto come corrispondente di LIFE, del Sunday Times e del Figaro - è spesso considerato una sorta di profezia del fallimento americano in Vietnam. I protagonisti sono in realtà due, profondamente antagonisti (anche perché si contendono la stessa donna): da un lato Tom Fowler, voce narrante ed alter ego dell’autore, anziano ed indolente reporter inglese che ad assiste con cinico distacco alla decolonizzazione dell’Indocina; dall’altro il giovane idealista Pyle, zelante diplomatico americano, borghese bostoniano, fresco di laurea ad Harvard (come Bush e come Obama), ufficialmente in forza alla Missione Americana di Aiuto Economico. La tranquillità di quest’ultimo si rivelerà solo apparente, non quanto agli ideali che lo animano, bensì quanto ai mezzi che è deciso ad impiegare: lo si scoprirà essere un agente della CIA, inviato ad armare segretamente una fazione vietnamita ritenuta ben controllabile, nel tentativo di portare all’instaurazione di un regime filooccidentale prima che la disfatta francese lasci il campo libero ai comunisti (oggi lo scenario pare quasi banale, ma all’epoca gli americani avevano ufficialmente a che fare con la Corea, non con il Vietnam. E la CIA, che era stata creata da appena otto anni, aveva intrapreso, con successo, solo due operazioni clandestine: il colpo di stato che aveva installato al potere lo Scià in Iran, e quello che aveva portato il colonnello Armas al potere in Guatemala). Alla fine, l’inesperienza di Pyle e la sua tendenza a sopravvalutare le proprie capacità di gestire gli eventi si rivelano fatali: l’operazione sfugge di mano, e l’esplosivo al plastico da lui fornito massacra degli innocenti. Quando il libro uscì– in piena Guerra Fredda – l’antiamericanismo di cui è intriso lo rese poco gradito negli USA. Recuperò popolarità quando, tre anni dopo, tenendo conto del contesto “maccartista”, Hollywood ne sfornò una trasposizione cinematografica edulcorata, con la regia di Joe Mankiewiez (reduce dal successo di “Bulli e pupe”, con Marlon Brando e Frank Sinatra), nella quale il finale era totalmente stravolto e l’americano Pyle era scagionato da quasi tutte le colpe attribuitegli dalla trama originale. Nel 2002 è uscito un remake molto più fedele al romanzo, diretto dall’australiano Philip Noyce, con Brendan Fraser nel ruolo di Pyle ed un perfetto Michael Caine nei panni di Fowler. Anche stavolta raccontare di un attentato finanziato dagli USA non era granché in sintonia con il comune sentire del momento, sicché l’uscita del film venne ritardata per quasi un anno, e persino il liberal New Yorker, nel recensirlo, avvertì l’esigenza di mettere in guardia il lettore dall’errore di “fare paragoni affrettati tra un’America guidata dalla paura di instabilità in terre lontane e un’America che sta reagendo ad atrocità commesse sul suo suolo“. Il fatto è che “The Quiet American” è un testo la cui energia pulsante è costituita non da un generico antiamericanismo, ma dalla specifica versione tipicamente inglese, pura supponenza da nobile decaduto nei confronti dei parvenu yankee: una recensione di TIME negli anni Cinquanta diagnosticò un “complesso di inferiorità britannico, quel misto di rabbia ed autocompatimento con il quale il vecchio gallo osserva quello giovane aggirarsi nel pollaio”. Ciò portò Greene – che fu egli stesso uomo dei servizi segreti britannici, pur senza rinunciare al suo atteggiamento anti-militante (pare chiamasse l’MI6 «la migliore agenzia di viaggi del mondo») – ad utilizzare nel modo più caustico, addirittura contribuendo in qualche misura a definirlo, lo stereotipo dell’americano “naif”, convinto di aver capito tutto, di saper organizzare e cambiare tutto, e soprattutto di rappresentare il Bene (“Dio ci salvi dall’innocente e dal buono”).
In questo cliché gli intellettuali giocano un ruolo essenziale: Greene coniò ad hoc la figura di “York Harding”, fantomatico opinionista teorico del ruolo di “terza forza” democratizzatrice e modernizzatrice che l’America è chiamata a svolgere per salvare il Terzo Mondo sia dal vecchio colonialismo europeo che dalla dittatura comunista. Alden Pyle è quel che è soprattutto perché animato dalla lettura di queste teorie (in particolare da un libro di Harding dal titolo “The Rise of the West”, “Il ruolo dell’Occidente”, che porta fieramente sottobraccio mentre si aggira per le vie di Saigon con il cane al guinzaglio). Anche per questo riuscì facile il parallelo con Bush, che, seppure non particolarmente colto, appariva segnato in modo determinante dal rapporto con i “suoi” York Harding: Bob Kagan, Bill Kristol, David Frum e via neoconservando. Obama sotto questo profilo corrisponde molto meno al personaggio, è troppo pragmatico, troppo poco ideologizzato: certo, ha i suoi intellettuali di riferimento (da Fareed Zakaria a Thomas Frideman, e mettiamoci pure Joseph Nye), ma nessuno di questi sembra averlo stregato più di tanto. Si potrebbe semmai strologare sul ruolo del suo esercito di consulenti e consiglieri, ma a questo l’Economist non si spinge.
Eppure anche nel suo caso il parallelo con il giovane cinico ma benintenzionato di Greene, che aveva fatto “dell’amicizia una professione, come fosse legge o medicina”, potrebbe reggere. L’Economist – che non è sospettabile di ostilità preconcette nei confronti del quarantaquattresimo presidente, avendogli dato il suo endorsement alla vigilia delle elezioni con un editoriale che esortava l’America a “fare di Obama il prossimo leader del mondo libero” - tiene a precisare che il giudizio è prematuro, c’è ancora molto tempo per potersi ricredere con sincero sollievo. Ma è un fatto che ad oggi il bilancio è disastroso. La decisione sul surge in Afghanistan arriva con tragico ritardo e senza adeguate spiegazioni. La posizione della Casa Bianca alla conferenza di Copenhagen sul clima sembra disperata senza un appoggio netto del Congresso. Il vertice in Cina si è concluso senza uno straccio di risultato, nonostante le riverenze al regime di Pechino e il rifiuto di incontrare il Dalai Lama; Leslie Gelb, ex presidente del Council on Foreign Relations, ha scritto sul sito “The Daily Beast” che nella sua missione in Asia il presidente ha dato “una sgradevole sensazione di dilettantismo nel gestire la potenza americana”, e che dovrebbe assumersene la responsabilità “come John Kennedy fece con la Baia dei Porci”. L’appoggio della Russia sulle sanzioni all’Iran non si vede all’orizzonte nonostante sia stato immolato il piano di scudo stellare a difesa dell’Europa orientale. Il Pakistan sta incassando i finanziamenti di Washington senza dare granché in cambio. Venerdì scorso Peggy Noonan ha scritto sul Washington Post che il primo anno di un nuovo presidente è quello nel corso del quale si formano le impressioni indelebili su di lui, e vengono scattate le fotografie destinate a rappresentarne l’icona. Eletto oltre un anno fa con aspettative smisurate, al governo da dieci mesi, troppe volte Barack Obama è stato fotografato nell’atto di inchinarsi di fronte a monarchi e tiranni. Sarà forse in grado, nelle prossime settimane, di dimostrare di non aver nulla in comune con l’Americano Tranquillo di Greene; per ora, sta facendo dormire sonni sempre meno tranquilli agli americani, e non solo.
Nome che potrebbe sembrarvi poco calzante per un tacchino; ma in realtà, quando i Padri Fondatori si arrovellarono per scegliere un uccello come simbolo nazionale, Benjamin Franklyn si oppose all'opzione (che poi prevalse) dell'aquila, in quanto animale rapace associabile a comportamenti immorali, e sostenne l'alternativa del tacchino, proprio con la motivazione che si tratta di un uccello "goffo, ma dotato di coraggio" (se la sua tesi avesse prevalso, forse oggi il blasone presidenziale sarebbe più o meno come quello che vedete qui sopra).
Il fortunato graziato, stando alla tradizione, è stato mandato in vacanza premio a Disneyland (giuro che è vero).
E quindi la battutina del giorno è : "ci sono giorni che mi fanno ricordare perché decisi di candidarmi a questa carica; e ci sono momenti come questo, in cui do la grazia a un tacchino e lo mando a Disneyland".
Si dice che il primo viaggio di Barack Obama in Cina ha gettato le basi del cosiddetto “G2”, la nuova spartizione bipolare del mondo. I cinesi pare non siano d’accordo, ma tant’è.
Ad ogni modo, com’è andata la tanto attesa missione?
“I giudizi sono impietosi. ‘La Cina è stata irremovibile – osserva il New York Times – Obama ha scoperto una superpotenza in ascesa che è ben decisa a dire no agli Stati Uniti’. Ancora più duro il Washington Post: ‘Obama torna dalla Cina senza risultati sui dossier importanti, dal nucleare iraniano alla rivalutazione del renminbi. E’ poco per un presidente che fece campagna elettorale promettendo grandi cambiamenti nella diplomazia. L’unica cosa che è cambiata è il tono conciliante degli Stati Uniti. Obama ha concesso molto ai suoi interlocutori. […] Pechino, a differenza dei suoi predecessori, per non irritare i padroni di casa Obama non ha cercato di incontrare qualche dissidente perseguitato. Non ha fatto il gesto di andare a messa, che George Bush fece per sollevare il tema della libertà religiosa. La Casa Bianca stavolta non ha ottenuto neppure la diretta televisiva per il dialogo tra Obama e gli studenti di Shanghai. Ha dato fin troppo e in cambio di cosa? si chiedono in America”…
Oppure, se volete il parere di uno degli esperti italiani in materia meno smaniosi di assistere a una “linea dura” di Washington nei confronti di Pechino, chiedetelo a Francesco Sisci:
“Il problema dei diritti umani, la difesa di Taiwan, la stessa spinosa questione del Tibet dopo decenni di convivenza difficoltosa con il realismo politico sono tutte state spazzate sotto il tappeto […] I giornalisti americani fingono di scandalizzarsi, quelli cinesi sono compiaciuti. In realtà è tutto un teatrino. L’accordo tra le parti c’era da tempo ed era che le questioni dei diritti e dei valori, che hanno rallentato e reso difficile per anni il rapporto tra Usa e Cina, sarebbero state messe in disparte […] Oggi quindi l’apertura di Obama alla Cina lascia gli apostoli nostrani dei diritti umani con il cerino in mano, isolati sui principi e sulla politica sostanziale, mentre questo nuovo G2, o comunque lo si voglia chiamare, comincia a veleggiare”.
Le ragioni di questa resa alla realpolitik le conosciamo sin troppo bene. La Cina è il primo sottoscrittore al mondo di buoni del tesoro USA, o, altrimenti detto, il principale creditore dell’America, ed il principale finanziatore del suo debito pubblico. Per fare una media, è un po’ come se nel primo decennio del nuovo millennio ogni cittadino degli Stati Uniti avesse preso in prestito 4.000 dollari da un cittadino cinese. Più concretamente, lasciando da parte le astrazioni statistiche da “pollo di Trilussa”, la Cina ha finanziato i salvataggi di certe grandi banche americane (e gli aiuti governativi a certe grandi industrie). Volendo, quindi, Pechino potrebbe far crollare in poche ore i mercati americani; si tratterebbe però di un “omicidio-suicidio”, poiché gli americani – più per recessione che per ritorsione – chiuderebbero in buona misura alla Cina le porte del suo principale sbocco di esportazione, trascinandola nella catastrofe.
Qualche anno fa - lo ha recentemente ricordato l’Economist – il preside di Harvard Larry Summers, già ministro del tesoro ai tempi dell’amministrazione Clinton ed oggi principale consulente economico dell’amministrazione Obama, definì questa situazione come “equilibrio del terrore finanziario”, mutuando il celebre concetto di reciproca deterrenza in base al quale, in ragione del reciproco puntamento dei missili nucleari intercontinentali, si evitò a lungo che la Guerra Fredda degenerasse in “calda” (ma anche che si sbloccasse in un senso o nell’altro).
In realtà, l’impressione è che ci si avvii verso qualcosa di peggio dell’ “equilibrio del terrore” che vigeva durante la Guerra Fredda, perché, se è vero che a quell’epoca l’obiettivo era la sopravvivenza e non la vittoria, è pur sempre vero che quell’obiettivo lo si perseguiva cercando almeno di “contenere” la controparte. Oggi invece, sia con le parole che con i fatti, l’America di Obama appare intenzionata a non “contenere” alcunché.
Si va quindi verso un “disequilibrio del terrore”?
È vero che la linea “troppo aggressiva” e “troppo poco realista” di George W. Bush (il quale quando si recò in Cina l’ultima volta, nel 2005, fece precedere il viaggio da un ennesimo incontro con il Dalai Lama alla Casa Bianca, e per di più fece prima tappa in Giappone dove tenne uno dei suoi discorsi tutti “freedom” e “democracy” invitando addirittura – somma provocazione – a prendere esempio da Taiwan) non ha prodotto, a quel che sembra, grandi risultati, nemmeno in termini di mero contenimento.
Peccato che ora il realismo del pragmatico Obama - che con tutto il garbo, l’umiltà e la prudenza di questo mondo, e con il conforto del consueto super-staff di consulenti, è andato ad ostentare concordia con questo signore qui inaugurando una nuova linea di appeasement, peraltro ampiamente anticipata lo scorso febbraio dal viaggio in Cina del neo-Segretario di Stato Hillary Clinton, che ha deluso amaramente le aspettative di chi si era lasciato sedurre dalle suggestioni della campagna elettorale - non sembri affatto dare migliori risultati. Non è stato raggiunto nessun risultato apprezzabile né sui dossier prioritari come l’economia, il clima, il nucleare iraniano e quello nordcoreano, né su altri fronti molto importanti come il sostegno americano a Taiwan, o la situazione in Birmania, o quella in Sudan (qualcuno per caso ancora ricorda quel problemino?…).
Non parliamo, poi, della questione tibetana, sulla quale Obama si è limitato ad un laconico e malinconico “invito a dialogare con il Dalai Lama” (che lui non ha osato incontrare prima di questo viaggio, per non dispiacere lorsignori), e questo dopo aver incassato il pernacchione del governo di Pechino, che alla vigilia del suo arrivo lo ha sfrontatamente sfottuto davanti al mondo gettandogli in faccia un grottesco parallelo tra l’autonomismo tibetano di oggi e il secessionismo dei confederati nella Guerra Civile americana, invitando sardonicamente il presidente afroamericano a mandare a spasso il Dalai Lama in ossequio alla sua ammirazione per Abraham Lincoln…
Presumiamo pure che questa linea ultraremissiva sia da leggere in ottica tattica: un temporeggiare con basso profilo in attesa di recuperare energie e rialzare la testa quando ce lo si potrà permettere.Resta però da capire se potrà funzionare, e se i danni collaterali che essa sta già producendo saranno o no reversibili.