giovedì 7 gennaio 2021

IL CONGRESSO


 
È finita, ma è anche appena cominciata.

È finita la via crucis per il riconoscimento definitivo del fatto che ora, dal 20 gennaio, l’inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden. Ma è anche appena iniziata la resa dei conti all’interno dello sconfitto Partito Repubblicano, una delle più accese e cruente della sua storia.

Era pressochè scontato che la votazione dell’Epifania, al Congresso in sessione congiunta, si sarebbe conclusa con la ratifica della vittoria di Biden.

Non era, ovviamente, previsto che la votazione sarebbe stata funestata dagli osceni disordini ai quali abbiamo assistito. Ma era prevedibile che alla fine l’esito sarebbe stato quello che aveva da essere, la consacrazione di Biden come presidente “entrante”.

La vera “conta”, quindi – quella più politicamente rilevante per l’avvenire – riguardava semmai il posizionamento di ogni senatore e di ogni deputato repubblicano rispetto alla linea dettata dal presidente “uscente”.

In questo senso, si è trattato quasi – mi si passi la metafora, e la forzatura – di un congresso di partito: di quelli un tempo usuali da questa parte dell’Atlantico.

Da un lato c’era una “Mozione McConnell”, presentata da quello che sino a ieri era il leader della maggioranza, e da oggi è il leader della minoranza al Senato, ma anche di fatto il leader del partito: la mozione consisteva, semplicemente, nell’invito a votare in modo “normale”, prendendo atto dell’avvenuta sconfitta di Trump e accettando la transizione verso la Presidenza Biden.

Dall’altro lato si contrapponeva la mozione presentata dal Senatore del Texas Ted Cruz, dal giovane senatore del Missouri Josh Hawley e da altri 10 (ai quali aveva aderito in extremis anche il senatore della Florida Rick Scott, e con lui facevano 13), che sfidava invece a votare, in modo “scandaloso”, per un improbabile rinvio del riconoscimento della sconfitta di Trump, istituendo invece, prima, una commissione di inchiesta sugli asseriti brogli elettorali che quest’ultimo non ha mai smesso di denunciare e lamentare (pur avendo perduto dozzine di cause in tribunale sul tema).

Probabilmente è anche per questo che i repubblicani avevano perso, il giorno prima, il ballottaggio in Georgia (e con esso la maggioranza al Senato): essendo troppo divisi per vincere. Spaccati, per l’appunto, fra la fazione degli ex/post trumpiani, decisi a voltare pagina liquidando l’influenza che il presidente sconfitto ancora esercita sul partito oltre che sulla sua base elettorale, e gli irredentisti trumpiani a oltranza, disposti invece a inscenare una (almeno apparente…) fedeltà alla narrazione della elezione usurpata/rubata, pur di mettersi nella scia di un Trump nonostante tutto ancora popolarissimo (ha pur sempre appena preso più di 74 milioni di voti, divenendo il secondo candidato più votato della storia dopo Biden nonché lo sconfitto più votato della storia).

Il voto al Congresso sulla certificazione della vittoria di Biden aveva questo senso: tiriamo una riga, e vediamo chi (e quanti) stanno di qua o di là.

Non è una cosa normale: di solito lo sconfitto alle presidenziali americane scivola nell’ombra, e cessa di esercitare una leadership.

Ma Trump, si sa, è una anomalia vivente, campa proprio del fatto di contravvenire a tutte le consuetudini; e inoltre nessuno è disposto a credere che nel 2024 Biden, a 84 anni suonati, si potrà candidare per quel secondo mandato che normalmente sarebbe fisiologico – ragion per cui la leadership repubblicana nel futuro prossimo fa più gola di quel che accadrebbe usualmente –.

Il drappello dei “boia chi molla” trumpiani, come detto, era costituito da 13 senatori: Ted Cruz del Texas, Josh Hawley del Missouri, Marsha Blackburn del Tennessee, Mike Braun dell’Indiana, Steve Daines del Montana, Ron Johnson del Wisconsin, John Kennedy della Lousiana, James Lankford dell’Oklahoma, Bill Hagerty del Tennessee, Cynthia Lummis del Wyoming, Roger Marshall del Kansas, Tommy Tuberville dell’Alabama e Rick Scott della Florida. Ci sarebbero stati anche i due della Georgia, Perdue e Loeffler, ma per l’appunto non sono stati eletti, nonostante l’appoggio di Trump e la loro adesione alla “corrente” dei trumpiani a oltranza.

La scommessa era evidente: 13 senatori non erano molti, solo un quarto del gruppo parlamentare repubblicano al senato; ma se altri senatori, pur non avendolo preannunciato, avessero aderito, portando il marchio della “fazione trumpiana” almeno verso la ventina (su 49), Trump avrebbe dimostrato di avere ancora in pugno se non il partito, almeno una importante porzione di esso.

A futura memoria, quindi, scorriamoli i verbali di questo “congresso di partito”: il futuro dell’America, e quindi in qualche modo di tutto l’Occidente, si giocherà anche su questi dettagli.

Il voto divisivo è stato duplice: una prima volta sul risultato elettorale dell’Arizona, e una seconda su quello della Pennsylvania. Non sapremo mai come sarebbe andata se la votazione si fosse svolta in circostanze ordinarie, anziché nel bel mezzo del dramma dello sconcertante ”assalto al Congresso” da parte di centinaia di fan di Trump inferociti; fatto sta che è andata come è andata, e il  Senato ha respinto 93 a 6 la “Mozione Cruz” sull’Arizona, e 92 a 7 quella sulla Pennsylvania.

Decisamente un flop per la fazione dei trumpiani ad oltranza: hanno finito per defezionare persino 8 dei 13 senatori proponenti (Marsha Blackburn e Bill Hagerty – quindi entrambi i senatori del Tennessee – Mike Braun, Steve Daines, Ron Johnson, James Lankford, Cinthya Lummis e Tim Scott).

Se sulla Pennsylvania i voti per la “mozione Cruz” sono stati 6 e non 5 è solo perchè s’è aggiunta “a sorpresa” la senatrice Cindy Hyde-Smith del Mississippi.

Il Congresso era però in sessione congiunta: dopo il Senato votava la Camera, e lì si è visto tutto un altro film. I deputati sono un’altra razza, diciamo pure truppe meno scelte, meno aristocratici dei senatori; e soprattutto, alla Camera i Repubblicani sono in minoranza più netta (anche se non particolarmente esigua), e votando dopo il Senato sapevano benissimo di votare una mozione tecnicamente già bocciata, senza quindi alcuna concreta responsabilità. Com’è come non è, i repubblicani alla Camera sono apparsi essere un partito completamente diverso da quello del Senato: la “Mozione Cruz” è stata sì respinta anche lì, ma 303 a 121 sull’Arizona, e a 138 sulla Pennsylvania.

Poiché i repubblicani alla Camera sono 204, significa che in questo caso hanno prevalso i “trumpiani a oltranza”: 121 contro 83 nel voto sull’Arizona, e Quindi 138 contro 66 in quello sulla Pennsylvania.

La fazione ex/post/anti trumpiana, capitanata da Mitch McConnell, appare quindi avere in pugno il partito al Senato (che è la cosa più importante), ma risulta in netta minoranza alla Camera.

Al Senato con McConnell si sono schierati, oltre ovviamente a quei pochi senatori che non avevano mai accettato la leadership di Trump (Mitt Romney, Pat Toomey, Lisa Murkowski, Susan Collins), anche moltissimi che invece l’avevano lungamente assecondata: da Tom Cotton dell’Arkansas (l’autore di quel corsivo che chiedeva l’intervento dell’esercito contro i disordini dei movimenti “antifa” e “Black Lives Matter”, la cui pubblicazione sul New York Times a giugno era stata fonte di incredibili psicodrammi), a Tim Scott della South Carolina, importante punto di riferimento per gli afroamericani nel Grand Old Party, a quel Lindsey Graham che da presidente della Commissione Giustizia aveva lungamente collaborato con la Casa Bianca trumpiana anche per la conferma delle nomine alla Corte Suprema; e ancora Thom Tillis della North Carolina, John Cornyne, l’altro texano al Senato oltre a Cruz, Ben Sasse del Nebraska (che come Cruz era emerso cavalcando i “Tea Party”), Todd Young dell’Indiana, Rob Portman dell’Ohio, Roger Wicker del Mississippi…

Alla Camera si è invece schierato con la fazione trumpiana lo stesso capogruppo, Kevin McCarthy, e con lui oltre il 60% dei deputati repubblicani, tra i quali Paul Gosar dell’Arizona il quale ha provocato, associandosi a Cruz, il voto sulla certificazione dei voti elettorali del suo Stato.

Nella minoranza anti/post/ex trumpiana rientra invece Liz Cheney, figlia del Dick che fu vicepresidente accanto a George W. di Bush e che è la “House Conference Chair” del partito. Nella delegazione più grande, quella texana, solo 6 deputati contro 16 si sono schierati con lei: tra questi il neorieletto Dan Crenshaw, unico texano ad aver preso la parola alla convention nazionale del partito tenutasi a Charlotte, in North Carolina, ad Agosto.


Una considerazione a parte merita, infine, la posizione del vicepresidente uscente degli Stati Uniti, Mike Pence, che era chiamato a presiedere i lavori del Congresso in sessione congiunta.

In questi quattro anni Pence è stato al fianco di Trump silenziosamente ma lealmente, e fino a poche settimane fa non si sarebbe faticato a immaginarlo fra coloro disposti a “mettersi nella sua scia” anche dopo la sconfitta elettorale.

E invece, alla fine qualcosa si è rotto: Trump gli ha chiesto un gesto di fedeltà a dir poco estremo, addirittura rifiutarsi di mettere ai voti la vittoria di Biden in alcuni Stati contestati, e lo ha fatto anche pubblicamente (su Twitter) per ben tre volte nelle ultime 24 ore prima del voto; lui si è negato, fin lì non si poteva spingere. Ed è stato ripagato da Trump con una pubblica accusa di codardia (e in buona sostanza di tradimento).

Questo “congresso di partito”, insomma, la fazione ex/post/anti trumpiana, capitanata da McConnell, lo ha chiaramente vinto; ma la fazione “trumpiana a oltranza”, seppure sconfitta, non è certo annientata. Il percorso per la “de-trumpizzazione” della destra americana è appena iniziato, e non sarà né breve né semplice.

Uscito su Heraldo

giovedì 31 dicembre 2020

TAKE ME HOME


 
Era il 30 dicembre 1970: mezzo secolo fa. John Denver aveva appena 27 anni e non era certo una superstar. L’anno prima una sua canzone, Leaving on a Jet Plane, aveva avuto un buon riscontro nella interpretazione del trio folk Perer, Paul & Mary, e lui sulla scia di quel primo successo come compositore aveva tentato la fortuna anche come interprete, riuscendo a pubblicare con la RCA ben tre album in un anno, nessuno dei quali però aveva ottenuto grandi attenzioni. Nel dicembre del 1970 stentava ancora a riempire i 200 posti del Cellar Door, il club di Washington DC nel quale, in quella settimana fra Natale e Capodanno, era in cartellone tutte le sere come headliner.

Ancor più alle prime armi era il duo locale “Fat City” che in quelle serate post-natalizie si esibiva al Cellar Door come sua spalla: formato da Billy Danoff and Taffy Niver, marito e moglie poco più che ventenni, due sconosciuti di belle speranze per i quali era già molto aprire per un artista di serie B come John Denver. Il giorno prima, il 29 dicembre, i due gli avevano fatto ascoltare una canzone ancora incompleta che avevano abbozzato quasi per gioco mentre guidavano attraverso la campagna del Maryland per andare a far visita a dei parenti. 

Nonostante il genere non fosse affatto quello con il quale Danoff e Niver si misuravano abitualmente, per una volta avevano partorito una canzone country, sia per struttura musicale che per il testo pieno di riferimenti al mondo rurale dei monti Appalachi. I due erano talmente soddisfatti della loro composizione che sognavano di proporla a Johnny Cash. 

Nemmeno John Denver era un cantautore country. Veniva dalla gavetta nei club folk fricchettoni di Los Angeles, e registrava negli studi RCA di New York: in pratica i “meno country” fra tutti i circuiti musicali degli Stati Uniti. Il suo stile era più riconducibile al nuovo folk metropolitano alla Simon & Garfunkel che andava tanto di moda in quel passaggio fra gli anni Sessanta e i Settanta, con ammiccamenti pop-rock vagamente beatlesiani (il suo primo album conteneva una cover di When I’m Sixty-Four, il terzo una di Eleanor Rigby).

Eppure per quella canzone country ancora allo stato embrionale Denver aveva avuto un colpo di fulmine. I tre avevano fatto l’alba per completarla e arrangiarla, e l’indomani, in quella fatidica serata del 30 dicembre, fu lui a cantarla per la prima in pubblico.

Il pubblico andò in visibilio: non solo orecchiarono subito il ritornello e si misero a cantarlo, ma alla fine seguirono cinque minuti di standing ovation. Quella canzone aveva prodotto sin dal suo primissimo debutto quella magia per la quale ciascuno di noi la conosce, per esperienza personale: il trascinamento della folla in un rito liberatorio. Recentemente Dan McLaughlin, commentatore della National Review, ha così sintetizzato in un tweet:
Non capisci veramente che razza di inno è Take Me Home, Country Roads di John Denver finché non a ascolti dal vivo – cantata da chiunque, in qualunque contesto. Qualsiasi band da bar appena decente è in grado di suonarla. È vertiginosa ed evocativa, tutti conoscono le parole e una volta che il pubblico parte con il coro, le persone dimenticano l’imbarazzo.

Subito dopo le feste, John Denver tornò a New York e si affrettò a registrare il brano. Danoff e Nivert cantarono i cori, come quella sera al Cellar Door. L’arpeggio di banjo venne affidato a Eric Weissberg, lo stesso musicista che l’anno seguente avrebbe registrato un altro brano destinato a rappresentare musicalmente il mondo selvaggio degli Appalachi nell’immaginario collettivo: il  “duello di banjo” del film Deliverance (in italiano Un tranquillo weekend di paura).

Take Me Home, Country Roads uscì come singolo il 12 aprile del 1971. Ad agosto giunse al numero 2 della classifica generale di Billboard Hot 100 (seconda solo a How Can You Mend a Broken Heart dei Bee Gees), avendo già venduto un milione di copie. Negli stessi giorni Loretta Lynn, una delle più grandi dive del country, ne stava già registrando la sua versione (pressoché identica all’originale, solo senza percussioni: quasi come se fosse un pezzo bluegrass) per il suo diciottesimo album You’re Lookin’ at Country.

Era la prima di oltre duecento cover di quella che divenne immediatamente, e non ha mai smesso di essere, una delle canzoni country più popolari della storia, e una delle pochissime ad essere conosciute e amate da tutti anche fuori dagli Stati Uniti. È un cavallo di battaglia per i cori tra ubriachi all’Oktoberfest di Monaco di Baviera e persino in Cina è conosciutissima sin dagli anni Ottanta; nel 2018 una versione eseguita da una sconosciuta band newyorkese di nome Spank è stata utilizzata come colonna sonora del videogame distopico Fallout 76, che è ambientato in West Virginia: il video su Youtube attualmente ha 36 milioni di visualizzazioni.


È un bel paradosso quello che vede primeggiare in modo tanto eclatante una canzone country scritta e interpretata da dei perfetti outsider: il circuito dell’industria musicale di Nashville è infatti da sempre ossessionato dal legame con le proprie radici e le proprie tradizioni, e soprattutto è molto geloso del proprio controllo sui processi creativi e distributivi di tutto ciò che viene venduto come “country”.
 

John Denver dal canto suo, pur dovendo il proprio successo a quella canzone country, non abbandonò mai il proprio stile pop-folk, e registrò ben poche altre canzoni del genere; l’unica altra ad aver avuto un buon successo fu Thank God I’m a Country Boy, al n.1 in classifica nel 1975. In quello stesso anno la Country Music Association (istituzione che sta alla musica country come l’Academy sta al cinema) gli assegnò il premio più prestigioso cui un artista country possa ambire, quello di entertainer of the year; ma la sera della premiazione Charlie Rich, il cantante cui venne affidato il compito di annunciare “the winner is”, dopo aver letto il nome di John Denver diede polemicamente fuoco al biglietto in segno di disprezzo. 


Razionalmente, non dovrebbe essere tanto difficile accettare il fatto che quella canzone è uno splendido, riuscitissimo esempio di canzone country anche se l’interprete non è un cantante country. Ma emotivamente i due piani vengono spesso confusi, per una ragione piuttosto evidente: in questo caso l’interprete 
è la canzone. Senza di essa, John Denver così come lo conosciamo non sarebbe mai esistito. Non a caso l’autobiografia che pubblicherà nel 1994, tre anni prima di morire in un incidente aereo, si intitolerà proprio Take Me Home.

Quanto alla Country Music Association: nel 2016 ha si è fatta perdonare quell’episodio increscioso scegliendo proprio Take Me Home, Country Roads, assieme a On the Road Again di Willie Nelson e a I Will Always Love You di Dolly Parton, per un mashup interpretato da trenta star di Nashville, per celebrare il proprio cinquantennale.


C’è poi un paradosso nel paradosso: Take Me Home, Country Roads è di gran lunga la più celebre canzone a parlare dello Stato del West Virginia (ammesso che ne esistano altre), ma in realtà i suoi autori, pur avendo scritto quella che sembra essere una dichiarazione d’amore per quei luoghi, non vi avevano mai messo piede.
Come detto, l’ispirazione era venuta a Danoff e Niver durante un viaggio in Maryland; ma le tre sillabe di Ma-ry-Land non calzavano perché la metrica della canzone ne richiedeva quattro. Danoff in un primo momento aveva pensato di scrivere “Massachusetts”, lo Stato dove era cresciuto, ma alla fine la scelta era caduta sul West Virginia solo perché suonava meglio (“per quanto ne sapevo poteva anche essere in Europa”, ammetterà molti anni dopo). Lo stesso John Denver all’epoca non aveva alcuna esperienza del West Virginia: il suo luogo del cuore elettivo era invece duemila chilometri più a ovest, in Colorado (in omaggio alla cui capitale si era scelto “Denver” come cognome d’arte, essendo pressoché impronunciabile quello vero, Deutschendorf).
La canzone quindi non nacque da un’esperienza autentica del luogo che menziona; e in fin dei conti, a dispetto dell’incipit che contiene due riferimenti geografici virginiani ben precisi (il fiume Shenendoah e i Monti Blue Ridge), essa parla in realtà di un luogo immaginario. Forse anche da qui deriva il suo successo planetario: ben pochi sanno dov’è e com’è fatto il West Virginia, ma ognuno di noi si porta dentro la nostalgia di un qualche “altrove” lontano dalla città, un po’ sperduto, che ama come fosse “quasi un paradiso” e dove anela tornare per potersi “sentire a casa”. 

Uscito su Rolling Stone

lunedì 14 dicembre 2020

L'ERA BIDEN E IL FATTORE T

 

E così, nel bel mezzo della più grave pandemia dell’ultimo secolo, è accaduto ciò che a gennaio sembrava a dir poco improbabilee che non accadeva dai tempi di Jimmy Carter (cioè da 40 anni): la Casa Bianca ha cambiato colore politico dopo soli quattro anniIl voto di del Collegio elettorale verrà ratificato dal Congresso solo il 6 gennaio, ma da oggi Joe Biden è ufficialmente il vincitore di questa elezione. Finiti gli scrutini, terminati i riconteggi, concluse le dozzine di cause nei tribunali di ogni rango, possiamo finalmente osservare in controluce questa elezione, sulla base di numeri definitivi e di dati certi.

Nelle urne Biden ha ricevuto ben 81.284.716 voti popolari, divenendo il presidente più votato della storia; anche Trump ne ha ricevuti moltissimi, 74.223.367, divenendo il secondo candidato più votato della storia dopo Biden (nonché lo sconfitto più votato della storia). Il voto popolare, però, rileva esclusivamente in funzione del passaggio successivo, cioè quello nel Collegio elettorale, e lì l’elezione di Biden è avvenuta esattamente con gli stessi voti rispetto a quella di Trump quattro anni fa (306 contro 232). 

È vero che Trump nel 2016 ottenne quella vittoria pur avendo perso di quasi tre milioni nel voto popolare, mentre Biden ora ha ottenuto gli stessi 306 voti elettorali avendo battuto Trump di oltre sette milioni di voti. Se ci fermassimo a questo, potremmo dire che a parità di voti nel Collegio elettorale la vittoria di Biden è stata molto più ampia. Ma il sistema del Collegio fa sì che i voti siano rilevanti soprattutto in base a dove (in quale dei 50 stati) li si riceve: ha poca importanza il voto negli stati che si considerano già vinti (o persi) a priori, ed è invece cruciale il voto negli stati più in bilico, che fanno da ago della bilancia.

Ecco perché tre settimane fa il Washington Post titolava “Gli elettori che hanno consegnato la vittoria a Biden negli stati chiave non basterebbero per riempire il Rose Bowl, e questo influenzerà il suo modo di governare” (il Rose Bowl è lo stadio di Pasadena, che ha poco più di 90mila posti). La ragione di questa lettura è la medesima che quattro anni fa portava a evidenziare che Trump andava alla Casa Bianca “grazie a 80mila voti in tre stati”.

Le tre vittorie con margine più esiguo (meno di un punto percentuale di vantaggio) Trump le aveva conseguite in Michigan per 10.704 voti (con un margine dello 0,22%), in Pennsylvania per 44.284 voti (+0,72%), e in Wisconsin per 22.748 (+0,76%). Analogamente, Biden non avrebbe vinto senza i voti elettorali di Arizona, Georgia e Wisconsin, nei quali l’ha spuntata, rispettivamente, per 10.457, 11.779 e 20.682 voti popolari (con margine, rispettivamente, dello 0,31%, dello 0,24% del 0,63%). Politicamente la vittoria di un candidato democratico è eclatante in stati come la Georgia e l’Arizona, nei quali la vittoria dei repubblicani era la imperturbabile normalità ormai da decenni; ma sul piano quantitativo si tratta di vittorie fragilissime: nel complesso in quei tre stati 42.918 voti in tutto, poco più della metà di quelli grazie ai quali Trump vinse nel 2016. Sedendovi solo quegli elettori, lo stadio di Pasadena sarebbe mezzo vuoto: li si potrebbe accomodare anche ora, in tempo di distanziamento sociale.

(via The Washington Post)

Vi sono poi altri risultati che potrebbero influenzare ancor di più il modo in cui Biden governerà. Quello più importante non è ancora deciso: si tratta della maggioranza al Senato, che i democratici potrebbero non aver espugnato. Dipende tutto da come andrà il ballottaggio che si concluderà il 5 gennaio per entrambi i seggi senatoriali in Georgia: se i candidati del suo partito non la spuntassero Biden si troverebbe sotto scacco da parte di Mitch McConnell, attuale leader repubblicano al Senato, abile e spregiudicato stratega. Alla Camera invece il partito di Biden la maggioranza l’aveva e l’ha mantenuta, ma perdendo molto terreno: alle ultime elezioni (quelle del 2018) i democratici avevano ottenuto 235 seggi su 435, ora invece ne avranno non più di 224: cioè una maggioranza di appena 6, perdendone una dozzina rispetto a 2 anni fa (qui i sondaggi hanno fallito miseramente: pronosticavano che ne avrebbero guadagnati una buona quindicina).

fra appena due anni si rivota: per le elezioni di metà mandato, che tendono a premiare quasi sempre il partito di opposizione ma ultimamente lo hanno premiato di più quando si trattava del Partito repubblicano. Quando Obama si insediò nel 2009 i democratici avevano 59 senatori e 256 deputati, e i repubblicani venivano descritti come sull’orlo dell’estinzione (memorabile la cover story di Time sul tema); ma appena due anni dopo, alle Midterm del 2010, i repubblicani realizzarono la loro più grande vittoria elettorale parlamentare dell’ultimo secolo, strappando ai democratici la bellezza di 66 seggi, perdendone tre quindi con un vantaggio netto di 63. I democratici in quell’occasione tennero al Senato; ma lo persero alle successive Midterm, quelle del 2014, nelle quali persero anche ulteriore terreno alla Camera (i repubblicani vinsero 247 seggi, un guadagno netto di 13). Con questi precedenti, può Biden aspettarsi qualcosa di buono dalle Midterm del 2022?

(via Forbes)

A questo si aggiunge un problema senza precedenti: il fattore T

Trump non ne vuole sapere di seguire la consuetudine che vede uscire di scena lo sconfitto alle presidenziali. Sta facendo di tutto per non abbandonare la ribalta. Dopo il 20 gennaio, quando non potrà più farlo dalla Casa Bianca, potrà inventarsi qualcos’altro; magari rimettendo in cantiere il progetto, al quale si dice lavori da anni, di una media company tutta sua che faccia concorrenza da destra a Fox News. In ogni caso, sembra puntare a una campagna elettorale permanente per costruirsi un inedito ruolo di leader dell’opposizione che mai nessuno sconfitto aveva rivestito nella storia degli Stati Uniti. Difficile dire fino a che punto ci riuscirà; ma ancora più difficile è prevedere quanto questo potrà nuocere a Biden (posto che è stando all’opposizione, senza il peso di responsabilità di governo, che un personaggio come Trump riscuote più consensi), e quanto invece gli potrà giovare. Dopotutto ci siamo ripetuti mille volte che questa elezione è stata un referendum su Trump, e che il voto per Biden è stato soprattutto un voto contro Trump; il fatto che Biden sia andato meglio rispetto a come il suo partito è andato nell’elezione al Congresso (e simmetricamente Trump sia andato peggio del Partito repubblicano) non sembra certo smentire questa lettura. Chissà, forse avere ancora lo spauracchio Trump in scena nei prossimi mesi e nei prossimi anni potrebbe paradossalmente servirgli da sponda.

Infine c’è un problema che è sotto gli occhi di tutti, ma del quale si parla poco e sottovoce, probabilmente perché non c’è un modo elegante per dirlo: Biden ha 78 anni suonati, sono tanti e li dimostra tutti.  Quando nel 2008 John McCain veniva accusato dall’entourage Barack Obama di essere troppo anziano per diventare presidente, ne aveva 72.  Nessuno è disposto a credere che nel 2024 si potrà candidare per quel secondo mandato che normalmente sarebbe fisiologico. La sua rischia perciò di essere una presidenza zoppa sin dal primo giorno; a meno che non se la giochi facendosi forte del fatto che, proprio perché è a un passo dalla pensione, non ha più niente da perdere.  

Trump invece ne compirà 78 proprio nel 2024, ed essendo stato alla Casa Bianca per un solo quadriennio avrebbe il diritto di ricandidarsi per un secondo, come già indica di voler fareSempre che prima torni a candidarsi alle primarie del Partito repubblicano, e riesca nuovamente a vincerle. Per ora sta raccogliendo un sacco di soldi, che è una cosa che nella vita ha imparato a fare benino. Poi si vedrà.

uscito su Wired

giovedì 20 agosto 2020

THE WEST WING - LEGGERE ATTENTAMENTE LE AVVERTENZE

 


"In America non abbiamo governi ombra o governi di opposizione in attesa di subentro. Quello che abbiamo invece è The West Wing, la serie della Nbc sullo staff della Casa Bianca”. Così 18 anni fa un pezzo uscito sul New Yorker definiva il rapporto quasi ossessivo della politica americana nei confronti della più idolatrata e mitizzata serie televisiva a essa dedicata.

Era una serie ambientata in quegli anni, ma “in un universo semi-contemporaneo nel quale il World Trade Center non è mai crollato” e nel quale alla Casa Bianca al posto di George W. Bush sedeva la sua perfetta, geometrica antitesi. Jed Bartlet, il presidente democratico che Bill Clinton non era stato, il presidente degli Stati Uniti perfetto secondo l’immaginario collettivo tradizionale: intelligentissimo, di un’intelligenza non da Principe di Machiavelli ma da filosofo platonico (prima ancora di divenire presidente ha vinto il Nobel per l’Economia); non solo scevro da ipocrisie, ma ancorato a un’integrità morale iperbolica al limite della santità, esente da vizi e scandali, e per di più segretamente afflitto dalla sclerosi multipla.

Un soggetto del genere sarebbe facilmente risultato oleografico e melenso se realizzato da una mente meno che geniale; uscì invece un capolavoro grazie al talento impressionante di quell’Aaron Sorkin che aveva debuttato appena ventottenne scrivendo (sui tovagliolini di un bar, narra la leggenda) l’opera teatrale A Few Good Men, poi trasfusa nell’omonimo film di Bob Reiner del 1992 con Tom Cruise, Demi Moore e Jack Nicholson (in Italia Codice d’onore), ma che proprio grazie a The West Wing, in un’epoca nella quale la tv era ancora considerata un campionato di serie B, si sarebbe fatto conoscere come uno degli sceneggiatori più dotati della sua generazione.

Sorkin, che come cavallo di battaglia vanta dialoghi ipnotici quanto verbosi (“mi avevano chiesto di iscrivermi a Twitter, come fanno molti sceneggiatori, ma non mi va: non credo di essere capace di scrivere nulla in 140 caratteri”, ha detto una volta), scrisse solo le prime quattro stagioni della serie, per poi passare la mano a uno staff di suoi surrogati e tornare a dedicarsi al cinema, sul quale all’epoca le produzioni televisive non avevano ancora avuto il sopravvento (nel 2007 firmò La guerra di Charlie Wilson di Mike Nichols, con Tom Hanks e Julia Roberts; nel 2010 The Social Network di David Fincher, il film sull’invenzione di Facebook che gli valse un meritato Oscar).

The West Wing aveva esordito sul piccolo schermo contestualmente all’elezione di Bush e sarebbe andata in onda per sette anni sino al 2006, cioè immediatamente prima dell’ascesa di Barack Obama (alla cui presidenza avrebbe invece fatto da contrappunto la ben diversa House of Cards, un coagulo di disillusione e cinismo, ferocia sanguinaria e spregiudicatezza luciferina, il trionfo di quella carogna di Frank Underwood che è l’antitesi di Bartlet e incarna lo smascheramento della pia illusione della sua West Wing). E a proposito di Barack Obama: proprio nella settima e ultima serie di The West Wing al presidente Bartlet subentra un successore molto giovane, palesemente ricalcato a sua immagine e somiglianza, che sembra veramente anticipare la realtà; l’unica differenza è che anziché essere afroamericano è latino (si chiama Matt Santos) – e anche questo è tipico della serie, i latinoamericani avevano da poco sorpassato gli afroamericani, quindi in teoria aveva più senso un Obama latinoamericano.

Ed ecco un altro elemento fondamentale di The West Wingl’attitudine profetica, ma anche i suoi limiti (che talvolta i suoi fan trascurano). La giornalista e scrittrice Guia Soncini ha recentemente scritto che in quella serie “c’era già tutto, da «troveremo la cura per il cancro» detto in un comizio alle assunzioni degli insegnanti al timore d’una pandemia ai vaccini alla predisposizione dell’elettorato a offendersi alla smania dell’internet di dir la sua”. C’è del vero, ma è altrettanto vero che nulla in The West Wing ha mai suggerito, né agli addetti ai lavori né ai semplici appassionati, la eventualità dell’elezione di un presidente come Donald Trump. Che, scusate, non è un dettaglio di poco conto.

Anzi: chissà che proprio l’influenza dei canoni tramandati didascalicamente dal culto pagano di The West Wing non abbia contribuito a fuorviare le nostre analisi. Caro Aaron Sorkin, forse in fondo è anche un po’ colpa di quel tuo maledetto capolavoro se in tanti quattro anni fa abbiamo miseramente fallito nella previsione: guarda caso, spesso chi ha fallito con maggior ardire apparteneva proprio alla setta dei westwingers italici.

In Italia la serie non ha mai fatto grandi numeri, forse perché presuppone una comprensione della politica americana che mal si concilia con il rozzissimo luogocomunismo al quale la vulgata nostrana ci ha purtroppo abituati quando si parla di politica a stelle e strisce. Inoltre dopo essere stata inizialmente trasmessa da Rete 4, migrò per un po’ su Sky (canale Fox), per poi finire nella nicchia di canali secondari come Steel e Arturo, e infine definitivamente fuori dai canali legali, nella catacomba dei download pirata, senza più il doppiaggio e quindi a uso e consumo dei quattro gatti che padroneggiavano a sufficienza la comprensione della lingua inglese. Da cui una fisiologica acutizzazione della sindrome da setta di iniziati, a volte persino un po’ snob, che aveva finito per caratterizzare la esigua comunità dei suoi pochi ma raffinatissimi spettatori italiani. Con il tempo la chiusura in una bolla, in una echo chamber, è stata fatale, portando alla miopia i fortunati che potevano essere destinati a vedere più lungo degli altri.

Ben venga quindi il colpo di scena: quando ormai avevamo perduto ogni speranza, in una stagione in cui l’elitarismo non paga, The West Wing in versione comodamente e pigramente doppiata è salita alla ribalta della visione per tutti, libera e mainstream, grazie ad Amazon Prime Video.

Approfittatene. Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali americane, guardatela. Gustatevela. Usatela. Anche se non aveva previsto Trump. Basta tener presente che si tratta di una narrazione che spiega, e persino insegna, la politica americana non come era un tempo e purtroppo non è più, bensì semmai come dovrebbe essere in teoria (ma forse non è mai stata realmente – non compiutamente, non del tutto). Basta saperlo, e non scordarlo mai. Buona visione.

Uscito su Wired

LEGGI ANCHE

mercoledì 4 marzo 2020

JOE BIDEN STRIKES BACK

 


Sindaco Bloomberg, Lei con tutti i suoi soldi non riuscirà mai a creare l’entusiasmo e l’energia di cui abbiamo bisogno per avere l’affluenza elettorale necessaria a sconfiggere Donald Trump”. È stato facile profeta Bernie Sanders due settimane fa, nel puntare il dito contro l’ex sindaco di New York City, il quale ha speso mezzo miliardo di dollari (cifra folle e record storico, senza precedenti)  per la sua candidatura alle primarie presidenziali democratiche basata totalmente sull’entrata tardiva “direttamente al Super Tuesday”, cioè ieri. 

Si è trattato di un esperimento a dir poco spregiudicato, al limite del gioco d’azzardo: senza partecipare né ai caucus dell’Iowa, né alle primarie del New Hampshire, né ai caucus del Nevada né alle primarie del South Carolina, Bloomberg ha puntato tutto su una sua vittoria nel voto che si è tenuto simultaneamente nelle scorse ore in 14 stati (Alabama, Arkansas, California, Colorado, Maine, Massachusetts, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Tennessee, Texas, Utah, Vermont e Virginia). E invece ha perso pressoché ovunque: l’unica votazione da lui vinta risulta essere quella alle isole Samoa (che assegnano 6 delegati su 3979). Con gli spiccioli raggranellati nei tre o quattro stati nei quali, pur perdendo, ha comunque superato la soglia di sbarramento del 15%, dovrebbe attestarsi sulla quarantina di delegati – e quindi, a buon senso, dovrebbe por fine alla sua impresa nei prossimi giorni, se non già nelle prossime ore. 

Ritirandosi, Bloomberg sgombrerà ulteriormente il campo alla candidatura di Joe Biden, il quale ieri ha già beneficiato dell’avvenuto ritiro, subito dopo il voto di sabato in South Carolina e proprio alla vigilia di questo del Super martedì, di Pete Buttigieg e di Amy Klobuchar, i quali gli hanno dato pubblicamente il loro endorsement durante un apposito comizio, ben orchestrato lunedì sera a Dallas.

Di fatto Biden rimarrà a questo punto l’unico candidato moderato in campo, ma soprattutto si confermerà il candidato sul quale punta l’establishment del Partito democratico, che forse sta riuscendo ad attuare contro la candidatura anti-establishment di Sanders ciò che il Partito repubblicano non riuscì a fare quattro anni fa contro la simmetrica scalata di Donald Trump.

Sanders, che fino a una settimana fa sembrava improvvisamente in testa in queste primarie, stanotte ha prevalso solo in Colorado, Utah, Vermont e California. Inoltre da alcuni stati giungono numeri ben inferiori a quelli delle primarie del 2016, che erano state un duello fra Sanders e Hillary Clinton, infine vinto da quest’ultima: in Minnesota quattro anni fa Sanders aveva vinto con il 61%, stanotte ha perso con il 30%; in Oklahoma aveva vinto con il 52%, e stanotte ha perso con il 25%; persino in California, uno dei pochi stati nei quali stanotte Sanders ha vinto, i primi dati parziali lasciano pensare che la sua percentuale risulterà inferiore di almeno dieci punti rispetto a quella del 46% con la quale aveva perso nel 2016.

Dati come questi mal si conciliano con l’affermazione, spesso circolata nelle scorse settimane, che Sanders avesse allargato la propria base. Presumibilmente una parte del suo problema è la competizione a sinistra con Liz Warren; il che però non chiude certo il discorso, dato che ad oggi pare che Warren, nonostante i risultati decisamente deludenti rispetto alle attese iniziali, per il momento non si ritirerà.

Tutto quindi al momento arride a Joe Biden, il quale ha vinto in Alabama, Arkansas, Massachusetts, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Tennessee e Virginia, e soprattutto in Texas, che oltre ad essere il secondo stato per dimensione elettorale (e quindi per numero di delegati) comincia anche a essere considerato un possibile fronte di conquista nell’elezione generale a novembre (contrariamente alla California, che è in assoluto lo stato più grande, ma nell’elezione generale conta poco, essendo lì del tutto scontata la vittoria dei democratici, chiunque sia il candidato).

Insomma, Biden stanotte è improvvisamente tornato a essere il frontrunner. Certo, la partita è tutt’altro che chiusa, ma è pur vero che tra le prossime votazioni quella di maggior peso numerico (248 delegati, poco meno di quelli assegnati in Texas) ma anche la più cruciale politicamente (lo stato è spesso un ago della bilancia nell’elezione generale) è rappresentata dalle primarie della Florida, fra due settimane. E in Florida, si sa, conta moltissimo il voto degli anziani, che attualmente sembra molto più orientato verso Biden che verso Sanders.

Uscito su Wired

mercoledì 8 gennaio 2020

QUANTE PROBABILITA' CI SONO CHE TRUMP VENGA RIELETTO?



 La notte del 6 novembre 2012 mi trovavo negli studi di SkyTg24 a commentare in diretta, assieme ad altri ben più qualificati analisti, lo spoglio dell’elezione del presidente degli Stati UnitiPoiché regnava grande incertezza sull’esito, trovai giusto osservare che, qualunque esso fosse stato, quella suspense era già di per sé un fatto eclatante: la rielezione di un presidente al termine del suo primo mandato – qual era Barack Obama in quel momento – è infatti un evento del tutto fisiologico che rappresenta la pura e semplice normalità.

Tanto che, da almeno un secolo a questa parte, il solo ed unico caso di un presidente licenziato dopo soli quattro anni pur essendo stato inizialmente eletto in discontinuità con il suo predecessore (senza, quindi, che la sua mancata rielezione sia giustificabile con la naturale oscillazione del pendolo dell’alternanza fra i due partiti) è rappresentato dalla presidenza di Jimmy Carter, che non a caso è considerata la presidenza fallimentare per antonomasia: la sua mancata rielezione nel 1980 si può veramente considerare come un classico caso di eccezione che conferma la regola.

In questo senso, dissi, era un fatto notevole quello di trovarci a seguire lo scrutinio della sfida elettorale fra Obama e Mitt Romney con il fiato sospeso, anziché sbadigliando per la prevedibilità dell’esito (e non solo per la tarda ora). Non appena ebbi terminato di esporre queste considerazioni, vi fu un collegamento con un insigne professore di un’illustre università, il quale, con tono piccato, mi riprese – come solo un professore sa fare – facendo presente che Obama era sì al termine di un primo mandato presidenziale conferito con discontinuità politica rispetto al suo predecessore, ma era anche alle prese con un tasso di disoccupazione del 7,9%: e dai tempi di Franklin Delano Roosevelt nessun presidente uscente era più riuscito a ottenere la rielezione con un tasso di disoccupazione superiore così alto.

Beh, quel professore aveva ragione – e la sua ragione torna buona per parlare della principale corsa politica del 2020: quella per la Casa Bianca. È molto difficile stabilire fino a che punto la rielezione di Obama si dovette alla inadeguatezza del suo antagonista, e quanto fu invece aiutata dal fatto che quel tasso di disoccupazione, per quanto ancora molto alto, fosse pur sempre in calo rispetto al drammatico 9,5% del 2010. Sta di fatto che la rielezione di Obama fu al tempo stesso una conferma della regola cui accennavo prima, ma anche una storica smentita della presunzione di non rieleggibilità con disoccupazione superiore prossima all’8%.

A undici mesi dalla prossima elezione presidenziale, mi accade sempre più spesso di ripensare a quel confronto; e più ci ripenso, più stento a immaginare come Donald Trump possa mancare la propria rielezione il prossimo 3 novembre. Se infatti nel 2012 la disoccupazione al 7,9% non impedì la rielezione di Obama, cosa mai potrebbe trasformare Trump nella versione di destra di Jimmy Carter? 

La vulgata, quando si parla dell’elezione presidenziale del 1980, individua solitamente il fattore determinante nella crisi degli ostaggi in Iran; ma di certo Carter non fu aiutato nemmeno dalla disoccupazione al 6,9% e in crescita (fattore, quest’ultimo, da non trascurare: Reagan quattro anni più tardi sarebbe stato rieletto proclamando che era “di nuovo mattina in America” con il tasso di disoccupazione a 7,7%, ma in calo). 

Ebbene: per quanto riguarda Trump, il fattore occupazionale non potrebbe essere più favorevole alla rielezione. Da settembre il tasso di disoccupazione è infatti sceso al 3,5%, il livello più basso registrato nell’ultimo mezzo secolo, cioè dai tempi dello sbarco sulla Luna e del festival di Woodstock. In cinque stati in particolare (Alabama, California, Illinois, New Jersey e South Carolina) la disoccupazione è scesa al livello più basso mai rilevato.

Secondo un recente sondaggio della Cnn, la percentuale degli americani che attualmente danno un giudizio positivo della situazione economica ha raggiunto il 75%: il dato più alto dal 2001

Ora, anche se la storia non si fa con i se, trovo che non sarebbe fuori luogo chiedere di alzare la mano chi non ritiene che anche Carter nel 1980 con dati simili sarebbe stato rieletto, crisi degli ostaggi o no. Che la rielezione di Trump appaia auspicabile o meno, forse prima di azzardare pronostici e ipotizzare scenari toccherebbe partire da qui.

Uscito su Wired

mercoledì 7 novembre 2018

CONFRONTO ALL'AMERICANA


Un presidente eletto da due anni che affronta per la prima volta quel “referendum” sul suo governo che di fatto è insito in ogni elezione di metà mandato, e viene – per sua stessa ammissione – “asfaltato”.
Il partito di opposizione che, pur essendo ancora frammentato, in cerca di nuova identità e drammaticamente sprovvisto di nuova leadership, riesce a catalizzare la “rivolta contro il presidente”, e grazie a ciò non solo stravince le elezioni della Camera, ma guadagna diversi seggi anche al Senato, e “vince tutto” anche nelle elezioni dei Governatori dei singoli Stati, persino in quelli considerati roccaforti del partito del Presidente.
Poteva essere questa la sostanza delle elezioni di metà mandato appena concluse, se si fosse concretizzata la “ondata blu” della quale molti favoleggiavano mesi addietro.
E invece no. Questa è stata la sostanza di un’altra elezione di metà (primo) mandato, quella di otto anni fa, la prima midterm durante la presidenza di Barack Obama.
Nel 2010 i Democratici oltre a detenere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso erano anche al comando nella maggioranza assoluta degli Stati, sia quanto a governatori che quanto a maggioranze parlamentari locali (le quali a loro volta determinano lo spazio di manovra del governatore).
I Repubblicani, per contro, erano – più ancora dei Dem di oggi – politicamente divisi e drammaticamente sprovvisti di qualsiasi embrione di leadership. Da quando Obama era stato eletto venivano descritti come sull’orlo dell’estinzione (memorabile una cover story di TIME in questo senso). Quell’anno, per riprendersi la maggioranza alla Camera Il Grand Ole Party avrebbe dovuto rimontare di almeno 39 seggi (quasi il doppio di quei miseri 23 seggi che quest’anno bastavano per la rimonta ai Dem). Alla fine i repubblicani ne conquistarono ben 63  – circa il doppio di quelli che i sondaggi estivi avevano pronosticato. Dei seggi conquistati dai Repubblicani, solo 23 si trovavano in regioni nelle quali il GOP andava tradizionalmente forte, mentre il grosso (29 seggi) si trovava negli Stati centro-settentrionali, in mezzo al Midwest industriale, con picchi in Pennsylvania e in Ohio, ma anche nello Stato di New York e in Illinois. Si trattò della più grande vittoria elettorale parlamentare repubblicana dell’ultimo secolo: bisogna risalire al 1894, ai tempi della seconda elezione di Grover Cleveland, per trovare un record superiore.
Più complessa la questione al Senato: quando Obama era stato eletto alla Casa Bianca nel 2008 i Dem avevano raggiunto addirittura la cosiddetta supermaggioranza, anche se risicatissima di 60 senatori su 100, non uno di più; ma poi la avevano persa all’inizio del 2010 quando alle suppletive in Massachusetts tenutesi dopo la morte di ted Kennedy era stato clamorosamente eletto un repubblicano. Partivano quindi da 59 seggi, e i Rep da 41. Non perdettero la maggioranza, ma la videro ridursi a 53, perché il partito di opposizione strappò comunque 6 seggi a quello di governo.
Per quanto riguarda i governatori i Dem, che fino al 2010 ne detenevano la maggioranza assoluta (26 su 50), quell’anno persero una dozzina di Stati, tra i quali praticamente tutto il MidWest.
“Da qualche parte lungo il percorso, colui che era l’apostolo del cambiamento ne è divenuto il bersaglio, sommerso dalla stessa corrente cavalcando la quale era stato portato alla Casa Bianca due anni fa”. Questo fu l’incipit dell’analisi pubblicata a caldo non da un sito web conservatore, ma dal New York Times. In conferenza stampa Obama ammise: “ci hanno asfaltati” (“a shellacking“).
Ecco: non leggerete nulla di simile per quanto riguarda le prime midterm della presidenza Trump (se lo doveste leggere, mettetevi a ridere).
Non c’è stato alcun “referendum perso” per il presidente, non si è registrata alcuna crisi di rigetto, nessuna grande marea di riflusso. Certo, del terreno perso qui e là, ma questo accade praticamente sempre in tutte le elezioni di metà mandato. È fisiologico ed usuale. Qui la vera notizia è la modestissima entità di questo terreno perso, e quindi la tenuta di quello che, da oggi, è ancor più “il partito di Trump”.

Prosegue su Il Nazionale

martedì 6 novembre 2018

"JUST DO IT"

Non si vede l’enorme, caricaturale cespuglio di capelli afro, nel primissimo piano del volto di Colin Kaepernick scelto per lo spot con il quale la Nike celebra i 30 anni del suo celeberrimo slogan “Just Do It”. Solo i tratti del viso, poco più che il suo sguardo, e la scritta “credi in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto“.
Kaepernick è probabilmente il personaggio più controverso, e politicamente più esposto, del mondo dello sport americano. Nel 2016, quando ancora giocava da quarterback in una squadra molto importante, i San Francisco 49rs, diede inizio a una protesta contro violenze e abusi perpetrati dalla polizia statunitense sui cittadini afroamericani. La protesta consisteva semplicemente nell’inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno nazionale, prima di ogni partita. Molti altri giocatori aderirono e la polemica dilagò. In un’intervista Kapernick dichiarava: “Non intendo mostrare orgoglio per una bandiera e per un Paese che opprime la gente di colore”. Durante la campagna elettorale per la Casa Bianca, attaccò non solo Donald Trump (“è apertamente razzista”), ma anche Hillary Clinton (“ha commesso dei reati che se fossero stati commessi da chiunque altro, ora quella persona sarebbe in prigione”). Hillary fece finta di nulla, Trump invece colse la ghiotta occasione per contrattaccare (“se questo Paese non gli piace se ne può anche andare”, dichiarò rievocando il “Love it or leave it” che mezzo secolo fa veniva rivolto ai pacifisti che bruciavano la bandiera per protestare contro la guerra in Vietnam).
Alla fine Kapernick ci ha rimesso il lavoro, nel senso che nessuna squadra lo ha più ingaggiato; inoltre la National Football League, assecondando le richieste di Trump, ha vietato quel gesto di protesta durante l’inno; da ultimo, lui ha intentato causa contro la Lega, lamentando di essere vittima di discriminazione.
Ora, ragionando secondo gli schemi di un tempo, la scelta di Nike di renderlo il volto del suo trentennale può apparire sorprendentemente “politica”, e stranamente rischiosa. Dopotutto, il football è lo sport per eccellenza negli Usa, e Nike sponsorizza tutte le 32 squadre della Nfl, la lega professionistica nazionale. Ma in realtà questa scelta ha senso, esattamente per la stessa ragione per cui alla Nfl conviene essere “trumpiana”: una ragione puramente commerciale. Innanzitutto, i clienti di Nike sono in misura largamente preponderante “i giovani”. Quei giovani che da anni risultano sempre meno propensi a guardare lo sport in tv, e sempre meno appassionati di football. Lo spettatore “medio” di una partita di football ha circa 50 anni, dicono i dati disponibili. Per mantenere il suo primato in un mercato di consumatori giovani, Nike non può limitarsi a sponsorizzare la Nfl: deve inseguire ciò che attira l’attenzione dei diciottenni e dei ventottenni (e soprattutto di quelli che abitano nelle grandi città, perché sono questi a dare il via alle “tendenze” alle quali poi gli altri si accodano). E Nike sa che a questa fascia di popolazione il gesto di Kapernick era piaciuto, e non poco.

Dopo la sua protesta, la maglia del giocatore originario del Wisconsin divenne improvvisamente la più venduta, anche se nel frattempo aveva smesso di giocare. Non tanto perché i ragazzi lo seguissero nella militanza politica, quanto semplicemente perché andare controcorrente – specie con una gestualità così affascinante – risulta cool, attira la loro attenzione. La reazione dei giovani è stata cliccare “mi piace” sui social, e poi “compra” su Amazon, ma non certo mobilitarsi, e men che meno disturbarsi a raggiungere il seggio il giorno delle elezioni. Quella di cui parliamo, non a caso, è una delle fasce di popolazione meno inclini a votare per Trump, ma attualmente anche la meno intenzionata a cambiare le cose: soltanto uno su tre di quei ragazzi è intenzionato a presentarsi alle urne.
Inoltre, non dimentichiamo che negli Usa il football è trattato alla stregua di una religione, ma nel resto del mondo è uno sport decisamente di nicchia; lo stesso resto del mondo in cui l’antipatia per Donald Trump, dal canto suo, di nicchia non è. Il mercato della Nike è mondiale, e fortemente orientato non semplicemente sui giovani americani, ma su quelli di tutto il pianeta. Non solo: in Europa, in Medio Oriente, in Sud America, le vendite dei prodotti Nike stanno crescendo tre o quattro volte più che negli Usa; in Cina, sette volte di più. È del resto la stessa azienda ad aver pubblicamente proclamato, più di un anno fa, di voler puntare tutto sui consumatori che vivono in dodici metropoli “chiave”: accanto a New York e Los Angeles (che guarda caso sul piano elettorale sono delle roccaforti anti-trumpiane…), le altre sono Londra, Shanghai, Pechino, Tokyo, Parigi, Città del Messico, Barcellona, Seul e Milano.
Quindi, no: Nike non sta facendo politica. Non sta sposando una “causa”, e non ha scelto di aprire in questo modo la sua campagna per “fare un dispetto a Trump”, né men che meno per schierarsi in vista delle ormai imminenti elezioni di metà termine. Semplicemente, sono ormai lontani i tempi in cui si diceva che Michael Jordan (celebre testimonial Nike), pur essendo simpatizzate del Partito democratico, evitava di parlare di politica perché “le scarpe da ginnastica le comprano anche i repubblicani”. In quest’epoca – un’epoca un po’ strana, ma tant’è – essere un personaggio fortemente controverso può rivelarsi un pregio. Questa campagna pubblicitaria è chiaramente basata su questo fattore: con un testimonial “non controverso” avrebbe rischiato di scivolare nell’indifferenza generale.
A loro volta, le persone filotrumpiane che si sono indignate e stanno condividendo sui social foto e filmati di roghi di scarpe e calzini sono presumibilmente convinte di intraprendere una qualche forma di militanza politica. E invece stanno contribuendo anche loro, inconsapevolmente, a questa campagna Nike. Stanno aiutando a vendere più scarpe quella stessa multinazionale che credono di boicottare. E lo stanno facendo gratis. Probabilmente il “signor Nike” le sta guardando sornione, e pensando qualcosa di simile a: Just do it.
Uscito su Forbes

Wikio

http://www.wikio.it