giovedì 20 agosto 2020

THE WEST WING - LEGGERE ATTENTAMENTE LE AVVERTENZE

 


"In America non abbiamo governi ombra o governi di opposizione in attesa di subentro. Quello che abbiamo invece è The West Wing, la serie della Nbc sullo staff della Casa Bianca”. Così 18 anni fa un pezzo uscito sul New Yorker definiva il rapporto quasi ossessivo della politica americana nei confronti della più idolatrata e mitizzata serie televisiva a essa dedicata.

Era una serie ambientata in quegli anni, ma “in un universo semi-contemporaneo nel quale il World Trade Center non è mai crollato” e nel quale alla Casa Bianca al posto di George W. Bush sedeva la sua perfetta, geometrica antitesi. Jed Bartlet, il presidente democratico che Bill Clinton non era stato, il presidente degli Stati Uniti perfetto secondo l’immaginario collettivo tradizionale: intelligentissimo, di un’intelligenza non da Principe di Machiavelli ma da filosofo platonico (prima ancora di divenire presidente ha vinto il Nobel per l’Economia); non solo scevro da ipocrisie, ma ancorato a un’integrità morale iperbolica al limite della santità, esente da vizi e scandali, e per di più segretamente afflitto dalla sclerosi multipla.

Un soggetto del genere sarebbe facilmente risultato oleografico e melenso se realizzato da una mente meno che geniale; uscì invece un capolavoro grazie al talento impressionante di quell’Aaron Sorkin che aveva debuttato appena ventottenne scrivendo (sui tovagliolini di un bar, narra la leggenda) l’opera teatrale A Few Good Men, poi trasfusa nell’omonimo film di Bob Reiner del 1992 con Tom Cruise, Demi Moore e Jack Nicholson (in Italia Codice d’onore), ma che proprio grazie a The West Wing, in un’epoca nella quale la tv era ancora considerata un campionato di serie B, si sarebbe fatto conoscere come uno degli sceneggiatori più dotati della sua generazione.

Sorkin, che come cavallo di battaglia vanta dialoghi ipnotici quanto verbosi (“mi avevano chiesto di iscrivermi a Twitter, come fanno molti sceneggiatori, ma non mi va: non credo di essere capace di scrivere nulla in 140 caratteri”, ha detto una volta), scrisse solo le prime quattro stagioni della serie, per poi passare la mano a uno staff di suoi surrogati e tornare a dedicarsi al cinema, sul quale all’epoca le produzioni televisive non avevano ancora avuto il sopravvento (nel 2007 firmò La guerra di Charlie Wilson di Mike Nichols, con Tom Hanks e Julia Roberts; nel 2010 The Social Network di David Fincher, il film sull’invenzione di Facebook che gli valse un meritato Oscar).

The West Wing aveva esordito sul piccolo schermo contestualmente all’elezione di Bush e sarebbe andata in onda per sette anni sino al 2006, cioè immediatamente prima dell’ascesa di Barack Obama (alla cui presidenza avrebbe invece fatto da contrappunto la ben diversa House of Cards, un coagulo di disillusione e cinismo, ferocia sanguinaria e spregiudicatezza luciferina, il trionfo di quella carogna di Frank Underwood che è l’antitesi di Bartlet e incarna lo smascheramento della pia illusione della sua West Wing). E a proposito di Barack Obama: proprio nella settima e ultima serie di The West Wing al presidente Bartlet subentra un successore molto giovane, palesemente ricalcato a sua immagine e somiglianza, che sembra veramente anticipare la realtà; l’unica differenza è che anziché essere afroamericano è latino (si chiama Matt Santos) – e anche questo è tipico della serie, i latinoamericani avevano da poco sorpassato gli afroamericani, quindi in teoria aveva più senso un Obama latinoamericano.

Ed ecco un altro elemento fondamentale di The West Wingl’attitudine profetica, ma anche i suoi limiti (che talvolta i suoi fan trascurano). La giornalista e scrittrice Guia Soncini ha recentemente scritto che in quella serie “c’era già tutto, da «troveremo la cura per il cancro» detto in un comizio alle assunzioni degli insegnanti al timore d’una pandemia ai vaccini alla predisposizione dell’elettorato a offendersi alla smania dell’internet di dir la sua”. C’è del vero, ma è altrettanto vero che nulla in The West Wing ha mai suggerito, né agli addetti ai lavori né ai semplici appassionati, la eventualità dell’elezione di un presidente come Donald Trump. Che, scusate, non è un dettaglio di poco conto.

Anzi: chissà che proprio l’influenza dei canoni tramandati didascalicamente dal culto pagano di The West Wing non abbia contribuito a fuorviare le nostre analisi. Caro Aaron Sorkin, forse in fondo è anche un po’ colpa di quel tuo maledetto capolavoro se in tanti quattro anni fa abbiamo miseramente fallito nella previsione: guarda caso, spesso chi ha fallito con maggior ardire apparteneva proprio alla setta dei westwingers italici.

In Italia la serie non ha mai fatto grandi numeri, forse perché presuppone una comprensione della politica americana che mal si concilia con il rozzissimo luogocomunismo al quale la vulgata nostrana ci ha purtroppo abituati quando si parla di politica a stelle e strisce. Inoltre dopo essere stata inizialmente trasmessa da Rete 4, migrò per un po’ su Sky (canale Fox), per poi finire nella nicchia di canali secondari come Steel e Arturo, e infine definitivamente fuori dai canali legali, nella catacomba dei download pirata, senza più il doppiaggio e quindi a uso e consumo dei quattro gatti che padroneggiavano a sufficienza la comprensione della lingua inglese. Da cui una fisiologica acutizzazione della sindrome da setta di iniziati, a volte persino un po’ snob, che aveva finito per caratterizzare la esigua comunità dei suoi pochi ma raffinatissimi spettatori italiani. Con il tempo la chiusura in una bolla, in una echo chamber, è stata fatale, portando alla miopia i fortunati che potevano essere destinati a vedere più lungo degli altri.

Ben venga quindi il colpo di scena: quando ormai avevamo perduto ogni speranza, in una stagione in cui l’elitarismo non paga, The West Wing in versione comodamente e pigramente doppiata è salita alla ribalta della visione per tutti, libera e mainstream, grazie ad Amazon Prime Video.

Approfittatene. Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali americane, guardatela. Gustatevela. Usatela. Anche se non aveva previsto Trump. Basta tener presente che si tratta di una narrazione che spiega, e persino insegna, la politica americana non come era un tempo e purtroppo non è più, bensì semmai come dovrebbe essere in teoria (ma forse non è mai stata realmente – non compiutamente, non del tutto). Basta saperlo, e non scordarlo mai. Buona visione.

Uscito su Wired

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mercoledì 4 marzo 2020

JOE BIDEN STRIKES BACK

 


Sindaco Bloomberg, Lei con tutti i suoi soldi non riuscirà mai a creare l’entusiasmo e l’energia di cui abbiamo bisogno per avere l’affluenza elettorale necessaria a sconfiggere Donald Trump”. È stato facile profeta Bernie Sanders due settimane fa, nel puntare il dito contro l’ex sindaco di New York City, il quale ha speso mezzo miliardo di dollari (cifra folle e record storico, senza precedenti)  per la sua candidatura alle primarie presidenziali democratiche basata totalmente sull’entrata tardiva “direttamente al Super Tuesday”, cioè ieri. 

Si è trattato di un esperimento a dir poco spregiudicato, al limite del gioco d’azzardo: senza partecipare né ai caucus dell’Iowa, né alle primarie del New Hampshire, né ai caucus del Nevada né alle primarie del South Carolina, Bloomberg ha puntato tutto su una sua vittoria nel voto che si è tenuto simultaneamente nelle scorse ore in 14 stati (Alabama, Arkansas, California, Colorado, Maine, Massachusetts, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Tennessee, Texas, Utah, Vermont e Virginia). E invece ha perso pressoché ovunque: l’unica votazione da lui vinta risulta essere quella alle isole Samoa (che assegnano 6 delegati su 3979). Con gli spiccioli raggranellati nei tre o quattro stati nei quali, pur perdendo, ha comunque superato la soglia di sbarramento del 15%, dovrebbe attestarsi sulla quarantina di delegati – e quindi, a buon senso, dovrebbe por fine alla sua impresa nei prossimi giorni, se non già nelle prossime ore. 

Ritirandosi, Bloomberg sgombrerà ulteriormente il campo alla candidatura di Joe Biden, il quale ieri ha già beneficiato dell’avvenuto ritiro, subito dopo il voto di sabato in South Carolina e proprio alla vigilia di questo del Super martedì, di Pete Buttigieg e di Amy Klobuchar, i quali gli hanno dato pubblicamente il loro endorsement durante un apposito comizio, ben orchestrato lunedì sera a Dallas.

Di fatto Biden rimarrà a questo punto l’unico candidato moderato in campo, ma soprattutto si confermerà il candidato sul quale punta l’establishment del Partito democratico, che forse sta riuscendo ad attuare contro la candidatura anti-establishment di Sanders ciò che il Partito repubblicano non riuscì a fare quattro anni fa contro la simmetrica scalata di Donald Trump.

Sanders, che fino a una settimana fa sembrava improvvisamente in testa in queste primarie, stanotte ha prevalso solo in Colorado, Utah, Vermont e California. Inoltre da alcuni stati giungono numeri ben inferiori a quelli delle primarie del 2016, che erano state un duello fra Sanders e Hillary Clinton, infine vinto da quest’ultima: in Minnesota quattro anni fa Sanders aveva vinto con il 61%, stanotte ha perso con il 30%; in Oklahoma aveva vinto con il 52%, e stanotte ha perso con il 25%; persino in California, uno dei pochi stati nei quali stanotte Sanders ha vinto, i primi dati parziali lasciano pensare che la sua percentuale risulterà inferiore di almeno dieci punti rispetto a quella del 46% con la quale aveva perso nel 2016.

Dati come questi mal si conciliano con l’affermazione, spesso circolata nelle scorse settimane, che Sanders avesse allargato la propria base. Presumibilmente una parte del suo problema è la competizione a sinistra con Liz Warren; il che però non chiude certo il discorso, dato che ad oggi pare che Warren, nonostante i risultati decisamente deludenti rispetto alle attese iniziali, per il momento non si ritirerà.

Tutto quindi al momento arride a Joe Biden, il quale ha vinto in Alabama, Arkansas, Massachusetts, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Tennessee e Virginia, e soprattutto in Texas, che oltre ad essere il secondo stato per dimensione elettorale (e quindi per numero di delegati) comincia anche a essere considerato un possibile fronte di conquista nell’elezione generale a novembre (contrariamente alla California, che è in assoluto lo stato più grande, ma nell’elezione generale conta poco, essendo lì del tutto scontata la vittoria dei democratici, chiunque sia il candidato).

Insomma, Biden stanotte è improvvisamente tornato a essere il frontrunner. Certo, la partita è tutt’altro che chiusa, ma è pur vero che tra le prossime votazioni quella di maggior peso numerico (248 delegati, poco meno di quelli assegnati in Texas) ma anche la più cruciale politicamente (lo stato è spesso un ago della bilancia nell’elezione generale) è rappresentata dalle primarie della Florida, fra due settimane. E in Florida, si sa, conta moltissimo il voto degli anziani, che attualmente sembra molto più orientato verso Biden che verso Sanders.

Uscito su Wired

mercoledì 8 gennaio 2020

QUANTE PROBABILITA' CI SONO CHE TRUMP VENGA RIELETTO?



 La notte del 6 novembre 2012 mi trovavo negli studi di SkyTg24 a commentare in diretta, assieme ad altri ben più qualificati analisti, lo spoglio dell’elezione del presidente degli Stati UnitiPoiché regnava grande incertezza sull’esito, trovai giusto osservare che, qualunque esso fosse stato, quella suspense era già di per sé un fatto eclatante: la rielezione di un presidente al termine del suo primo mandato – qual era Barack Obama in quel momento – è infatti un evento del tutto fisiologico che rappresenta la pura e semplice normalità.

Tanto che, da almeno un secolo a questa parte, il solo ed unico caso di un presidente licenziato dopo soli quattro anni pur essendo stato inizialmente eletto in discontinuità con il suo predecessore (senza, quindi, che la sua mancata rielezione sia giustificabile con la naturale oscillazione del pendolo dell’alternanza fra i due partiti) è rappresentato dalla presidenza di Jimmy Carter, che non a caso è considerata la presidenza fallimentare per antonomasia: la sua mancata rielezione nel 1980 si può veramente considerare come un classico caso di eccezione che conferma la regola.

In questo senso, dissi, era un fatto notevole quello di trovarci a seguire lo scrutinio della sfida elettorale fra Obama e Mitt Romney con il fiato sospeso, anziché sbadigliando per la prevedibilità dell’esito (e non solo per la tarda ora). Non appena ebbi terminato di esporre queste considerazioni, vi fu un collegamento con un insigne professore di un’illustre università, il quale, con tono piccato, mi riprese – come solo un professore sa fare – facendo presente che Obama era sì al termine di un primo mandato presidenziale conferito con discontinuità politica rispetto al suo predecessore, ma era anche alle prese con un tasso di disoccupazione del 7,9%: e dai tempi di Franklin Delano Roosevelt nessun presidente uscente era più riuscito a ottenere la rielezione con un tasso di disoccupazione superiore così alto.

Beh, quel professore aveva ragione – e la sua ragione torna buona per parlare della principale corsa politica del 2020: quella per la Casa Bianca. È molto difficile stabilire fino a che punto la rielezione di Obama si dovette alla inadeguatezza del suo antagonista, e quanto fu invece aiutata dal fatto che quel tasso di disoccupazione, per quanto ancora molto alto, fosse pur sempre in calo rispetto al drammatico 9,5% del 2010. Sta di fatto che la rielezione di Obama fu al tempo stesso una conferma della regola cui accennavo prima, ma anche una storica smentita della presunzione di non rieleggibilità con disoccupazione superiore prossima all’8%.

A undici mesi dalla prossima elezione presidenziale, mi accade sempre più spesso di ripensare a quel confronto; e più ci ripenso, più stento a immaginare come Donald Trump possa mancare la propria rielezione il prossimo 3 novembre. Se infatti nel 2012 la disoccupazione al 7,9% non impedì la rielezione di Obama, cosa mai potrebbe trasformare Trump nella versione di destra di Jimmy Carter? 

La vulgata, quando si parla dell’elezione presidenziale del 1980, individua solitamente il fattore determinante nella crisi degli ostaggi in Iran; ma di certo Carter non fu aiutato nemmeno dalla disoccupazione al 6,9% e in crescita (fattore, quest’ultimo, da non trascurare: Reagan quattro anni più tardi sarebbe stato rieletto proclamando che era “di nuovo mattina in America” con il tasso di disoccupazione a 7,7%, ma in calo). 

Ebbene: per quanto riguarda Trump, il fattore occupazionale non potrebbe essere più favorevole alla rielezione. Da settembre il tasso di disoccupazione è infatti sceso al 3,5%, il livello più basso registrato nell’ultimo mezzo secolo, cioè dai tempi dello sbarco sulla Luna e del festival di Woodstock. In cinque stati in particolare (Alabama, California, Illinois, New Jersey e South Carolina) la disoccupazione è scesa al livello più basso mai rilevato.

Secondo un recente sondaggio della Cnn, la percentuale degli americani che attualmente danno un giudizio positivo della situazione economica ha raggiunto il 75%: il dato più alto dal 2001

Ora, anche se la storia non si fa con i se, trovo che non sarebbe fuori luogo chiedere di alzare la mano chi non ritiene che anche Carter nel 1980 con dati simili sarebbe stato rieletto, crisi degli ostaggi o no. Che la rielezione di Trump appaia auspicabile o meno, forse prima di azzardare pronostici e ipotizzare scenari toccherebbe partire da qui.

Uscito su Wired

mercoledì 7 novembre 2018

CONFRONTO ALL'AMERICANA


Un presidente eletto da due anni che affronta per la prima volta quel “referendum” sul suo governo che di fatto è insito in ogni elezione di metà mandato, e viene – per sua stessa ammissione – “asfaltato”.
Il partito di opposizione che, pur essendo ancora frammentato, in cerca di nuova identità e drammaticamente sprovvisto di nuova leadership, riesce a catalizzare la “rivolta contro il presidente”, e grazie a ciò non solo stravince le elezioni della Camera, ma guadagna diversi seggi anche al Senato, e “vince tutto” anche nelle elezioni dei Governatori dei singoli Stati, persino in quelli considerati roccaforti del partito del Presidente.
Poteva essere questa la sostanza delle elezioni di metà mandato appena concluse, se si fosse concretizzata la “ondata blu” della quale molti favoleggiavano mesi addietro.
E invece no. Questa è stata la sostanza di un’altra elezione di metà (primo) mandato, quella di otto anni fa, la prima midterm durante la presidenza di Barack Obama.
Nel 2010 i Democratici oltre a detenere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso erano anche al comando nella maggioranza assoluta degli Stati, sia quanto a governatori che quanto a maggioranze parlamentari locali (le quali a loro volta determinano lo spazio di manovra del governatore).
I Repubblicani, per contro, erano – più ancora dei Dem di oggi – politicamente divisi e drammaticamente sprovvisti di qualsiasi embrione di leadership. Da quando Obama era stato eletto venivano descritti come sull’orlo dell’estinzione (memorabile una cover story di TIME in questo senso). Quell’anno, per riprendersi la maggioranza alla Camera Il Grand Ole Party avrebbe dovuto rimontare di almeno 39 seggi (quasi il doppio di quei miseri 23 seggi che quest’anno bastavano per la rimonta ai Dem). Alla fine i repubblicani ne conquistarono ben 63  – circa il doppio di quelli che i sondaggi estivi avevano pronosticato. Dei seggi conquistati dai Repubblicani, solo 23 si trovavano in regioni nelle quali il GOP andava tradizionalmente forte, mentre il grosso (29 seggi) si trovava negli Stati centro-settentrionali, in mezzo al Midwest industriale, con picchi in Pennsylvania e in Ohio, ma anche nello Stato di New York e in Illinois. Si trattò della più grande vittoria elettorale parlamentare repubblicana dell’ultimo secolo: bisogna risalire al 1894, ai tempi della seconda elezione di Grover Cleveland, per trovare un record superiore.
Più complessa la questione al Senato: quando Obama era stato eletto alla Casa Bianca nel 2008 i Dem avevano raggiunto addirittura la cosiddetta supermaggioranza, anche se risicatissima di 60 senatori su 100, non uno di più; ma poi la avevano persa all’inizio del 2010 quando alle suppletive in Massachusetts tenutesi dopo la morte di ted Kennedy era stato clamorosamente eletto un repubblicano. Partivano quindi da 59 seggi, e i Rep da 41. Non perdettero la maggioranza, ma la videro ridursi a 53, perché il partito di opposizione strappò comunque 6 seggi a quello di governo.
Per quanto riguarda i governatori i Dem, che fino al 2010 ne detenevano la maggioranza assoluta (26 su 50), quell’anno persero una dozzina di Stati, tra i quali praticamente tutto il MidWest.
“Da qualche parte lungo il percorso, colui che era l’apostolo del cambiamento ne è divenuto il bersaglio, sommerso dalla stessa corrente cavalcando la quale era stato portato alla Casa Bianca due anni fa”. Questo fu l’incipit dell’analisi pubblicata a caldo non da un sito web conservatore, ma dal New York Times. In conferenza stampa Obama ammise: “ci hanno asfaltati” (“a shellacking“).
Ecco: non leggerete nulla di simile per quanto riguarda le prime midterm della presidenza Trump (se lo doveste leggere, mettetevi a ridere).
Non c’è stato alcun “referendum perso” per il presidente, non si è registrata alcuna crisi di rigetto, nessuna grande marea di riflusso. Certo, del terreno perso qui e là, ma questo accade praticamente sempre in tutte le elezioni di metà mandato. È fisiologico ed usuale. Qui la vera notizia è la modestissima entità di questo terreno perso, e quindi la tenuta di quello che, da oggi, è ancor più “il partito di Trump”.

Prosegue su Il Nazionale

martedì 6 novembre 2018

"JUST DO IT"

Non si vede l’enorme, caricaturale cespuglio di capelli afro, nel primissimo piano del volto di Colin Kaepernick scelto per lo spot con il quale la Nike celebra i 30 anni del suo celeberrimo slogan “Just Do It”. Solo i tratti del viso, poco più che il suo sguardo, e la scritta “credi in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto“.
Kaepernick è probabilmente il personaggio più controverso, e politicamente più esposto, del mondo dello sport americano. Nel 2016, quando ancora giocava da quarterback in una squadra molto importante, i San Francisco 49rs, diede inizio a una protesta contro violenze e abusi perpetrati dalla polizia statunitense sui cittadini afroamericani. La protesta consisteva semplicemente nell’inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno nazionale, prima di ogni partita. Molti altri giocatori aderirono e la polemica dilagò. In un’intervista Kapernick dichiarava: “Non intendo mostrare orgoglio per una bandiera e per un Paese che opprime la gente di colore”. Durante la campagna elettorale per la Casa Bianca, attaccò non solo Donald Trump (“è apertamente razzista”), ma anche Hillary Clinton (“ha commesso dei reati che se fossero stati commessi da chiunque altro, ora quella persona sarebbe in prigione”). Hillary fece finta di nulla, Trump invece colse la ghiotta occasione per contrattaccare (“se questo Paese non gli piace se ne può anche andare”, dichiarò rievocando il “Love it or leave it” che mezzo secolo fa veniva rivolto ai pacifisti che bruciavano la bandiera per protestare contro la guerra in Vietnam).
Alla fine Kapernick ci ha rimesso il lavoro, nel senso che nessuna squadra lo ha più ingaggiato; inoltre la National Football League, assecondando le richieste di Trump, ha vietato quel gesto di protesta durante l’inno; da ultimo, lui ha intentato causa contro la Lega, lamentando di essere vittima di discriminazione.
Ora, ragionando secondo gli schemi di un tempo, la scelta di Nike di renderlo il volto del suo trentennale può apparire sorprendentemente “politica”, e stranamente rischiosa. Dopotutto, il football è lo sport per eccellenza negli Usa, e Nike sponsorizza tutte le 32 squadre della Nfl, la lega professionistica nazionale. Ma in realtà questa scelta ha senso, esattamente per la stessa ragione per cui alla Nfl conviene essere “trumpiana”: una ragione puramente commerciale. Innanzitutto, i clienti di Nike sono in misura largamente preponderante “i giovani”. Quei giovani che da anni risultano sempre meno propensi a guardare lo sport in tv, e sempre meno appassionati di football. Lo spettatore “medio” di una partita di football ha circa 50 anni, dicono i dati disponibili. Per mantenere il suo primato in un mercato di consumatori giovani, Nike non può limitarsi a sponsorizzare la Nfl: deve inseguire ciò che attira l’attenzione dei diciottenni e dei ventottenni (e soprattutto di quelli che abitano nelle grandi città, perché sono questi a dare il via alle “tendenze” alle quali poi gli altri si accodano). E Nike sa che a questa fascia di popolazione il gesto di Kapernick era piaciuto, e non poco.

Dopo la sua protesta, la maglia del giocatore originario del Wisconsin divenne improvvisamente la più venduta, anche se nel frattempo aveva smesso di giocare. Non tanto perché i ragazzi lo seguissero nella militanza politica, quanto semplicemente perché andare controcorrente – specie con una gestualità così affascinante – risulta cool, attira la loro attenzione. La reazione dei giovani è stata cliccare “mi piace” sui social, e poi “compra” su Amazon, ma non certo mobilitarsi, e men che meno disturbarsi a raggiungere il seggio il giorno delle elezioni. Quella di cui parliamo, non a caso, è una delle fasce di popolazione meno inclini a votare per Trump, ma attualmente anche la meno intenzionata a cambiare le cose: soltanto uno su tre di quei ragazzi è intenzionato a presentarsi alle urne.
Inoltre, non dimentichiamo che negli Usa il football è trattato alla stregua di una religione, ma nel resto del mondo è uno sport decisamente di nicchia; lo stesso resto del mondo in cui l’antipatia per Donald Trump, dal canto suo, di nicchia non è. Il mercato della Nike è mondiale, e fortemente orientato non semplicemente sui giovani americani, ma su quelli di tutto il pianeta. Non solo: in Europa, in Medio Oriente, in Sud America, le vendite dei prodotti Nike stanno crescendo tre o quattro volte più che negli Usa; in Cina, sette volte di più. È del resto la stessa azienda ad aver pubblicamente proclamato, più di un anno fa, di voler puntare tutto sui consumatori che vivono in dodici metropoli “chiave”: accanto a New York e Los Angeles (che guarda caso sul piano elettorale sono delle roccaforti anti-trumpiane…), le altre sono Londra, Shanghai, Pechino, Tokyo, Parigi, Città del Messico, Barcellona, Seul e Milano.
Quindi, no: Nike non sta facendo politica. Non sta sposando una “causa”, e non ha scelto di aprire in questo modo la sua campagna per “fare un dispetto a Trump”, né men che meno per schierarsi in vista delle ormai imminenti elezioni di metà termine. Semplicemente, sono ormai lontani i tempi in cui si diceva che Michael Jordan (celebre testimonial Nike), pur essendo simpatizzate del Partito democratico, evitava di parlare di politica perché “le scarpe da ginnastica le comprano anche i repubblicani”. In quest’epoca – un’epoca un po’ strana, ma tant’è – essere un personaggio fortemente controverso può rivelarsi un pregio. Questa campagna pubblicitaria è chiaramente basata su questo fattore: con un testimonial “non controverso” avrebbe rischiato di scivolare nell’indifferenza generale.
A loro volta, le persone filotrumpiane che si sono indignate e stanno condividendo sui social foto e filmati di roghi di scarpe e calzini sono presumibilmente convinte di intraprendere una qualche forma di militanza politica. E invece stanno contribuendo anche loro, inconsapevolmente, a questa campagna Nike. Stanno aiutando a vendere più scarpe quella stessa multinazionale che credono di boicottare. E lo stanno facendo gratis. Probabilmente il “signor Nike” le sta guardando sornione, e pensando qualcosa di simile a: Just do it.
Uscito su Forbes

C'ERA UNA VOLTA MAVERICK. STORIA DI JOHN MCCAIN

In America, quella del 1967 la avevano chiamata the Summer of Love: l’anarchia pop dei figli dei fiori, i capelli lunghi e l’LSD, Janis Joplin e i Jefferson Airplane. Ma anche l’inizio delle contestazioni studentesche diffuse, dopo i prodromi di Berkley. Il 21 ottobre centomila giovani pacifisti avevano tenuto a Washington la “Marcia sul Pentagono”, la prima grande manifestazione di protesta contro la guerra del Vietnam.
Cinque giorni dopo, sull’altra sponda del Pacifico, John Sidney McCain Terzo era decollato dalla portaerei USS Oriskany, nel Golfo del Tonchino, per la sua ventitreesima missione: doveva bombardare una centrale elettrica nei pressi di Hanoi, “la città con la difesa contraerea più massiccia della storia” come lui stesso l’avrebbe definita anni dopo. Aveva trent’anni. Era in Vietnam come volontario, con i gradi di luogotenente nell’aviazione della Marina.
Non appena McCain raggiunse il bersaglio, il suo A-4 Skyhawk venne colpito da un missile di fabbricazione sovietica, lanciato dalla contraerea vietnamita. Fece appena in tempo a sganciare le sue bombe sull’obiettivo, quando l’aereo perse l’ala destra e precipitò in avvitamento. Riuscì a farsi espellere dall’abitacolo, ma la detonazione gli ruppe entrambe le braccia e una gamba. Quasi privo di sensi, cadde con il paracadute in uno dei laghetti che ancora oggi abbelliscono la capitale del Vietnam. Una piccola folla di abitanti della zona lo ripescò, lo massacrò di botte (uno gli assestò una coltellata all’inguine), e lo consegnò ai soldati.
Questi scoprirono ben presto che il prigioniero era figlio dell’ammiraglio che stava per entrare in carica come comandante della flotta americana nel Pacifico. Per usarlo come strumento di propaganda, fecero subito intervenire una troupe televisiva francese che lo intervistò prima delle torture, ricoverato in ospedale apparentemente in condizioni decenti. Quelle immagini fecero subito il giro del mondo, ad uso e consumo dell’opinione pubblica antiamericana; dopodiché i viet lo torturarono e lo spedirono, più morto che vivo, in un campo di concentramento.
Dopo un anno, gli offrirono la possibilità di tornare a casa. McCain comprese lo scopo: indurre il privilegiato (the Crown Prince, “il principe ereditario”, lo chiamavano i suoi carcerieri) a calpestare il principio “first captured, first released” - prima deve essere liberato chi prima è stato catturato - sancito dal codice d’onore dei prigionieri di guerra americani.
Se John McCain viene considerato un eroe di guerra, lo deve alla risposta che diede quel giorno ai suoi aguzzini. Nel suo ufficio al Senato avrebbe conservato, incorniciato come un trofeo, il telegramma con il quale Haverell Harriman, che guidava la delegazione americana ai negoziati di Parigi sul Vetnam, comunicò a Washington che “Le Duc Tho ha menzionato che Hanoi voleva liberare il figlio dell’ammiraglio McCain, ma lui ha rifiutato”.

Prova a immaginare quella frazione di secondo, tra l’offerta della liberazione e il suo rifiuto. Prova a immaginare se fosse toccato a te. Prova ad immaginare la violenza con la quale il tuo primordiale istinto di sopravvivenza ti avrebbe urlato nella testa in quel momento, e prova ad immaginare l’infinità di argomenti razionali che il tuo cervello avrebbe immediatamente prodotto per razionalizzare l’accettazione di quell’offerta. Fatto? Bene, allora adesso chiediti: tu saresti riuscito a dire di no, a rifiutare di tornare a casa?
Sono i taglienti interrogativi che il giovane scrittore postmoderno David Foster Wallace (che all’epoca aveva cinque anni) porrà nel 2000 ai lettori della rivista Rolling Stone, cioè ai trentenni del suo tempo, poco avvezzi a simili domande. “Non lo sai neanche tu”, si risponderà. “Nessuno di noi lo sa. Fai fatica anche solo ad immaginarti il dolore e la paura in quel momento, figuriamoci capire come ti saresti comportato”.
Era il 4 luglio del 1968. Il “principe ereditario” si era appena guadagnato una permanenza di oltre cinque anni (dei quali due in totale isolamento) nella prigione di Hoa Lo, che gli americani avevano soprannominato “l’Hilton di Hanoi”. Veniva torturato ciclicamente: denti rotti, costole incrinate, notti intere legato in posizioni dolorosissime. Senza contare la dissenteria, la febbre alta e soprattutto i dolori (da sopportare senza antidolorifici) delle fratture per la caduta in aereo, mai del tutto medicate. Per due volte tentò di suicidarsi impiccandosi nella sua cella.
Quando nel 1972 l’attrice americana Jane Fonda fece il suo famigerato viaggio ad Hanoi come militante pacifista, McCain ricevette dalle autorità vietnamite la richiesta di farsi filmare con lei mostrando di condividere le sue dichiarazioni contro la guerra. Anche stavolta rifiutò, e in quella occasione gli spezzarono nuovamente le braccia e lo sbatterono per cinque mesi in una cella ancora più piccola, di un metro per due – praticamente un armadio.
Venne infine rilasciato nel 1973, quando Nixon negoziò la ritirata, e rientrò negli USA assieme ad altri 591 prigionieri di guerra, con un peso corporeo di quarantaquattro chili ed i capelli candidi, coperto di medaglie (cinque) e di cicatrici (“più di quelle di Frankestein”, amava scherzare lui).
Nel 1985, nel decennale della fine della guerra, la CBS mandò in onda un documentario intitolato Honor, Duty and a War Called Vietnam, in cui il mitico Walter Cronkite, probabilmente il più autorevole cronista americano del secolo (nonché uno dei primissimi giornalisti statunitensi ad aver sostenuto, nel 1968, l’idea che l’America non poteva vincere quella guerra), visitava Hanoi assieme a McCain, ripercorrendo le tappe della sua prigionia. Tra queste, il lago in cui era precipitato quando era stato abbattuto, evento che i vietnamiti avevano immortalato erigendo sulla riva un monumento di cemento e bronzo che commemora l’eroismo della contraerea celebrando l’abbattimento del "famoso pirata dell’aria Jon Sney McKay" (“l’unica statua al mondo che rechi il mio nome, o comunque una sua versione approssimativa ma abbastanza somigliante”, chiosava scherzosamente lui).
Il Principe Ereditario, già. Suo padre era membro della Society of Cincinnati, un club molto elitario riservato a coloro che possono vantare un antenato tra gli ufficiali che combatterono con George Washington nella Rivoluzione americana (nel caso dei McCain si sarebbe trattato di un capitano di nome John Young, che combatté anche contro gli indiani per vendicare un fratello che era stato ucciso e “scalpato”).
Il fratello del suo bisnonno, Henry Pinckney McCain, aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale con i gradi di generale, e in suo onore un campo di addestramento a Grenada, nel Mississippi, in cui vennero preparate le truppe americane destinate a combattere in Europa nella Seconda Guerra Mondiale, venne chiamato “Camp McCain” (oggi è utilizzato per l’addestramento della Guardia Nazionale).
Il nonno John Sidney McCain Senior, detto “Slew”, era un ammiraglio della marina all’epoca in cui gli Stati Uniti si andavano dotando di una flotta navale degna di una superpotenza: nella Seconda Guerra Mondiale era stato al comando dell’aviazione navale durante la battaglia di Okinawa (lo si riconosce accanto al generale MacArthur in una famosa foto che immortala la firma del trattato di pace con il Giappone sul ponte della USS Missouri), distinguendosi al punto che ancora oggi una portaerei americana, assegnata alla base navale di Yokosuka in Giappone, è denominata in suo onore USS John S. McCain.
Il padre John Sidney McCain Junior, detto Jack, non era da meno: anch’egli ammiraglio della US Navy (unico caso nella storia di attribuzione di questa stessa carica sia al padre che al figlio), era stato comandante di un sottomarino durante la Seconda Guerra Mondiale, poi era divenuto comandante in capo delle forze navali USA in Europa negli anni Sessanta, ed infine, per l’appunto, era stato messo al comando della flotta americana nel Pacifico proprio nel periodo in cui il figlio era stato fatto prigioniero dai vietnamiti. “Non parlava quasi mai della mia prigionia a persone che non fossero membri della nostra famiglia” – ricorderà il figlio quarant’anni dopo - , “e comunque mai in pubblico. Tutte le sere si inginocchiava e pregava perché facessi ritorno a casa sano e salvo. Eppure, quando fu suo dovere farlo, ordinò ai B-52 di bombardare Hanoi, inclusa l’area in cui sapeva si trovava la mia prigione”.
L’abbandono della carriera militare spezzò quindi una tradizione dinastica straordinaria, della quale John – nato in un ospedale militare in una base americana sul Canale di Panama mentre il padre e il nonno erano di stanza laggiù, e cresciuto tra perpetui traslochi da una base della marina militare all’altra – appariva destinato sin dalla culla ad essere la “terza generazione”.
All’Accademia Navale di Annapolis, nel Maryland, dove i genitori lo avevano spedito quando aveva 17 anni e pochissima voglia di andarci, aveva passato la maggior parte del tempo “a venire additato come un esempio negativo, e a marciare per parecchie miglia in più rispetto agli altri come punizione per i voti troppo bassi, per i ritardi, per il disordine nell’alloggio, per l’aspetto trasandato, per l’aver tenuto comportamenti sarcastici e per svariate altre violazioni dei regolamenti dell’accademia” (parole sue).
La foto nell’annuario scolastico lo ritrae in versione Humphrey Bogart, con addosso un trench con il colletto rialzato e con la sigaretta che penzola in un angolo della bocca. Alla fine si era classificato ottocentonovantaquattresimo sugli ottocentonovantanove cadetti della sua classe. “Il giorno del diploma – racconterà in un’intervista – il Presidente Eisenhower, che presiedette personalmente la cerimonia, chiese di vedere l’ultimo della classe: ricordo di essermi un po’ dispiaciuto di non essermi impegnato un po’ di più per classificarmi male, per poco non ebbi l’occasione di stringere la mano al Presidente…”.
Forse, se la vita gli avesse davvero riservato la carriera militare che la famiglia gli aveva cucito addosso fin dal suo primo vagito, i fantasmi dei suoi avi lo avrebbero tormentato impedendogli di dare il meglio di sé; a cominciare da quello del padre, il quale si vantava di aver deciso di iscriversi all’Accademia sin dall’età in cui era stato “abbastanza grande da rendermi conto dell’esistenza di un posto come quello”.
È la stessa impressione riferita dallo psichiatra della Marina che lo seguì al ritorno dal Vietnam: la cartella clinica parla di un uomo in fuga dall’“ombra di suo padre”, che aveva trovato pace solo una volta insignito dello status di eroe di guerra. Il giorno in cui cessò di essere presentato come “il figlio dell’ammiraglio McCain”, e fu invece l’ammiraglio ad essere presentato come “il padre del Comandante McCain”, lo psichiatra notò sul suo viso “un sorriso che rivelava soddisfazione e sollievo”, e annotò: “ce l’ha fatta”.
A quanto pare la drammatica esperienza in Vietnam non è semplicemente l’accidente che dirottò sulla politica una carriera altrimenti spianata sotto le armi: è anche, o soprattutto, l’esperienza alla quale si deve il fatto che McCain sia stato quel particolare genere di uomo politico. Un genere raro, anomalo. Un politico incline a non fare la cosa più ovvia, a non scegliere la soluzione più conveniente a breve termine. Un rompiscatole, uno poco propenso a seguire la corrente. Capace di sfidare il semplice “istinto di autoconservazione”, che per un parlamentare equivale alla via più sicura verso la prossima rielezione.
“Maverick”: questa parola quasi intraducibile (più o meno sta per “cane sciolto”, o “battitore libero”), familiare a chi crebbe negli anni Ottanta per via del film Top Gun (dedicato, guarda caso, alle gesta di alcuni piloti della marina militare), è stata quella da lui prediletta per sintetizzare il suo personaggio.
Un buon esempio è la crociata che McCain combattè negli anni Novanta contro il cosiddetto “Pork-Barrel Spending” la pratica con la quale uno o più parlamentari riescono a dirottare una parte della spesa pubblica federale su costosi progetti “locali” o “particolari” di poca o nessuna utilità, ricevendo in cambio voti e appoggi dai pochi beneficiari di tali operazioni (una ricetta che anche noi italiani conosciamo fin troppo bene).
Da notare che questa battaglia McCain la potrò avanti non con coloriture moralistiche da ipocrita grillo parlante, bensì con argomentazioni pragmatiche e razionali: “per quanto ricca sia la nostra nazione, comunque non disponiamo di risorse illimitate. Se quando è ora di approvare la legge finanziaria noi parlamentari ci sbraniamo tra di noi per cercare ciascuno di portare a casa nel proprio collegio la fetta più grossa di finanziamenti a scapito delle risorse per le questioni nazionali, il risultato è non solo di balcanizzare l’America in una competizione tra gruppi d’interesse di matrice razziale o religiosa o di classe, ma anche di segare le gambe al perseguimento dei possibili grandi obiettivi di portata nazionale”.
Un altro dato significativo risiede nel fatto che McCain, noto falco in politica estera, è stato uno dei pochissimi esponenti repubblicani a sedere nella Commissione Difesa del Senato – della quale è stato anche più volte presidente – senza aver mai ricevuto in campagna elettorale finanziamenti dalla Boeing, il principale fornitore dell’esercito USA (tanto per intenderci: il suo mentore Henry “Scoop” Jackson, senatore democratico che pure aveva lungamente presieduto quella stessa commissione, veniva apostrofato dai suoi detrattori come “il senatore della Boeing”).
Anzi: nel 2002, allorché una commissione parlamentare autorizzò l’Aviazione Militare a noleggiare dalla Boeing cento aerei 767 per usarli per il rifornimento in volo dei velivoli militari, McCain si mise di traverso come solo lui sapeva fare. Il costo dell’operazione venne autorizzato tra un minimo di diciassette e un massimo di trenta miliardi di dollari, e se il Pentagono avesse invece disposto l’acquisto dei velivoli avrebbe risparmiato almeno sei miliardi. Il senatore dell’Arizona ingaggiò battaglia per dimostrare che quel “regalo” alla Boeing puzzava di bruciato, e nel 2004 riuscì a provare che dietro quello sperpero c’era una vicenda di corruzione. Con una teatralità degna di una fiction hollywoodiana, si presentò in aula e diede lettura di tutte le email che i funzionari prezzolati del Pentagono si erano scambiati con i lobbisti della Boeing per concordare l’affare. Alla fine la “sua” inchiesta fece saltare quell’accordo, che egli definì “una delle grandi truffe nella storia degli Stati Uniti d’America”, e che costò la galera ad alcuni funzionari del Pentagono e il licenziamento per svariati manager della Boeing.
Si potrebbe proseguire a lungo: il McCain coautore, con il Democratico di sinistra Russ Feingold, della legge che, per contenere il ruolo delle lobby, del big business e dei sindacati, aveva limitato drasticamente l’entità dei finanziamenti che i privati possono versare nelle campagne elettorali – legge poi pesantemente falcidiata dalla Corte Suprema; il McCain protagonista della battaglia parlamentare per mettere al bando il waterboarding, l’annegamento simulato impiegato nelle prigioni della CIA per estorcere confessioni ai sospetti terroristi; il McCain ostinato sponsor della proposta di legge che avrebbe concesso una sanatoria una tantum ad ognuno dei milioni di immigrati clandestini presenti negli USA dal almeno 5 anni, a patto però che il clandestino si facesse schedare, pagasse le tasse arretrate e una multa di 3.000 dollari, e passasse un esame di lingua inglese – mai approvata nonostante l’allora presidente Bush l’avesse sostanzialmente fatta propria; il McCain unico sponsor del surge in Iraq nel 2006 e nel 2007, quando tutti parlavano solo di battere la ritirata il più in fretta possibile, dapprima danneggiato da questa sua posizione impopolare, poi alla lunga premiato dalle buone notizie che arrivarono da Bagdad proprio all’inizio delle primarie presidenziali del 2007.
Mi sembra giusto guardarsi ora dalla tentazione di etichettarlo come un romantico grande sconfitto, uno che aveva il coraggio di sposare le cause perse e di battersi senza mai cedere alla tentazione di imboccare scorciatoie. Sarebbe sbagliato, per almeno due ragioni.
La prima è che sarebbe sciocco idealizzarlo come un santo. Come spesso accade a chi è uomo di azione più che di pensiero e a chi diventa avvezzo al rischio, McCain ha preso anche importanti cantonate, e spesso lo ha fatto proprio quando ha deviato dal suo tanto celebrato rigore: dal primo episodio alla fine degli anni Ottanta, quando si lasciò sporcare dallo scandalo dei “Keating Five”, una storia di favori al magnate Charles Keating, finito in carcere per truffa dopo aver distribuito mazzette, allo scivolone finale del “dossier Steele”, quando subito dopo l’elezione di Trump si prestò a fare da buca delle lettere consegnando al direttore dell’FBI una serie di informazioni taroccate su asserite collusioni fra il neo presidente e il Cremlino, messe assieme – si sarebbe poi appreso - su commissione del Team Clinton, e passategli da un ex diplomatico del quale avrebbe fatto bene a diffidare, facendo leva non solo sulla sua nota inimicizia nei confronti di Trump, ma ancor più su quella, ben più risalente, nei confronti di Putin, contro il quale McCain si è battuto come pochi nell’ultimo ventennio.
La seconda ragione è che McCain non è stato affatto uno che pur di tenere la schiena dritta ha collezionato per lo più sconfitte: al contrario, la sua carriera è fatta soprattutto di vittorie, dai 35 anni di ininterrotte elezioni al Congresso, alla sua rocambolesca vittoria alle primarie del 2008. La stessa sconfitta contro Obama andrebbe ricordata più per quanto egli si era riuscito ad avvicinare ad una vittoria apparentemente impossibile (a questo tema ho dedicato una separata analisi ieri su Forbes Italia).
Ciò nonostante mi ha fatto piacere, in questi giorni, vedere come uno dei ricordi più condivisi in rete sia stato il filmato del concession speech che McCain pronunciò nella notte del 5 novembre 2008, subito dopo aver appreso della sua sconfitta contro Obama. Trovo che quel filmato andrebbe mostrato nelle scuole, per mostrare cos’è la leadersip. Osservate il momento iniziale, quando dice “Poco fa ho avuto l’onore di telefonare al senatore Barack Obama per congratularmi con lui”: partono i booooo, e lui mette le mani avanti alzando le braccia all’altezza delle spalle (di più non poteva, a causa delle torture in Vietnam), ammonendo i suoi elettori con un garbato ma fermo please. La folla esita, lui riprende: “…congratularmi con lui per essere stato eletto come nuovo presidente della nazione che entrambi amiamo”. Piccolissima pausa. Riparte qualche boooo: molti meno di prima, però. Lui alza la mano destra in segno di “stop”, tipo vigile urbano.
A quel punto spicca il volo con il riconoscimento del valore storico insito nella prima elezione di un afroamericano alla Casa Bianca, con il ricordo di quando il suo idolo, il presidente Teddy Roosevelt, venne criticato per avervi ricevuto il militante per i diritti dei neri Booker T. La folla – la stessa folla che prima fischiava – ora ascolta in religioso silenzio. Le telecamere inquadrano molti volti, tutti – dal primo all’ultimo – bianchi. “Un mondo intero separa l’America di oggi” prosegue fiero “dalla crudele e spaventosa bigotteria di quel tempo. E di questo non potrebbe esserci miglior conferma dell’elezione di un afroamericano alla presidenza degli Stati Uniti”. 
A questo punto partono timidamente i primi applausi. Gli ultimi saranno scroscianti.
 Ecco cosa è un leader: una persona capace di raccogliere il consenso sfidando la folla, non seguendola; portandola (leading) altrove rispetto alla direzione verso la quale la folla stava premendo, anziché limitarsi a cavalcarne gli umori, solleticandoli. Ecco perché un vero leader è l’antitesi di un populista.
Tutto questo, si noti, senza concedere nulla all’avversario, mantenendo dritta la barra del suo ruolo di leale ma implacabile oppositore, quale McCain è poi stato nei confronti di Obama per tutta la durata della sua presidenza (basti ricordare la campagna che egli, inizialmente pressochè da solo, poi a poco a poco seguito da un numero crescente di senatori, ingaggiò nel 2012 per impedire che il presidente, appena rieletto, rimpiazzasse Hillary al Dipartimento di Stato con la sua amica Susan Rice, battaglia per la quale “sulla carta” McCain non aveva i numeri e che invece alla fine vinse, costringendo Obama ad abbandonare la Rice e a nominare invece il più moderato John Kerry).
Nell’aprire qui su Strade la riflessione sulla scomparsa di una figura come quella di McCain, Giordano Masini mi ha spinto a riflettere se ciò cui stiamo assistendo sia l’estinzione dell’ultimo della sua specie, di un personaggio che non potrà più tornare: se si tratti – sono parole sue – di una figura simile a quella di Cheyenne che nel finale di “C’era una volta il West” cavalca via e va a morire mentre arriva la ferrovia e con essa una modernità cui egli non poteva appartenere. Io voglio credere di no. Voglio credere che di anomalie paragonabili a John McCain – che proprio oggi avrebbe compiuto 82 anni - ne vedremo altre. Ovviamente fuori posto, proprio perché controcorrente.
Il suo essere un maverick, del resto, è stata la sua forza, non il suo limite. Non è da tutti. “Per vivere al di fuori della legge devi essere onesto”, cantava Dylan in un brano di quegli anni là, quelli in cui c’era chi si avviava verso la Summer of Love e chi, invece verso l’ennesimo volo su Hanoi.

Uscito su Strade

JOHN MCCAIN, VINCENTE

La legge dello Stato dell’Arizona stabilisce che, quando uno dei due senatori del Grand Canyon State venga a mancare durante il proprio mandato, il governatore dello Stato nomini un Senatore ad interim, appartenente allo stesso partito, fino alla prima scadenza elettorale utile. Il seggio che John McCain ha appena lasciato vacante verrà quindi riassegnato in questo modo sino alle elezioni del novembre 2020, per poi eleggere democraticamente un senatore, che comunque rimarrà in carica solo fino a quella che sarebbe stata la scadenza naturale dell’ultimo mandato di McCain, cioè novembre del 2022.
Lui, McCain, invece non aveva mai beneficiato di alcuna comoda cooptazione: il suo posto al Congresso se lo era sempre guadagnato sul campo. Nel 1987, si sente spesso dire, aveva “ereditato” il seggio al Senato dal mitico Barry Goldwater, il conservatore antistatalista uscito sconfitto dalle presidenziali del 1964 contro Lyndon Johnson, ma che aveva seminato il germe di quella rivoluzione reaganiana alla quale McCain aveva nel suo piccolo preso parte con la prima elezione alla Camera, nel 1982 (fresco di trasferimento in quell’Arizona che diventerà il “suo” Stato). Ma Goldwater non era venuto a mancare: era semplicemente andato in pensione dopo aver terminato il mandato, lasciando libero un seggio da contendere alle urne.
In queste ore in cui l’America e tutti i media occidentali si uniscono nel rendere omaggio all’eroe di guerra che sabato sera ha perso la sua ultima battaglia, quella contro il cancro al cervello (lo stesso presidente Trump, dopo aver inizialmente limitato al minimo sindacale la bandiera a mezz’asta sulla Casa Bianca – incattivito dalla profonda inimicizia che aveva diviso i due – ha poi ceduto ad un raro dietrofront proclamando ieri sera il ripristino del segno di rispetto sino ai funerali di McCain), può sembrare superfluo rivangare questi dettagli. Ma la questione è fondamentale: McCain è stato un grande “solo” perché ha saputo essere grande nella sconfitta (o meglio, perché ha saputo rinunciare alla vittoria pur di non cedere al “gioco sporco”) oppure ha saputo essere anche un vincitore? Stiamo parlando di un uomo politico: sarebbe assurdo misurarne la grandezza solo sullo stile e sulla moralità dimostrati nel perdere le elezioni.
Forse quando nel 2015 l’allora aspirante candidato Donald Trump dichiarò di non considerare McCain un eroe di guerra perché “si fece catturare, mentre a me piacciono quelli che non si fanno catturare”, stava facendo qualcosa di più che dare in pasto ai propri simpatizzanti uno slogan per smarcarsi da un detrattore autorevole. Trump stava lanciando una candidatura presidenziale basata su regole molto diverse da quelle tradizionali: tra l’altro, sulla convinzione che “there is no bad publicity”, che la buona reputazione è molto sopravvalutata e che per conquistare la prima fila serve spararle grosse, senza troppe remore, ben più che dar prova di signorilità. In buona sostanza, volete un candidato che sappia dimostrare onore, virtù, rettitudine, coerenza, ma poi alla fine esca onorevolmente trombato (come accadde a McCain nel 2008 contro Obama), o preferite uno che se ne frega di questi fronzoli ma che, anche per questo, sa portare a casa la sospirata vittoria? Quell’interrogativo, a distanza di tre anni, ancora aleggia, persino dalle nostre parti:


Le sconfitte elettorali di McCain sono solo due: alle primarie presidenziali del 2000, e alle presidenziali del 2008. Nel primo caso venne sconfitto da George W. Bush, il quale venne sostenuto dal partito con ogni mezzo. Gli appassionati di fake news che le considerano un fenomeno recente farebbero bene ad andarsi a rileggere la storia di quelle elezioni di diciotto anni fa, durante le quali su internet (un internet ancora privo di social network) venne diffusa la diceria secondo cui il senatore dell’Arizona aveva qualche rotella fuori posto a causa delle sevizie patite durante la prigionia in Vietnam (evocando perfidamente la versione originale del film The Manchurian Candidate del 1962, quella nel quale un sergente americano – interpretato da Frank Sinatra – veniva fatto prigioniero durante la guerra in Corea, sottoposto dai comunisti a un fantascientifico lavaggio del cervello, e in tal modo “programmato” per assassinare il presidente degli Stati Uniti una volta liberato e rimpatriato come eroe di guerra).


E allora forse è giusto ricordare anche questo: che no, John McCain non è stato “uno che le elezioni le perdeva”. È stato, innanzitutto, uno che è riuscito a farsi eleggere al Congresso ininterrottamente per trentacinque anni, dal 1982 al 2017, una volta alla Camera e ben sei volte consecutive al Senato. L’Arizona non è il Mississippi, né l’Alabama, né il South Carolina: è uno Stato che nemmeno negli anni recenti di “marea rossa” compare fra i primi dieci – ma neanche fra i primi venti – nelle classifiche degli stati ideologicamente più conservatori. Ed è, inoltre, uno Stato nel quale circa un terzo degli elettori registrati per votare non sono affiliati né al Partito repubblicano né a quello Democratico. Si tratta, insomma, di uno Stato nel quale l’elezione per un candidato repubblicano non è affatto scontata: va conquistata realmente, ogni volta. Tant’è che l’altro seggio senatoriale dello Stato, quando McCain subentrò a Goldwater, era saldamente detenuto da un Democratico, l’avvocato italoamericano Dennis DeConcini.
Particolarmente degna di nota è soprattutto la rielezione di McCain nel 2010, quando venne sfidato alle primarie da un popolare conduttore di talk show radiofonici sostenuto dal movimento populista dei Tea Party, che in quel periodo sembrava essere la realtà più vincente nella destra americana. Allora 74enne e reduce dalla sconfitta alle presidenziali, McCain riuscì comunque a non farsi strappare la candidatura, e venne rieletto con ampio margine.
Dopo il botto di McCain alle primarie del New Hampshire, il Team Bush, capitanato dal famigerato Karl Rove, pur di impedirgli il bis in South Carolina dove i sondaggi lo davano nuovamente in testa, fece ricorso ai cosiddetti “push polls”: telefonate camuffate da sondaggi e mirate in realtà a diffondere calunnie (“se lei sapesse che il senatore McCain ha una figlia illegittima avuta da una donna di colore, sarebbe più incline o meno incline a votarlo?”; e la fantasia dell’intervistato era suggestionata dal fatto che McCain aveva in effetti una figlia di colore, in realtà adottiva e nient’affatto illegittima).
La sconfitta di McCain alle primarie del 2000 va poi necessariamente valutata assieme alla sua vittoria alle primarie del 2008. Il tema più caldo era la guerra in Iraq. McCain aveva sempre contestato duramente l’impostazione della “guerra leggera” di Donald Rumsfeld, giudicandola sufficiente ad abbattere rapidamente il regime di Saddam ma non a gestire il dopoguerra. Nel 2006, anno di elezioni di midterm, si affacciava l’incubo di un “nuovo Vietnam” e come uscire alla svelta da quel pantano pareva essere l’unica questione realmente all’ordine del giorno. McCain era praticamente l’unico politico a scommettere pubblicamente sul cosiddetto surge, cioè sull’invio di molte più truppe. “Non crede che sostenere il surge possa distruggere la sua campagna elettorale?”, gli domandò Larry King, il celebre intervistatore della Cnn. “Preferirei perdere le elezioni che la guerra”, rispose lui. Venne rieletto al Senato, ma subito dopo dovette misurarsi con le primarie presidenziali, a pochi mesi dall’inizio delle quali la sua campagna pareva già in crisi, prima ancora di cominciare, per mancanza di fondi e sondaggi deludenti.
Molti commentatori cominciarono a sentenziare che si era suicidato con il suo ostinato appoggio al surge. Alcuni puntavano il dito anche contro la sua battaglia per la legalizzazione degli immigrati clandestini, invisa a molti elettori repubblicani. Nella primavera del 2007, quando il surge ebbe inizio, credere in un suo successo sembrava follia. Eppure proprio allora, nel momento peggiore, McCain sfidò a mani nude l’impopolarità del conflitto, tenendo – con al suo fianco veterani del Vietnam ed ex prigionieri di guerra – una serie di comizi all’insegna dello slogan No Surrender (“Non mollare”, riferibile alla presenza in Iraq ma anche alla sua candidatura alle primarie). Durante l’estate, eminenti membri del suo staff si dimisero: tra questi Terry Nelson, che aveva diretto la campagna per la rielezione di Bush nel 2004 e che McCain aveva a sua volta ingaggiato come campaign manager, e John Weaver, lo spin doctor texano che era stato il suo principale stratega elettorale fin dal 1999 (veniva spesso definito come uno che “sta a McCain come Karl Rove sta a Bush”). Ma proprio alla vigilia delle primarie, cominciarono ad arrivare buone notizie dall’Iraq. E come ben sappiamo, le primarie quella volta McCain le vinse.
Rimane, certo la sconfitta che poi riportò nell’elezione generale, contro Obama. Non va però dimenticato che McCain si candidava alla Casa Bianca dopo che per otto anni il suo inquilino era stato George W. Bush. Quell’elezione appariva fuori della portata del candidato repubblicano: di qualunque candidato repubblicano. Mantenere lo stesso colore politico alla Casa Bianca per tre mandati consecutivi è un’impresa quasi impossibile e riuscita, nell’ultimo mezzo secolo, solamente una volta: nel 1988, quando Bush padre succedette ai due mandati di Reagan. Ma allora l’amministrazione uscente (nel suo momento peggiore, dopo lo scandalo Iran-Contras) rasentava il 60% dei consensi, ed esserle “contigua” era un punto di forza decisivo. McCain, al contrario, nel 2008 subiva come un handicap letale la contiguità all’amministrazione Bush.
Se c’è qualcosa di veramente notevole nell’impresa condotta da McCain nel 2008 non è la mancata elezione, ma semmai il fatto di esserci andato, nonostante tutto, così vicino. Contrariamente al luogo comune, all’indomani della convention nazionale in Minnesota, alla quale era stata annunciata la scelta di Sarah Palin come candidata alla vicepresidenza, McCain aveva guadagnato consensi soprattutto fra i cosiddetti elettori indipendenti fra i quali, secondo la Gallup, era schizzato in testa con un impressionate vantaggio di ben quindici punti. Al contempo, la sua popolarità tra gli elettori democratici che si qualificavano come più centristi era salita al 25%, mentre prima della convention era al 15. Nella prima metà del mese di settembre, il prodigio era apparso possibile. Dopodiché, il 15 settembre del 2008, come un fulmine piovve dal cielo il fallimento della Lehman Brothers.
Ed è questo il vero spartiacque di quella corsa alla Casa Bianca. “Il giorno in cui la Lehman è fallita mi trovavo in compagnia di un amico che lavora per Obama. Non ci mise molto a mettere a fuoco cosa stava accadendo. “Terribile per l’America”, disse, “ma grandioso per la nostra campagna elettorale”ha scritto Gideon Rachman sul Financial Times il 10 novembre 2008). E sul rapporto finale della Gallup sulle presidenziali del 2008 si legge:
McCain aveva repentinamente invertito la corrente ai primi di settembre. Si era portato in testa immediatamente dopo la convention repubblicana e gli acclamatissimi discorsi di accettazione della candidatura, il suo e quello della sua candidata vice Sarah Palin. A quel punto, McCain aveva provato il suo vantaggio più duraturo: 10 giorni, dal 7 al 16 di settembre. Il suo vantaggio si è interrotto improvvisamente con la crisi di Wall Street di metà settembre.
I dati che riflettono l’importanza di questa sliding door sono molti e di varia provenienza: “I dati della rilevazione quotidiana di Rasmussen reports sulle presidenziali mostrano che Obama è passato in testa nei 10 giorni successivi al collasso della Lehman Brothers – quando il crollo di Wall Street è stato avvertito dall’uomo della strada. Prima di quell’evento, John McCain era avanti di tre punti nel sondaggio nazionale. Dieci giorni dopo, Obama era passato avanti di cinque e non ha più mollato il suo vantaggio”, si leggeva a novembre di quell’anno sul Wall Street Journal.
Alla fine è stato l’allora vicepresidente Joe Biden a riconoscere l’accaduto, cinque anni fa durante un incontro pubblico con McCain: “Di fatto la verità è che – lo sa Barack e lo so pure io – se la situazione economica non ti fosse franata in testa, John…. Penso che probabilmente avresti vinto tu”.

Uscito su Forbes

Wikio

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