lunedì 10 ottobre 2022

NIENTE TAV IN TEXAS

 


"Gente, voi ancora non lo sapete, ma state per guidare l’intera nazione in un’era totalmente nuova per quanto riguarda i trasporti."

Così le parole dell’allora vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden a Dallas nel 2015, nel portare l’appoggio dell’Amministrazione Obama al progetto della nuova linea ferroviaria ad alta velocità destinata a collegare Dallas e Houston (che distano fra loro quasi quanto Milano e Roma) in 90 minuti, meno della metà del tempo che ci si impiega in auto.

Sulla carta quell’idea sembrava promettere bene. Negli USA i progetti di alta velocità ferroviaria incontrano solitamente forti resistenze che, contrariamente a quanto accaduto in Italia per la TAV, riguardano non tanto l'impatto ambientale dell'opera, quanto piuttosto i costi a carico del contribuente. Per questo quella parte dell’opinione pubblica che vede di cattivo occhio questi progetti, ovviamente più in sintonia con il Partito Repubblicano, ha buon gioco a menzionare, a riprova delle proprie ragioni, lo stato pietoso dell’altro ambizioso progetto di alta velocità ferroviaria dell’Era Obama, quello californiano, ideato nel 2008 per un costo già in partenza faraonico di oltre 45 miliardi di dollari, e gradualmente lievitato fino ad oltre 68 miliardi, quasi tutti a carico delle casse statali.

Mentre il tracciato, che in origine andava da Los Angeles a San Francisco in poco più di due ore e mezza, si è ridotto al ben più modesto collegamento fra San Francisco e Bakersfield, per ora ufficialmente è ancora in cantiere, ma richiederà una decida d’anni prima di vedere la luce, ammesso che mai ci arrivi.

In Texas no: lì, al contrario, si tratterebbe di un’operazione senza alcun costo a carico dei contribuenti: la società “Texas Central” appositamente costituita è infatti totalmente privata e per coprire l’investimento di circa 20 miliardi conterebbe principalmente su un finanziamento giapponese, in parte addirittura dal governo di Tokyo, come sarebbe il treno stesso: si tratterebbe in pratica di “importare” in Texas il mitico Shinkansen, il “treno-proiettile" che collega Tokio e Osaka. Peraltro il costruttore dell’infrastruttura sarebbe invece italiano. L’appalto se l’è infatti aggiudicato la milanese Webuild, già Impregilo, mentre il gestore sarebbe poi la spagnola Renfe.

Eppure, nonostante il fatto che in questo caso gli investimenti siano tutti privati e non sia previsto un peso sulle tasche dei contribuenti, dieci anni dopo l’annuncio del progetto e sette anni dopo l’endorsement di Biden, quella promessa è ancora lettera morta. La costruzione non ha ancora avuto inizio, l’acquisizione dei terreni (che possono anche essere espropriati) va a rilento, e non ci sono notizie di miglioramenti, anzi si rincorrono voci di difficoltà economiche. Nell’opinione pubblica texana più che l’impazienza cresce l’ostilità, tanto che il governatore Greg Abbott, subito dopo aver dato il suo appoggio al progetto con una lettera al governo giapponese, si affrettò a rimangiarsi tutto dicendo di essere stato fuorviato da «informazioni incomplete».

L’impopolarità di questo progetto presso una parte dell’opinione pubblica texana va compresa considerando due ordini di ragioni, che vengono per così dire a sommarsi. La prima è tendenzialmente ideologica: il treno viene visto come emblema di un approccio “collettivo” alla mobilità e quindi come soluzione di tipo “socialista” contrapposta a quella “individualista” dell’automobile; la pianificazione di nuove linee ferroviarie implica una certa dose di “ingegneria sociale” spingendo di fatto la gente a optare maggiormente per la scelta di vivere in grandi centri urbani collegati dai nuovi treni, e meno nella provincia con le sue small town più o meno campagnole e i suoi exurbs, i centri residenziali extraurbani che tendono ad essere collegati più che altro da strade e autostrade.

A questo si somma il risentimento per gli espropri dei terreni necessari per realizzare l’opera, che avvengono ai danni di proprietari residenti in quel Texas extraurbano che, per l’appunto, beneficerebbe poi ben poco del servizio. Ecco, quindi che l’opera viene percepita come divisiva: ben vista da chi vive nelle due metropoli che la nuova ferrovia andrebbe a collegare, entrambe a guida di sindaci Democratici e coincidentalmente afroamericani, ma invisa nella provincia trumpiana che non ha alcuna voglia di farsi espropriare la terra per fare un favore a quei cittadini.

Visto così, non basta che si possa fare senza sperperare denaro pubblico: si andrebbe comunque a infliggere odiosi espropri non per realizzare qualcosa di realmente utile, bensì per inseguire il sogno vanaglorioso di poter competere con i Paesi europei e asiatici nella leadership in una tecnologia del tutto superata «come se si ambisse a essere leader mondiali nel campo delle macchine da scrivere elettriche, o dei telefoni a disco, o delle locomotive a vapore» ha scritto ad aprile Randal O’Toole, del libertario Cato Institute.

Uscito su Jefferson - Lettere sull'America 

lunedì 13 giugno 2022

UNA LUNGA STORIA ARMATA



 Due grandi preoccupazioni agitavano le acque del Grande Esperimento americano nella seconda metà del Diciottesimo secolo. Una, ampiamente condivisa, era l’ovvia paura di un tentativo di reconquista delle colonie ribelli da parte della Gran Bretagna. Ma una parte dei Fondatori (la fazione cosiddetta anti-federalista, dalla quale sarebbe scaturito il primo Partito Repubblicano) tendeva a riversare verso il nascente governo federale americano gli stessi argomenti sui quali si era basata la rivolta armata contro l’Impero coloniale britannico, e quindi a coltivare nei suoi confronti una profonda diffidenza e a osteggiare l’attribuzione a esso di grandi poteri a scapito delle autonomie locali; ed ecco la seconda paura, quella di una involuzione tirannica del governo centrale, della degenerazione della neonata Repubblica in una sorta di monarchia elettiva non meno dispotica ed accentratrice di quella dalla quale quali gli americani avevano scelto di emanciparsi.

È da quelle due preoccupazioni che è necessario partire se si vuole comprendere la storia del famigerato Secondo Emendamento, quello che (scritto nel 1788, approvato nel 1791) inserì nella neonata Costituzione «il diritto dei cittadini di detenere e portare armi".

I primi dieci emendamenti costituzionali del 1791 erano, nel loro insieme (non solo il secondo, ma tutto il “pacchetto”, il cosiddetto Bill of Rights), una concessione che la fazione federalista (quella più favorevole al conferimento di poteri e funzioni al governo centrale, che in quei primi anni era la fazione dominante) aveva garantito alla fazione anti-federalista (la quale inizialmente era minoritaria) per ottenere la ratifica della Costituzione. Non a caso il principale estensore di quegli emendamenti fu James Madison, leader della fazione anti-federalista accanto a Thomas Jefferson .

Gli emendamenti del 1791 nascono così: un insieme di tutele volte a minimizzare i rischi di involuzione assolutista e dispotica del governo centrale (federale).

Questa è la ragione dell'inserimento nella Costituzione del «right of the people to keep and bear Arms», il diritto dei cittadini a detenere e portare armi. Se si fosse trattato solo di non lasciare la nascente Repubblica inerme rispetto al pericolo di aggressione Britannico o comunque straniero, sarebbe stata più che sufficiente la creazione di un esercito federale. Trattandosi invece anche (e per alcuni soprattutto) di non lasciare i singoli Stati membri e gli individui che li abitavano inermi rispetto al pericolo di tirannide “interno”, si andò à a parare sulla «ben regolata milizia» costituita dal popolo in armi, sottoponendo il governo federale ad un "divieto di disarmare" gli americani.

Prima che un esercito permanente possa dominarlo, il popolo deve essere disarmato; come lo è in quasi tutti i regni d'Europa. Il potere supremo in America non può imporre leggi ingiuste con la spada, perché l'intera popolazione è armata e quindi costituisce una forza superiore a qualsiasi banda di truppe regolari che può essere, con qualsiasi pretesto, reclutata negli Stati Uniti.


Sono parole scritte nel 1787, immediatamente prima della stesura del Secondo Emendamento, da Noah Webster («il padre dell’educazione e della scuola americana», collaboratore di Benjamin Franklin) in un pamphlet con il quale egli incoraggiava lo Stato della Pennsylvania a ratificare la Costituzione.

È un ragionamento che aveva una notevole dignità al tempo della Early Republic, ma che risulta un po' grottesco oggigiorno data l'evoluzione tecnologica degli armamenti militari che in questi due secoli e mezzo ha prodotto un divario incolmabile (anche per ragioni economiche) fra le armi delle quali dispone un esercito e quelle delle alle quali possono accedere dei privati cittadini, per quanto "ben armati".

Ci poteva in effetti essere una certa simmetria quando l'arma da fuoco della quale disponevano le truppe di un esercito regolare era la stessa della quale potevano disporre i privati cittadini, ossia un lungo e pesante moschetto; ma quel presupposto venne meno man mano che le forze armate ricevettero in dotazione prima le mitragliatrici (la prima fu inventata proprio da un americano, Richard Gatling, il quale all'epoca della Guerra Civile si era illuso di rendere superfluo il reclutare molti soldati introducendo "un'arma che avrebbe permesso, grazie alla sua rapidità di fuoco, ad un uomo soltanto di compiere in battaglia il dovere di cento uomini"), poi i carrarmati, quindi i missili e via via sino ai più recenti droni.

Peraltro anche le cheap guns hanno pur sempre avuto la loro evoluzione tecnologica: che se da un lato è insufficiente a rendere ragionevole l'idea di un confronto fra un esercito regolare e una milizia di privati cittadini, dall'altro pone un problema che i Fondatori non avevano potuto prevedere, cioè quello dell'abuso da parte di malintenzionati o pazzoidi, per compiere stragi di loro concittadini.


Certo, quello che oggi è di fatto il principale inconveniente prodotto da quella scelta di rendere il popolo statunitense “non disarmabile”, ossia la piaga dei mass shooting, era del tutto inconcepibile nel contesto tecnologico di due secoli e mezzo fa, quando un tiratore ben addestrato era in grado di sparare sì e no tre colpi in un minuto. Oggi in America chiunque può avere armi da fuoco semiautomatiche, che di colpi al minuto, per capirci, ne sparano circa una cinquantina, le quali che contro un esercito ostile non basterebbero certo a difendere «the security of a free state», ma che al contempo sono troppo potenti per non creare problemi.

Tutto ciò avrebbe potuto condurre a una evoluzione interpretativa del Secondo Emendamento nella direzione di un potere maggiore delle autorità federali di regolamentare e limitare il diritto dei cittadini di detenere e portare armi; e invece è accaduto l'esatto contrario: si è affermata una interpretazione sempre più estrema e rigida di quella norma, e curiosamente ciò è accaduto di recente, negli ultimi quindici anni.

Fino al 2008, in due aree metropolitane molto importanti era in vigore un divieto assoluto di girare armati: nel District of Columbia, ossia a Washington e sobborghi, e a Chicago.

Il divieto di porto d’armi a Washington DC, in vigore dal 1975, venne falcidiato nel giugno del 2008 dalla Corte Suprema con la sentenza «District of Columbia versus Heller», dando ragione a Dick Anthony Heller, una guardia giurata che viveva in un quartiere pericoloso della città e rivendicava il diritto di portarsi a casa la pistola per difesa personale quando smontava dal lavoro.

Il giudice Anthony Kennedy, in quella come in molte altre decisioni, fece da ago della bilancia: si aggregò ai quattro giudici conservatori, determinando una decisione per 5 voti contro 4, scritta dal leader della fazione conservatrice della Corte Antonin Scalia che confermò, dopo 217 anni di dubbi e discussioni, l’interpretazione “pro armi” del Secondo Emendamento. Il diritto a detenere armi è un diritto individuale garantito dalla Costituzione, al pari degli altri diritti fondamentali del cittadino americano, e pertanto la Costituzione «non permette divieti assoluti nel possesso di pistole a casa e nel loro uso per legittima difesa».

Da notare che Barack Obama, che all’epoca era ancora solo il candidato alla Casa Bianca (mancavano ancora più di quattro mesi alla sua elezione), si guardò bene dal criticare quella sentenza come i suoi sostenitori di area liberal speravano, e anzi plaudì a quella decisione e si affrettò a garantire che se eletto presidente avrebbe «tutelato i diritti costituzionali dei proprietari di armi da fuoco, cacciatori e sportivi rispettosi della legge».

Due anni dopo, nel giugno del 2010, la Corte Suprema, con la sentenza McDonald versus Chicago scritta dal giudice Samuel Alito (altro membro molto conservatore della corte), e anche stavolta pronunciata con il voto dei quattro giudici conservatori più quello del solito Anthony Kennedy, fece piazza pulita anche dell’altro divieto “assoluto” di portare armi, quello in vigore nella città di Obama. Nel fare questo, la Corte estese all’ambito delle legislazioni locali lo stesso principio che nel 2008 aveva sancito in riferimento alle normative federali; sempre ferma restando la legittimità di “ragionevoli limitazioni” alla vendita e al porto d’armi, quella sentenza ha però affermato l’illegittimità del divieto di detenzione domestica.

Uscito su Jefferson - Lettere sull'America

 

lunedì 9 maggio 2022

SE LA SILICON VALLEY MIGRA IN TEXAS

 


La prima parte della storia l’avrete sentita dozzine di volte. La favola dei due giovani neolaureati in ingegneria elettrica nella università di Stanford, William Hewlett e David Packard, che nel 1939, nell’oggi mitico garage in affitto a Palo Alto, un paesino nella Baia di San Francisco, mettono in piedi pionieristicamente la prima moderna startup. Una piccola, ma innovativa società di produzione di componenti elettroniche destinata a divenire la multinazionale che conosciamo come HP, ma anche la primissima scintilla dalla quale avrebbe preso inizio la trasformazione della pianura a Sud di San Francisco, che sino ad allora non aveva prodotto altro che noci e albicocche, nell’epicentro mondiale della computer society.

Forse però vi è meno noto il capitolo più recente di quella storia: nel febbraio di quest’anno la HPE, cioè il ramo principale della HP (scorporato dalla HP Inc. che produce solo hardware, PC e stampanti) ha annunciato che prima dell’estate lascerà la Silicon Valley per trasferire il proprio quartier generale mondiale a Houston, in Texas.

È solo l’ennesimo di una serie impressionante di migrazioni, tutte simili: Tesla ormai è ufficialmente trasferita a Austin, dove meno di un mese fa un euforico Elon Musk con tanto di cappello da cowboy nero ha inaugurato la nuova mega fabbrica soprannominata Giga Texas; Intel, il principale produttore americano di microchip, pur mantenendo (per ora) la propria sede a San Francisco ha annunciato di voler spostare la produzione a Columbus, in Ohio, dove costruirà un colossale stabilimento su un terreno di un migliaio di acri, investendo 20 miliardi di dollari; altrettanto ha annunciato di voler fare AirBnB che, ferma restando la sede californiana, è però in procinto di realizzare il proprio Tecnical Hub ad Atlanta, in Georgia; mentre la Palantir, azienda leader nel settore dell’analisi dei big data, ha trasferito la sua ammiraglia 8VC da Palo Alto a Denver, in Colorado; e da più di un anno voci ricorrenti danno in partenza anche la Oracle di Larry Ellison, il quale nel frattempo ha lasciato personalmente la Silicon Valley per prendere dimora alle Hawaii mentre Drew Houston, il CEO di Dropbox, da un annetto ha smesso di vivere nella Silicon Valley e ha traslocato – rieccoci – a Austin.

La spiegazione più condivisa indica la ragione di questo esodo nel costo folle degli immobili nella San Francisco Bay Area: «Come si può pensare che tu avvii una startup in un garage, se il garage costa milioni di dollari?» si è chesto Ajay Royan, il fondatore del fondo Mitrihil Capital.

Non si tratta solo del costo degli uffici e dei capannoni, ma anche di quello delle abitazioni. Un recente studio stima che oggi per ripagare l’acquisto di una casa in quella zona, una famiglia con reddito medio impiegherebbe dai 115 ai 167 anni. Gli ingegneri che lavorano nella Silicon Valley guadagnano circa il 50% in più rispetto ai loro colleghi che vivono e lavorano nelle “città normali”; ma il costo di una casa lì non è maggiore del 50% bensì del 200 o del 300%.

In America si usa dire che quando in un posto le cose non funzionano, la gente “vota con i piedi”: è andandosene che i residenti pronunciano la loro condanna da giuria popolare. Nel 2021 la Silicon Valley ha perso ben 40.000 residenti. In termini assoluti la sua popolazione complessiva è diminuita anziché aumentare, ed è la prima volta che accade da 12 anni a questa parte. Le persone che si sono trasferite lì sono 5.560, poco più di un terzo di quelle che lo avevano fatto nel 2020 e poco più di un quarto di quelle che lo avevano fatto nel 2019. La contea di Santa Clara, che è quella che “contiene” il grosso della Silicon Valley, ha visto la propria popolazione diminuire del 2,3%: l’esodo più repentino dopo quello registrato nella attigua contea di San Mateo (-3,2%).

Sono, del resto, dati completamente allineati con quelli complessivi dell’intero Stato della California, dal quale l’anno scorso le persone emigrate sono state ben 135.600 più di quelle immigrate. È una tendenza in atto ormai da parecchi anni, tant’è che quando a novembre si voterà alle elezioni di metà mandato per eleggere un nuovo Congresso, la California – come pure New York – avrà un seggio in meno alla Camera proprio a causa dell’affievolimento della sua consistenza demografica registrato nel 2020 nel censimento decennale che si fa dai tempi di Thomas Jefferson (mentre, viceversa, il Texas eleggerà due deputati in più, e la Florida uno, a causa della crescita della loro popolazione). Sempre in base all’ultimo censimento, il Texas è l’unico Stato ad avere tre città (Forth Worth, Austin e San Antonio) fra le dieci la cui popolazione è cresciuta di più nel 2020. La California, al contrario, è l'unico Stato ad averne tre fra le dieci nelle quali è cresciuta di meno: una è Los Angeles, un’altra è San Francisco, e la terza è San Jose, la cosiddetta capitale della Silicon Valley.

Può darsi che la notizia della morte della Silicon Valley sia come quella di Mark Twain, fortemente esagerata, ma forse non è eccessivo domandarsi che cosa ne sia di quello che era noto come uno dei massimi centri mondiali di innovazione, e che pure non ha saputo, o non ha voluto, trovare una soluzione. Se, come ha scritto Lawrence Wright, oggi il Texas deve decidere come diventare adulto, la California, e la Silicon Valley soprattutto, sembra chiamata a capire come invecchiare.

Uscito su Jefferson - Lettere sull'America

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