mercoledì 4 luglio 2012

IL COMPLEANNO DI UN'IDEA - PERCHE' FESTEGGIO IL 4 LUGLIO

Io amo l'America, perché l'America non è solo un Paese: è un'idea. Vedete: il mio Paese, l'Irlanda, è un Paese bellissimo, ma non è un'idea. L'America è un'idea, ma è un'idea che si porta appresso un carico, come il potere viene assieme alla responsabilità. E' un'idea che porta con sé l'uguaglianza, ma anche se è la aspirazione più alta, la più difficile da raggiungere. L'idea che tutto è possibile, questo è uno dei motivi per cui sono un fan dell'America"                      Bono – Commencement address alla University of Pennsylvania, 17 maggio 2004

Oggi l'America compie 236 anni, e merita auguri di cuore - anche perché non è un periodo facile.
In periodi difficili come questo, si può riflettere su come e perché l'American Dream – la proverbiale ottimistica fede nel “futuro migliore” alla portata di chiunque sia disposto a lavorare duro per conquistarlo - sia a repentaglio, come ha fatto Jon Meacham nella cover-story di una recente edizione di Time; oppure, come ha fatto il premio Nobel per l'economia Jospeh Stiglitz nel suo recente saggio “The Price of Inequality”, si può tentare di dimostrare dati alla mano che l'American Dream è ormai solo una bufala, un mito che nella realtà ha da un pezzo cessato di esistere.
Nel primo caso, pur osservando che l'America non è il paradiso, che anche lì molti nascono e muoiono poveri senza colpa e molti altri nascono e muoiono ricchi senza merito, si può comunque continuare a credere che, come disse Bill Clinton nel suo primo discorso inaugurale, non c'è niente di sbagliato in America che non possa essere curato con ciò che c'è di giusto in America; nel secondo caso, invece, si giunge probabilmente alla conclusione che l'America è un esperimento fallito, che conviene lasciar perdere.

E' interessante che, come Meacham ha ricordato nel suo pezzo su Time, la locuzione “American Dream” venne coniata dallo scrittore James Truslow Adams nella prefazione del suo libro “The Epic of America” nel 1931: quindi proprio durante tempi estremamente difficili, in piena Grande Depressione. E' una spinta che si autoalimenta, che trova in se stessa le proprie ragioni e la propria energia: e questo contribuisce a fare dell'America una buona idea, un esperimento ancora in corso ma che meriterebbe di essere festeggiato e preso ad esempio anche fuori da chi americano non è.
Gli italiani sono soliti dividersi tra una maggioranza di antiamericani per preconcetto ideologico (e in buona misura per invidia) e una minoranza di filoamericani un po' puerili, che si accontentano di prendere spunto dal mondo a stelle e strisce per facili esotismi folkloristici, un po' come l'indimenticabile Nando Moriconi di Alberto Sordi.
C'è però di tanto in tanto qualche preziosa eccezione: segnalarne una può essere un buon modo per festeggiare questo Quattro Luglio.

Stefano D'Andrea, uno scrittore 42enne che lavora per Radio24 (è uno degli autori dei programmi condotti da Matteo Caccia: “Vendo tutto”, “Voi siete qui”), è web editor per Yahoo! ed ha insegnato sociologia della cominicazione all'università, ha appena pubblicato un libro insolito. Si intitola"Lamerikano", ma il succo sta nel sottotitolo: “Perché gli Stati Uniti hanno ancora qualcosa da sognare (e noi no)”.

E' una raccolta di pensieri, aneddoti e riflessioni su incontri, piccole esperienze, osservazioni dirette, durante un periodo di vita negli Usa (per lo più New York City), che l'autore utilizza per raccontare, da italiano agli italiani, in cosa consistano i pregi della mentalità, dello spirito, degli atteggiamenti tipicamenti americani dai quali gli italiani avrebbero tanto da imparare. E' un libro che aiuta. Aiuta a capire perché l'Italia rischia di rimanere “un Paese dove non c'è spazio e non c'è futuro, non ci sono sogni, non ci sono desideri, non c'è una frontiera”; lo fa aiutando a guardare all'America come a “un'idea verso cui noi dobbiamo tendere per non andare in cancrena, sperando di non raggiungerla mai”.
Eccone un piccolo ritaglio, che sembra fatto apposta per la commemorazione di oggi:

"In Italia insultare la bandiera, oltraggiarla, pulircisi quel che si crede, calpestarla o distruggerla, è reato penale, punibile con la detenzione fino a tre anni, trentasei mesi da passare chiuso in una cella. In altri paesi gli stessi comportamenti sono forse ritenuti meno gravi ma comunque, a vario titolo, non accettati. In America, al contrario, dare fuoco alla propria bandiera è un diritto. Non è prevista quindi per quel gesto alcuna sanzione o ammenda. L’atto rientra negli inalienabili diritti di espressione di ogni singolo cittadino. Perché? Perché i valori che la bandiera incarna sono forti e non temono l’oltraggio. Perché reato è impedire di esprimere un’opinione, non il contrario. Perché la divisione in stati federati, in etnie, lingue, religioni o ceti sociali, non teme l’unità che chiede la bandiera, anzi da essa viene tutelata. Perché l’insieme delle differenze è un valore. E la bandiera lo simboleggia. Laddove invece il vessillo fosse lascito di una monarchia che nessuno ricorda, manifesto di valori anacronistici come l’inno che accompagna il suo sventolare, non può che essere necessario obbligare con la violenza e la coercizione, a venerarlo. I risultati, in termini di condivisione, aiuto reciproco, senso di cittadinanza, diritti e doveri civili, che non c’è bisogno che li descriva".

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