Di come da una partita di rugby su una strada ghiacciata nacque lo sport nazionale canadese. Di come lo sport nazionale canadese conquistò gli Stati Uniti e gli Stati Uniti ne fecero un'altra "cosa loro". Di come l'Unione Sovietica si accaparrò quasi tutti gli ori olimpici e di come quella volta nel 1980 una squadra di studenti universitari americani sconfisse l'invincibile nazionale sovietica. Stavolta con Ernesto Keiffer a "La Tertulia" si è chiacchierato di hockey. Il podcast è qui
lunedì 30 marzo 2015
giovedì 5 marzo 2015
FORMULA REDNECK
Il NASCAR, National Association of Stock Car Racing: le corse automobilistiche con auto "di serie". Perchè negli Stati Uniti hanno molto, ma molto più successo della "nostra" Formula1?
E perchè questo sport è molto più amato e radicato nel Sud degli USA?
E poi: le auto sono veramente "di serie"?
Anche questo è un bel pezzo di America da scoprire e da capire. Ho provato a raccontarlo assieme ad Ernesto Kieffer su radio Popolare Verona a La Tertulia - Racconti dall'Oltresport. Il podcast è qui.
giovedì 29 gennaio 2015
SUPER BOWL FEVER
Per ogni drogato di cose a stelle e strisce che si rispetti, in un anno non elettorale la prima cosa importante dell'anno è il Super Bowl (l'anno prossimo saranno i caucus dell'Iowa).
L'anno scorso, la chiacchierata su questo tema con Ernesto Kieffer a Radio Popolare mi è costata la verginità dall'unica dimensione mediatica che ancora non mi apparteneva: la radio.
Un anno dopo, da malato cronico di questa nuova dipendenza dall'etere, sono tornato sul luogo del delitto affiancato per par condicio (io tifoso dei Patriots, lui dei Seahawks) dall'amico Carlo Cappiotti grande esperto (lui sì) di american foootball - e di musica di Seattle.
Il risultato giudicatelo voi: è qui.
L'anno scorso, la chiacchierata su questo tema con Ernesto Kieffer a Radio Popolare mi è costata la verginità dall'unica dimensione mediatica che ancora non mi apparteneva: la radio.
Un anno dopo, da malato cronico di questa nuova dipendenza dall'etere, sono tornato sul luogo del delitto affiancato per par condicio (io tifoso dei Patriots, lui dei Seahawks) dall'amico Carlo Cappiotti grande esperto (lui sì) di american foootball - e di musica di Seattle.
Il risultato giudicatelo voi: è qui.
domenica 18 gennaio 2015
WEEKEND TIPS
Probabilmente la cosa più cool accadutami sin qui nel 2015: dare i weekend tips (consigliare un film, un disco, un libro) sulla mitica Nightreview.
Eccoli qui
venerdì 16 gennaio 2015
IL MONDO DI CHARLIE E IL SEGGIO VACANTE
Saremo soli?
Questa è stata la prima domanda che mi è passata per la testa lo scorso 7 gennaio, una volta sedimentatasi la prima scarica di orrore di fronte alla notizia della strage nella redazione di Charlie Hebdo.
No - è la risposta che ben presto mi sono dato. Noi europei, noi vicini di casa delle vittime di questo scempio, non saremo soli.
Gli americani potrebbero anche chiamarsi fuori, disinteressarsi di un episodio per molti versi estraneo alla loro realtà domestica, che non li chiama in causa più di tanto, che è legato a problemi di integrazione degli immigrati molto diversi dai loro, e a controversie sulla libertà di espressione differenti da quelle che costellano la nobile tradizione del free speech d'oltreoceano.
Potrebbero, si'; ma non lo faranno. Perché, nonostante tutto ciò che ci ha divisi ed allontanati nell'ultimo decennio, nonostante tutte le incomprensioni e le divaricazioni, quella dimensione comune che un tempo chiamavamo Mondo Libero esiste ancora: nei cuori e nelle menti degli americani c'e' ancora un tutt'uno condiviso che fa sì che, quando la libertà viene attaccata con tanta ferocia da questa parte dell'Atlantico, questo attacco venga vissuto come un attacco anche al loro mondo.
No - è la risposta che ben presto mi sono dato. Noi europei, noi vicini di casa delle vittime di questo scempio, non saremo soli.
Gli americani potrebbero anche chiamarsi fuori, disinteressarsi di un episodio per molti versi estraneo alla loro realtà domestica, che non li chiama in causa più di tanto, che è legato a problemi di integrazione degli immigrati molto diversi dai loro, e a controversie sulla libertà di espressione differenti da quelle che costellano la nobile tradizione del free speech d'oltreoceano.
Potrebbero, si'; ma non lo faranno. Perché, nonostante tutto ciò che ci ha divisi ed allontanati nell'ultimo decennio, nonostante tutte le incomprensioni e le divaricazioni, quella dimensione comune che un tempo chiamavamo Mondo Libero esiste ancora: nei cuori e nelle menti degli americani c'e' ancora un tutt'uno condiviso che fa sì che, quando la libertà viene attaccata con tanta ferocia da questa parte dell'Atlantico, questo attacco venga vissuto come un attacco anche al loro mondo.
Mi sono trovato quasi subito ad affermarla, questa convinzione, e le conferme non si sono fatte attendere. "Fremo dalla rabbia per l'attacco a Charlie Hebdo", ha scritto tra i primi Roger Cohen del New York Times. "È un attacco al mondo libero. L'intero mondo libero deve rispondere, senza pietà". Altri gli hanno fatto eco. Numerosi. Di destra e di sinistra. La gente in piazza. La foto della gente in piazza - e lo slogan "Je Suis Charlie" - sulla prima pagina di USA Today, il quotidiano della gente comune, nato negli anni del presidente uomo comune, Ronald Reagan. La vignetta di Charlie Hebdo sulla pagina degli editoriali del Washington Post. Lo slogan "Je Suis Charlie" sul megaschermo del NASDAQ a Times Square. Basta guardare la mappa della diffusione dell'hashtag #jesuischarlie su Twitter (subito divenuto uno dei più condivisi della storia) per constatare che sul piano emotivo no, in quelle ore non siamo stati soli. E quando il settimanale satirico è tornato in edicola, è andato immediatamente esaurito anche negli Stati Uniti. Dove quell'umorismo blasfemo non piace affatto, ma si è capaci di difendere la libertà degli altri.
Una sola assenza ha guastato questa confortante ondata di solidarietà. Alla marcia dei capi di Stato a Parigi, accanto a François Hollande c'erano David Cameron, Angela Merkel, Benjamin Netanyahu, Mahmoud Abbas. Barack Obama non c'era, e non c'era nemmeno il Vice Presidente Joe Biden, né il Segretario di Stato John Kerry. È un vero peccato.
Vent'anni fa, tre giorni dopo il massacro di Srebrenica, l'allora presidente francese Jacques Chirac (non certo un attivista nella difesa dei diritti umani) poté permettersi di sfottere Bill Clinton affermando che "il seggio di leader del mondo libero è ora vacante". Vista ora in retrospettiva, la leadership internazionale di Clinton, sia pure con tutte le sue incertezze e le sue goffaggini, si fa rimpiangere amaramente, al confronto con l'inconsistenza di Barack Obama. Ora sì, che il seggio di leader del mondo libero è vacante. L'America non ha un leader, e perciò non lo abbiamo nemmeno noi. Ma il mondo libero, sebbene nave senza nocchiero in gran tempesta, ancora esiste. Qualcosa succederà, qualcuno si farà avanti. È nelle cose.
L'ironia della sorte ha voluto che negli stessi giorni uscisse nelle sale cinematografiche l'ultimo capolavoro di Clint Eastwood, "American Sniper". La storia di un uomo che si rifiuta di tirarsi indietro di fronte alla chiamata alle armi contro "il Male". In una scena del film, il protagonista si sente chiedere dalla moglie se desidera morire, poiché insiste nell'andare volontario al fronte anziché restare a casa con la famiglia. Lui risponde di no, che vuole vivere. Ma al fronte ci va lo stesso. E ha ragione. La morte prima o poi arriva: non possiamo scegliere di farne a meno.Possiamo, spesso, scegliere se vivere - e morire - per qualcosa. Amando ciò che siamo. Coltivando e difendendo la nostra libertà e quella del nostro prossimo. Il seggio è vacante, ma non potrà rimanerlo a lungo.
Uscito su Strade
domenica 7 dicembre 2014
IL CALCIO ALLA CONQUISTA DELL'AMERICA...
...e l'America alla conquista del calcio. Diventi americanista anche per non sentire più parlare di calcio, e poi un amico ti incastra con la scusa dell'americanismo a parlare di calcio alla radio. E va bene: ci ho provato.
I mondiali di calcio di questo 2014 che volge al termine saranno ricordati come quelli in cui questo sport ha definitivamente smesso di lasciare indifferente la gran parte degli americani. Ma questa "scoperta tradiva" ha radici più lontane di quanto si pensi. C'è una storia curiosa da raccontare, nella quale sfilano comparse come Henry Kissinger, Mick Jagger, Andy Warhol, ed un corpulento signore con nascoste addosso le cimici dell'FBI. In occasione della finale MLS (il campionato si Serie A a stelle e strisce) che si disputa stasera a Los Angeles tra i New England Revolution e i LA Galaxy, ho provato a narrare quella storia assieme ad Ernesto Kieffer (che ne sa molto più di me) nell'ormai consueto appuntamento a La Tertulia - Racconti dall'Oltresport. Il podcast è qui.
giovedì 20 novembre 2014
"IL MATCH DEL SECOLO"
La boxe non è uno sport nato in America, ma - fatto tipico della immigration nation - è immigrato in America nell'epoca mitica della corsa all'oro nelle Terre Selvagge del Vecchio West, e da allora in poi è in America che si sono scritte quasi tutte le pagine più emozionanti della sua storia. Non è un caso. Ripercorrendo il succedersi si episodi e protagonisti della storia di quello che è si' un gioco brutale e primitivo ma una fonte di ispirazione inesauribile, quasi ossessiva, per il cinema, la letteratura, la musica, il grande giornalismo, ho provato a raccontare assieme ad Ernesto Kieffer anche qualcosa di quel Grande Paese, a Radio Popolare Verona nel terzo appuntamento mensile a "La Tertulia - Racconti dall'Oltresport". Il podcast è qui.
venerdì 14 novembre 2014
L'ELEFANTE NELLA STANZA
"The people have spoken, the bastards" – il popolo si è pronunciato, quel bastardo. Visto dalla Casa Bianca, l'esito di queste elezioni di mezzo termine si potrebbe riassumere con la celebre battuta di un candidato democratico trombato al Senato negli anni Sessanta. Le conseguenze son sin troppo evidenti: il Presidente "anatra zoppa", la necessità di compromessi, e così via.
Meno scontate sono le conseguenze nel campo dei vincitori. Cosa accadrà ora – e cosa sta già accadendo in queste ore - nel Partito Repubblicano?
La tentazione di pensare che il voto della settimana scorsa faccia già assaporare al Grand Old Party una vittoria anche alle presidenziali del 2016 è forte, ma va repressa. Le midterm, per più di un motivo, spesso non preludono affatto ad un voto consonante nelle successive presidenziali. Del resto, anche nel 2010 Obama ricevette una gran mazzata; eppure eccolo ancora lì.
Semmai, ad alimentare le speranze dei repubblicani di riprendersi la presidenza nel 2016 è un altro fattore: negli USA dopo otto anni il pendolo dell'alternanza tende sempre ad oscillare. Mantenere lo stesso colore politico alla Casa Bianca per tre mandati consecutivi è un'impresa riuscita, dal secondo dopoguerra, solamente a Bush padre, che nel 1988 succedette ai due mandati di Reagan. Ma è l'eccezione che conferma la regola. Tutti gli altri che hanno tentato hanno fallito, anche se anche se a volte davvero di pochissimo
In questo senso le prossime presidenziali per i Democratici saranno simili a ciò che quelle del 2008 furono per i Repubblicani; e simmetricamente, tra questi ultimi – contrariamente a quanto accadde due anni fa, quando le primarie per selezionare l'antagonista di Obama vennero popolate da una moltitudine di candidati scadenti quando non improbabili – stavolta il contesto incoraggia i "cavalli di razza" a scendere in campo.
L'esito delle elezioni di mezzo termine, però, un risultato concreto in questo senso lo ha già prodotto. I Repubblicani ora non sono più puramente e semplicemente "l'opposizione".
L'esito delle elezioni di mezzo termine, però, un risultato concreto in questo senso lo ha già prodotto. I Repubblicani ora non sono più puramente e semplicemente "l'opposizione".
Conquistato anche il Senato, per il Grand Old Party è suonata la campanella di fine ricreazione. Alla geniale copertina del New Yorker che mostra "l'elefante nella stanza" del Presidente (gioco di parole: in inglese elephant in the room è metafora proverbiale per indicare in problema troppo grosso per essere ignorato, ma l'elefante è anche il simbolo del Partito Repubblicano) si potrebbe attribuire anche un ulteriore doppio senso: i Repubblicani ora siedono nella "stanza dei bottoni". Adesso tocca anche a loro partecipare, in un certo senso, al governo del Paese. E ciò probabilmente finirà per imprimere una determinata curvatura al processo di "selezione naturale" del candidato alla Casa Bianca.
La nota spaccatura fra i repubblicani più moderati e di establishment, e l'ala più conservatrice e radicale vicina al movimentismo antistatalista dei Tea Party, non sarà l'unica chiave di lettura di quanto accadrà nei prossimi due anni nel centrodestra a stelle e strisce. Gli aspiranti al trono si vedranno chiamati innanzitutto a mostrare, con i fatti più che con discorsi ben infiocchettati, l'esperienza e competenza che al giovane senatore dell'Illinois, con il senno di poi, difettavano.
In questo senso, accanto alla consueta dicotomia tra l'ala moderata e quella più conservatrice, se ne profila una di tutt'altro genere: quella tra senatori e governatori.
I senatori saranno protagonisti del rapporto con la Casa Bianca nei prossimi due anni: sui tagli alle tasse e alla spesa pubblica, sia sul mantenere o modificare la famigerata ObamaCare (la riforma del sistema sanitario voluta dal presidente) e sul riformare o meno la materia dell'immigrazione (eterna promessa mai mantenuta di Obama), sia su alcune nomine importanti (probabilmente quella di un nuovo giudice della Corte Suprema). Un po' giocheranno a braccio di ferro, e un po' dovranno costruire compromessi. Tutto ciò avrà dei protagonisti: nomi, cognomi, volti. In primis quello del senatore della Florida Marco Rubio, partito come uomo dei Tea Party ma ben presto ricollocatosi nell'establishment del partito, volto giovane e fresco nel quale, con Obama appena reinsediato, una copertina di TIME già precipitosamente leggeva quello del "salvatore" dei Repubblicani, suscitando l'ironia del diretto interessato:
In questo senso, accanto alla consueta dicotomia tra l'ala moderata e quella più conservatrice, se ne profila una di tutt'altro genere: quella tra senatori e governatori.
I senatori saranno protagonisti del rapporto con la Casa Bianca nei prossimi due anni: sui tagli alle tasse e alla spesa pubblica, sia sul mantenere o modificare la famigerata ObamaCare (la riforma del sistema sanitario voluta dal presidente) e sul riformare o meno la materia dell'immigrazione (eterna promessa mai mantenuta di Obama), sia su alcune nomine importanti (probabilmente quella di un nuovo giudice della Corte Suprema). Un po' giocheranno a braccio di ferro, e un po' dovranno costruire compromessi. Tutto ciò avrà dei protagonisti: nomi, cognomi, volti. In primis quello del senatore della Florida Marco Rubio, partito come uomo dei Tea Party ma ben presto ricollocatosi nell'establishment del partito, volto giovane e fresco nel quale, con Obama appena reinsediato, una copertina di TIME già precipitosamente leggeva quello del "salvatore" dei Repubblicani, suscitando l'ironia del diretto interessato:
There is only one savior, and it is not me. #Jesus
— Marco Rubio (@marcorubio) 7 Febbraio 2013
Le origini cubane e la adesione ad una politica estera da "falco" sono il biglietto da visita non solo di Rubio ma anche del senatore del Texas Ted Cruz, un ultraconservatore che si propone come l'ultimo giapponese ancora pronto a battersi per l'integrale abrogazione di ObamaCare. A distinguersi per la proposta di un ritorno alla antica politica estera isolazionista (che caratterizzava i Repubblicani un secolo fa) è invece il senatore del Kentucky Rand Paul, figlio di quel Ron Paul vecchio senatore del Texas che a lungo ha tenuto alto il vessillo del movimento libertarian americano. Rand è un po' la versione "presentabile", edulcorata, di Ron: un veejay di MTV ha recentemente riassunto il tutto con una metafora musicale, stando alla quale il padre sta ai Nirvana come il figlio sta ai Pearl Jam.
I governatori, dal canto loro, potranno consolidare i rispettivi curriculum in quello che tradizionalmente è il tipico passaggio nel cursus honorum che culmina trasferendo la residenza al n.1600 di Pennsylvania Avenue. Non va infatti dimenticato che l'elezione alla Casa Bianca del senatore Barack Obama nel 2008 fu una anomalia (peraltro predeterminata dal fatto che anche il suo antagonista, il repubblicano John McCain, era un senatore, e come lui non aveva mai governato nulla). Prima di allora tutti i presidenti eletti democraticamente nell'ultimo mezzo secolo erano governatori, oppure ex vicepresidentiche in quanto tali si facevano forti di una (reale o presunta) partecipazione ad altra importante esperienza di governo: quello dell'intero Paese. Per trovare un'altra eccezione prima di Obama tocca risalire fino a John Kennedy; ma stavolta tutto induce a ritenere che gli americani abbiano voglia di tornare al sentiero battuto Ciò arride alle ambizioni di personaggi come Chris Christie, il governatore extralarge del New Jersey (Stato tradizionalmente "blu"), a lungo campione assoluto di popolarità, poi messo in crisi da un piccolo quanto fastidioso scandalo che, comunque, potrebbe non compromettere i suoi piani. Christie è considerato un centrista, anche se nel governare ha talvolta applicato ricette "reaganiane", ad esempio con i sindacati del pubblico impiego.
I governatori, dal canto loro, potranno consolidare i rispettivi curriculum in quello che tradizionalmente è il tipico passaggio nel cursus honorum che culmina trasferendo la residenza al n.1600 di Pennsylvania Avenue. Non va infatti dimenticato che l'elezione alla Casa Bianca del senatore Barack Obama nel 2008 fu una anomalia (peraltro predeterminata dal fatto che anche il suo antagonista, il repubblicano John McCain, era un senatore, e come lui non aveva mai governato nulla). Prima di allora tutti i presidenti eletti democraticamente nell'ultimo mezzo secolo erano governatori, oppure ex vicepresidentiche in quanto tali si facevano forti di una (reale o presunta) partecipazione ad altra importante esperienza di governo: quello dell'intero Paese. Per trovare un'altra eccezione prima di Obama tocca risalire fino a John Kennedy; ma stavolta tutto induce a ritenere che gli americani abbiano voglia di tornare al sentiero battuto Ciò arride alle ambizioni di personaggi come Chris Christie, il governatore extralarge del New Jersey (Stato tradizionalmente "blu"), a lungo campione assoluto di popolarità, poi messo in crisi da un piccolo quanto fastidioso scandalo che, comunque, potrebbe non compromettere i suoi piani. Christie è considerato un centrista, anche se nel governare ha talvolta applicato ricette "reaganiane", ad esempio con i sindacati del pubblico impiego.
Su questo fronte, però, il vero campione è il "tatcheriano" Scott Walker, il governatore del Wisconsin (altro Stato tradizionalmente "blu"), nemico giurato dei sindacati dei dipendenti pubblici, sopravvissuto di slancio anni fa ad un tentativo di recall (destituzione tramite consultazione democratica, una sorta di voto popolare di sfiducia), ed ora trionfalmente rieletto.Secondo Nate Cohn del New Republic (non certo un suo simpatizzante), Walker, essendo al tempo stesso un "duro e puro" ma anche un uomo di governo ben rodato, non un movimentista ideologo, sarebbe il più capace di fare ciò che serve per vincere, ossia riunire le varie "anime" di un partito che, per sua natura, è al tempo stesso una coalizione.
C'è poi sul tavolo il volto di un ex governatore, che prodigiosamente riesce ancora a mantenersi sulla breccia nonostante non ricopra alcuna carica da ben sette anni: Jeb Bush, governatore della Florida dal 1998 al 2007, figlio del 41esimo presidente e fratello del 43esimo, centrista ma gradito alla "destra religiosa", alfiere di una riforma dell'immigrazione che apra le porte alla regolarizzazione di molti dei latinoamericani che vivono e lavorano più o meno illegalmente negli USA. Su di lui grava però un dubbio: se davvero, come pare, i Democratici torneranno ad affidarsi ai Clinton, non sarà più efficace proporre un volto nuovo, anziché inscenare un revival del solito scontro fra le solite due vecchie dinastie? Non è un dubbio di poco conto.
Uscito su "Strade"
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