venerdì 25 settembre 2009

PERCHE' PROPRIO A PITTSBURGH


Dopo il G8 a L’Aquila post-terremoto, i potenti del mondo si beccano una gitarella in un altro posto sfigatissimo: il G20 sulla finanza si tiene in queste ore a Pittsburgh, in Pennsylvania al confine con l’Ohio.
Strano posto, per un evento tanto prestigioso.
Raccontava ieri un cronista di TIME:
"Quando l'addetto stampa della Casa Bianca Robert Gibbs annuniò, a maggio, che l'Amministrazione Obama aveva deciso di tenere il G20 a Pittsburgh, i giornalisti presenti esplosero in una risata. E come dargli torto?".
La “fascia” che corre tra Illinois, Indiana, Michigan, Ohio e Pennsylvania occidentale, è da molti anni soprannominata “Rust Belt”, la Cintura della Ruggine: desolazione e degrado, piccoli paesi e grandi città “fantasma”, costellati da stabilimenti industriali da tempo abbandonati.
Cleveland, la città più importante dell’Ohio, è oggi considerata la più povera degli Stati Uniti. Detroit, in Michigan, storica capitale dell’industria americana dell’auto, non sta meglio (un tempo era la quarta città USA, ora è l'undicesima. Qui un recente reportage su TIME).
Pittsburgh era fino a qualche tempo fa nelle stesse miserevoli condizioni, ma recentemente sta venendo “rilanciata” puntando sui settori più “innovativi”.
Spiega Gideon Rachman del Financial Times:
“Pittsburgh è considerata una vetrina della ripresa post-industriale. La popolazione cittadina era stata decimate dal naufragio dell’industria siderurgica. Metà della popolazione era andata a vivere altrove, man mano che i posti di lavoro evaporavano […] Ma oggi nuove industrie sono spuntate nel campo dei servizi sanitari, della robotica e dell’informatica. Il tasso di disoccupazione è “solo” il 7,7%, più basso del resto degli USA. Dovrebbero fare delle magliette per il G20, con su lo slogan “si può sopravvivere alla globalizzazione”.
Soprattutto, l’amministrazione vuole sbandierare il “nuovo potenziale” di posti come Pittsburgh generato dal matrimonio tra i business delle nuove tecnologie e quello legato all’ecologia, che si spera possa generare nuovi posti di lavoro che vadano a rimpiazzare quelli persi con la crisi della siderurgia, cioè “emigrati” con la delocalizzazione, che tanto ormai è chiaro non torneranno più.
Qui un video preparato dal Dipartimento di Stato per propagandare agli occhi del mondo questo rilancio “dalla ruggine al verde”.
(Per inciso: identiche politiche erano nel programma dello sconfitto candidato repubblicano John McCain, il quale nell’aprile dello scorso anno tenne uno dei suoi primi comizi nella cittadina di Youngstown, in Ohio, uno dei luoghi più disperati della Rust Belt, in cui propose di detassare “le nuove società ed industrie del settore tecnologico, in particolare di quello delle tecnologie ecologiche come quelle di trasformazione dell’energia solare ed eolica, che stanno cercando a fatica di crescere proprio qui, cercando nuovi mercati ed assumendo nuovi lavoratori”).

In perfetto stile obamiano (soprattutto michelleobamiano) il tutto viene confezionato nel modo più “trendy”, senza timore di sconfinare nel radical-chic. E così l’allevamento bio va a braccetto con i quadri pop. Racconta Maurizio Molinari su La Stampa di oggi:
“il gran finale studiato a tavolino nella West Wing della Casa Bianca avviene nel segno del cittadino di Pittsburgh forse più noto al mondo: il pittore Andy Warhol al quale è intitolato un museo che raccoglie numerosi dipinti che raccontando la carriera dell’artista che ritrasse Marylin Monroe in una memorabile posa. Sarà in questa cornice che le First Lady concluderanno il pranzo e il summit prima del rituale arrivederci.”
Ed è subito Manhattan, anche a Pittsburgh.

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