lunedì 13 giugno 2022

UNA LUNGA STORIA ARMATA



 Due grandi preoccupazioni agitavano le acque del Grande Esperimento americano nella seconda metà del Diciottesimo secolo. Una, ampiamente condivisa, era l’ovvia paura di un tentativo di reconquista delle colonie ribelli da parte della Gran Bretagna. Ma una parte dei Fondatori (la fazione cosiddetta anti-federalista, dalla quale sarebbe scaturito il primo Partito Repubblicano) tendeva a riversare verso il nascente governo federale americano gli stessi argomenti sui quali si era basata la rivolta armata contro l’Impero coloniale britannico, e quindi a coltivare nei suoi confronti una profonda diffidenza e a osteggiare l’attribuzione a esso di grandi poteri a scapito delle autonomie locali; ed ecco la seconda paura, quella di una involuzione tirannica del governo centrale, della degenerazione della neonata Repubblica in una sorta di monarchia elettiva non meno dispotica ed accentratrice di quella dalla quale quali gli americani avevano scelto di emanciparsi.

È da quelle due preoccupazioni che è necessario partire se si vuole comprendere la storia del famigerato Secondo Emendamento, quello che (scritto nel 1788, approvato nel 1791) inserì nella neonata Costituzione «il diritto dei cittadini di detenere e portare armi".

I primi dieci emendamenti costituzionali del 1791 erano, nel loro insieme (non solo il secondo, ma tutto il “pacchetto”, il cosiddetto Bill of Rights), una concessione che la fazione federalista (quella più favorevole al conferimento di poteri e funzioni al governo centrale, che in quei primi anni era la fazione dominante) aveva garantito alla fazione anti-federalista (la quale inizialmente era minoritaria) per ottenere la ratifica della Costituzione. Non a caso il principale estensore di quegli emendamenti fu James Madison, leader della fazione anti-federalista accanto a Thomas Jefferson .

Gli emendamenti del 1791 nascono così: un insieme di tutele volte a minimizzare i rischi di involuzione assolutista e dispotica del governo centrale (federale).

Questa è la ragione dell'inserimento nella Costituzione del «right of the people to keep and bear Arms», il diritto dei cittadini a detenere e portare armi. Se si fosse trattato solo di non lasciare la nascente Repubblica inerme rispetto al pericolo di aggressione Britannico o comunque straniero, sarebbe stata più che sufficiente la creazione di un esercito federale. Trattandosi invece anche (e per alcuni soprattutto) di non lasciare i singoli Stati membri e gli individui che li abitavano inermi rispetto al pericolo di tirannide “interno”, si andò à a parare sulla «ben regolata milizia» costituita dal popolo in armi, sottoponendo il governo federale ad un "divieto di disarmare" gli americani.

Prima che un esercito permanente possa dominarlo, il popolo deve essere disarmato; come lo è in quasi tutti i regni d'Europa. Il potere supremo in America non può imporre leggi ingiuste con la spada, perché l'intera popolazione è armata e quindi costituisce una forza superiore a qualsiasi banda di truppe regolari che può essere, con qualsiasi pretesto, reclutata negli Stati Uniti.


Sono parole scritte nel 1787, immediatamente prima della stesura del Secondo Emendamento, da Noah Webster («il padre dell’educazione e della scuola americana», collaboratore di Benjamin Franklin) in un pamphlet con il quale egli incoraggiava lo Stato della Pennsylvania a ratificare la Costituzione.

È un ragionamento che aveva una notevole dignità al tempo della Early Republic, ma che risulta un po' grottesco oggigiorno data l'evoluzione tecnologica degli armamenti militari che in questi due secoli e mezzo ha prodotto un divario incolmabile (anche per ragioni economiche) fra le armi delle quali dispone un esercito e quelle delle alle quali possono accedere dei privati cittadini, per quanto "ben armati".

Ci poteva in effetti essere una certa simmetria quando l'arma da fuoco della quale disponevano le truppe di un esercito regolare era la stessa della quale potevano disporre i privati cittadini, ossia un lungo e pesante moschetto; ma quel presupposto venne meno man mano che le forze armate ricevettero in dotazione prima le mitragliatrici (la prima fu inventata proprio da un americano, Richard Gatling, il quale all'epoca della Guerra Civile si era illuso di rendere superfluo il reclutare molti soldati introducendo "un'arma che avrebbe permesso, grazie alla sua rapidità di fuoco, ad un uomo soltanto di compiere in battaglia il dovere di cento uomini"), poi i carrarmati, quindi i missili e via via sino ai più recenti droni.

Peraltro anche le cheap guns hanno pur sempre avuto la loro evoluzione tecnologica: che se da un lato è insufficiente a rendere ragionevole l'idea di un confronto fra un esercito regolare e una milizia di privati cittadini, dall'altro pone un problema che i Fondatori non avevano potuto prevedere, cioè quello dell'abuso da parte di malintenzionati o pazzoidi, per compiere stragi di loro concittadini.


Certo, quello che oggi è di fatto il principale inconveniente prodotto da quella scelta di rendere il popolo statunitense “non disarmabile”, ossia la piaga dei mass shooting, era del tutto inconcepibile nel contesto tecnologico di due secoli e mezzo fa, quando un tiratore ben addestrato era in grado di sparare sì e no tre colpi in un minuto. Oggi in America chiunque può avere armi da fuoco semiautomatiche, che di colpi al minuto, per capirci, ne sparano circa una cinquantina, le quali che contro un esercito ostile non basterebbero certo a difendere «the security of a free state», ma che al contempo sono troppo potenti per non creare problemi.

Tutto ciò avrebbe potuto condurre a una evoluzione interpretativa del Secondo Emendamento nella direzione di un potere maggiore delle autorità federali di regolamentare e limitare il diritto dei cittadini di detenere e portare armi; e invece è accaduto l'esatto contrario: si è affermata una interpretazione sempre più estrema e rigida di quella norma, e curiosamente ciò è accaduto di recente, negli ultimi quindici anni.

Fino al 2008, in due aree metropolitane molto importanti era in vigore un divieto assoluto di girare armati: nel District of Columbia, ossia a Washington e sobborghi, e a Chicago.

Il divieto di porto d’armi a Washington DC, in vigore dal 1975, venne falcidiato nel giugno del 2008 dalla Corte Suprema con la sentenza «District of Columbia versus Heller», dando ragione a Dick Anthony Heller, una guardia giurata che viveva in un quartiere pericoloso della città e rivendicava il diritto di portarsi a casa la pistola per difesa personale quando smontava dal lavoro.

Il giudice Anthony Kennedy, in quella come in molte altre decisioni, fece da ago della bilancia: si aggregò ai quattro giudici conservatori, determinando una decisione per 5 voti contro 4, scritta dal leader della fazione conservatrice della Corte Antonin Scalia che confermò, dopo 217 anni di dubbi e discussioni, l’interpretazione “pro armi” del Secondo Emendamento. Il diritto a detenere armi è un diritto individuale garantito dalla Costituzione, al pari degli altri diritti fondamentali del cittadino americano, e pertanto la Costituzione «non permette divieti assoluti nel possesso di pistole a casa e nel loro uso per legittima difesa».

Da notare che Barack Obama, che all’epoca era ancora solo il candidato alla Casa Bianca (mancavano ancora più di quattro mesi alla sua elezione), si guardò bene dal criticare quella sentenza come i suoi sostenitori di area liberal speravano, e anzi plaudì a quella decisione e si affrettò a garantire che se eletto presidente avrebbe «tutelato i diritti costituzionali dei proprietari di armi da fuoco, cacciatori e sportivi rispettosi della legge».

Due anni dopo, nel giugno del 2010, la Corte Suprema, con la sentenza McDonald versus Chicago scritta dal giudice Samuel Alito (altro membro molto conservatore della corte), e anche stavolta pronunciata con il voto dei quattro giudici conservatori più quello del solito Anthony Kennedy, fece piazza pulita anche dell’altro divieto “assoluto” di portare armi, quello in vigore nella città di Obama. Nel fare questo, la Corte estese all’ambito delle legislazioni locali lo stesso principio che nel 2008 aveva sancito in riferimento alle normative federali; sempre ferma restando la legittimità di “ragionevoli limitazioni” alla vendita e al porto d’armi, quella sentenza ha però affermato l’illegittimità del divieto di detenzione domestica.

Uscito su Jefferson - Lettere sull'America

 

lunedì 9 maggio 2022

SE LA SILICON VALLEY MIGRA IN TEXAS

 


La prima parte della storia l’avrete sentita dozzine di volte. La favola dei due giovani neolaureati in ingegneria elettrica nella università di Stanford, William Hewlett e David Packard, che nel 1939, nell’oggi mitico garage in affitto a Palo Alto, un paesino nella Baia di San Francisco, mettono in piedi pionieristicamente la prima moderna startup. Una piccola, ma innovativa società di produzione di componenti elettroniche destinata a divenire la multinazionale che conosciamo come HP, ma anche la primissima scintilla dalla quale avrebbe preso inizio la trasformazione della pianura a Sud di San Francisco, che sino ad allora non aveva prodotto altro che noci e albicocche, nell’epicentro mondiale della computer society.

Forse però vi è meno noto il capitolo più recente di quella storia: nel febbraio di quest’anno la HPE, cioè il ramo principale della HP (scorporato dalla HP Inc. che produce solo hardware, PC e stampanti) ha annunciato che prima dell’estate lascerà la Silicon Valley per trasferire il proprio quartier generale mondiale a Houston, in Texas.

È solo l’ennesimo di una serie impressionante di migrazioni, tutte simili: Tesla ormai è ufficialmente trasferita a Austin, dove meno di un mese fa un euforico Elon Musk con tanto di cappello da cowboy nero ha inaugurato la nuova mega fabbrica soprannominata Giga Texas; Intel, il principale produttore americano di microchip, pur mantenendo (per ora) la propria sede a San Francisco ha annunciato di voler spostare la produzione a Columbus, in Ohio, dove costruirà un colossale stabilimento su un terreno di un migliaio di acri, investendo 20 miliardi di dollari; altrettanto ha annunciato di voler fare AirBnB che, ferma restando la sede californiana, è però in procinto di realizzare il proprio Tecnical Hub ad Atlanta, in Georgia; mentre la Palantir, azienda leader nel settore dell’analisi dei big data, ha trasferito la sua ammiraglia 8VC da Palo Alto a Denver, in Colorado; e da più di un anno voci ricorrenti danno in partenza anche la Oracle di Larry Ellison, il quale nel frattempo ha lasciato personalmente la Silicon Valley per prendere dimora alle Hawaii mentre Drew Houston, il CEO di Dropbox, da un annetto ha smesso di vivere nella Silicon Valley e ha traslocato – rieccoci – a Austin.

La spiegazione più condivisa indica la ragione di questo esodo nel costo folle degli immobili nella San Francisco Bay Area: «Come si può pensare che tu avvii una startup in un garage, se il garage costa milioni di dollari?» si è chesto Ajay Royan, il fondatore del fondo Mitrihil Capital.

Non si tratta solo del costo degli uffici e dei capannoni, ma anche di quello delle abitazioni. Un recente studio stima che oggi per ripagare l’acquisto di una casa in quella zona, una famiglia con reddito medio impiegherebbe dai 115 ai 167 anni. Gli ingegneri che lavorano nella Silicon Valley guadagnano circa il 50% in più rispetto ai loro colleghi che vivono e lavorano nelle “città normali”; ma il costo di una casa lì non è maggiore del 50% bensì del 200 o del 300%.

In America si usa dire che quando in un posto le cose non funzionano, la gente “vota con i piedi”: è andandosene che i residenti pronunciano la loro condanna da giuria popolare. Nel 2021 la Silicon Valley ha perso ben 40.000 residenti. In termini assoluti la sua popolazione complessiva è diminuita anziché aumentare, ed è la prima volta che accade da 12 anni a questa parte. Le persone che si sono trasferite lì sono 5.560, poco più di un terzo di quelle che lo avevano fatto nel 2020 e poco più di un quarto di quelle che lo avevano fatto nel 2019. La contea di Santa Clara, che è quella che “contiene” il grosso della Silicon Valley, ha visto la propria popolazione diminuire del 2,3%: l’esodo più repentino dopo quello registrato nella attigua contea di San Mateo (-3,2%).

Sono, del resto, dati completamente allineati con quelli complessivi dell’intero Stato della California, dal quale l’anno scorso le persone emigrate sono state ben 135.600 più di quelle immigrate. È una tendenza in atto ormai da parecchi anni, tant’è che quando a novembre si voterà alle elezioni di metà mandato per eleggere un nuovo Congresso, la California – come pure New York – avrà un seggio in meno alla Camera proprio a causa dell’affievolimento della sua consistenza demografica registrato nel 2020 nel censimento decennale che si fa dai tempi di Thomas Jefferson (mentre, viceversa, il Texas eleggerà due deputati in più, e la Florida uno, a causa della crescita della loro popolazione). Sempre in base all’ultimo censimento, il Texas è l’unico Stato ad avere tre città (Forth Worth, Austin e San Antonio) fra le dieci la cui popolazione è cresciuta di più nel 2020. La California, al contrario, è l'unico Stato ad averne tre fra le dieci nelle quali è cresciuta di meno: una è Los Angeles, un’altra è San Francisco, e la terza è San Jose, la cosiddetta capitale della Silicon Valley.

Può darsi che la notizia della morte della Silicon Valley sia come quella di Mark Twain, fortemente esagerata, ma forse non è eccessivo domandarsi che cosa ne sia di quello che era noto come uno dei massimi centri mondiali di innovazione, e che pure non ha saputo, o non ha voluto, trovare una soluzione. Se, come ha scritto Lawrence Wright, oggi il Texas deve decidere come diventare adulto, la California, e la Silicon Valley soprattutto, sembra chiamata a capire come invecchiare.

Uscito su Jefferson - Lettere sull'America

giovedì 7 gennaio 2021

IL CONGRESSO


 
È finita, ma è anche appena cominciata.

È finita la via crucis per il riconoscimento definitivo del fatto che ora, dal 20 gennaio, l’inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden. Ma è anche appena iniziata la resa dei conti all’interno dello sconfitto Partito Repubblicano, una delle più accese e cruente della sua storia.

Era pressochè scontato che la votazione dell’Epifania, al Congresso in sessione congiunta, si sarebbe conclusa con la ratifica della vittoria di Biden.

Non era, ovviamente, previsto che la votazione sarebbe stata funestata dagli osceni disordini ai quali abbiamo assistito. Ma era prevedibile che alla fine l’esito sarebbe stato quello che aveva da essere, la consacrazione di Biden come presidente “entrante”.

La vera “conta”, quindi – quella più politicamente rilevante per l’avvenire – riguardava semmai il posizionamento di ogni senatore e di ogni deputato repubblicano rispetto alla linea dettata dal presidente “uscente”.

In questo senso, si è trattato quasi – mi si passi la metafora, e la forzatura – di un congresso di partito: di quelli un tempo usuali da questa parte dell’Atlantico.

Da un lato c’era una “Mozione McConnell”, presentata da quello che sino a ieri era il leader della maggioranza, e da oggi è il leader della minoranza al Senato, ma anche di fatto il leader del partito: la mozione consisteva, semplicemente, nell’invito a votare in modo “normale”, prendendo atto dell’avvenuta sconfitta di Trump e accettando la transizione verso la Presidenza Biden.

Dall’altro lato si contrapponeva la mozione presentata dal Senatore del Texas Ted Cruz, dal giovane senatore del Missouri Josh Hawley e da altri 10 (ai quali aveva aderito in extremis anche il senatore della Florida Rick Scott, e con lui facevano 13), che sfidava invece a votare, in modo “scandaloso”, per un improbabile rinvio del riconoscimento della sconfitta di Trump, istituendo invece, prima, una commissione di inchiesta sugli asseriti brogli elettorali che quest’ultimo non ha mai smesso di denunciare e lamentare (pur avendo perduto dozzine di cause in tribunale sul tema).

Probabilmente è anche per questo che i repubblicani avevano perso, il giorno prima, il ballottaggio in Georgia (e con esso la maggioranza al Senato): essendo troppo divisi per vincere. Spaccati, per l’appunto, fra la fazione degli ex/post trumpiani, decisi a voltare pagina liquidando l’influenza che il presidente sconfitto ancora esercita sul partito oltre che sulla sua base elettorale, e gli irredentisti trumpiani a oltranza, disposti invece a inscenare una (almeno apparente…) fedeltà alla narrazione della elezione usurpata/rubata, pur di mettersi nella scia di un Trump nonostante tutto ancora popolarissimo (ha pur sempre appena preso più di 74 milioni di voti, divenendo il secondo candidato più votato della storia dopo Biden nonché lo sconfitto più votato della storia).

Il voto al Congresso sulla certificazione della vittoria di Biden aveva questo senso: tiriamo una riga, e vediamo chi (e quanti) stanno di qua o di là.

Non è una cosa normale: di solito lo sconfitto alle presidenziali americane scivola nell’ombra, e cessa di esercitare una leadership.

Ma Trump, si sa, è una anomalia vivente, campa proprio del fatto di contravvenire a tutte le consuetudini; e inoltre nessuno è disposto a credere che nel 2024 Biden, a 84 anni suonati, si potrà candidare per quel secondo mandato che normalmente sarebbe fisiologico – ragion per cui la leadership repubblicana nel futuro prossimo fa più gola di quel che accadrebbe usualmente –.

Il drappello dei “boia chi molla” trumpiani, come detto, era costituito da 13 senatori: Ted Cruz del Texas, Josh Hawley del Missouri, Marsha Blackburn del Tennessee, Mike Braun dell’Indiana, Steve Daines del Montana, Ron Johnson del Wisconsin, John Kennedy della Lousiana, James Lankford dell’Oklahoma, Bill Hagerty del Tennessee, Cynthia Lummis del Wyoming, Roger Marshall del Kansas, Tommy Tuberville dell’Alabama e Rick Scott della Florida. Ci sarebbero stati anche i due della Georgia, Perdue e Loeffler, ma per l’appunto non sono stati eletti, nonostante l’appoggio di Trump e la loro adesione alla “corrente” dei trumpiani a oltranza.

La scommessa era evidente: 13 senatori non erano molti, solo un quarto del gruppo parlamentare repubblicano al senato; ma se altri senatori, pur non avendolo preannunciato, avessero aderito, portando il marchio della “fazione trumpiana” almeno verso la ventina (su 49), Trump avrebbe dimostrato di avere ancora in pugno se non il partito, almeno una importante porzione di esso.

A futura memoria, quindi, scorriamoli i verbali di questo “congresso di partito”: il futuro dell’America, e quindi in qualche modo di tutto l’Occidente, si giocherà anche su questi dettagli.

Il voto divisivo è stato duplice: una prima volta sul risultato elettorale dell’Arizona, e una seconda su quello della Pennsylvania. Non sapremo mai come sarebbe andata se la votazione si fosse svolta in circostanze ordinarie, anziché nel bel mezzo del dramma dello sconcertante ”assalto al Congresso” da parte di centinaia di fan di Trump inferociti; fatto sta che è andata come è andata, e il  Senato ha respinto 93 a 6 la “Mozione Cruz” sull’Arizona, e 92 a 7 quella sulla Pennsylvania.

Decisamente un flop per la fazione dei trumpiani ad oltranza: hanno finito per defezionare persino 8 dei 13 senatori proponenti (Marsha Blackburn e Bill Hagerty – quindi entrambi i senatori del Tennessee – Mike Braun, Steve Daines, Ron Johnson, James Lankford, Cinthya Lummis e Tim Scott).

Se sulla Pennsylvania i voti per la “mozione Cruz” sono stati 6 e non 5 è solo perchè s’è aggiunta “a sorpresa” la senatrice Cindy Hyde-Smith del Mississippi.

Il Congresso era però in sessione congiunta: dopo il Senato votava la Camera, e lì si è visto tutto un altro film. I deputati sono un’altra razza, diciamo pure truppe meno scelte, meno aristocratici dei senatori; e soprattutto, alla Camera i Repubblicani sono in minoranza più netta (anche se non particolarmente esigua), e votando dopo il Senato sapevano benissimo di votare una mozione tecnicamente già bocciata, senza quindi alcuna concreta responsabilità. Com’è come non è, i repubblicani alla Camera sono apparsi essere un partito completamente diverso da quello del Senato: la “Mozione Cruz” è stata sì respinta anche lì, ma 303 a 121 sull’Arizona, e a 138 sulla Pennsylvania.

Poiché i repubblicani alla Camera sono 204, significa che in questo caso hanno prevalso i “trumpiani a oltranza”: 121 contro 83 nel voto sull’Arizona, e Quindi 138 contro 66 in quello sulla Pennsylvania.

La fazione ex/post/anti trumpiana, capitanata da Mitch McConnell, appare quindi avere in pugno il partito al Senato (che è la cosa più importante), ma risulta in netta minoranza alla Camera.

Al Senato con McConnell si sono schierati, oltre ovviamente a quei pochi senatori che non avevano mai accettato la leadership di Trump (Mitt Romney, Pat Toomey, Lisa Murkowski, Susan Collins), anche moltissimi che invece l’avevano lungamente assecondata: da Tom Cotton dell’Arkansas (l’autore di quel corsivo che chiedeva l’intervento dell’esercito contro i disordini dei movimenti “antifa” e “Black Lives Matter”, la cui pubblicazione sul New York Times a giugno era stata fonte di incredibili psicodrammi), a Tim Scott della South Carolina, importante punto di riferimento per gli afroamericani nel Grand Old Party, a quel Lindsey Graham che da presidente della Commissione Giustizia aveva lungamente collaborato con la Casa Bianca trumpiana anche per la conferma delle nomine alla Corte Suprema; e ancora Thom Tillis della North Carolina, John Cornyne, l’altro texano al Senato oltre a Cruz, Ben Sasse del Nebraska (che come Cruz era emerso cavalcando i “Tea Party”), Todd Young dell’Indiana, Rob Portman dell’Ohio, Roger Wicker del Mississippi…

Alla Camera si è invece schierato con la fazione trumpiana lo stesso capogruppo, Kevin McCarthy, e con lui oltre il 60% dei deputati repubblicani, tra i quali Paul Gosar dell’Arizona il quale ha provocato, associandosi a Cruz, il voto sulla certificazione dei voti elettorali del suo Stato.

Nella minoranza anti/post/ex trumpiana rientra invece Liz Cheney, figlia del Dick che fu vicepresidente accanto a George W. di Bush e che è la “House Conference Chair” del partito. Nella delegazione più grande, quella texana, solo 6 deputati contro 16 si sono schierati con lei: tra questi il neorieletto Dan Crenshaw, unico texano ad aver preso la parola alla convention nazionale del partito tenutasi a Charlotte, in North Carolina, ad Agosto.


Una considerazione a parte merita, infine, la posizione del vicepresidente uscente degli Stati Uniti, Mike Pence, che era chiamato a presiedere i lavori del Congresso in sessione congiunta.

In questi quattro anni Pence è stato al fianco di Trump silenziosamente ma lealmente, e fino a poche settimane fa non si sarebbe faticato a immaginarlo fra coloro disposti a “mettersi nella sua scia” anche dopo la sconfitta elettorale.

E invece, alla fine qualcosa si è rotto: Trump gli ha chiesto un gesto di fedeltà a dir poco estremo, addirittura rifiutarsi di mettere ai voti la vittoria di Biden in alcuni Stati contestati, e lo ha fatto anche pubblicamente (su Twitter) per ben tre volte nelle ultime 24 ore prima del voto; lui si è negato, fin lì non si poteva spingere. Ed è stato ripagato da Trump con una pubblica accusa di codardia (e in buona sostanza di tradimento).

Questo “congresso di partito”, insomma, la fazione ex/post/anti trumpiana, capitanata da McConnell, lo ha chiaramente vinto; ma la fazione “trumpiana a oltranza”, seppure sconfitta, non è certo annientata. Il percorso per la “de-trumpizzazione” della destra americana è appena iniziato, e non sarà né breve né semplice.

Uscito su Heraldo

giovedì 31 dicembre 2020

TAKE ME HOME



 
Era il 30 dicembre 1970: mezzo secolo fa. John Denver aveva appena 27 anni e non era certo una superstar. L’anno prima una sua canzone, Leaving on a Jet Plane, aveva avuto un buon riscontro nella interpretazione del trio folk Perer, Paul & Mary, e lui sulla scia di quel primo successo come compositore aveva tentato la fortuna anche come interprete, riuscendo a pubblicare con la RCA ben tre album in un anno, nessuno dei quali però aveva ottenuto grandi attenzioni. Nel dicembre del 1970 stentava ancora a riempire i 200 posti del Cellar Door, il club di Washington DC nel quale, in quella settimana fra Natale e Capodanno, era in cartellone tutte le sere come headliner.

Ancor più alle prime armi era il duo locale “Fat City” che in quelle serate post-natalizie si esibiva al Cellar Door come sua spalla: formato da Billy Danoff and Taffy Niver, marito e moglie poco più che ventenni, due sconosciuti di belle speranze per i quali era già molto aprire per un artista di serie B come John Denver. Il giorno prima, il 29 dicembre, i due gli avevano fatto ascoltare una canzone ancora incompleta che avevano abbozzato quasi per gioco mentre guidavano attraverso la campagna del Maryland per andare a far visita a dei parenti. 

Nonostante il genere non fosse affatto quello con il quale Danoff e Niver si misuravano abitualmente, per una volta avevano partorito una canzone country, sia per struttura musicale che per il testo pieno di riferimenti al mondo rurale dei monti Appalachi. I due erano talmente soddisfatti della loro composizione che sognavano di proporla a Johnny Cash. 

Nemmeno John Denver era un cantautore country. Veniva dalla gavetta nei club folk fricchettoni di Los Angeles, e registrava negli studi RCA di New York: in pratica i “meno country” fra tutti i circuiti musicali degli Stati Uniti. Il suo stile era più riconducibile al nuovo folk metropolitano alla Simon & Garfunkel che andava tanto di moda in quel passaggio fra gli anni Sessanta e i Settanta, con ammiccamenti pop-rock vagamente beatlesiani (il suo primo album conteneva una cover di When I’m Sixty-Four, il terzo una di Eleanor Rigby).

Eppure per quella canzone country ancora allo stato embrionale Denver aveva avuto un colpo di fulmine. I tre avevano fatto l’alba per completarla e arrangiarla, e l’indomani, in quella fatidica serata del 30 dicembre, fu lui a cantarla per la prima in pubblico.

Il pubblico andò in visibilio: non solo orecchiarono subito il ritornello e si misero a cantarlo, ma alla fine seguirono cinque minuti di standing ovation. Quella canzone aveva prodotto sin dal suo primissimo debutto quella magia per la quale ciascuno di noi la conosce, per esperienza personale: il trascinamento della folla in un rito liberatorio. Recentemente Dan McLaughlin, commentatore della National Review, ha così sintetizzato in un tweet:
Non capisci veramente che razza di inno è Take Me Home, Country Roads di John Denver finché non a ascolti dal vivo – cantata da chiunque, in qualunque contesto. Qualsiasi band da bar appena decente è in grado di suonarla. È vertiginosa ed evocativa, tutti conoscono le parole e una volta che il pubblico parte con il coro, le persone dimenticano l’imbarazzo.

Subito dopo le feste, John Denver tornò a New York e si affrettò a registrare il brano. Danoff e Nivert cantarono i cori, come quella sera al Cellar Door. L’arpeggio di banjo venne affidato a Eric Weissberg, lo stesso musicista che l’anno seguente avrebbe registrato un altro brano destinato a rappresentare musicalmente il mondo selvaggio degli Appalachi nell’immaginario collettivo: il  “duello di banjo” del film Deliverance (in italiano Un tranquillo weekend di paura).

Take Me Home, Country Roads uscì come singolo il 12 aprile del 1971. Ad agosto giunse al numero 2 della classifica generale di Billboard Hot 100 (seconda solo a How Can You Mend a Broken Heart dei Bee Gees), avendo già venduto un milione di copie. Negli stessi giorni Loretta Lynn, una delle più grandi dive del country, ne stava già registrando la sua versione (pressoché identica all’originale, solo senza percussioni: quasi come se fosse un pezzo bluegrass) per il suo diciottesimo album You’re Lookin’ at Country.

Era la prima di oltre duecento cover di quella che divenne immediatamente, e non ha mai smesso di essere, una delle canzoni country più popolari della storia, e una delle pochissime ad essere conosciute e amate da tutti anche fuori dagli Stati Uniti. È un cavallo di battaglia per i cori tra ubriachi all’Oktoberfest di Monaco di Baviera e persino in Cina è conosciutissima sin dagli anni Ottanta; nel 2018 una versione eseguita da una sconosciuta band newyorkese di nome Spank è stata utilizzata come colonna sonora del videogame distopico Fallout 76, che è ambientato in West Virginia: il video su Youtube attualmente ha 36 milioni di visualizzazioni.




È un bel paradosso quello che vede primeggiare in modo tanto eclatante una canzone country scritta e interpretata da dei perfetti outsider: il circuito dell’industria musicale di Nashville è infatti da sempre ossessionato dal legame con le proprie radici e le proprie tradizioni, e soprattutto è molto geloso del proprio controllo sui processi creativi e distributivi di tutto ciò che viene venduto come “country”.
 

John Denver dal canto suo, pur dovendo il proprio successo a quella canzone country, non abbandonò mai il proprio stile pop-folk, e registrò ben poche altre canzoni del genere; l’unica altra ad aver avuto un buon successo fu Thank God I’m a Country Boy, al n.1 in classifica nel 1975. In quello stesso anno la Country Music Association (istituzione che sta alla musica country come l’Academy sta al cinema) gli assegnò il premio più prestigioso cui un artista country possa ambire, quello di entertainer of the year; ma la sera della premiazione Charlie Rich, il cantante cui venne affidato il compito di annunciare “the winner is”, dopo aver letto il nome di John Denver diede polemicamente fuoco al biglietto in segno di disprezzo. 


Razionalmente, non dovrebbe essere tanto difficile accettare il fatto che quella canzone è uno splendido, riuscitissimo esempio di canzone country anche se l’interprete non è un cantante country. Ma emotivamente i due piani vengono spesso confusi, per una ragione piuttosto evidente: in questo caso l’interprete 
è la canzone. Senza di essa, John Denver così come lo conosciamo non sarebbe mai esistito. Non a caso l’autobiografia che pubblicherà nel 1994, tre anni prima di morire in un incidente aereo, si intitolerà proprio Take Me Home.

Quanto alla Country Music Association: nel 2016 ha si è fatta perdonare quell’episodio increscioso scegliendo proprio Take Me Home, Country Roads, assieme a On the Road Again di Willie Nelson e a I Will Always Love You di Dolly Parton, per un mashup interpretato da trenta star di Nashville, per celebrare il proprio cinquantennale.


C’è poi un paradosso nel paradosso: Take Me Home, Country Roads è di gran lunga la più celebre canzone a parlare dello Stato del West Virginia (ammesso che ne esistano altre), ma in realtà i suoi autori, pur avendo scritto quella che sembra essere una dichiarazione d’amore per quei luoghi, non vi avevano mai messo piede.
Come detto, l’ispirazione era venuta a Danoff e Niver durante un viaggio in Maryland; ma le tre sillabe di Ma-ry-Land non calzavano perché la metrica della canzone ne richiedeva quattro. Danoff in un primo momento aveva pensato di scrivere “Massachusetts”, lo Stato dove era cresciuto, ma alla fine la scelta era caduta sul West Virginia solo perché suonava meglio (“per quanto ne sapevo poteva anche essere in Europa”, ammetterà molti anni dopo). Lo stesso John Denver all’epoca non aveva alcuna esperienza del West Virginia: il suo luogo del cuore elettivo era invece duemila chilometri più a ovest, in Colorado (in omaggio alla cui capitale si era scelto “Denver” come cognome d’arte, essendo pressoché impronunciabile quello vero, Deutschendorf).
La canzone quindi non nacque da un’esperienza autentica del luogo che menziona; e in fin dei conti, a dispetto dell’incipit che contiene due riferimenti geografici virginiani ben precisi (il fiume Shenendoah e i Monti Blue Ridge), essa parla in realtà di un luogo immaginario. Forse anche da qui deriva il suo successo planetario: ben pochi sanno dov’è e com’è fatto il West Virginia, ma ognuno di noi si porta dentro la nostalgia di un qualche “altrove” lontano dalla città, un po’ sperduto, che ama come fosse “quasi un paradiso” e dove anela tornare per potersi “sentire a casa”. 

Uscito su Rolling Stone

lunedì 14 dicembre 2020

L'ERA BIDEN E IL FATTORE T

 

E così, nel bel mezzo della più grave pandemia dell’ultimo secolo, è accaduto ciò che a gennaio sembrava a dir poco improbabilee che non accadeva dai tempi di Jimmy Carter (cioè da 40 anni): la Casa Bianca ha cambiato colore politico dopo soli quattro anniIl voto di del Collegio elettorale verrà ratificato dal Congresso solo il 6 gennaio, ma da oggi Joe Biden è ufficialmente il vincitore di questa elezione. Finiti gli scrutini, terminati i riconteggi, concluse le dozzine di cause nei tribunali di ogni rango, possiamo finalmente osservare in controluce questa elezione, sulla base di numeri definitivi e di dati certi.

Nelle urne Biden ha ricevuto ben 81.284.716 voti popolari, divenendo il presidente più votato della storia; anche Trump ne ha ricevuti moltissimi, 74.223.367, divenendo il secondo candidato più votato della storia dopo Biden (nonché lo sconfitto più votato della storia). Il voto popolare, però, rileva esclusivamente in funzione del passaggio successivo, cioè quello nel Collegio elettorale, e lì l’elezione di Biden è avvenuta esattamente con gli stessi voti rispetto a quella di Trump quattro anni fa (306 contro 232). 

È vero che Trump nel 2016 ottenne quella vittoria pur avendo perso di quasi tre milioni nel voto popolare, mentre Biden ora ha ottenuto gli stessi 306 voti elettorali avendo battuto Trump di oltre sette milioni di voti. Se ci fermassimo a questo, potremmo dire che a parità di voti nel Collegio elettorale la vittoria di Biden è stata molto più ampia. Ma il sistema del Collegio fa sì che i voti siano rilevanti soprattutto in base a dove (in quale dei 50 stati) li si riceve: ha poca importanza il voto negli stati che si considerano già vinti (o persi) a priori, ed è invece cruciale il voto negli stati più in bilico, che fanno da ago della bilancia.

Ecco perché tre settimane fa il Washington Post titolava “Gli elettori che hanno consegnato la vittoria a Biden negli stati chiave non basterebbero per riempire il Rose Bowl, e questo influenzerà il suo modo di governare” (il Rose Bowl è lo stadio di Pasadena, che ha poco più di 90mila posti). La ragione di questa lettura è la medesima che quattro anni fa portava a evidenziare che Trump andava alla Casa Bianca “grazie a 80mila voti in tre stati”.

Le tre vittorie con margine più esiguo (meno di un punto percentuale di vantaggio) Trump le aveva conseguite in Michigan per 10.704 voti (con un margine dello 0,22%), in Pennsylvania per 44.284 voti (+0,72%), e in Wisconsin per 22.748 (+0,76%). Analogamente, Biden non avrebbe vinto senza i voti elettorali di Arizona, Georgia e Wisconsin, nei quali l’ha spuntata, rispettivamente, per 10.457, 11.779 e 20.682 voti popolari (con margine, rispettivamente, dello 0,31%, dello 0,24% del 0,63%). Politicamente la vittoria di un candidato democratico è eclatante in stati come la Georgia e l’Arizona, nei quali la vittoria dei repubblicani era la imperturbabile normalità ormai da decenni; ma sul piano quantitativo si tratta di vittorie fragilissime: nel complesso in quei tre stati 42.918 voti in tutto, poco più della metà di quelli grazie ai quali Trump vinse nel 2016. Sedendovi solo quegli elettori, lo stadio di Pasadena sarebbe mezzo vuoto: li si potrebbe accomodare anche ora, in tempo di distanziamento sociale.

(via The Washington Post)

Vi sono poi altri risultati che potrebbero influenzare ancor di più il modo in cui Biden governerà. Quello più importante non è ancora deciso: si tratta della maggioranza al Senato, che i democratici potrebbero non aver espugnato. Dipende tutto da come andrà il ballottaggio che si concluderà il 5 gennaio per entrambi i seggi senatoriali in Georgia: se i candidati del suo partito non la spuntassero Biden si troverebbe sotto scacco da parte di Mitch McConnell, attuale leader repubblicano al Senato, abile e spregiudicato stratega. Alla Camera invece il partito di Biden la maggioranza l’aveva e l’ha mantenuta, ma perdendo molto terreno: alle ultime elezioni (quelle del 2018) i democratici avevano ottenuto 235 seggi su 435, ora invece ne avranno non più di 224: cioè una maggioranza di appena 6, perdendone una dozzina rispetto a 2 anni fa (qui i sondaggi hanno fallito miseramente: pronosticavano che ne avrebbero guadagnati una buona quindicina).

fra appena due anni si rivota: per le elezioni di metà mandato, che tendono a premiare quasi sempre il partito di opposizione ma ultimamente lo hanno premiato di più quando si trattava del Partito repubblicano. Quando Obama si insediò nel 2009 i democratici avevano 59 senatori e 256 deputati, e i repubblicani venivano descritti come sull’orlo dell’estinzione (memorabile la cover story di Time sul tema); ma appena due anni dopo, alle Midterm del 2010, i repubblicani realizzarono la loro più grande vittoria elettorale parlamentare dell’ultimo secolo, strappando ai democratici la bellezza di 66 seggi, perdendone tre quindi con un vantaggio netto di 63. I democratici in quell’occasione tennero al Senato; ma lo persero alle successive Midterm, quelle del 2014, nelle quali persero anche ulteriore terreno alla Camera (i repubblicani vinsero 247 seggi, un guadagno netto di 13). Con questi precedenti, può Biden aspettarsi qualcosa di buono dalle Midterm del 2022?

(via Forbes)

A questo si aggiunge un problema senza precedenti: il fattore T

Trump non ne vuole sapere di seguire la consuetudine che vede uscire di scena lo sconfitto alle presidenziali. Sta facendo di tutto per non abbandonare la ribalta. Dopo il 20 gennaio, quando non potrà più farlo dalla Casa Bianca, potrà inventarsi qualcos’altro; magari rimettendo in cantiere il progetto, al quale si dice lavori da anni, di una media company tutta sua che faccia concorrenza da destra a Fox News. In ogni caso, sembra puntare a una campagna elettorale permanente per costruirsi un inedito ruolo di leader dell’opposizione che mai nessuno sconfitto aveva rivestito nella storia degli Stati Uniti. Difficile dire fino a che punto ci riuscirà; ma ancora più difficile è prevedere quanto questo potrà nuocere a Biden (posto che è stando all’opposizione, senza il peso di responsabilità di governo, che un personaggio come Trump riscuote più consensi), e quanto invece gli potrà giovare. Dopotutto ci siamo ripetuti mille volte che questa elezione è stata un referendum su Trump, e che il voto per Biden è stato soprattutto un voto contro Trump; il fatto che Biden sia andato meglio rispetto a come il suo partito è andato nell’elezione al Congresso (e simmetricamente Trump sia andato peggio del Partito repubblicano) non sembra certo smentire questa lettura. Chissà, forse avere ancora lo spauracchio Trump in scena nei prossimi mesi e nei prossimi anni potrebbe paradossalmente servirgli da sponda.

Infine c’è un problema che è sotto gli occhi di tutti, ma del quale si parla poco e sottovoce, probabilmente perché non c’è un modo elegante per dirlo: Biden ha 78 anni suonati, sono tanti e li dimostra tutti.  Quando nel 2008 John McCain veniva accusato dall’entourage Barack Obama di essere troppo anziano per diventare presidente, ne aveva 72.  Nessuno è disposto a credere che nel 2024 si potrà candidare per quel secondo mandato che normalmente sarebbe fisiologico. La sua rischia perciò di essere una presidenza zoppa sin dal primo giorno; a meno che non se la giochi facendosi forte del fatto che, proprio perché è a un passo dalla pensione, non ha più niente da perdere.  

Trump invece ne compirà 78 proprio nel 2024, ed essendo stato alla Casa Bianca per un solo quadriennio avrebbe il diritto di ricandidarsi per un secondo, come già indica di voler fareSempre che prima torni a candidarsi alle primarie del Partito repubblicano, e riesca nuovamente a vincerle. Per ora sta raccogliendo un sacco di soldi, che è una cosa che nella vita ha imparato a fare benino. Poi si vedrà.

uscito su Wired

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