mercoledì 14 settembre 2011

LOSING NEW YORK NEVER EASY

Certo, il nono collegio congressuale di New York - che comprende parte di Brooklyn e del Queens - non è uno dei più progressisti della Grande Mela; ma è pur sempre uno dei tanti in cui i Democratici newyorkesi tradizionalmente hanno sempre vinto - magari di poco, ma sempre - negli ultimi 90 anni (dico: 90 anni, si risale a prima della Grande Depressione).
La sconfitta del candidato democratico alle suppletive di ieri, indette per riassegnare il seggio alla Camera lasciato vacante da Anthony Weiner (quello che si era dimesso per essere stato pizzicato a fare lo sporcaccione su Twitter), è quindi un fatto carico di significato simbolico. Il partito di Obama sconfitto da un Carneade qualunque proprio lì, "in casa", in quella che si era confermata una delle sue ultime roccaforti anche nella malasorte delle ultime midterm - in quell'occasione Weiner aveva vinto in quel collegio di ben 20 (dico: 20) punti percentuali - e che pochi mesi fa aveva fatto sognare l'America liberal introducendo i matrimoni omosessuali e proiettando sulla ribalta nazionale il governatore Andrew Cuomo, prontamente ed incautamente insignito dai media del prematuro ruolo di potenziale successore di Obama.
Viene in mente il precedente del gennaio 2010, quando la disfatta in un'altra elezione suppletiva e in un'altra roccaforte demoratica, il Massachusetts (allora si riassegnava il seggio senatoriale dello scomparso Ted Kennedy), protagonista anche in quel caso uno sfidante repubblicano semisconosciuto votato per protesta, segnò l'inizio del lungo inverno che il 44esimo presidente sta attraversando.
La settimana scorsa Lexington sull'Economist descriveva una sensazione diffusa di "sprofondamento in una spirale infernale alla Jimmy Carter" (chi mi legge sa bene di che si tratta). Stanotte il barometro della Casa Bianca ha registrato un ulteriore peggioramento, mentre tra le fila dei repubblicani sta montando una baldanza per farsi un'idea della quale basta leggere il dispaccio euforico che stamattina Bill Kristol ha inviato "da Manhattan, ma con il cuore dell'altra parte del ponte di Brooklyn", emblematicamente intitolato "New York, New York!" come quella vecchia canzone il cui verso più celebre, non a caso, recita: "se ce la puoi fare qui / ce la puoi fare dappertutto".

martedì 13 settembre 2011

IL DUELLO - PARTE SECONDA


Molti dicono che stavolta ha vinto Perry, per svariati altri Romney si e' confermato il più bravo; la verita' e' che l'unita' di misura dell'esito di un dibattito elettorale - e questi delle primarie repubblicane non fanno eccezione - sono i sondaggi che escono poi. Quindi ciò che sappiamo davvero è chi ha vinto il precedente, quello californiano. Ce lo ha detto ieri la stessa CNN, divulgando un sondaggio che vede Perry saldamente in testa con il 32%, Romney staccatissimo al 21, Ron Paul al 12 e tutti gli altri - Bachmann compresa - sotto il 10.

Quello svoltosi ieri a Tampa, in Florida, sede della convention repubblicana dell'anno prossimo, targato CNN + Tea Party Express, per ora ci ha dato una netta conferma del fatto che i veri contendenti sono solo due, Perry e Romney.
Tutti gli altri sono sempre più miniaturizzati, da Herman Cain che pare sempre più intento a portare avanti "la sua candidatura a ministro del commercio" (Mark McKinnon) a Newt Gingrich "rimasto in gara solo per vendere libri", e alla stessa Bachmann "svuotata di argomenti dalla scesa in campo di Perry" (Andrea Salvadore). Per non parlare della improbabile candidatura di Jon Huntsman, ridotta ormai a puro cazzeggio (l'ex ambasciatore riesce a risultare élitario persino quando fa il rockettaro: non so quanti abbiano potuto cogliere il senso del suo sfottò a Romney quando si è chiesto se il suo libro-manifesto sia stato scritto da Kurt Cobain perché si intitola "No Apology" - oltretutto ha toppato pure lì, perché in realtà il pezzo dei Nirvana si intitolava "All Apologies").

A questo punto, consolidato l'assetto "Romney contro Perry" con il governatore del Texas indiscusso frontrunner, la vera incognita e' se il duello combacerà con lo scontro in atto da tempo tra il vecchio establishment repubblicano e la base incazzata tè-pubblicana.
Ieri mattina si sarebbe detto di sì, allorché Tim Pawlenty, la cui candidatura era sulla carta la migliore sulla quale l'estabilishment potesse contare ma non è mai decollata e si è conclusa ad agosto con lo straw poll in Iowa, ha dato il suo endorsement a Romney, ricevendo prontamente i galloni di co-chairman della sua campagna.
La mossa è stata subito letta come un sintomo della convergenza su Romney della élite del partito;  ma il quadro non è così semplice, perché a stretto giro Perry ha rilanciato sfoderando -  a distanza ancora più ravvicinata dall'inizio del dibattito - l'endorsement di Bobby Jindal.

Vale la pena di approfondire. Eletto per la prima volta nel 2007, allorché gli elettori di quello Stato ritennero il governatore democratico uscente responsabile del fallimento della gestione dei disastri causati dall’uragano Katrina almeno tanto quanto l’amministrazione federale di Bush, Jindal è il primo governatore "non-bianco" della Louisiana dai tempi della Ricorstruzione dopo la Guerra Civile (c'è il precedente di un governatore afroamericano nel 1872, ma per appena 35 giorni). Jindal è di origini indiane (dell'India, non d’America), essendo nato da una immigrata indiana che si era appena trasferita negli USA assieme al marito, un ingegnere del Punjab, per laurearsi in fisica nucleare: è quindi un tipico esponente della comunità di immigrati indo-americani che negli USA sta divenendo sempre più integrata, benestante ed influente (e rimane per lo più orientata a votare per i Democratici, come quasi sempre avviene per le minoranze). E' molto giovane (40 anni tondi), e pur essendo figlio di genitori di religione induista si è convertito al cattolicesimo ai tempi del liceo.
 Soprattutto, ha dalla sua un curriculum d'eccellenza in materia di finanza pubblica con particolari competenze in materia di assistenza sanitaria: ad appena 24 anni (!) fu a capo del Louisiana Department of Health and Hospitals, e nel 2001, 30enne, fu nominato da  Bush sottosegretario al Ministero della Salute e messo a lavorare alla Commissione Breaux-Thomas che studiava una riforma del “Medicare”.
Alle presidenziali del 2008, prima che dal cilindro del prestigiatore saltasse fuori a sopresa l'allora semisconosciuta Sarah Palin, Jindal era nella shortlist dei papabili come vice accanto a John McCain, non solo per le sue competenze di cui sopra ma anche in quanto esponente di quel mondo di “nuovi americani”, o forse addirittura di “nuovi occidentali”, che per molti versi si presta a rappresentare “il futuro” del nostro mondo almeno quanto il “vecchio bianco veterano delle guerre del secolo passato” McCain rappresentava fieramente “la Storia”.
Negli anni più recenti Jindal è stato coccolato dal partito come potenziale anti-Obama, ma si è fatto anche notare come personaggio critico verso i vecchi potentati del GOP, una sorta di "rottamatore" d'oltreoceano; la sua visibilità si è ulteriormente accresciuta perché è stato alla testa dei governatori repubblicani che hanno "tenuto fuori" il più possibile gli Stati da loro amministrati dall'attuazione della riforma sanitaria voluta da Obama, e  la sua voce è stata una delle più applaudite tra le molte che hanno duramente criticato l'Obamacare. Trattandosi di uno dei cavalli di battaglia dell'attuale rimonta repubblicana, e di uno dei talloni d'achille di Romney, il peso della sua adesione alla candidatura di Perry è più che evidente.
Non dimentichiamo che Perry è anche a capo della RGA, l'associazione dei governatori repubblicani: potrebbe avere in serbo altri assi nella manica come questo.


Prossimo appuntamento sempre in Florida, ad Orlando, il prossimo 22 settembre - dibattito organizzato da Fox News.
Stay tuned!

venerdì 9 settembre 2011

I SEE THE FREEDOM TOWER RISING / 5


«Sono nato in Polonia da genitori entrambi sopravvissuti alla Shoà, giunsi qui a 13 anni in nave come i veri immigrati. Quando arrivi alle 5 del mattino dopo giorni di mare, le nubi si aprono e nel cielo vedi la fiamma della Statua della Libertà e lo skyline di Manhattan. È l’immagine della libertà, che mi è sempre rimasta dentro. Non c’è nulla di paragonabile al mondo. Sono cresciuto a Queens amando tale libertà, che oggi si ritrova a Ground Zero».
Così, intervistato da Maurizio Molinari per lo speciale de La Stampa nel decennale dell'Undici Settembre, l'architetto Daniel Libeskind, l'ideatore del nuovo World Trade Center cui si deve l'intuizione del compromesso/connubio tra riedificazione di grattacieli commerciali e “consacrazione” del terreno a memoriale ai caduti.
Una intuizione a partire dalla quale si sta ridefinendo, giorno dopo giorno, lo skyline più celebre del mondo, come si può ammirare in questo superspot mozzafiato presentato ieri dalla Silverstein Properties, la società che aveva acuistato il "vecchio" WTC giusto sei settimane prima dell'attentato ed ora sta vendendo quello nuovo:

Domenica, in occasione del decennale, verrà inaugurato il memoriale ai caduti; ma lì accanto procede a pieno ritmo anche la costruzione della Freedom Tower, che ha ormai superato l'80esimo piano. La foto qui sopra ritrae lo stato dell'arte lo scorso 2 settembre.
Una volta ultimata, quella che ufficialmente si chiamerà solo "1 World Trade Center" sarà alta 1776 piedi (altezza simbolica, a ricordare l'anno dell'indipendenza) e diverrà così l'edificio più alto d'America, sorpassando la Willis Tower di Chicago (quella che un tempo si chiamava Sears Tower) anche se non con la quota del tetto vero e proprio. Sarà inoltre l'edificio più alto del mondo interamente adibito ad ufficio - primato che strapperà alla Taipei 101 di Taiwan - ed il terzo più alto del mondo in assoluto, secondo solo al Burj Khalifa di Dubai e al nuovo Hotel Royal Clock Tower della Mecca.
Faster, please.

giovedì 8 settembre 2011

IL DUELLO - PARTE PRIMA


Ha ragione Daniele Bellasio: bastano meno di tre minuti del primo dibattito, servito ieri sera alla Reagan Library da The Politico e dalla NBC - quei tre minuti in cui Rick Perry e Mitt Romney hanno giocato a sfottersi e controsfottersi sulla questione della "job creation" - per farsi un'idea di come saranno le primarie presidenziali repubblicane di quest'anno.
Non solo nel senso in cui lo intende Daniele, ossia per aver conferma del fatto che la questione della (dis)occupazione sarà il perno ed il tormentone della stagione elettorale 2012, ma anche per aver conferma del fatto che si tratterà di primarie tutt'altro che noiose.
Ove mai ve ne fosse stato bisogno, il dibattito che ieri sera si è svolto all'ombra della fusoliera di quello che un tempo fu l'Air Force One di Ronald Reagan ha anche confermato, sin dal primo atto, il copione di un duello: una sfida tra due pezzi grossi - l'ex governatore del Massachussetts e l'attuale governatore del Texas.
Il filmato va visto, merita. Perry attacca facendo presente, con un ghigno beffardo, che Michael Dukakis (il democratico che governò il Massachussetts negli anni di Reagan ma poi fallì nella corsa alla Casa Bianca contro Bush padre, rimanendo segnato a vita dall'etichetta di loser) "creò posti di lavoro ad un ritmo triplo di quello in cui ci sei riuscito tu, Mitt".
Romney replica senza scomporsi, dicendo che se è per questo in Texas "George Bush ed il suo predecessore crearono posti di lavoro ad un ritmo maggiore di te, caro governatore". E così via.
La battuta più sagace l'ha probabilmente imbroccata Romney, quando, per rendere l'idea di come Perry non possa attribuirsi più di tanto il merito del "miracolo texano", ha detto che "sarebbe come se Al Gore dicesse di aver inventato Iternet" - una minchiata che si dice l'ex vicepresidente abbia detto veramente, anche se in realtà è una mezza leggenda metropolitana, ma sottotraccia c'era anche una frecciata subliminale perché Perry subito prima di passare al partito repubblicano fu a capo del comitato texano per la candidatura alle primarie presidenziali di quello che poi fu il vice di Clinton, un precedente che gli sfidanti stanno già cucinando in tutte le salse a suo danno.
Ma, come dicevo, il vero sfidante è uno solo. Gli altri sono già declassati a comparse. Ieri sera Perry - che di dibattiti ne aveva affrontati appena 5 negli ultimi 10 anni, mentre Romney, che ormai da anni di professione fa il candidato, se ne era fatti 19 negli ultimi 4 -  è risultato un po' goffo ma non in modo disastroso. Ha retto, non si è fatto surcallasare dal pur più disinvolto avversario, e per ora tanto gli bastava essendo oramai di fatto il vero frontrunner.
"Sai come fai a capire che sei diventato il capobranco?" Scherza Roger Simon nel commentare il match sul sito-regìa - "Quando tutti gli altri cani cercano di morsicarti il sedere. Ecco perché Rick Perry ha beccato tanti morsi nel posteriore ieri sera. Peraltro, ciascuno di quelli che l'hanno colpito è stato poi ripagato con un colpo di risposta".
Quindi, in sostanza, per ora si tratta di una "corsa a due" (come ben spiega oggi Andrea Mancia), cominciata con Perry in testa. Conserverà la posizione? La vedremo. Prossimo appuntamento lunedì prossimo in Florida, a Tampa, al secondo dibattito, organizzato dalla CNN e dal Tea Party Express. Stay tuned!

UNDICI SETTEMBRE 2001/2011, TUTTE LE COPERTINE

New York Magazine

TIME

The Sunday Times Magazine

The Economist

National Journal

The New Republic

Newsweek

The Newyorker

The New York Times Magazine

Reason

The Village Voice

Reader's Digest

lunedì 5 settembre 2011

VOODOO 2012 / 3 : TRE PROFEZIE TEXANE


Oggi su Notapolitica:

Come dicevo all'inizo dell'estate , fino al Labor Day non si possono formulare previsioni “serie” ma solo azzardare scommesse alla cieca o compiere riti voodoo.
Poiché giusto oggi è il Labour Day, approfittiamo della riapertura di Notapolitica per concederci un ultimo divertissement, tre profezie sul futuro prossimo della politica americana che da domani comincia ufficialmente il ciclo elettorale presidenziale.

Profezia n.1: Rick Perry vincerà le primarie repubblicane.
Grazie al cactus, diranno i miei quattro lettori: questo oramai lo vanno dicendo tutti.
Vero; ma la mia profezia, per quanto non seria, è meno frivola di molte analisi che si leggono in giro in questi giorni.
Io non pronostico Perry vincente per via dei sondaggi estivi nei quali, non appena ha annunciato la sua candidatura, il governatore del Teras è schizzato avanti all'ormai ex favorito Mitt Romney con ampio margine. Troppo spesso nei primi sondaggi abbiamo assistito a “bolle” poi repentinamente afflosciatesi: basti pensare a quella di Rudy Giuliani nelle primarie repubblicane del 2008, o al caso di Howard Dean in quelle democratiche del 2004. In fondo, quattro anni fa John McCain nei sondaggi stava messo più o meno come Mitt Romney oggi.
Il punto è che in una alternativa secca tra Romney e Perry, quest'ultimo è il naturale collettore dei consensi di gran parte dei sostenitori di tutti gli altri candidati che prossimamente dovranno abbandonare il campo: di quelli di Ron Paul e di quelli di Michele Bachmann, che messi assieme già quasi eguagliano quelli di Romney, ma anche di quelli dei candidati minori come Newt Gingrich, Rick Santorum ed Herman Cain.
Inoltre, come ha notato Chris Cillizza del Washington Post, Perry ha dalla sua il fatto che il suo forte appeal verso la base antistatalista più arrabbiata è giocato non tanto sul versante “sociale” (bioetica, famiglia ecc.) come nel caso della Bachmann, quanto piuttosto su quello economico: il che gli consente di rendere la sua candidatura accettabile all'establishment del partito (che preferirebbe Romney, ma non sta riuscendo ad imporlo).




La prova del fuoco è dietro l'angolo: la stagione di dibattiti televisivi prenderà il via dopodomani con l'appuntamento californiano alla Reagan Liberary organizzato dalla NBC e da The Politico, che avrebbe dovuto tenersi in primavera ma è stato rinviato per mancanza di candiati “veri”. Seguiranno i due dibattiti in Florida, quello del 12 Settembre a Tampa, organizzato dalla CNN e dal Tea Party Express, e poi quello del 22 ad Orlando, ad opera di Fox News. Poi, ad ottobre, uno l'11 in New Hampshire gestito dal Washington Post e da Bloomberg, ed uno il 18 a Las Vegas di nuovo targato CNN. Tra due mesi, quindi, avremo in mano sondaggi più attendbili. Per ora, alla cieca, la profezia è questa.

Profezia n.2: l'ascesa di Rick Perry provocherà nei media nostrani una reazione allergica mai vista neanche ai tempi di George W Bush. Mentre l'america liberal ed anche una bella fetta di establishment repubblicano si limiteranno a quella che Curt Anderson su the Politico ha già diagnosticato come “Perryfobia".I sintomi ancora non affiorano, ma basta aver pazienza - i media nostrani hanno riflessi lenti in fatto di politica estera. Vedrete, fra un po' assisteremo ad uno tsunami di retorica anti-texana senza precedenti, verrà riesumata qualunque spiacevolezza possa essere associata al Lone Star State, dal record di esecuzioni capitali all'assedio di Waco allo scandalo Enron, su su fino all'assassinio di JFK a Dallas. Toccherà adoperarsi per controbilanciare la vulgata; e voi che state leggendo qui sapete dove trovare informazionifair and balanced.

Profezia n.3: Cosa accadrà nell'elezione generale del novembre 2012? Vi diranno che Obama può essere salvato dal fatto che lo sfidante texano è troppo di destra, troppo estremista, troppo texano insomma, per andar giù al mitico elettorato indipendente che fa da ago della bilancia. In verità vi dico: il problema di Perry non è quello di essere troppo di destra, troppo conservatore.
Facciamo un passo indietro. Quando alla fine dell'agosto 2008, a poche ore dall'inizio della convention repubblicana in Minnesota, John McCain annunciò a sopresa di aver scelto come sua vice Sarah Palin, una ragazzotta di provincia cinque volte mamma sposata con un mezzo esquimese campione di corse con la motoslitta, una che fino ad allora quesi nessuno conosceva fuori dal gelido e disabitato Stato di cui era governatirce, molti si affrettarono a commentarla come una mossa suicida: la Palin era molto più conservatrice di lui, e mettersela accanto significava dilapidare buona parte dell'appeal che il senatore dell'Arizone esercitava nei confronti dell'elettorato indipendente.
Al contrario, i sondaggi post-convention rivelarono che per la prima volta dall'inizio della campagna elettorale McCain era improvvisamente balzato in vantaggio. La Gallup stimò in sei punti percentuali il suo bounce post-convention, mentre quello del favoritissimo Barack Obama dopo la convention democratica di Denver era stato di quattro punti. Il dato più interessante è che, secondo la Gallup, McCain era schizzato in testa proprio tra gli elettori indipendenti, con un impressionate vantaggio di ben quindici punti: 52%, mentre Obama era crollato al 37. Al contempo, la sua popolarità tra gli elettori democratici che si qualificano come più centristi era salita al 25%, mentre prima della convention era al 15. Un mese più tardi, un sondaggio commissionato dal Los Angeles Times confermava lo stesso vantaggio: tra gli elettori indipendenti intervistati, McCain veniva preferito dal 49%, contro il 34 di Obama. Non solo: il 38% degli indipendenti intervistati dichiarava di essersi fatto più convinto di votare McCain dopo l'annuncio del ticket con Sarah Palin, mentre solo il 18% dichiarava di essersi raffreddato nei confronti di McCain dopo quella mossa.
Poi venne il fallimento della Lehman Brothers, "l'Undici Settembre della finanza americana", eccetera - e la magia finì. Ma quella breve fase di tarda estate di tre anni fa ci dice cose che troppi commentatori hanno poi dimenticato sull'onda dell'entusiasmo dell'elezione di Obama.
Il punto, dicevo, non è l'eccesso di conservatorismo di Perry.

L'elezione del 2012 - questa è la mia terza profezia - somiglierà parecchio a quella disputata da Reagan contro Carter nel 1979. Da una parte c'è uno status quo fatto di crisi economica, di recessione, di disoccupazione, c'è la preoccupazione per un declino della leadership americana nel mondo, e c'è la delusione nei confronti di un presidente democratico eletto per voltare pagina rispetto ad un ciclo repubblicano impopolarissimo (allora quello di Nixon, 3 anni fa quello di Bush) e non mostratosi in grado di far partire un nuovo ciclo; dall'altra c'è la voglia di ritrovare un leader in grado di reagire e rimettere in moto le cose, ma anche la sfiducia per l'intervento statale e la rivolta antitasse, che allora si era coagulata attorno al referendum californiano "Proposition 13" che il New York Times definì "una versione moderna del Boston Tea Party" (ricorda nulla?).

Il punto è che per riuscire nell'impresa eccezionale di scalzare il presidente in carica alla fine del primo mandato, Rick Perry dovrà fare la sua parte, cioé dovrà "essere come Reagan". Il che significa innanzitutto che dovrà evitare di appiattirsi sulla dimensione protestataria dei tea party. Dovrà saper essere un candidato positivo, non un candidato "contro", "anti". Dovrà saper evitare di assecondare troppo quel misto di rabbia e disillusione che spesso sembra dominare fra gli elettori. Può permettersi di essere populista, non di essere negativo. Potrà vincere solo se saprà essere il candidato dell'ottimismo ("Morning in America").
In secondo luogo, "essere come Reagan" significa non trasformarsi in un moderato o in un centrista (anzi), ma -operazione ben più raffinata - essere uno che non ti chiede di trasformarti in un conservatore per dargli fiducia. Perry può anche vincere le primarie ostentando posture da cowboy, ma poi per vincere l'elezione generale dovrà sapersi evolvere in un candidato capace di parlare anche a quella parte del Paese che somiglia meno al Texas - in un candidato, tanto per intenderci, capace di usare il proprio passato nel Partito democratico come una carta a suo favore, anziché nasconderlo goffamente come uno scheletro nell'armadio.
Ci riuscirà? Cominceremo a capirlo da dopodomani, quando la fantapolitica lascerà la scena alla campagna vera.

lunedì 29 agosto 2011

MLK, LA ROCCIA DELLA SPERANZA "MADE IN CHINA"


Oggi su America24:

“Out of a mountain of despair, a stone of hope” - “Da una montagna di disperazione, una roccia di speranza”: è una frase tratta, così come la ancor più celebre “I have a dream”, dallo storico comizio che il reverendo Martin Luther King Jr tenne a Washington il 28 agosto 1963, sulla scalinata del memoriale a Lincoln, al culmine della famosa “marcia” per i diritti degli afroamericani.
Ad essa è ispirato il nuovo memoriale a MLK realizzato sul National Mall, il viale monumentale di Washington, accanto a quello in memoria di Franklin Delano Roosevelt.
Il monumento è infatti incentrato su una scultura alta quasi dieci metri raffigurante il reverendo King che emerge da una grande roccia biancastra, la “Stone of Hope” per l'appunto, la quale si staglia davanti ad una roccia più grande, idealmente la “Mountain of Despair”, dalla quale sembra estratta lasciando un grande solco attraversando il quale i visitatori giungeranno ad ammirare le fattezze del campione del movimento per i diritti civili assassinato a Memphis nel 1968.
La frase che ne ha ispirato la struttura, così come altre di MLK, è incisa su una delle pareti di granito accanto alla statua; dirimpetto, è incisa la frase “Sono stato una grancassa per la pace e la giustizia”, una epitaffio con il quale lo stesso King aveva detto di voler essere un giorno ricordato. Più indietro, una lunga parete riporta una serie di altre sue citazioni che accompagnano il visitatore nel percorso che conduce al monumento vero e proprio.

La cerimonia di inaugurazione, pregna di significati anche perché officiata dal primo presidente di colore nella storia degli USA, era in programma per oggi, 48esimo anniversario di quel mitico comizio di King, ma è stata rinviata a data da destinarsi per via dell'uragano Irene.
Il Congresso aveva autorizzato la realizzazione del memoriale nel lontano 1996, in piena era clintoniana, ma – trattandosi di un'iniziativa privata, per la quale lo Stato ha solo messo a disposizione il terreno - ci sono voluti oltre dieci anni per reperire i fondi, in gran parte grazie alla fondazione di Bill Gates, a quella della Walt Disney Company, e al regista George Lucas.
Inoltre nel 2001 l'operazione aveva subìto una battuta di arresto per via di una controversia insorta tra ,la fondazione che ha promosso la realizzazione del monumento e gli eredi del reverendo King, i quali, per acconsentire all'utilizzo del nome e delle parole del loro avo hanno preteso il pagamento di un corrispettivo in denaro, da devolvere in beneficenza.

Il principale autore del monumento è lo scultore cinese Lei Yixin, il che, in tempi di crescente rivalità tra Pechino e Washington, non ha mancato di suscitare polemiche, anche perché l'artista si è avvalso di operai cinesi e ha scolpito la statua di King utilizzando granito cinese.
Ma in fondo, è pur vero che la Statua della Libertà – probabilmente il più rappresentativo di tutti i monumenti degli Stati Uniti – è francese, opera dello scultore Frédéric Bartholdi e dell'ingegnere Gustave Eiffel (quello della omonima torre parigina); ed anche il memoriale washingtoniano ai caduti nella guerra del Vietnam, inaugurato da Reagan nel 1982, è opera di Maya Lin, un'artista nata in Ohio ma da genitori cinesi (il che pure non mancò di destare polemiche all'epoca).
Si tratta, in fondo, di uno dei tradizionali punti di forza della proverbiale “religione civile” statunitense: la capacità di coltivare un forte patriottismo senza cadere nel puro e semplice nazionalismo.

venerdì 26 agosto 2011

CADUTO GHEDDAFI, OBAMA RIMANE SDOTTRINATO?


Dunque finalmente Gheddafi è caduto - Obama aveva proclamato che sarebbero bastati "giorni, non settimane", e invece ci sono voluti cinque mesi; ma il risultato c'è, e non è da poco.
In molti ora scommettono che Assad è "il prossimo della lista", parlano addirittura di "effetto domino" proprio come ai tempi di Wolfowitz, qualcuno addirittura pronostica che in questo caso non sarà nemmeno necessaria una guerra vera e propria.
Quel che è certo è che sul caso siriano - che da lungo tempo è una sorta di simbolo del groviglio infernale del Grande Gioco mediorientale - si giocherà la prova dell'esistenza e dell'efficacia della "non-dottrina Obama".
Il direttore del New Yorker David Reminck, raffinato biografo di Obama, rivendica, all'indomani della caduta di Gheddafi, il merito del "suo" Ryan Lizza di aver visto giusto quando ad aprile coniò la controversa definizione "guidare da dietro" per definire la politica estera del 44esimo presidente così come si andava dipanando nel caso della guerra libica ("ancora meglio sarebbe stato "guidare da dietro le quinte" ", puntualizza Remnick anche nel titolo del suo editoriale).
A scanso di equivoci - ché quando le cose girano bene l'equivoco è sempre dietro l'angolo - mi pare valga la pena di evidenziare questo passaggio:
"Che cosa l'esempio libico suggerisca rispetto al vicino teatro insanguinato della Siria, non è chiaro. Parte della dottrina anti-dottrinaria di Obama è che essa insiste sul riconoscimento delle differenze in una maniera che non si trovava nelle idee fisse di Bush. Se la Libia era, ed è, complicata, la Siria lo è infinitamente di più. Gheddafi era stato disprezzato nel mondo arabo per decenni, eppure il sostegno nella regione per il suo abbattimaneto è stato quasi impossibile da evocare. Bashar al-Assad si sta dimostrando un tiranno non meno di Gheddafi, ma la Siria, a causa del suo rapporto con l'Iran, ha legami con Paesi membri del Consiglio di Sicurezza (la Russia, per dirne uno) che la Libia non aveva. Obama ha cercato di dare modo all'opposizione di rinvigorirsi, ha fatto pressione su Paesi come la Turchia affinché tagliassero i rapporti commerciali [con Damasco] e ha spinto per sanzioni più dure, per rendere chiaro che dar prova di politiche dittatoriali non resterà privo di conseguenze. Con quali risultati?"

Wikio

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