Il 19 marzo 2025, presso la Società Letteraria di Verona, ospite della Associazione Italia - Stati Uniti, ho ricostruito e raccontato la storia di Elon Musk e della sua SpaceX, dalle origini a oggi. Qui il video integrale.
mercoledì 19 marzo 2025
martedì 19 settembre 2023
L'ESTATE DELLE CANZONI COUNTRY ARRABBIATE
Il primo si chiama Jason Aldean e, anche se non ne serbate ricordo, probabilmente vi era già capitato di inciampare nel suo nome sei anni fa: c’era lui a Las Vegas sul palco del festival “Route 91 Harvest” quel maledettissimo 1 ottobre 2017 quando uno psicopatico, dopo lunga premeditazione, si mise a sparare sul pubblico con dei fucili d’assalto dalla finestra della sua camera di hotel, uccidendo 60 persone e ferendone più di 400 – la sparatoria più mortale mai perpetrata da un solo uomo nella storia degli Stati Uniti.
Oggi la ragione per la quale tornate ad incontrarlo è di gran lunga meno tragica, ma anche in questo caso esula dalle pure e semplici cronache musicali.
Stavolta la vicenda che lo vede protagonista ruota attorno a una sua canzone, “Try it in a Small Town”, che era stata pubblicata lo scorso 22 maggio e per quasi due mesi aveva galleggiato nella penombra, senza che il messaggio politico contenuto nel testo destasse particolare attenzione. Aldean, come la maggior parte dei cantanti country, non nasconde infatti simpatie politiche di destra.
“Derubare una vecchietta ferma a un semaforo
Puntare la pistola contro un negoziante
Insultare un poliziotto e sputargli in faccia
Calpestare la bandiera e darle fuoco
Se per questa merda te la fanno passare liscia in città, buon per te
Ma queste cose prova a farle in un paese di provincia
E vedrai quanta strada farai
Da queste parti ci pensiamo noi a sistemare le cose
Con i nostri bravi ragazzi, cresciuti come si deve
E con la pistola del nonno…”
La contrapposizione fra la decadenza e la corruzione della grande città e la virtù e la schiena dritta della gente di campagna è da decenni un topos ricorrente nelle canzoni country, al quale lo stesso Aldean non è nuovo. Una decina d’anni fa, quando era da poco divenuto una superstar, se ne uscì con un brano intitolato “Fly Over States” nel quale raccontava di due sbruffoncelli di città che durante un volo da New York a Los Angeles, tanto per passare il tempo, si mettevano a commentare con disprezzo il paesaggio dell’Oklahoma che si scorgeva dal finestrino: “Oh, lì è tutto uguale, solo stradine sterrate e autostrade che collegano paesini con nomi ridicoli, chi ci vorrebbe mai vivere…. Non hanno mai attraversato in macchina l’Indiana, o visto la luna piena dell’equinozio d’autunno in Kansas, altrimenti capirebbero perché Dio ha creato quegli Stati da sorvolare”.
Quella canzone arrivò al numero 1 della classifica country: quell’impresa gli era già riuscita in precedenza e gli sarebbe riuscita ancora numerose volte. Tuttavia, nella classifica generale, la ambitissima “Billboard Hot 100”, Aldean non poté competere più di tanto con i giganti del pop, e lì si fermò alla posizione numero 32.
Quest’anno la nuova “Try it in a small town” non pareva destinata ad avere nemmeno la metà di quel successo, finchè a metà luglio non è uscito il videoclip, dove le immagini di Aldean che canta in un tipico paese di provincia americano si alternano a quelle, prese dai telegiornali, di disordini e sommosse dei vari “Black Lives Matter”.
Apriti cielo: di punto in bianco la canzone è stata accusata di incitazione al linciaggio, con sfumature nemmeno troppo velatamente razziste. Qualcuno è persino andato a scovare il fatto che la location nella quale erano state filmate le immagini di Aldean che canta è il Maury County Courthouse di Columbia, un paesino del Tennessee, dove un adolescente di colore fu linciato nel 1927; in realtà è assai poco credibile che da parte di Aldean vi fosse l’intento di veicolare un qualche messaggio subliminale (che nessuno avrebbe mai colto), e del resto Maury County si trova appena fuori Nashville ed è una delle location più comode per chi, partendo da Music City, voglia girare un videoclip ambientato in un paesino di provincia. Tuttavia, quando si cerca la polemica, tutto fa brodo.
L’apice della controversia si è raggiunto quando Country Music Television (una specie di “MTV del Country”) ha eliminato il video di “Try it in a small town” dalla propria programmazione musicale a rotazione.
L’intento era, presumibilmente, quello di oscurarla e farla rapidamente scivolare nel dimenticatoio; e invece, una volta diramata la notizia, la canzone è improvvisamente divenuta uno dei più grandi successi del 2023. Questo, si badi, non nonostante, ma proprio grazie a quella maldestra “censura”. Per reagire alla quale in molti si sono messi a scaricare il brano da iTunes e da Amazon music, o a riprodurlo su Spotify. Una fruizione militante, quasi come se a quel punto la questione non fosse più la piacevolezza del brano, ma il fare un dispetto ai signori del politicamente corretto.
Nell’ultima settimana di luglio la canzone è entrata nella “Billboard Hot 100” - nella quale sino a quel momento non era pervenuta - direttamente in seconda posizione, per raggiungere poi il primo posto nella prima settimana di agosto.
Per la prima volta nella sua carriera Aldean si trovava in vetta alla classifica delle canzoni americane di tutti i generi. Ci è rimasto solo per due settimane, per poi scendere alla posizione 21 nell’ultima settimana di agosto e precipitare alla 45 nella prima di settembre: un successo tanto eclatante quanto effimero.
Ironia della sorte, a scalzare “Try that in a small town” dal vertice della classifica generale è stata un’altra canzone country divenuta improvvisamente celeberrima grazie al suo contenuto politico, ossia la chiacchieratissima “Rich Men North of Richmond” dello sconosciutissimo debuttante Oliver Anthony, sbucato dal nulla grazie a questa sua invettiva contro i politici che si fanno comprare dalle lobby e non si interessano della gente povera per aiutarla a campare decentemente, ma solo per tenerla sotto controllo.
Stavolta è bastato caricare il video su YouTube, il resto lo hanno fatto gli speaker delle talk radio conservatrici e gli influencer trumpiani, mentre le radio specializzate in musica country, tradizionalmente considerate veicolo essenziale e imprescindibile per il successo di una canzone nel genere, nemmeno la trasmettono, anche perché musicalmente il brano ha ben poco di radiofonico. In due settimane, le visualizzazioni hanno superato i 30 milioni, più di quante ne aveva totalizzate in un mese l'ultimo video di Taylor Swift; dopodiché il brano, scritto e cantato da un dilettante che sino a quel momento non era mai entrato in nessuna classifica, ha debuttato nella “Billboard Hot 100” direttamente al primo posto – scalzando, per l’appunto, quello di Aldean.
Improvvisamente mezza America stava cantando il lamento populista di Oliver Anthony - “living in a new world / with an old soul…”; e il primo dibattito fra gli i candidati alle primarie presidenziali del Partito Repubblicano si è aperto con una domanda al Governatore della Florida Ron DeSantis proprio sul significato politico del successo di quella canzone.
Anche stavolta il miracolo è durato solo due settimane. A metà settembre però la canzone è ancora alla posizione 11 della classifica, un successo mostruoso e senza precedenti per un artista così improvvisato, sprovvisto di contratto con una major, e del tutto sconosciuto fuori dalla sua contea dell’Appalachia fino a un mese fa.
Chissà, forse questa duplice vicenda di tormentoni estivi improvvisi ed effimeri lascia intravedere qualcosa – più che sulle tendenze della musica country, o della musica americana in genere - su come funzionano le cose nell’America iper-polarizzata che fra poco più di un anno tornerà alle urne per scegliere il suo Presidente.
lunedì 10 ottobre 2022
NIENTE TAV IN TEXAS
"Gente, voi ancora non lo sapete, ma state per guidare l’intera nazione in un’era totalmente nuova per quanto riguarda i trasporti."
Così le parole dell’allora vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden a Dallas nel 2015, nel portare l’appoggio dell’Amministrazione Obama al progetto della nuova linea ferroviaria ad alta velocità destinata a collegare Dallas e Houston (che distano fra loro quasi quanto Milano e Roma) in 90 minuti, meno della metà del tempo che ci si impiega in auto.
Sulla carta quell’idea sembrava promettere bene. Negli USA i progetti di alta velocità ferroviaria incontrano solitamente forti resistenze che, contrariamente a quanto accaduto in Italia per la TAV, riguardano non tanto l'impatto ambientale dell'opera, quanto piuttosto i costi a carico del contribuente. Per questo quella parte dell’opinione pubblica che vede di cattivo occhio questi progetti, ovviamente più in sintonia con il Partito Repubblicano, ha buon gioco a menzionare, a riprova delle proprie ragioni, lo stato pietoso dell’altro ambizioso progetto di alta velocità ferroviaria dell’Era Obama, quello californiano, ideato nel 2008 per un costo già in partenza faraonico di oltre 45 miliardi di dollari, e gradualmente lievitato fino ad oltre 68 miliardi, quasi tutti a carico delle casse statali.
Mentre il tracciato, che in origine andava da Los Angeles a San Francisco in poco più di due ore e mezza, si è ridotto al ben più modesto collegamento fra San Francisco e Bakersfield, per ora ufficialmente è ancora in cantiere, ma richiederà una decida d’anni prima di vedere la luce, ammesso che mai ci arrivi.
In Texas no: lì, al contrario, si tratterebbe di un’operazione senza alcun costo a carico dei contribuenti: la società “Texas Central” appositamente costituita è infatti totalmente privata e per coprire l’investimento di circa 20 miliardi conterebbe principalmente su un finanziamento giapponese, in parte addirittura dal governo di Tokyo, come sarebbe il treno stesso: si tratterebbe in pratica di “importare” in Texas il mitico Shinkansen, il “treno-proiettile" che collega Tokio e Osaka. Peraltro il costruttore dell’infrastruttura sarebbe invece italiano. L’appalto se l’è infatti aggiudicato la milanese Webuild, già Impregilo, mentre il gestore sarebbe poi la spagnola Renfe.
Eppure, nonostante il fatto che in questo caso gli investimenti siano tutti privati e non sia previsto un peso sulle tasche dei contribuenti, dieci anni dopo l’annuncio del progetto e sette anni dopo l’endorsement di Biden, quella promessa è ancora lettera morta. La costruzione non ha ancora avuto inizio, l’acquisizione dei terreni (che possono anche essere espropriati) va a rilento, e non ci sono notizie di miglioramenti, anzi si rincorrono voci di difficoltà economiche. Nell’opinione pubblica texana più che l’impazienza cresce l’ostilità, tanto che il governatore Greg Abbott, subito dopo aver dato il suo appoggio al progetto con una lettera al governo giapponese, si affrettò a rimangiarsi tutto dicendo di essere stato fuorviato da «informazioni incomplete».
L’impopolarità di questo progetto presso una parte dell’opinione pubblica texana va compresa considerando due ordini di ragioni, che vengono per così dire a sommarsi. La prima è tendenzialmente ideologica: il treno viene visto come emblema di un approccio “collettivo” alla mobilità e quindi come soluzione di tipo “socialista” contrapposta a quella “individualista” dell’automobile; la pianificazione di nuove linee ferroviarie implica una certa dose di “ingegneria sociale” spingendo di fatto la gente a optare maggiormente per la scelta di vivere in grandi centri urbani collegati dai nuovi treni, e meno nella provincia con le sue small town più o meno campagnole e i suoi exurbs, i centri residenziali extraurbani che tendono ad essere collegati più che altro da strade e autostrade.
A questo si somma il risentimento per gli espropri dei terreni necessari per realizzare l’opera, che avvengono ai danni di proprietari residenti in quel Texas extraurbano che, per l’appunto, beneficerebbe poi ben poco del servizio. Ecco, quindi che l’opera viene percepita come divisiva: ben vista da chi vive nelle due metropoli che la nuova ferrovia andrebbe a collegare, entrambe a guida di sindaci Democratici e coincidentalmente afroamericani, ma invisa nella provincia trumpiana che non ha alcuna voglia di farsi espropriare la terra per fare un favore a quei cittadini.
Visto così, non basta che si possa fare senza sperperare denaro pubblico: si andrebbe comunque a infliggere odiosi espropri non per realizzare qualcosa di realmente utile, bensì per inseguire il sogno vanaglorioso di poter competere con i Paesi europei e asiatici nella leadership in una tecnologia del tutto superata «come se si ambisse a essere leader mondiali nel campo delle macchine da scrivere elettriche, o dei telefoni a disco, o delle locomotive a vapore» ha scritto ad aprile Randal O’Toole, del libertario Cato Institute.
Uscito su Jefferson - Lettere sull'America
lunedì 13 giugno 2022
UNA LUNGA STORIA ARMATA
Due grandi preoccupazioni agitavano le acque del Grande Esperimento americano nella seconda metà del Diciottesimo secolo. Una, ampiamente condivisa, era l’ovvia paura di un tentativo di reconquista delle colonie ribelli da parte della Gran Bretagna. Ma una parte dei Fondatori (la fazione cosiddetta anti-federalista, dalla quale sarebbe scaturito il primo Partito Repubblicano) tendeva a riversare verso il nascente governo federale americano gli stessi argomenti sui quali si era basata la rivolta armata contro l’Impero coloniale britannico, e quindi a coltivare nei suoi confronti una profonda diffidenza e a osteggiare l’attribuzione a esso di grandi poteri a scapito delle autonomie locali; ed ecco la seconda paura, quella di una involuzione tirannica del governo centrale, della degenerazione della neonata Repubblica in una sorta di monarchia elettiva non meno dispotica ed accentratrice di quella dalla quale quali gli americani avevano scelto di emanciparsi.
È da quelle due preoccupazioni che è necessario partire se si vuole comprendere la storia del famigerato Secondo Emendamento, quello che (scritto nel 1788, approvato nel 1791) inserì nella neonata Costituzione «il diritto dei cittadini di detenere e portare armi".
I primi dieci emendamenti costituzionali del 1791 erano, nel loro insieme (non solo il secondo, ma tutto il “pacchetto”, il cosiddetto Bill of Rights), una concessione che la fazione federalista (quella più favorevole al conferimento di poteri e funzioni al governo centrale, che in quei primi anni era la fazione dominante) aveva garantito alla fazione anti-federalista (la quale inizialmente era minoritaria) per ottenere la ratifica della Costituzione. Non a caso il principale estensore di quegli emendamenti fu James Madison, leader della fazione anti-federalista accanto a Thomas Jefferson .
Gli emendamenti del 1791 nascono così: un insieme di tutele volte a minimizzare i rischi di involuzione assolutista e dispotica del governo centrale (federale).
Questa è la ragione dell'inserimento nella Costituzione del «right of the people to keep and bear Arms», il diritto dei cittadini a detenere e portare armi. Se si fosse trattato solo di non lasciare la nascente Repubblica inerme rispetto al pericolo di aggressione Britannico o comunque straniero, sarebbe stata più che sufficiente la creazione di un esercito federale. Trattandosi invece anche (e per alcuni soprattutto) di non lasciare i singoli Stati membri e gli individui che li abitavano inermi rispetto al pericolo di tirannide “interno”, si andò à a parare sulla «ben regolata milizia» costituita dal popolo in armi, sottoponendo il governo federale ad un "divieto di disarmare" gli americani.
Prima che un esercito permanente possa dominarlo, il popolo deve essere disarmato; come lo è in quasi tutti i regni d'Europa. Il potere supremo in America non può imporre leggi ingiuste con la spada, perché l'intera popolazione è armata e quindi costituisce una forza superiore a qualsiasi banda di truppe regolari che può essere, con qualsiasi pretesto, reclutata negli Stati Uniti.
Sono parole scritte nel 1787, immediatamente prima della stesura del Secondo Emendamento, da Noah Webster («il padre dell’educazione e della scuola americana», collaboratore di Benjamin Franklin) in un pamphlet con il quale egli incoraggiava lo Stato della Pennsylvania a ratificare la Costituzione.
È un ragionamento che aveva una notevole dignità al tempo della Early Republic, ma che risulta un po' grottesco oggigiorno data l'evoluzione tecnologica degli armamenti militari che in questi due secoli e mezzo ha prodotto un divario incolmabile (anche per ragioni economiche) fra le armi delle quali dispone un esercito e quelle delle alle quali possono accedere dei privati cittadini, per quanto "ben armati".
Ci poteva in effetti essere una certa simmetria quando l'arma da fuoco della quale disponevano le truppe di un esercito regolare era la stessa della quale potevano disporre i privati cittadini, ossia un lungo e pesante moschetto; ma quel presupposto venne meno man mano che le forze armate ricevettero in dotazione prima le mitragliatrici (la prima fu inventata proprio da un americano, Richard Gatling, il quale all'epoca della Guerra Civile si era illuso di rendere superfluo il reclutare molti soldati introducendo "un'arma che avrebbe permesso, grazie alla sua rapidità di fuoco, ad un uomo soltanto di compiere in battaglia il dovere di cento uomini"), poi i carrarmati, quindi i missili e via via sino ai più recenti droni.
Peraltro anche le cheap guns hanno pur sempre avuto la loro evoluzione tecnologica: che se da un lato è insufficiente a rendere ragionevole l'idea di un confronto fra un esercito regolare e una milizia di privati cittadini, dall'altro pone un problema che i Fondatori non avevano potuto prevedere, cioè quello dell'abuso da parte di malintenzionati o pazzoidi, per compiere stragi di loro concittadini.
Certo, quello che oggi è di fatto il principale inconveniente prodotto da quella scelta di rendere il popolo statunitense “non disarmabile”, ossia la piaga dei mass shooting, era del tutto inconcepibile nel contesto tecnologico di due secoli e mezzo fa, quando un tiratore ben addestrato era in grado di sparare sì e no tre colpi in un minuto. Oggi in America chiunque può avere armi da fuoco semiautomatiche, che di colpi al minuto, per capirci, ne sparano circa una cinquantina, le quali che contro un esercito ostile non basterebbero certo a difendere «the security of a free state», ma che al contempo sono troppo potenti per non creare problemi.
Tutto ciò avrebbe potuto condurre a una evoluzione interpretativa del Secondo Emendamento nella direzione di un potere maggiore delle autorità federali di regolamentare e limitare il diritto dei cittadini di detenere e portare armi; e invece è accaduto l'esatto contrario: si è affermata una interpretazione sempre più estrema e rigida di quella norma, e curiosamente ciò è accaduto di recente, negli ultimi quindici anni.
Fino al 2008, in due aree metropolitane molto importanti era in vigore un divieto assoluto di girare armati: nel District of Columbia, ossia a Washington e sobborghi, e a Chicago.
Il divieto di porto d’armi a Washington DC, in vigore dal 1975, venne falcidiato nel giugno del 2008 dalla Corte Suprema con la sentenza «District of Columbia versus Heller», dando ragione a Dick Anthony Heller, una guardia giurata che viveva in un quartiere pericoloso della città e rivendicava il diritto di portarsi a casa la pistola per difesa personale quando smontava dal lavoro.
Il giudice Anthony Kennedy, in quella come in molte altre decisioni, fece da ago della bilancia: si aggregò ai quattro giudici conservatori, determinando una decisione per 5 voti contro 4, scritta dal leader della fazione conservatrice della Corte Antonin Scalia che confermò, dopo 217 anni di dubbi e discussioni, l’interpretazione “pro armi” del Secondo Emendamento. Il diritto a detenere armi è un diritto individuale garantito dalla Costituzione, al pari degli altri diritti fondamentali del cittadino americano, e pertanto la Costituzione «non permette divieti assoluti nel possesso di pistole a casa e nel loro uso per legittima difesa».
Da notare che Barack Obama, che all’epoca era ancora solo il candidato alla Casa Bianca (mancavano ancora più di quattro mesi alla sua elezione), si guardò bene dal criticare quella sentenza come i suoi sostenitori di area liberal speravano, e anzi plaudì a quella decisione e si affrettò a garantire che se eletto presidente avrebbe «tutelato i diritti costituzionali dei proprietari di armi da fuoco, cacciatori e sportivi rispettosi della legge».
Due anni dopo, nel giugno del 2010, la Corte Suprema, con la sentenza McDonald versus Chicago scritta dal giudice Samuel Alito (altro membro molto conservatore della corte), e anche stavolta pronunciata con il voto dei quattro giudici conservatori più quello del solito Anthony Kennedy, fece piazza pulita anche dell’altro divieto “assoluto” di portare armi, quello in vigore nella città di Obama. Nel fare questo, la Corte estese all’ambito delle legislazioni locali lo stesso principio che nel 2008 aveva sancito in riferimento alle normative federali; sempre ferma restando la legittimità di “ragionevoli limitazioni” alla vendita e al porto d’armi, quella sentenza ha però affermato l’illegittimità del divieto di detenzione domestica.
Uscito su Jefferson - Lettere sull'America



