lunedì 18 novembre 2013

"OF THE PEOPLE, BY THE PEOPLE, FOR THE PEOPLE": I 150 ANNI DEL DISCORSO CHE CAMBIO' LA STORIA


Si riesce a malapena ad individuarlo, Abraham Lincoln, nell’unica fotografia ufficialmente riconosciuta come scattata nel pomeriggio di 150 anni fa, quel 19 novembre del 1863 a Gettysburg, in Pennsylvania, mentre pronunciava il più celebre dei suoi discorsi: quello per la cerimonia con la quale il campo di battaglia ove poco più di quattro mesi prima si era combattuta la battaglia decisiva della Guerra Civile veniva trasformato nel cimitero nazionale in ricordo delle migliaia di soldati, sia nordisti che sudisti, caduti in quei tre giorni di massacro (più di 3.500 nordisti, circa 7.000 sudisti).

E’ una foto sfuocata, confusa, con un’inquadratura infelice; pare quasi uno scatto accidentale.
Il fatto è che il fotografo non era pronto: all’epoca scattare una fotografia era un’operazione molto più lenta e complessa rispetto ad oggi, ma solitamente se ne aveva tutto il tempo, perchè le orazioni che venivano pronunziate in quelle occasioni erano lunghissime, duravano ore e ore.

E invece quel giorno il presidente, sorprendendo il fotografo ma certamente non solo lui, tenne un discorso-lampo di meno di trecento parole, che presumibilmente durò meno di tre minuti sebbene interrotto per cinque volte dagli applausi: quasi come se oggi un discorso solenne stesse tutto in un “tweet”.
Probabilmente la eccezionale brevità di quel discorso, del quale martedì l’America celebra il centocinquantennale, contribuì al suo successo: ne agevolò la diffusione e la memorizzazione, nell’immediatezza e nelle generazioni a seguire. Quelle parole riecheggiano ancora, persino da questa parte dell’ Atlantico, anche se il loro significato e la ragione della loro importanza tende da queste parti ad essere sconosciuto ai più (come del resto accade per quasi tutto ciò che attiene la Guerra Civile Americana).


Non si può capire il senso e lo spirito di quel discorso senza fermarsi prima per un istante a riflettere su quanto poco scontata fosse, all’epoca, l’idea che l’America dovesse considerarsi un’unica “nazione”, e non semplicemente una grande aggregazione di Stati, e che i suoi abitanti costituissero un unico “popolo degli Stati Uniti d’America”, e non una alleanza tra il popolo della Virginia, quello del Vermont, quello del Sud Carolina, quello del Massachusetts e cosi’ via. Può suonare scontato alle nostre orecchie ora; ma a quell’epoca era un problema, tanto grave che in un certo senso era anche per via di quel problema che si era finiti per combattere una Guerra Civile terrificante, nella quale erano morti più americani di quanti non ne sarebbero morti nelle due Guerre Mondiali messe assieme.


La Guerra Civile non era scoppiata per una disputa sulla abolizione della schiavitù (questione dalla quale anche Lincoln, come tutti i suoi predecessori, si era tenuto alla larga il più possibile, e che infine aveva affrontato per ragioni tattiche più che strategiche); ciò su cui l’America si era divisa fino allo scontro armato (e al bagno di sangue) era una questione ben diversa, ossia fino a che punto quella nuova e strana Unione che si stava sperimentando privasse i singoli Stati che ad essa partecipavano della loro sovranità e della loro autonomia. Se l’Unione era solo un patto fra Stati, allora era come un matrimonio civile, che contemplava la separazione dei beni e financo il divorzio. Se invece era da considerare come una fusione irreversibile, allora nessuno Stato membro poteva chiamarsi fuori: sarebbe stato come lo smembramento di un corpo.

La generazione precedente aveva dibattuto su questo con una intensità intellettuale impressionante. Chi, con l’ex vicepresidente John C. Calhoun, era convinto che la sovranità fosse rimasta ai singoli Stati, vedeva il governo federale come una sorta di amministrazione di un titanico condominio; ed oggettivamente aveva dalla propria parte la realtà costituzionale delle origini (Alexis de Tocqueville, nel suo celebre “La Democrazia in America” scritto proprio negli anni di quella grande disputa, aveva notato che coloro che avevano scritto la Costituzione degli Stati Uniti “si erano sforzati di dare al governo federale un’esistenza a parte e una forza preponderante”, ma più di tanto non lo avevano potuto fare “poiché non erano incaricati di costituire il governo di un popolo unico, ma di regolare l’associazione di parecchi popoli”).

Lincoln apparteneva invece alla fazione opposta, quella di chi, come il Segretario di Stato Daniel Webster, era convinto che gli americani si fossero uniti in un unico popolo prima ancora di dotarsi di una Costituzione, e che l’Unione cui essi avevano dato vita era un organismo del quale il governo federale rappresentava non una derivazione, bensì il cervello e la spina dorsale.
Nel discorso inaugurale della sua presidenza, pronunciato il 7 marzo del 1862 davanti ad un Campidoglio ancora privo della cupola, Lincoln si era pronunciato contro l’idea di vedere gli Stati Uniti come “un’associazione di Stati basata semplicemente su un contratto”, ed aveva giurato fedeltà a “il mio vero, legittimo padrone: il popolo americano”.

E’ lì tutto il senso del mitico discorso di Gettysburg. Lincoln aveva capito che non bastava vincere la guerra degli eserciti: occorreva vincere anche quella delle idee. Quel giorno di centocinquanta anni fa, su quel campo di battaglia trasformato in cimitero di caduti del Nord e del Sud, il presidente – in un’epoca nella quale i presidenti si affidavano ancora al proprio talento, senza ricorrere a tanti speechwriter e ghostwriter – spiega in breve che nella guerra in corso si deciderà se la traiettoria del grande esperimento americano dovrà prendere la direzione della dissoluzione o quella del consolidamento; e spiega che se quella che si è consumata su quel campo di battaglia non è solo una vittoria militare, allora quello americano dovrà considerarsi un unico popolo, e non “l’associazione di parecchi popoli” raccontata da Tocqueville.

La chiave di quel discorso sta quindi già nella sua apertura, che rinvia ad ottantasette anni prima, ossia al 1776 della Dichiarazione di Indipendenza, quasi a sottolineare che l’atto di nascita dell’Unione è quello, e non la Costituzione:
«Sedici lustri e sette anni or sono i nostri padri diedero vita su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e guidata dal principio che tutti gli uomini sono creati uguali. Adesso noi siamo impegnati in una grande guerra civile, che proverà se quella nazione, o qualunque nazione così concepita e guidata, possa vivere a lungo»
Su questa premessa, bastano poche frasi per far esplodere l’epilogo trionfale:
«Tocca ora a noi qui il votarci al grande compito che abbiamo davanti: che da questi morti onorati ci venga un'accresciuta dedizione a quella causa per la quale essi diedero l'ultima estrema misura di dedizione; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, sotto la guida di Dio, abbia una nuova nascita nella libertà; e che l’idea di un governo del popolo, attraverso il popolo, per il popolo, non scompaia dalla terra».
Fino ad allora, “The United States of America” era un termine plurale, come lo è ancora per noi che non avendo vissuto quel conflitto non vediamo ragione di fare diversamente; ma là, da allora in poi, la grammatica cedette il passo alla Storia, e “The United States of America” è stato ed è considerato un termine singolare: “The United States of America is” (non “are”) “a Free Government”. Christopher Hitchens qualche anno fa riassunse tutto ciò in quattro parole: “no Lincoln, no nation”.

 Uscito su America24

giovedì 3 ottobre 2013

ADDIO TOM CLANCY, NARRATORE E PROFETA

“In America non hai scuse” disse una volta Tom Clancy “Puoi riuscire a fare veramente qualunque cosa tu voglia, purchè tu sia disposto a lavorarci abbastanza duro”. Per lui è stato così. Nel 1984 aveva trentasette anni, era solo uno sconosciuto broker assicurativo di Baltimora con il pallino della storia e della tecnologia militare. Ma mettendo a frutto la sua passione era riuscito a scrivere un libro, e a farselo pubblicare anche se da una casa editrice di terz’ordine (la Naval Institute Press, specializzata in saggistica su questioni tecniche nautiche, che non aveva mai pubblicato alcun romanzo). Il protagonista è Jack Ryan, un ex agente di borsa, come lui di Baltimora e come lui militare mancato per problemi di salute, divenuto analista della CIA, che riesce ad intuire le intenzioni del comandante di un sottomarino sovietico ammutinatosi per fuggire verso il Mondo Libero. Accadde che a Natale qualcuno ebbe l’dea di regalare quel romanzetto al presidente Reagan, il quale era appena stato trionfalmente rieletto; e che questi, durante un pranzo con la stampa, allorché un cronista di TIME gli chiese quele fosse il suo libro preferito rispose che ultimamente stava perdendo il sonno per divorare quel thriller che era troppo bello per riporlo, anche a tarda ora. Immediatamente “Caccia a Ottobre Rosso” (The Hunt For Red October) divenne uno dei bestseller più venduti degli anni Ottanta, e la sua fortuna venne ulteriormente amplificata a livello mondiale quando nel 1990 venne tramutato nel celebre film, con Sean Connery nei panni del comandante del sottomarino e Jack Ryan interpretato da un giovane Alec Baldwin.
Da allora Clancy è diventato un mito. Diciassette romanzi - quasi tutti con protagonista Jack Ryan -, diciassette bestseller. Quattro di questi sono diventati film di successo: oltre ad Ottobre Rosso c’è statoPatriot Games del 1987 (in Italia “Attentato alla corte d'Inghilterra”), divenuto nel 1992 “Giochi di Potere”, e Clear and Present Danger (in Italia “Sotto il Segno del Pericolo”), del 1989, trasposto in film nel 1994, entrambi con Jack Ryan interpretato da Harrison Ford (che secondo Clancy però non andava bene perchè troppo vecchio per la parte); e poi The Sum of All Fears, in Italia “Paura senza limite”, del 1991, che nel 2002 è divenuto “Al vertice della tensione” con protagonista Ben Affleck affiancato da Morgan Freeman nei panni del direttore della CIA (nel libro sono dei terroristi islamisti a tentare di scatenare la guerra nucleare tra USA e URSS; nel film, girato subito dopo l’Undici Settembre, si preferì convertire il tutto in un complotto neonazista).
Si dice che Clancy sia stato assieme a Michael Crichton uno degli inventori del genere “techno-thriller”, nel quale il realismo si ottiene giocando in modo quasi maniacale con i dettagli tecnologici, curati con estremo rigore e verosimiglianza contrariamente a quanto Fleming aveva fatto con i puerili gadget di 007 (pare che in “Caccia ad Ottobre Rosso” egli avesse addirittura inavvertitamente rivelato informazioni tecniche coperte dal segreto di Stato). Di certo ha creato un pezzo di immaginario collettivo occidentale, prima con i suoi libri e poi anche con una serie di altrettanto fortunati giochi, in origine da tavolo e poi videogame (“Splinter Cell”, “Rainbow Six”), da lui ideati e sviluppati dalla società Red Storm Entertainment da lui fondata. Inoltre Clancy ebbe la lucidissima intuizione del grave pericolo insito nella impreparazione dello Stato ad affrontare il terrorismo, per via della eccessiva burocratizzazione dell’intelligence: tema che ricorre in più d’uno dei suoi bestseller, tre i quali “debito d’Onore” del 1994 in cui, sette anni prima dell’Undici Settembre, racconta di un aereo di linea dirottato da un attentatore suicida contro il Campidoglio.
Politicamente è stato un conservatore ed un libero pensatore: oltre a ricambiare senza riserve la ammirazione di Reagan (dedicò il suo "Potere Esecutivo", del 1996, “A Ronald Wilson Reagan: L'Uomo che ha vinto la Guerra"), è stato un grande estimatore di Colin Powell (“una delle persone migliori che ho incontrato nella mia vita”), ed un detrattore di Bill Clinton (“il suo fascino è irresistibile come le onde dell’oceano, ma vuoto, senza contenuti. Se non ha danneggiato gravemente il Paese è solo perché non c’era nulla in cui credesse abbastanza per poter fare danni”) ma anche del neoconservatore Paul Wolfowitz, il teorico della guerra in Iraq (“un pezzo di merda”).
Clancy è morto nella notte fra martedì e mercoledì, a soli 66 anni. Il 3 dicembre uscirà postumo il suo ultimo romanzo, Command Authority, protagonista ancora una volta Jack Ryan divenuto nel frattempo presidente degli Stati Uniti. Ci mancheranno, sia Clancy che Ryan.

martedì 24 settembre 2013

LE RUGHE DI HILLARY

Sono magicamente sparite tutte le rughe dal volto della ancora-non-ufficialmente aspirante “Madame President” Hillary Clinton, nell’immagine patinata che il settimanale New York ha appena usato per mettere in copertina la sua prima intervista dopo l’addio al Dipartimento di Stato. 
Forse anche perché, pur di darle una mano, hanno ripescato un servizio fotografico vecchio di quasi tre anni, realizzato per il magazine Harper’s Bazar.


Ma ci sono rughe che nessun trucchetto fotografico può cancellare. Poche ore dopo la presentazione della nuova copertina del NYMag, un altro settimanale di riferimento dell’America liberal, il New Republicha sparato una cover story dedicata alle gesta del factotum- braccio destro di Bill Clinton, tale Doug Band, personaggio poco noto al grande pubblico ma potentissimo; vero e proprio organizzatore dell’entourage di Bill e, soprattutto, amministratore della messa a frutto del suo potenziale finanziario ed imprenditoriale post-presidenziale. Una lettura che rinfresca la memoria su cosa fosse e sia tutt’ora il sistema di potere clintoniano: salta fuori un po’ di tutto, dagli affari con faccendieri delle peggior specie (ce n’è anche uno italianissimo), alle scorribande sessuali con amici come il magnate dei supermercati Ron Burkle (nel cui staff pare che queste avventure con Bill venissero etichettate spiritosamente “Air Fuck One”).

Ma soprattutto salta fuori che alcuni dei grandi finanziatori della Fondazione Clinton, che in teoria avrebbe scopi puramente filantropici e benefici (e ai vertici della quale siede attualmente anche la stessa Hillary), versano le loro elargizioni per comprare la prestigiosa partecipazione di Bill a determinati eventi o addirittura la sua intermediazione nella conclusione di determinati affari. Si sarebbe insomma consolidato un bizzarro business basato sullo sfruttamento commerciale della rete di relazioni acquisita dai Clinton ai tempi della Casa Bianca (con questo Doug Band nel ruolo del ruffiano), e questo sfruttamento sarebbe in buona parte veicolato dalla fondazione “non profit” (ahem) di famiglia.

Eccolo qui il problema di Hillary 2016: non un’età troppo avanzata, ma una storia troppo zeppa di cose poco nobili e difficili da nascondere. Come quelle maledette rughe.

Uscito su The Post Internazionale

mercoledì 18 settembre 2013

MAN IN THE MIRROR

“Se la vita fosse un film, Barack Obama guarderebbe nello specchio e ci vedrebbe George W. Bush. Darebbe una strofinata allo specchio, ma Bush sarebbe ancora lì, che lo guarda con quel suo sorrisetto irritante. Obama – mica scemo – ben presto capirebbe: eccolo lì, proprio come il predecessore che tanto egli aveva (giustamente) disprezzato, ad arrancare metaforicamente attraverso il deserto d’Arabia alla ricerca di armi di distruzione di massa. Solo la storia può decidere se si tratta di un film comico o tragico”.
Il Washington Post, per quanto possa trovarsi in crisi e checché ne sarà ora che è stato comprato da Jeff Bezos, è sempre il Washington Post. E del Post Richard Cohen è decisamente una firma storica: ci lavora da prima del Watergate, e ne è editorialista da quasi trent’anni. Come quasi tutte le firme del quotidiano della capitale, Cohen è un elettore democratico. Ha votato per Barack Obama sin dalle primarie del 2008. Non è mai stato un acritico supporter del presidente, intendiamoci; ma le sue critiche non si erano mai spinte ad una veemenza come quella della quale è imbevuto il corsivo uscito ieri, feroce e impietoso nel tono e nei contenuti sin dal titolo a dir poco sarcastico (“Obama è Bush 2.0, ma non è una versione più avanzata”).
In principio quello di accusare Obama di essere tale e quale al suo predecessore fu un vezzo di nicchia, una provocazione buona per una copertina ad effetto del periodico britannico di sinistra “The New Statesman”Con il tempo questa tesi è invece divenuta sempre più mainstream (in Italia ne ha tenuto una meticolosa contabilità Christian Rocca con la sua rubrica “That’s Right” ), ma negli ultimi tempi i suoi ormai numerosi sostenitori hanno aumentato il calibro in modo tutto sommato sorprendente. Questo editoriale di ieri è un perfetto esempio: Obama, sostiene Cohen, è antitetico a Bush per mentalità e personalità, ma nei fatti finisce per risultare anche lui drammaticamente sprovvisto di un piano per esercitare le leadership americana nel mondo in modo efficace. Anche lui “ha perso il controllo della sua politica estera (ammesso che ne abbia mai avuta una)”, e questo anche nel suo caso sta costando la vita a migliaia di persone. Nel suo famigerato editoriale uscito l’11 settembre sul New York Times, Vladimir Putin ha sfottuto Obama ammonendolo dal “fare come Bush” nel senso di praticare un incauto interventismo. La critica di Cohen sul Post è concettualmente antitetica ma non meno tagliente: “Il poliziotto si è rivelato un imbranato. E’ un illitterato in politica estera. Banditi e assassini hanno preso le sue misure: è risultato più piccolo di quanto era inizialmente apparso”.


Siamo solo all’inizio del secondo quadriennio di presidenza Obama: se questa è l'aria che tira, saranno anni interminabili. E manca poco più di un anno alle elezioni di mezzo termine: se questa è l'aria che tira, potrebbe essere un anno molto breve.

giovedì 27 giugno 2013

#LOVEISLOVE?

Un passaggio storico, ma con tanti “se” e tanti “ma”. Ieri dichiarando incostituzionale la “sezione 3” del Defense of Marriage Act, la legge del 1996 che stabiliva che per il governo federale il matrimonio è solo l’unione fra un uomo e una donna, la Corte Suprema ha di fatto aperto alle numerose coppie gay americane sposate l’accesso a molti benefici, soprattutto fiscali e di welfare, previsti da leggi federali; ma lo ha fatto senza toccare la “sezione 2” della stessa legge, quella che accorda a ciascuno dei cinquanta Stati il diritto di non riconoscere i matrimoni tra coppie omosessuali celebrati e riconosciuti in un altro Stato. Quindi per il movimento americano per i diritti degli omosessuali una vittoria importante ma parziale, che non mette in discussione l’autonomia dei singoli Stati di mantenere le normative locali ancorate alla definizione “tradizionale” di matrimonio come unione eterosessuale. Bizzarro che questa soluzione fondamentalmente federalista – nel senso di rispettosa della autonomia dei singoli Stati, orientamento che solitamente, dai tempi del New Deal, è amato dai giudici più conservatori – sia stata adottata da una maggioranza di cinque giudici formata da Anthony Kennedy, il centrista ago della bilancia per antonomasia, e dai quattro giudici di orientamento liberal, mentre i quattro giudici conservatori hanno votato contro.

Ancora più ambigua l’altra sentenza emessa ieri dalla Corte Suprema sulla questione dei matrimoni omosessuali: si tratta della decisione sul caso del referendum “Proposition 8” che nel novembre del 2008, nel giorno della prima elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, aveva introdotto il divieto di nozze gay nella Costituzione della California. Questa causa, intentata nel maggio del 2009 da una coppia lesbica che aveva impugnato davanti al Tribunale federale di San Francisco il rifiuto della contea di trascrivere il loro matrimonio, era frutto di una precisa strategia accuratamente pianificata da un team animato da Chad Griffin, uno dei principali strateghi politici del movimento gay statunitense, e patrocinata da un super collegio legale con il preciso scopo di indurre la Corte Suprema a dichiarare incostituzionali anche le norme che in molti dei singoli Stati impediscono il riconoscimento delle nozze gay, proprio come accadde esattamente dieci anni fa quando la Corte – anche in quel caso con il voto decisivo di Anthony Kennedy, che anche allora fu l'estensore della sentenza - decretò l’incostituzionalità della legge del Texas che vietava la sodomia, facendo “saltare” tutte le leggi contro la pratiche omosessuali sino ad allora vigenti in molti Stati del Sud. E invece, ieri sul caso californiano la Corte ha deciso di non decidere, con una sentenza pilatesca che, creando un precedente ad oggi inedito, ha giudicato improcedibile il ricorso per via della decisione delle autorità statali californiane di non battersi per difendere il risultato del referendum del 2008. Il divieto di matrimoni gay viene quindi eliminato, ma solo in California e solo tenendo buona la sentenza che lo aveva già fatto limitatamente a quel caso, senza che il principio venga in alcun modo esteso agli altri 49 Stati dell’Unione.
In effetti questa vittoria, proprio perché decisamente parziale e di portata molto contenuta, è esattamente il genere di compromesso cui puntava il presidente Obama – il quale nel 2008 si era proclamato contrario “come cristiano” al matrimonio omosessuale, ma poi nel maggio dell’anno scorso aveva annunciato di aver cambiato idea, seppure solo “a titolo personale”, ed in seguito ha più volte utilizzato il riferimento ai pari diritti per gli omosessuali per connotare i suoi discorsi pubblici, da quello di inaugurazione del suo secondo mandato presidenziale (è stato il primo presidente della storia a pronunciare la parola “gay” in un simile contesto),fino al comizio tenuto a Berlino una settimana fa.

A febbraio, nell'ultimo giorno utile, la Casa Bianca aveva preso posizione chiedendo alla Corte Suprema di pronunciarsi contro il divieto di matrimoni gay in California, ma nel farlo si era ben guardata dal chiedere una pronuncia che decretasse che l’accesso all’istituto del matrimonio debba essere immediatamente accordato alle coppie omosessuali in tutti i 50 Stati dell’Unione. La pronuncia “minimalista” di ieri ha decisamente esaudito questo auspicio: vi è di che sospettare che alla Casa Bianca si sia esultato soprattutto per questo, anche se ovviamente la comunicazione politica del caso ha cercato di colorire il tutto in modo molto più romantico:

Propaganda a parte, la verità è che il prosieguo di questa storia sarà molto complicato. Parlare di “vittoria di Pirro”, come accadeva ieri sul popolare sito Talking Points Memo, potrebbe non essere eccessivo, se si considera che non solo i fautori delle nozze gay hanno mancato l’obiettivo più ambito, ossia il riconoscimento della parità di accesso all’istituto del matrimonio come diritto costituzionale, ma che ora la battaglia si sposta nei singoli Stati, che attualmente sono in maggioranza governati dai repubblicani: impressionante come sulla mappa gli Stati “rossi”  coincidano quasi del tutto con quelli nei quali i matrimoni gay sono - e restano - vietati). Anchenell'editoriale del New York Times di oggi si parla di "occasione storica mancata", e di una Corte Suprema trattenuta dall'idea che il Paese non fosse ancora pronto per una svolta più importante. Le due sentenze di ieri, tecnicamente, sono l’esatto contrario di ciò che fu 40 anni fa la storica sentenza nel caso “Roe contro Wade”: se in quel caso, nel decidere della libertà della donna di scegliere di abortire, la Corte Suprema impose con un colpo d’accetta una soluzione radicale in tutti gli Stati Uniti, sottraendo la questione alla potestà dei parlamenti democraticamente eletti (sia quello federale che quelli locali dei singoli Stati), ieri invece i nove giudici hanno optato per una soluzione antitetica. Anche dopo le sentenze di ieri, esiste un'America "con" i matrimoni gay ed una "senza": in quella "con" vivono oltre novanta milioni di americani, quasi un terzo della popolazione Usa - una parte molto consistente, ma pur sempre una minoranza. E ora? E ora si prospetta una battaglia “Stato per Stato”, che potrebbe anche durare generazioni, come per la questione della pena di morte.
Uscito su America24

mercoledì 13 marzo 2013

READY FOR BILLARY?


Quando alle quattro del pomeriggio di venerdì primo febbraio John Kerry ha giurato assumendo la carica di sessantottesimo Segretario di Stato, Hillary Clinton è tornata ad essere formalmente una semplice cittadina. Solo un mese dopo – qualche giorno fa – si è appreso che quella sera Hillary e Bill hanno festeggiato cenando alla Casa Bianca con Barack e Michelle. La ragione di questo piccolo ma significativo evento è sin troppo evidente: da quella sera la libera cittadina Hillary Clinton è tornata a svolgere la professione di sei anni fa, quella di favoritissima per la presidenza degli Stati Uniti. A Washington un primo superPAC (comitato per la raccolta di grandi finanziamenti) di nome “Ready for Hillary” ha già cominciato a mobilitare i donatori, per la ipotetica campagna elettorale di quella che Newsweek non esita a definire “la donna più potente nella storia degli Stati Uniti”.
Ok. Però leggendo la cronaca di The Politico su quella cena "particolare" alla Casa Bianca del primo febbraio, salta all’occhio come l’argomenti centrale non sia il rapporto fra Barack e Hillary, bensì quello fra Barack e Bill. Lo trovo ragionevole. Il personaggio-chiave di tutta questa storia è colui che, se davvero fosse Hillary la presidentessa, nel 2016 diverrebbe un ingombrante First Gentleman.


Molti ancora ricorderanno quanto il vecchio Bill abbia fatto faville alla Convention Nazionale Democratica di Charlotte, lo scorso settembre. Con un riuscitissimo discorsone a briglia sciolta di quasi un'ora (il testo ufficiale diramato poco prima constava di 3.136 parole, in quello che tenne effettivamente ne vennero contate quasi seimila) finì quasi per oscurare Obama, ma gli diede anche un sostegno da molti giudicato decisivo, che poi rinnovò in numerosi eventi elettorali nelle settimane a seguire. Larry J. Sabato, insigne politologo dell'Università della Virginia, notò su Twitter"E ora, come potrebbe Obama dare il suo appoggio a chiunque si contrapponesse ad Hillary nel 2016? I Clinton adesso hanno in mano una gigantesca cambiale firmata Obama"...
Ribaltando un vecchio adagio, potremmo presto trovarci ad osservare come dietro una grande donna ci sia un grande uomo. Tutti sembrano chiedersi se dopo il primo presidente di colore gli americani siano pronti per il primo presidente donna. A me stuzzica di più un altro interrogativo: gli americani sono pronti ad avere di nuovo Bill alla Casa Bianca?

GO WEST

E' passato più di un anno dall'inizio della mia piccola avventura su America24. Che prosegue felicemente -  ma non bisogna mai commettere l'errore di fermarsi, giusto? 
Giusto, e quindi da oggi ho il piacere di farneticare anche su The Post Internazionale, nuova testata telematica del Gruppo Editoriale L’Espresso, in collaborazione con La Repubblica e con Limes, dedicata alla politica internazionaleRingrazio il direttore Giulio Gambino per avermi invitato a salire a bordo, e per avermi messo a disposizione un blog tutto nuovo di nome Go West (non credo di dover spiegare il perchè). Da oggi ci si vede anche lì, stay tuned.

venerdì 1 marzo 2013

IL "FIRST GAY PRESIDENT" HA FATTO UN ALTRO PASSO AVANTI. ANZI, MEZZO

Non è semplice valutare la portata della nuova presa di posizione che l’amministrazione Obama ha assunto ieri nella causa davanti alla Corte Suprema sulla questione dei matrimoni gay californiani; né del resto è semplice ricostruire e ripercorrere il tortuoso percorso che il 44esimo presidente degli Stati Uniti ha compiuto su questo spinoso argomento, passando per anni da un annuncio ad effetto ad un complesso compromesso, sempre schivando prese di posizione troppo nette. Vediamo di provarci.

In principio fu il Barack Obama contrario ai matrimoni omosessuali. “God is in the mix”, c’entra anche Dio, spiegò nell’agosto del 2008, confermando al celebre pastore evangelico Rick Warren che lo intervistava in diretta Tv che “come cristiano” riteneva che il matrimonio fosse solo l’unione fra un uomo e una donna. Questa era la sua posizione ufficiale quando venne eletto presidente per la prima volta; e lo è rimasta fino al maggio dell’anno scorso quando a sorpresa il Presidente annunciò all'America di aver cambiato idea, di essere divenuto favorevole al riconoscimento dei matrimoni omosessuali.

In quell’occasione, tuttavia, Obama si limitò in ad esprimere una "opinione personale", guardandosi bene dall’affermare che l'accesso al matrimonio per gli omosessuali fosse giuridicamente equiparabile ad un diritto civile e che quindi si trattasse un diritto fondamentale da garantire necessariamente in tutti i cinquanta Stati. Si trattava quindi di una presa di posizione più politica che giuridica, che badava bene a non entrare in conflitto con l'autonomia federalista degli Stati, esprimendo un auspicio ma lasciando che ciascun singolo Stato sia padrone di regolare come crede questa materia. Alcuni accolsero quella presa di posizione con un entusiasmo forse anche sproporzionato (il settimanale Newsweek incoronò Obama come “il primo presidente gay”, parafrasando la celebre definizione di “primo presidente nero” che la scrittrice afroamericana Toni Morrison aveva coniato nel 1998 per Bill Clinton); altri, più a sinistra, si indignarono contestando il fatto che si trattava di una svolta di facciata, senza una reale sostanza (nonostante l’amministrazione Obama avesse anche adottato delle misure concrete, tra le quali la revoca della politica ‘Don’t Ask And Don’t Tell’ nell’esercito e l’abbandono da parte del dipartimento di Giustizia della formale difesa nei tribunali del “Defense of Marriage Act”, la legge che proibisce al governo federale di riconoscere legalmente le unioni fra persone dello stesso sesso).

Da allora, Obama ha più volte cercato di enfatizzare la portata della sua presa di posizione affermando l’esistenza di un unico ideale “percorso” che “passa da Seneca Falls, da Selma e da Stonewall”. E’ una chiara allusione alla lotta per i diritti civili: Seneca Falls è la località nello Stato di New York che ospitò nel lontano 1848 la prima convention americana per i diritti delle donne, le quali a partire da lì si mobilitarono per il diritto al voto; Selma è una città dell’Alabama nella quale nel 1965 una marcia pacifica per i diritti degli afroamericani, alla quale partecipava lo stesso Martin Luther King, venne brutalmente repressa dalla polizia; lo Stonewall Inn è il nome di un locale gay del Greenwich Village dove nel 1969 la reazione ad una retata della polizia diede il via all’attivismo per i diritti degli omosessuali. L’ultima volta lo ha fatto un mese fa, nel discorso che ha pronunciato sulle scale del Campidoglio per la inaugurazione del suo secondo mandato presidenziale, divenendo il primo presidente della storia a pronunciare la parola “gay” in un discorso inaugurale.

Ma tra i militanti dei diritti per i gay permaneva una certa insoddisfazione, che da ultimo era stata espressa a gennaio in un editoriale del New York Times che invitava il presidente a passare dalle parole ai fatti: “Ora la questione urgente è come egli ritiene di tradurre le proprie parole in azione. Per cominciare, dovrebbe dare impulso al suo Ministro della Giustizia di presentare una memoria scritta prendendo posizione nella causa sul referendum “Proposition 8” che verrà discussa davanti alla Corte Suprema a marzo, affermando che il divieto di matrimoni omosessuali approvato dagli elettori della California è incostituzionale”.

Ed eccoci alla svolta di ieri. Nell’ultimo giorno utile per farlo, la Casa Bianca l’ha infine presentata, la memoria scritta che il NYT reclamava a gennaio. Ha preso posizione nella causa, che la Corte Suprema comincerà a discutere fra un mese, sulla compatibilità o meno con la Costituzione degli Stati Uniti del referendum con il quale gli elettori californiani nel 2008, nello stesso giorno in cui mandavano Obama alla Casa Bianca, avevano approvato un emendamento alla Costituzione del Golden State che limita il matrimonio alle unioni fra un uomo e una donna; questione sulla quale il movimento per i diritti dei gay ha costruito una azione legale volta proprio a portare la questione davanti alla Corte Suprema, dopo aver ottenuto una prima storica vittoria in tribunale nell’agosto del 2010 e poi una parziale conferma in appello (anche se più contenuta nella motivazione).

Ma a ben vedere la motivazione con la quale la Casa Bianca ha assunto questa presa di posizione cela una sottigliezza non da poco: il divieto californiano, si legge nella memoria depositata ieri, sarebbe minato proprio dal fatto che in California è già stata concessa una “estensione di tutti i diritti sostanziali e le responsabilità tipiche del matrimonio alle coppie conviventi gay e lesbiche”; e la Corte Suprema “può risolvere questo caso concentrandosi sulle particolari circostanze che caratterizzano le legge californiana e il riconoscimento che essa già dà alle coppie omosessuali, anziché occuparsi della questione dei pari diritti in relazione a circostanze che non ricorrono in questo caso concreto”.
Tradotto dall’avvocatese, significa che la Casa Bianca non sta chiedendo alla Corte Suprema di decretare che l’accesso all’istituto del matrimonio deve essere immediatamente accordato alle coppie omosessuali in tutti i 50 Stati dell’unione (proprio come avvenne, ad esempio, 40anni fa per l’accesso alla libertà di abortire con la famosa sentenza Roe contro Wade). Secondo la lettura degli addetti ai lavori, se la Corte sposasse la posizione assunta ieri dall’amministrazione Obama, il risultato più verosimile sarebbe piuttosto quello di far saltare, in quanto incostituzionale, il divieto di matrimoni omosessuali non solo in California, ma nemmeno in tutti i trentasette Stati nei quali attualmente vige un divieto del genere, bensì, paradossalmente, solo in quegli otto nei quali le coppie gay non possono formalmente sposarsi, ma vige pur sempre un riconoscimento delle unioni civili che di fatto conferisce loro tutti i benefici delle coppie sposate, pur senza dare loro accesso al vero e proprio istituto del matrimonio. Oltre alla California, quindi, anche Delaware, Hawaii, Illinois, Nevada, New Jersey, Oregon e Rhode Island.
Ecco un passaggio dell’analisi pubblicata ieri sera sul sito SCOTUSBLOG, il principale riferimento online sul lavoro della Corte Suprema:
“In sostanza, la posizione assunta dal governo federale finirebbe per dare un sostegno alla causa delle pari opportunità nell’accesso al matrimonio, mostrando però al contempo anche un certo rispetto per l’autonomia dei singoli Stati nel disciplinare questo istituto. Quella che la memoria presentata dalla Casa Bianca ha sposato è quella che viene chiamata la “soluzione degli otto Stati” – cioè: se uno Stato riconosce già alle coppie omosessuali gli stessi privilegi e gli stessi benefici che hanno le coppie sposate (come accade negli otto Stati che lo fatto riconoscendo le “unioni civili”), allora in quello Stato è obbligatorio compiere il passo finale e consentire a quelle coppie di contrarre un vero e proprio matrimonio”
Stando a questa soluzione compromissoria, il numero degli Stati nei quali le coppie omosessuali possono sposarsi verrebbe raddoppiato (attualmente sono nove: Connecticut, Iowa, Massachusetts, Maryland, New Hampshire, New York, Vermont, Washington e Maine). Ma paradossalmente resterebbe in piedi il divieto proprio in quei ventinove Stati che lo hanno stabilito in modo più intransigente, negando anche un riconoscimento delle coppie di fatto che, pur senza formale equiparazione al vero e proprio matrimonio, conceda di fatto gli stessi benefici dei quali godono le coppie sposate.

giovedì 28 febbraio 2013

SEQUESTER-GATE, BOB WOODWARD CONTRO OBAMA

La Casa Bianca mi sta minacciando. Mi vogliono tappare la bocca perché proprio sul più bello, quando ormai il presidente era riuscito a convincere l’opinione pubblica che la colpa era tutta dei repubblicani, io ho rivelato che invece il cosiddetto “sequester” (ossia la disastrosa mannaia di mega-tagli “automatici” che fra poche ore si abbatterà sulle spese del governo federale) è stata un’idea – folle – di Obama. Questa, in estrema sintesi, la sorprendente denuncia di Bob Woodward, mostro sacro del giornalismo d’inchiesta americano e mondiale, che ieri ha sollevato un vespaio e non cessa di far discutere.

Doverosa premessa: per chi non lo sapesse, Woodward è un mostro sacro per via della sua storica inchiesta sul Washington Post con la quale quarant’anni fa, a quattro mani con il collega Carl Bernstein, fece scoppiare lo scandalo Watergate causando la rovinosa caduta dell’invincibile presidente Nixon, e forse ancor più per via della trasposizione hollywoodiana nel fortunatissimo film nel quale venne interpretato nientemeno che da Robert Redford. Grazie a ciò divenne un’icona vivente del giornalismo investigativo che non teme di sfidare il potere. In realtà il suo ruolo in quella vicenda è stato in più modi esagerato e mitizzato (ne parlai qui); ma si tratta di una mitizzazione troppo riuscita per metterla in discussione. Che si è poi autoalimentata, facendo sì che per decenni chi nelle stanze del potere di Washington aveva qualche confidenza scottante da far trapelare scegliesse proprio lui come confidente.
Di conseguenza, il fatto che sia proprio lui a muovere questo tipo di accusa crea inevitabilmente un effetto dieci volte più potente di quanto accadrebbe se le stesse cose le avesse dette un qualunque suo collega, magari anche bravo ed affermato.

La questione si è aperta sabato scorso, quando Woodward è uscito con un pezzo sul suo caro vecchio Washington Post nel quale, dopo aver ricordato che in campagna elettorale, nell’ultimo dei tre dibattiti televisivi contro Mitt Romney, Obama aveva dichiarato che il “sequester” era stato proposto non da lui ma dal Congresso (leggasi: dai repubblicani), e che la stessa cosa era stata confermata da Jack Lew, che all’epoca era il direttore del budget della Casa Bianca ed ora si accinge a divenire il nuovo Ministro dell’Economia, rivela che in realtà è vero il contrario: l’idea del “sequester” è stata concepita da Lew e dal suo staff, e approvata personalmente da Obama, e poi rifilata ai parlamentari repubblicani “molti dei quali mi hanno confessato di aver votato a favore senza essersi ben resi conto di cosa esattamente si trattasse”. In pratica, il pezzo di sabato accusa apertamente la Casa Bianca di aver spudoratamente mentito agli americani, creando ad arte questo guaio per poi dare la colpa all’opposizione - a spese del Paese.
Ma questo è niente. Il vero “botto” è scoppiato ieri, quando Woodward, intervistato dalla CNN, ha spifferato che quando la settimana scorsa ha telefonato ad un non precisato funzionario di altissimo livello della Casa Bianca (“uno dei quattro o cinque più coinvolti nei negoziati sul budget” –secondo BuzzFeed si tratterebbe di Gene Sperling, il capo dell’Economic Council della Casa Bianca) per preannunciare l’uscita del pezzo -un accorgimento naturale nel mondo del giornalismo politico americano – questi, furibondo, gli ha urlato contro per mezz’ora, e dopo avergliene dette di tutti i colori gli ha mandato una lunga email nella quale si scusava per aver alzato la voce, ma lo accusava di voler “attirare l’attenzione su pochi specifici alberi che danno un’impressione molto sbagliata della foresta”, e in conclusione gli rifilava questo inquietante commiato: “credo che tu ti pentirai di aver voluto a tutti i costi scrivere quelle cose”.
Apriti cielo: una minaccia mafiosa, un tentativo di intimidazione, proprio da parte della Casa Bianca, e proprio contro il giornalista-simbolo del coraggio di raccontare la verità anche facendo arrabbiare la Casa Bianca. A Woodward, che da una vita campa dell’immagine di giornalista scomodo, non dev’essere parso vero: ha pensato bene di rendere pubblico l’imbarazzante aneddoto.
“Io ormai sono vaccinato e ho già fatto la mia carriera”, si è divertito a raccontare a Mike Allen, una delle firme di punta di The Politico, “ma cosa succede se questo tipo email, con scritto “guarda che te ne pentirai”, la mandano ad un giovane reporter con un’esperienza di un paio o anche di dieci anni?”

E così, per una volta, Woodward è improvvisamente diventato un beniamino dei repubblicani (che di solito lo detestano), ed ha ricevuto attacchi di ogni genere dai colleghi più di sinistra. Sul New Republic, ad esempio, Noam Scheiber racconta che il suo ultimo bestseller (che parla proprio della vicenda dei negoziati sul budget) è tutto intriso di faziosità anti-Obama; Jonathan Chait sul New York Magazine si produce in un bizantino debunking nel tentativo di dimostrare che in realtà la lettura dei fatti di Woodward sarebbe viziata da una visione distorta del ruolo del presidente; e così via.
Intanto, il conto alla rovescia continua a ticchettare: l’ascia del “sequester” si abbatterà alla mezzanotte di oggi.
Uscito su Good Morning America

mercoledì 13 febbraio 2013

MARCO RUBIO GIA' IN PISTA. NON SARA' TROPPO PRESTO?


“Siamo sicuri che sia un vantaggio venire designato come “il Salvatore dei Repubblicani” con quattro anni di anticipo?”

Questo dubbio retorico espresso sornionamente su Twitter dal guru elettorale di Obama David Axelrod si riferisce alla cover-story dell’ultimo numero di Time, che per l’appunto ha presentato il giovane senatore della Florida Marco Rubio nientemeno che come “Salvatore dei Repubblicani”, in quanto “nuova voce” del partito che ha appena perso le elezioni presidenziali. Un po’ troppo e un po’ troppo presto, se davvero la sua ambizione è quella di divenire il candidato alla Casa Bianca nel 2016.

Lui stesso è parso pensarla a questo modo, a giudicare dalla sua reazione:

In effetti sentirsi definire già ora “il nuovo leader del partito repubblicano” (la definizione è di Chris Cillizza del Washington Post) rischia di rivelarsi un buon modo per “bruciare” il proprio potenziale di frontrunner per le prossime presidenziali; ma il rischio è ineludibile, dal momento che il giovane senatore della Florida è stato scelto per tenere ieri sera il tradizionale discorso di replica a nome del partito di opposizione per rispondere a quello del Presidente sullo Stato dell’Unione. Solitamente si tratta di un trampolino di lancio per un astro nascente del partito, e ieri sera è toccato a lui provare il salto.
Il discorso non conteneva sorprese, ovviamente; del resto si tratta solo formalmente di una replica, trattandosi ovviamente di un discorso preparato prima che il Presidente pronunziasse il proprio. E’ stato un discorso che suonava costruito a partire da un ragionamento molto semplice, quasi primitivo: nella sostanza, è Obama a spostarsi a sinistra e quindi l’opposizione repubblicana non ha bisogno di ricollocarsi, le basta tenere la postazione; nella forma, nel tono, l’esigenza è quella di scrollarsi di dosso l’inefficacia del miliardario aristocratico Mitt Romney, e trovare un volto e una voce più credibile per captare il malcontento della middle class. Se quindi nella sostanza la ricetta resta quella tradizionale repubblicana (meno Stato, meno tasse, e in teoria – la pratica è un’altra faccenda…. - meno spesa pubblica), nel tenore il messaggio è: “non siamo il partito dei vecchi bianchi ricchi”.
Ed ecco quindi il quarantunenne latino Rubio con la sua storia personale di figlio di immigrati cubani, papà barista e mamma cameriera, che nella Lando of Opportunity “ce l’hanno fatta” da zero con il sudore della fronte:
“Questa opportunità – di arrivare a far parte della middle class o anche oltre, non importa da dove si parte nella vita - non ci viene concessa da Washington. Viene da una pulsante economia libera nella quale le persone possono rischiare i propri soldi per aprire un'attività. E quando ci riescono, assumono più persone, che a loro volta investono o spendono i soldi che guadagnano, aiutando gli altri ad avviare a loro volta un’altra attività e a creare posti di lavoro”.
E quindi, sempre puntando alle preoccupazioni della middle class(da notare la prima persona singolare, nonostante il discorso dovrebbe essere a nome del partito):
“Signor Presidente, io abito ancora nello stesso quartiere operaio nel quale sono cresciuto. I miei vicini non sono milionari. Sono pensionati che dipendono dalla Social Security e dal Medicare. Sono lavoratori che domani mattina devono alzarsi presto per andare a lavorare per pagare le bollette. Sono immigrati, che sono venuti qui perché erano intrappolati in condizioni di povertà in Paesi in cui il governo dominava l'economia. Gli aumenti delle tasse e la spesa in disavanzo che Lei propone farà male alle famiglie della middle class. Costerà loro i loro guadagni. Costerà loro i loro benefici. Può costare ad alcuni di loro persino il posto di lavoro. E farà male agli anziani, perché non fa nulla per salvare Medicare e Social Security. Quindi Signor Presidente, io non sono contrario al suo programma perché voglio proteggere i ricchi. Sono contrario al suo programma perché voglio proteggere i miei vicini di casa”.
La performance oratoria di Rubio è stata brillante (fatta eccezione per un piccolo momento di defiance causa secchezza delle fauci placata dissetandosi da una bottiglietta d’acqua che incredibilmente nessuno aveva pensato di piazzare alla sua portata, il che lo ha costretto ad un gesto molto goffo che ha scatenato frizzi e lazzi su Twitter, ma che difficilmente passerà agli annali).
Resta però ancora da capire quanto filo ha da tessere; e resta da capire quanto gli giovi, e quanto gli noccia, spendere il suo potenziale già ora, più per tamponare il vuoto seguito alla sconfitta elettorale che per cavalcare un’onda.


martedì 12 febbraio 2013

E ORA, UN "PAPABILE" A STELLE E STRISCE?


Il Conclave che a breve si aprirà per scegliere il successore di Benedetto XVI sarà il primo al quale prenderà parte, eppure secondo alcuni potrebbe prendervi parte da “papabile”. Il nome di Timothy Dolan, dal 2009 arcivescovo dell’arcidiocesi di New York nonché dal 2010 presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti (quindi, in altre parole, il “capo” dei vescovi statunitensi – ma questo mandato scade a breve), in queste ore ricorre tra quelli che i media danno tra i più favoriti come prossimo Papa.

Un papa americano? Possibile?
E’ molto accreditata l’ipotesi che il prossimo Papa non sarà europeo; ma solitamente la si intende nel senso che egli provenga da un Paese del Terzo Mondo, dall’Africa come il ghanese Appiah Turkson, o dall’America Latina come l’argentino Leonardo Sandri. Quella di un Papa a stelle e strisce, invece, suona come un’ipotesi eccentrica; eppure. “Ai tempi della Guerra Fredda” scrive il New York Times “sarebbe stato improbabile, ma oggi per la prima volta circola la voce che un americano, il Cardinale Timothy M. Dolan di New York, potrebbe essere in lizza come prossimo papa. Il suo profondo conservatorismo combinato con un carisma da uomo del popolo lo rendono popolare presso la comunità dei fedeli, in un’epoca nella quale la Chiesa è concentrata nella lotta per la “nuova evangelizzazione”.

D'altronde anche la sua elezione a capo della Conferenza Episcopale americana avvenne a sorpresa e fu letta da molti come conferma della sua capacità di imporsi come leader al di là dei pronostici più banali.
 Lui si schernisce: “preferirei rimanere arcivescovo di New York” ha detto ieri in una conferenza stampa, ed ha aggiunto che la sua nomina sarebbe “altamente improbabile”: “Sto ancora scrivendo i biglietti di ringraziamento per gli auguri per la nomina a cardinale” ha aggiunto scherzando, con lo humour per il quale è noto. I bookmaker per ora gli danno ragione (ci sono almeno una decina di cardinali che vengono dati per più “papabili” di lui), ma è presto per sbilanciarsi.

Corporatura imponente (Sua Immensità, pare che i sacerdoti lo chiamino a volte scherzando), origini irlandesi rese evidenti anche dall’indole gioviale e dall’incarnato rubizzo, Dolan è nato e cresciuto a St. Louis, in Missouri. Negli anni Novanta visse a Roma, dove fu rettore del Pontificio Collegio Americano; dopodiché venne ordinato arcivescovo di Milwaukee, in Wisconsin, dove Giovanni Paolo II lo mandò a porre rimedio agli scandali lasciati dal predecessore Rembert Weakland dimessosi dopo aver ammesso “relazioni inappropriate” con un uomo: nel 2004 fu uno dei pochi vescovi a pubblicare i nomi dei sacerdoti della sua diocesi accusati di pedofilia, anche se i suoi detrattori lo accusarono di essersi limitato a quelle prese di posizione mediatiche senza andare fino in fondo nel perseguire quelle malefatte. Infine nel 2009 approdò a New York (che è la arcidiocesi più prestigiosa degli Stati Uniti, e la più grande dopo quella di Los Angeles) su nomina di Benedetto XVI, che poi lo ha elevato Cardinale giusto un anno fa.

Dolan, come ricordato dal New York Times, si pone in perfetta sintonia con "B16" come è solito chiamarlo lui affettuosamente, nel collocarsi con convinzione tra coloro che nella Chiesa affermano la priorità, tipicamente ratzingeriana,della “nuova evangelizzazione”, ossia di una rievangelizzazione dell’ “Occidente secolarizzato”; ciò che forse lo differenzia maggiormente da colui al quale secondo alcuni potrebbe essere chiamato a succedere è invece la propensione a “sporcarsi le mani” con la politica senza tante ritrosie. Negli ultimi anni è stato protagonista dichiarato della battaglia contro la riforma sanitaria di Obama in quanto lesiva della libertà religiosa, nella parte in cui obbliga i datori di lavoro a includere nelle polizze sanitarie che essi devono obbligatoriamente pagare ai loro dipendenti anche la copertura assicurativa di contraccezione, sterilizzazione e aborto. Battaglia persa, sul piano prettamente politico; ma nel condurla, ha notato Jon Meacham l’anno scorso nel tracciare il suo ritratto tra le “100 persone più influenti del mondo” secondo TIME, egli ha comunque ottenuto un risultato enorme, ossia quello di “ricollocare se stesso e la sua Chiesa al centro del discorso politico nazionale, una piazza a lungo dominata dagli evangelici protestanti”.
La sua vicinanza al Partito Repubblicano parve sin troppo evidente quando alla fine di agosto egli portò la sua benedizione all’apertura della Convention Nazionale del Grand Old Party che a Tampa consacrava la candidatura presidenziale di Mitt Romney.

Ma ben presto la polemica rientrò allorché la sua benedizione venne inserita in extremis anche tra i rituali di apertura della Convention Democratica di Charlotte (benedizione nella quale peraltro egli approfittò sfacciatamente per lanciare severe allusioni antiabortiste e contro i matrimoni omosessuali - altra questione che lo ha visto contrapposto ad un leader Democratico, in questo caso il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo, cattolico ma divorziato, pro-choice e gay-friendly).
Infine, da segnalare il fatto che Dolan si è distinto in questi anni per un non comune talento comunicativo, imponendosi come vero e proprio “frontman” sulla ribalta mediatica (in tutti i modi: è attivo su Twitter ed ha anche un blog). In questo, se mai dovesse divenire Papa, somiglierebbe probabilmente più a Giovanni Paolo II che a Benedetto XVI. C’è poi una seconda affinità in questo senso: egli è uomo vigoroso e relativamente giovane (sessantadue anni), e quindi il suo avrebbe buone chance di essere un papato lungo, come quello di Giovanni Paolo II che divenne Papa a cinquantotto anni e lo rimase per ventisette.

giovedì 24 gennaio 2013

OBAMA UN "REAGAN DI SINISTRA"?


La blogstar Andrew Sullivan, forse l’ultimo obamiano sfegatato non-di-sinistra rimasto su piazza, lo aveva ipotizzato già a settembre, a campagna elettorale più aperta che mai: se Barack Obama avesse vinto la rielezione, avrebbe potuto tentare di essere “Il Reagan dei Democratici” (Newsweek ci fece una delle sue ultime copertine prima di abbandonare l’edizione cartacea). Nel senso di un “transformational president”, un presidente che non si limita a governare il paese ma si spinge molto oltre, lo trasforma, determina con la propria leadership uno smottamento non solo nel voto ma persino nella mentalità di gran parte degli elettori – anche fra i simpatizzanti del partito avversario – destinato a durare ben più del suo mandato, per almeno una generazione.

Ora, dopo il suo discorso di inaugurazione di lunedì, nel quale molti hanno letto un audace spostamento a sinistra rispetto ai compromessi del primo mandato, sono in molti a riprendere questa immagine.

Oggi da sinistra lo fa E. J. Dionne sulle colonne del Washintgon Post: dopo aver ricordato come Nel gennaio del 2008, l'aspirante candidato Obama confessò ai giornalisti di ammirare Reagan, perché "aveva cambiato la traiettoria dell'America in un modo in cui non lo aveva fatto Richard Nixon, e nemmeno Bill Clinton", Dionne afferma che oggi “Come Reagan, Obama tenta di attuare il suo programma non cercando il sostegno dei leader del partito di opposizione, bensì conquistando una minoranza dei repubblicani meno intransigenti – specialmente i parlamentari del Nordest, della Coste Ovest e di parte del Midwest che sentono da che parte tira il vento della politica dalle loro parti”.

Ma anche da destra c’è chi la vede in termini sostanzialmente analoghi: Rich Lowry, direttore della rivista conservatrice National Review, ieri in un corsivo su The Politico notava che nel proclamare, inaugurando il proprio secondo mandato, la sua visione a favore di “più intervento statale e politiche più di sinistra sui temi sociali”, “Obama sta recitando la sua parte, come vuole il nuovo cliché, per arrivare ad essere il Reagan della sinistra”. Lowry aggiunge però una importante nota di scetticismo: "Per diventare un personaggio di perpetua trasformazione come Reagan, però, serve ben altro. Dovrà terminare il proprio mandato venendo adorato. Dovrà consolidare la sua eredità vincendo di fatto una sorta di terzo mandato” (l’allusione è al mandato presidenziale di Bush padre, ndt). “E le sue politiche dovranno funzionare, come fece Reagan vincendo la guerra fredda e rilanciando l'economia”.

A voler essere pignoli, c’è anche un ulteriore elemento a lasciare perplessi rispetto alla ipotesi di un “percorso reaganiano” per la presidenza Obama. Quando nel 1984 Reagan venne rieletto trionfando in 49 Stati su 50, ottenne il 26% del voto democratico, esattamente lo stesso di quattro anni prima, e ben il 63% - più del doppio - di quello degli elettori indipendenti: tanto che da allora è divenuto usuale parlare di Raegan democrats (democratici reaganiani) per indicare quegli elettori di sinistra (prevalentemente bianchi del Sud e operai del Nord e del Midwest) spesso disponibili a votare per un candidato repubblicano.
Di un equivalente a parti invertite, di un consistente pezzo di America estraneo all’area del Partito Democratico ma ciò nondimeno incline a dare la propria adesione alla visione, anche ideale se non ideologica, della quale Barack Obama si propone come interprete ed ispiratore, ad oggi non si vede traccia.

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