lunedì 31 maggio 2010

IT’S THE ECONOMIST, STUPID


Nel raccontare l'America, l’Economist è senza dubbio la miglior testata non-americana; sicché qui si segue con un pizzico di apprensione l'intenso turnover nella titolarità della mitica rubrica “Lexington”, a lungo egregiamente curata dal bravissimo Adrian Wooldridge che appena dieci mesi fa la lasciò per rimpatriare a Londra da dove ora si occupa di “global business” (qui la sua nuova rubrica).
Poiché l’anno scorso questo blog fu il primo, nel suo piccolo, a segnalare ai lettori italiani (non senza una certa malinconia) l’avvicendamento a quella “postazione”, è oggi doveroso segnalare che, a distanza di appena dieci mesi, Lexington sta di nuovo per “cambiare identità”: a Robert Guest, che nel 2009 prese il posto di Wooldridge, succede ora Peter David, il quale a sua volta era succeduto a Wooldridge nel dirigere la redazione americana del settimanale, dopo essersi lungamente occupato di Medio Oriente.

Qui l’addio del Lexington uscente “ad interim”, e qui la autopresentazione di quello nuovo entrante (“l’ultima volta che ho firmato una corrispondenza da Washington, il presidente era Ronald Reagan… scrivevamo i nostri pezzi con la macchina dattilografica e li passavamo a Londra con una telescrivente… c’erano l’Unione Sovietica e la Guerra Fredda… gli americani mandavano i marines in Libano… anche allora si faceva un gran parlare di declino della potenza americana: il paese era terrorizzato dall’idea di perdere terreno sul piano dell’economia, della scienza e dell’innovazione, anche se allora si temeva l’avanzata del Giappone, la Cina non se la filava nessuno… Barack Obama era uno studente alla Columbia University, nel pieno dei suoi anni di formazione e di “ascetico” abbandono delle droghe e dell’alcol e passaggio verso un futuro da “persona seria””).

Camillo, stavolta molto attento alla novità, la segnala come una probabile buona notizia, non avendo trovato memorabile il “nuovo” Lexington di questi dieci mesi - e in effetti non si può dargli torto.

sabato 3 aprile 2010

PETROLIO E ATOMO: UN OBAMA SEMPRE PIU'... JOHN MCCAIN


Mio pezzo su Liberal di oggi:

E ORA LA CASA BIANCA COPIA IL PIANO DI MCCAIN
Dopo il nucleare, anche la trivellazione al largo delle coste per cercare nuovo petrolio

Così l’America di Obama trivellerà i propri fondali marini alla ricerca di petrolio. Non lungo la costa pacifica, ma lungo buona parte di quella atlantica, e nel Golfo del Messico. La speranza, solo parzialmente confessata, è di aumentare l’offerta di petrolio facendone scendere il prezzo, per una volta senza dover comprare la collaborazione di qualche discutibile regime mediorientale. E magari anche di darsi una mossa a fronte dell’attivismo degli altri protagonisti della scacchiera mondiale (basti pensare agli accordi della Cina con il Venezuela di Chavez e con il regime cubano di Castro).
Per la seconda volta, Obama ha tradito le aspettative dei “verdi” ed ha sposato la politica energetica dei repubblicani. Durante la campagna elettorale del 2008, era stato il suo avversario John McCain a proporre di por fine alla moratoria che dal 1982 vietava di trivellare i fondali al largo delle coste statunitensi per sfruttare nuovi giacimenti di petrolio. Fu il primo momento dall’inizio della campagna elettorale in cui McCain riuscì a “scaldare i cuori” dello zoccolo duro repubblicano, mentre Obama inizialmente sottovalutò la popolarità di una simile proposta, snobbandola apertamente.
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L'articolo prosegue qui.
Di seguito, in esclusiva per i lettori di JEFFERSON, una versione ampliata:

“Se trivellando al largo delle nostre coste potessimo risolvere il nostro problema, allora sarei favorevole. Ma il problema è questo: noi deteniamo appena il 3% delle riserve di petrolio mondiali ad oggi conosciute, e ne consumiamo il 25%”. Questa la sua posizione a fine luglio. Ma anche tra gli elettori democratici la proposta di McCain risultò talmente popolare che pochi giorni dopo, all’inizio di agosto, Obama si vide costretto a stemperare la sua contrarietà, dicendosi disponibile ad un superamento della moratoria purché ben limitato e ricompreso in un più ampio piano energetico. Nel frattempo, però, la questione veniva messa ai voti al Congresso, ed il candidato democratico si trovò invischiato nella opposizione di gran parte dei parlamentari del suo partito; mentre i deputati repubblicani, per la prima volta galvanizzati da una sortita del loro candidato, occupavano fisicamente l’aula (un inusuale happening che dalle nostre parti potrebbe definirsi “pannelliano”) per protestare contro la decisione della Presidente della Camera Nancy Pelosi di rimandare a dopo la pausa estiva il voto sull’abrogazione della moratoria.
Nel frattempo, si teneva la convention repubblicana di St. Paul, dove McCain, tra i cori osannanti “drill, baby, drill” (trivella, ragazzo, trivella) annunciava di aver scelto come vice la giovane Sarah Palin, allora semisconosciuta, ma subito apprezzatissima dalla “base”, la quale, da governatrice dell’Alaska che è uno degli stati che sarebbero stati maggiormente interessati dalle nuove trivellazioni, suscitò ovazioni proclamando: “I nostri avversari ripetono continuamente che le trivellazioni non risolveranno i problemi energetici dell’America, come se non lo sapessimo già; ma il fatto che le trivellazioni non risolvano il problema non dev’essere un pretesto per non fare niente”.
Nel settembre del 2008, la maggioranza democratica alla Camera votò una (assai) parziale abrogazione della moratoria, consentendo le trivellazioni purché ad almeno cinquanta miglia (80 Km) dalla costa; ma appena una settimana più tardi, avvedutisi del fatto che quel compromesso sapeva di “vorrei, ma non posso” e dava l’idea di una impacciata rincorsa delle posizioni avversarie, i deputati democratici si arresero e annunciarono che la moratoria, in scadenza alla fine del mese, per la prima volta non sarebbe stata rinnovata, rimettendo ogni decisione nelle mani del prossimo presidente.
Il quale ha ora preso posizione sposando definitivamente questo punto del programma repubblicano in ambito di energia.

Le ragioni di questa sortita sono facilmente intuibili. Con l’approvazione della riforma del sistema sanitario, Obama ha conquistato un successo epocale, ma ha anche consumato una fatale rottura con l’opinione pubblica moderata. Il Presidente ha rivendicato di aver compiuto un passo avanti nella realizzazione dell’american dream paragonabile alle leggi che negli anni Sessanta posero fine alla segregazione razziale, ma le rilevazioni demoscopiche di questi giorni lasciano intendere che la maggioranza degli elettori non considera la riforma in questi termini. Secondo un recente sondaggio commissionato dalla CNN, il 56% degli elettori è contrario all’ “ObamaCare” e solo il 42% è favorevole; secondo la Gallup, i contrari sarebbero il 50%, ed i favorevoli il 47%. Per Rasmussen, il 54% degli elettori vuole che la riforma venga subito abrogata, mentre solo il 42% si vede con sfavore questa ipotesi.

Che la politica energetica rappresentasse il fronte sul quale Obama intendeva arginare la prevedibile emorragia di consensi al centro, lo si era capito a metà febbraio, quando il presidente aveva scioccato l’America e il mondo con l’annuncio di finanziamenti federali alla costruzione di nuove centrali nucleari, altra proposta che in campagna elettorale era stata sostenuta dal suo avversario, da lui snobbata. In un discorso tenuto in Missouri il 18 giugno 2008, soprannominato “dichiarazione d’indipendenza energetica”, John McCain aveva proposto la realizzazione di quarantacinque nuovi reattori nucleari entro il 2030 (attualmente negli USA ce ne sono 104 – e in Europa 197).
Ora, dopo aver sposato il programma di McCain sul nucleare, Obama ha rincarato la dose rilanciando l’ “offshore drilling”. Lo ha fatto sottolineando che si tratta di “una fase di sperimentazione”, che non risolve certo il problema ma serve solo a puntellare la transizione verso la terra promessa green economy della quale l’attuale inquilino della Casa Bianca non cessa di professarsi volonteroso costruttore. Ma nemmeno in questo il piano di Obama differisce granché dalla proposta che in campagna elettorale era sostenuta dall’avversario repubblicano. Il principale consulente di McCain sulla politica energetica era James Woolsey, già direttore della CIA durante il primo mandato presidenziale di Bill Clinton, poi membro del Project for a New American Century, quindi animatore del think-tank Set America Free (“Liberiamo l’America” – dalla dipendenza dal petrolio, s’intende). In base ai consigli di Woolsey, il senatore dell’Arizona promise che se eletto alla Casa Bianca si sarebbe battuto per ridurre le emissioni inquinanti entro il 2012 - anno in cui spirerà il Protocollo di Kyoto, ma anche il mandato del 44esimo presidente – al livello in cui si trovavano nel 2005, ed entro il 2020 a quello del 1990, il tutto con un programma di disincentivi all’utilizzo delle energie “tradizionali”, e di incentivi a quelle alternative, a cominciare proprio da quella nucleare. Per l’appunto.

venerdì 5 febbraio 2010

"WELCOME, MR DALAI LAMA". CON LA CINA IL PRESIDENTE SEMBRA MENO "COOL"

Mio pezzo su Libertiamo.it:

C’è un proverbio cinese che recita: “è difficile diventare amici in un anno, ma è molto facile offendere un amico in un’ora”.

Potremmo usarlo per riassumere l’improvvisa escalation nei rapporti USA-Cina di questi giorni.

Prima il sostegno a Google nella disputa con il governo cinese sulla questione degli “hacker di regime”; poi le scintille sulla vendita di armi a Taiwan, che l’amministrazione Bush aveva effettuato nel 2008, quando il mandato presidenziale volgeva al termine, mentre quella attuale ha voluto esibire così precocemente; infine la reazione “a schiena dritta” alla diffida di Pechino sull’incontro con il Dalai Lama (incontro che la Casa Bianca ha in queste ore ufficialmente confermato di voler tenere fra un paio di settimane, anche se non è ancora precisata una data precisa).

L’ appeasement ostentato per tutto il primo anno della presidenza Obama sembra in questi giorni in procinto di essere soppiantato quantomeno da una parvenza di containment. Dopo un anno passato a servire docilmente in tavola succulente carote, che i cinesi si sono pappati ostentando prepotente ingratitudine (basti pensare alle manovre con le quali lo scorso dicembre la delegazione cinese – alla quale peraltro il premier Wen Jiabao non si è degnato di prender parte – è riuscita a far fallire miserevolmente il vertice di Copenhagen sul clima; o alla resistenza, guarda caso rinnovata in queste ore , che i cinesi stanno opponendo rispetto all’ipotesi di nuove sanzioni contro il nucleare iraniano), la Casa Bianca pare finalmente intenzionata ad agitare qualche bastone.

In parte, come suggerisce un blogger di Huffington Post, si tratta di gesti dimostrativi, per convincere gli elettori americani (con i quali urge un recupero, dopo la batosta delle elezioni suppletive in Massachusetts e in vista di quelle di mid-term che si terranno a fine anno) e gli alleati che “la Cina sarà anche proprietaria del nostro debito pubblico, ma non della nostra politica estera”.

Ma c’è anche della sostanza sul piano delle relazioni internazionali. Non solo perché, come osserva Peter Foster, corrispondente da Pechino del Telegraph, più la Cina diventa una superpotenza globale e meno l’Occidente (ove i governi debbono pur sempre rispondere di fronte all’opinione pubblica…) è disposto a giustificare e tollerare certe cose; ma anche perché le recenti pessime notizie sul debito pubblico USA rendono urgente ridefinire i rapporti di forza prima che l’indebitamento renda i cinesi troppo potenti. Non a caso, dopo aver deliberatamente gonfiato la polemica sul Dalai Lama, la Casa Bianca ha fatto trapelare la propria intenzione di tornare all’attacco sulla questione dello yuan, la valuta cinese che secondo Washington viene artificialmente sottovalutata per “dopare” le esportazioni cinesi a discapito delle importazioni dall’estero. In questo quadro, è interessante ricordare che pochi giorni fa, nel suo primo “Discorso sullo Stato dell’Unione” davanti al Congresso, Obama ha promesso che raddoppierà le esportazioni americane entro i prossimi cinque anni.

E così accade che l’Economist, che appena due mesi fa rimproverava al 44esimo presidente di apparire troppo “tranquillo” nel fronteggiare i suoi antagonisti sulla scacchiera mondiale, oggi si prodighi in raccomandazioni di cautela e sangue freddo, temendo che gli USA si lascino prendere la mano nell’optare per il containment.

mercoledì 20 gennaio 2010

LA DISFATTA IN MASSACHUSETTS CHIUDE IL PRIMO ANNO DELL'ERA OBAMA




Mio pezzo su L'Occidentale di Oggi:


Nelle elezioni presidenziali del 1972, al termine del proprio primo mandato, Nixon, con oltre il 60% dei voti, stracciò il candidato democratico George McGovern. Il risultato fu una vittoria repubblicana in tutti gli Stati, tranne uno. Persino il Minnesota quella volta votò in maggioranza per il candidato repubblicano, fatto mai più ripetutosi nella storia.
L'unico stato su cinquanta a fare eccezione fu il Massachusetts.
Dati alla mano, può ben essere definito lo stato “più di sinistra” di tutti gli USA. Lì da decenni i democratici vincono sistematicamente tutte le elezioni: entrambi i seggi al Senato e tutti i dieci seggi alla Camera.
Ieri si sono tenute elezioni suppletive per riassegnare il seggio senatoriale che fu di Ted Kennedy ininterrottamente per ben 47 anni, dal 1962 (quando alla Casa Bianca regnavano il fratelli John e Bobby) alla sua morte lo scorso 25 agosto (l’altro seggio al senato è occupato dal 1985 da John Kerry, che nel 2004 non riuscì a battere George W Bush nelle elezioni presidenziali, ma qui, nel “suo” Stato, vinse con un risultato superiore del 27,6% rispetto alla media nazionale).
Che la vittoria potesse andare al candidato repubblicano Scott Brown, avvocato 50enne atletico, simpatico ma non certo celebre (se fosse biondo ricorderebbe il Brad Chase della serie TV “Boston Legal”), è una eventualità che sarebbe parso ridicolo anche solo ipotizzare fino a poche settimane fa (un po’ come se da noi si parlasse, che so, di un candidato di centrodestra eletto alla presidenza della Regione Toscana).
Ma clamorosamente, negli ultimi giorni questo evento inaudito è stato dato come possibile e poi probabile con crescente insistenza dai sondaggi dell’ultim’ora, tanto da costringere il presidente Obama ad un disperato comizio bostoniano dell’antivigilia a sostegno della candidata democratica Martha Coakley, candidatasi ad una elezione del genere “ti piace vincere facile” e ritrovatasi nell'incubo di un inatteso testa a testa.
E alla fine, è successo veramente.Per il presidente Obama, che ci ha messo la faccia, è un referendum perso proprio nell'anniversario del suo insediamento.
Ma la ricaduta sulla Casa Bianca non è solo simbolica. Il regolamento parlamentare del Senato mette la maggioranza al riparo dall’ostruzionismo dell’opposizione solo se può contare sul voto di almeno 60 dei cento senatori. Fino a ieri i democratici ne avevano esattamente 60, e con questa batosta elettorale hanno perso la “supermaggioranza” finendo in balia dell’opposizione repubblicana.
Il che accade proprio quando il Congresso stava per approvare la mitica riforma sanitaria voluta dalla Casa Bianca e faticosamente messa assieme, con una serie di compromessi al ribasso, durante tutto il primo anno di presidenza di Barack Obama. Il neosenatore Scott Brown, manco a dirlo, è stato eletto a furor di popolo con un programma elettorale che al primo posto mette proprio il voto contrario alla riforma.
A questo punto, per salvare la riforma da morte certa, i democratici potrebbero optare per un ultimo, tragico compromesso: rinunciare ad un nuovo voto al Senato, e far votare alla Camera il testo che il Senato aveva già approvato. Solo che il testo approvato dal Senato, contrariamente a quello approvato dalla Camera, non prevede la cosiddetta “public option”, cioè l’istituzione di una assicurazione sanitaria statale che si ponga in concorrenza con quelle private. Quindi alla fine la partita potrebbe chiudersi con l’approvazione di una riforma talmente poco incisiva da rappresentare una vittoria di Pirro per l’attuale amministrazione.

In questo piccolo ma intenso momento di gloria per l’opposizione repubblicana, che con questo colpaccio rischia di vedersi improvvisamente rivitalizzata (anche troppo in fretta, senza prima di aver ritrovato un progetto e una leadership), c’è stato anche un grande assente. “Dov’è Romney?” si chiedeva ieri una cronista politica del Los Angeles Times, definendo “introvabile” e protagonista di una “ingombrante assenza” l’ex governatore repubblicano del Massachusetts. "E' da ottobre che non si fa vedere assieme a Brown", faceva eco l'autorevole testata web "Politico".
Prima di ieri, le unichea trasgressionie al voto a sinistra nello Stato dei Kennedy e dell’Università di Harvard si erano verificate nelle elezioni del Governatore: l'utilmo a riusicrci è stato lui, dal 2002 al 2007 (gli è poi succeduto un democratico afroamericano la cui elezione ha rappresentato, per molti versi, una sorta di “prova generale” rispetto a quella presidenziale di Obama).
Ve lo ricordate, Mitt Romney? Alle primarie presidenziali repubblicane del 2008 si era presentato come il favorito: di gran lunga il candidato più ricco (di mestiere fa il finanziere), dopo essere stato per molti anni un repubblicano molto, molto moderato (altrimenti non avrebbe avuto alcuna speranza in Massachusetts), si propose per la Casa Bianca tentando di riaccreditarsi come paladino del conservatorismo. In pratica, offriva al partito l’opportunità di replicare lo schema di gioco seguito da Bush: un ricco uomo di establishment con formazione manageriale, capace però di dissimulare la propria estrazione elitaria e di mettersi in sintonia con il “popolo della destra”. Perse, soprattutto perché venne percepito come un cinico opportunista (l’Economist scrisse: “se solo credesse in qualcosa sarebbe una potenza; purtroppo, però, il suo colore politico sembra cambiare a seconda delle persone che si trova di fronte”), in un momento in cui i repubblicani avvertivano la necessità di recuperare credibilità anche sul piano morale (e infatti la candidatura andò a John McCain, eroe di guerra e carismatico fustigatore della malapolitica). Ma non si è dato per vinto, e si è mantenuto molto presente sia sulla ribalta mediatica che nelle manovre lobbysti che, accreditandosi come uno dei più probabili sfidanti quando Obama tenterà la rielezione nel 2012 (ha già pubblicato il libro, classica mossa dell’aspirante candidato; su Facebook, il gruppo “Mitt Romney For President 2012” conta già più di 22mila membri).
Tuttavia, in questi giorni in cui proprio nel “suo” Massachusetts andava in scena questo evento tanto sensazionale, il presenzialista Mitt è stranamente il grande assente. Chissà se la sua latitanza ha a che fare con il fatto che, da Governatore dello Stato, varò una riforma sanitaria basata proprio su una forma di “public option”, che però ha ben presto dato pessima prova di sé. I casi sono due: o il diabolico Mitt ha in mente qualcosa, e la sua latitanza è frutto di un calcolo; oppure, semplicemente, Scott Brown non l’ha voluto troppo attorno, il che sarebbe la riprova definitiva della sua scarsa credibilità.

giovedì 24 dicembre 2009

MERRY XMAS


Buon Natale e felice 2010
a tutti i lettori di
JEFFERSON

Merry Xmas & a Happy 2010
to all
JEFFERSON's readers

mercoledì 16 dicembre 2009

UOMO DELL'ANNUS HORRIBILIS

L'anno scorso l'onore del mitico numero di TIME di metà dicembre dedicato alla "persona dell'anno" era ineluttabilmente toccato a Barack Obama, in quanto vincitore dell'elezione presidenziale. Il 44esimo presidente era in lizza anche quest'anno, ma alla fine ha dovuto accontentarsi del Nobel per la pace. la "persona dell'anno" 2009 di TIME è invece il presidente della Fed, Ben Bernanke (nominato da Bush nel 2006, e poi riconfermato da Obama fino al 2014 - Senato permettendo).
Qui la motivazione ufficiale: Bernanke (per i profani: si pronuncia /bərˈnænki/. Per i più profani: si pronuncia "bernanchi" ) come uomo-simbolo dell'operazione che, scegliendo a sangue freddo chi "salvare" con il denaro pubblico e chi invece abbandonare al fallimento, ha evitato che la crisi finanziaria degenerasse in un'Apocalisse. Insomma, sceglierlo come uomo dell'anno sarebbe un modo per ricordarci che quello che volge al termine è stato sì un anno di merda, ma poteva anche andare molto, molto peggio ("la storia è fatta non solo di ciò che è effettivamente accaduto, ma anche di ciò che non è accaduto").
Mah. Uno potrebbe obiettare che Bernanke è stato anche uno dei tanti addetti ai lavori a non aver previsto lo scoppio della bolla immobiliare. E che è stato uno dei controllori "distratti" rispetto all'operato di molte banche disastrosamente fallite dopo essere diventate too big to fail.
Questo recente ritratto di Paola Peduzzi sul Foglio racconta di come la questione sia in realtà un po' più complessa; e racconta di come la gestione della crisi da parte di Bernanke sia attualmente "sotto processo", il che fa pensare che il riconoscimento di TIME sia stato congegnato come un aiutino, una sorta di piccolo stimulus.
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UPDATE: SuperMario Seminerio fa presente che spesso essere nominato "Persona dell'anno" da TIME porta più che altro un po' sfiga. Paul Krugman mi sembra d'accordo.

martedì 8 dicembre 2009

THE QUIET PRESIDENT

Altro mio pezzo su Libertiamo.it:

Barack Obama cammina rilassato, solitario, pensoso, sulla superficie liscia di un immenso planisfero. Sotto l’immagine, un titolo volutamente non originale: “The Quiet American”.
La cover story dell’Economist del 26 novembre scorso è un editoriale non firmato, quindi attribuibile al direttore John Micklethwait, grande esperto di politica d’oltreoceano (cinque anni fa firmò, a quattro mani con Adrian Wooldridge, l’imprescindibile saggio sulla destra americana “The Right Nation”).
Questo presidente – si domanda il direttore – ce l’ha o no una strategia?
Ce l’ha un vero piano su come rimettere in ordine il mondo, oppure sta solo navigando a vista? Ce lo si comincia a domandare con impazienza, perché “un pragmatismo calmo e conciliante è benvenuto dopo l’impetuosa certezza morale di George Bush, ma implica anche dei rischi”.
Va bene ristabilire un po’ di umiltà e di cordialità nei confronti del resto del mondo, ma “il problema è che il presidente spesso sembra più gentile con gli antagonisti dell’America che con i suoi alleati”. Anzi, a proposito di alleati: quelli dell’Europa dell’Est “mentre i loro soldati muoiono in Afghanistan, trovano irritante essere chiamati soltanto “partner”, termine che Obama usa nei confronti di quasi chiunque”.
In definitiva, l’Economist si domanda se questo “multilateralismo tranquillo” di Obama, questa visione “in cui ogni nazione fa la sua piccola parte per il bene di tutti”, sottenda un piano concreto, o se invece non si tratti solo di un colossale bluff. Il presidente “ha ragione sul fatto che il potere americano è circoscritto. Ma l’Unione Europea non è in grado di contribuire alla mansione di gendarme del mondo. E Cina, India e Russia non ne hanno intenzione”.
Quindi l’America di Obama deve cavarsela da sola. E di fronte al nulla di fatto registrato su molti, troppi fronti nel primo anno di questa amministrazione, c’è di che cominciare a temere che non sia capace di farlo; e che il quarantaquattresimo inquilino della Casa Bianca “sia solo una versione presidenziale di Alden Pyle, l’idealista “Americano Tranquillo” di Graham Greene, che vuole cambiare il mondo ma sottovaluta quanto cattivo il mondo sia, e finisce per fargli del male”.

Fra gli addetti ai lavori, qualcuno avrà provato la sensazione di un déjà-vu.
Nel febbraio del 2003, alla vigilia dell’attacco americano in Iraq, Newsweek pubblicò un pezzo di Christopher Dickey, cronista esperto di spionaggio ed antiterrorismo, nel quale la stessa identica citazione veniva impiegata per argomentare una analisi molto critica della politica estera di George W. Bush. Anche in quel caso, infatti, il presidente veniva paragonato all’Alden Pyle di Greene, l’americano solo apparentemente tranquillo, in realtà pericolosamente incosciente perché “determinato a fare del bene non a dei singoli individui, ma ad una nazione, ad un continente al mondo”, e che quindi “rappresenta tutto ciò che gli europei temono degli Stati Uniti”. Newsweek paragonava Bush al personaggio di Greene per dire che era in buona fede ma pericoloso, perché segnato, come il protagonista del romanzo, da una “letale tensione tra grandi ideali ed ignoranza del pericolo”.
Anche per Obama, come allora per Bush, vedersi paragonare ad Alden Pyle è un modo sofisticato ma non blando di sentirsi dare dell’apprendista stregone, del dilettante allo sbaraglio reso imprudente dall’eccessiva considerazione di sé e del proprio ruolo. A Bush toccò per via del suo interventismo missionario e del suo decisionismo texano; il suo successore, paradossalmente, ci sta arrivando seguendo il percorso diametralmente opposto – quello della trattativa ad oltranza, del multilateralismo relativista e cedevole, di una realpolitik tutta tattica e niente strategia. In questo senso, anche lui comincia ad essere accusato di essere un “Americano Tranquillo”.
Quel libro, che Greene scrisse nel 1954 ambientandolo nella Saigon dell’epoca - in cui aveva vissuto come corrispondente di LIFE, del Sunday Times e del Figaro - è spesso considerato una sorta di profezia del fallimento americano in Vietnam.
I protagonisti sono in realtà due, profondamente antagonisti (anche perché si contendono la stessa donna): da un lato Tom Fowler, voce narrante ed alter ego dell’autore, anziano ed indolente reporter inglese che ad assiste con cinico distacco alla decolonizzazione dell’Indocina; dall’altro il giovane idealista Pyle, zelante diplomatico americano, borghese bostoniano, fresco di laurea ad Harvard (come Bush e come Obama), ufficialmente in forza alla Missione Americana di Aiuto Economico.
La tranquillità di quest’ultimo si rivelerà solo apparente, non quanto agli ideali che lo animano, bensì quanto ai mezzi che è deciso ad impiegare: lo si scoprirà essere un agente della CIA, inviato ad armare segretamente una fazione vietnamita ritenuta ben controllabile, nel tentativo di portare all’instaurazione di un regime filooccidentale prima che la disfatta francese lasci il campo libero ai comunisti (oggi lo scenario pare quasi banale, ma all’epoca gli americani avevano ufficialmente a che fare con la Corea, non con il Vietnam. E la CIA, che era stata creata da appena otto anni, aveva intrapreso, con successo, solo due operazioni clandestine: il colpo di stato che aveva installato al potere lo Scià in Iran, e quello che aveva portato il colonnello Armas al potere in Guatemala). Alla fine, l’inesperienza di Pyle e la sua tendenza a sopravvalutare le proprie capacità di gestire gli eventi si rivelano fatali: l’operazione sfugge di mano, e l’esplosivo al plastico da lui fornito massacra degli innocenti.
Quando il libro uscì– in piena Guerra Fredda – l’antiamericanismo di cui è intriso lo rese poco gradito negli USA. Recuperò popolarità quando, tre anni dopo, tenendo conto del contesto “maccartista”, Hollywood ne sfornò una trasposizione cinematografica edulcorata, con la regia di Joe Mankiewiez (reduce dal successo di “Bulli e pupe”, con Marlon Brando e Frank Sinatra), nella quale il finale era totalmente stravolto e l’americano Pyle era scagionato da quasi tutte le colpe attribuitegli dalla trama originale. Nel 2002 è uscito un remake molto più fedele al romanzo, diretto dall’australiano Philip Noyce, con Brendan Fraser nel ruolo di Pyle ed un perfetto Michael Caine nei panni di Fowler.
Anche stavolta raccontare di un attentato finanziato dagli USA non era granché in sintonia con il comune sentire del momento, sicché l’uscita del film venne ritardata per quasi un anno, e persino il liberal New Yorker, nel recensirlo, avvertì l’esigenza di mettere in guardia il lettore dall’errore di “fare paragoni affrettati tra un’America guidata dalla paura di instabilità in terre lontane e un’America che sta reagendo ad atrocità commesse sul suo suolo“.
Il fatto è che “The Quiet American” è un testo la cui energia pulsante è costituita non da un generico antiamericanismo, ma dalla specifica versione tipicamente inglese, pura supponenza da nobile decaduto nei confronti dei parvenu yankee: una recensione di TIME negli anni Cinquanta diagnosticò un “complesso di inferiorità britannico, quel misto di rabbia ed autocompatimento con il quale il vecchio gallo osserva quello giovane aggirarsi nel pollaio”.
Ciò portò Greene – che fu egli stesso uomo dei servizi segreti britannici, pur senza rinunciare al suo atteggiamento anti-militante (pare chiamasse l’MI6 «la migliore agenzia di viaggi del mondo») – ad utilizzare nel modo più caustico, addirittura contribuendo in qualche misura a definirlo, lo stereotipo dell’americano “naif”, convinto di aver capito tutto, di saper organizzare e cambiare tutto, e soprattutto di rappresentare il Bene (“Dio ci salvi dall’innocente e dal buono”).

In questo cliché gli intellettuali giocano un ruolo essenziale: Greene coniò ad hoc la figura di “York Harding”, fantomatico opinionista teorico del ruolo di “terza forza” democratizzatrice e modernizzatrice che l’America è chiamata a svolgere per salvare il Terzo Mondo sia dal vecchio colonialismo europeo che dalla dittatura comunista. Alden Pyle è quel che è soprattutto perché animato dalla lettura di queste teorie (in particolare da un libro di Harding dal titolo “The Rise of the West”, “Il ruolo dell’Occidente”, che porta fieramente sottobraccio mentre si aggira per le vie di Saigon con il cane al guinzaglio).
Anche per questo riuscì facile il parallelo con Bush, che, seppure non particolarmente colto, appariva segnato in modo determinante dal rapporto con i “suoi” York Harding: Bob Kagan, Bill Kristol, David Frum e via neoconservando.
Obama sotto questo profilo corrisponde molto meno al personaggio, è troppo pragmatico, troppo poco ideologizzato: certo, ha i suoi intellettuali di riferimento (da Fareed Zakaria a Thomas Frideman, e mettiamoci pure Joseph Nye), ma nessuno di questi sembra averlo stregato più di tanto.
Si potrebbe semmai strologare sul ruolo del suo esercito di consulenti e consiglieri, ma a questo l’Economist non si spinge.
Eppure anche nel suo caso il parallelo con il giovane cinico ma benintenzionato di Greene, che aveva fatto “dell’amicizia una professione, come fosse legge o medicina”, potrebbe reggere. L’Economist – che non è sospettabile di ostilità preconcette nei confronti del quarantaquattresimo presidente, avendogli dato il suo endorsement alla vigilia delle elezioni con un editoriale che esortava l’America a “fare di Obama il prossimo leader del mondo libero” - tiene a precisare che il giudizio è prematuro, c’è ancora molto tempo per potersi ricredere con sincero sollievo.
Ma è un fatto che ad oggi il bilancio è disastroso.
La decisione sul surge in Afghanistan arriva con tragico ritardo e senza adeguate spiegazioni. La posizione della Casa Bianca alla conferenza di Copenhagen sul clima sembra disperata senza un appoggio netto del Congresso. Il vertice in Cina si è concluso senza uno straccio di risultato, nonostante le riverenze al regime di Pechino e il rifiuto di incontrare il Dalai Lama; Leslie Gelb, ex presidente del Council on Foreign Relations, ha scritto sul sito “The Daily Beast” che nella sua missione in Asia il presidente ha dato “una sgradevole sensazione di dilettantismo nel gestire la potenza americana”, e che dovrebbe assumersene la responsabilità “come John Kennedy fece con la Baia dei Porci”. L’appoggio della Russia sulle sanzioni all’Iran non si vede all’orizzonte nonostante sia stato immolato il piano di scudo stellare a difesa dell’Europa orientale. Il Pakistan sta incassando i finanziamenti di Washington senza dare granché in cambio.
Venerdì scorso Peggy Noonan ha scritto sul Washington Post che il primo anno di un nuovo presidente è quello nel corso del quale si formano le impressioni indelebili su di lui, e vengono scattate le fotografie destinate a rappresentarne l’icona. Eletto oltre un anno fa con aspettative smisurate, al governo da dieci mesi, troppe volte Barack Obama è stato fotografato nell’atto di inchinarsi di fronte a monarchi e tiranni. Sarà forse in grado, nelle prossime settimane, di dimostrare di non aver nulla in comune con l’Americano Tranquillo di Greene; per ora, sta facendo dormire sonni sempre meno tranquilli agli americani, e non solo.

mercoledì 25 novembre 2009

UN TACCHINO CHIAMATO CORAGGIO


Non sempre la Tradizione è una cosa seria.
Esempio: una tradizione un po' scema , che alcuni vorrebbero far risalire ad Harry Truman ed altri addirittura a Lincoln (non a caso rispettivamente l' "istituzionalizzatore" e l'inventore della festa nazionale del "Ringraziamento"), vede il Presidente degli Stati Uniti "impegnato" in una sorta di "concessione della grazia" al mitico tacchino, con tanto di cerimonia ufficiale (formalmente istituita da George Bush padre esattamente 20 anni fa) detta National Thanksgiving Turkey Presentation .
Ieri Barack Obama (senza prendersi sul serio, come si conviene ad una persona sana di mente in un simile contesto) ne ha "graziato" uno che - dettaglio irresistibile - si chiama Courage (Coraggio).
Nome che potrebbe sembrarvi poco calzante per un tacchino; ma in realtà, quando i Padri Fondatori si arrovellarono per scegliere un uccello come simbolo nazionale, Benjamin Franklyn si oppose all'opzione (che poi prevalse) dell'aquila, in quanto animale rapace associabile a comportamenti immorali, e sostenne l'alternativa del tacchino, proprio con la motivazione che si tratta di un uccello "goffo, ma dotato di coraggio" (se la sua tesi avesse prevalso, forse oggi il blasone presidenziale sarebbe più o meno come quello che vedete qui sopra).
Il fortunato graziato, stando alla tradizione, è stato mandato in vacanza premio a Disneyland (giuro che è vero).
E quindi la battutina del giorno è : "ci sono giorni che mi fanno ricordare perché decisi di candidarmi a questa carica; e ci sono momenti come questo, in cui do la grazia a un tacchino e lo mando a Disneyland".
Ci vuole coraggio.

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