lunedì 9 maggio 2022

SE LA SILICON VALLEY MIGRA IN TEXAS

 


La prima parte della storia l’avrete sentita dozzine di volte. La favola dei due giovani neolaureati in ingegneria elettrica nella università di Stanford, William Hewlett e David Packard, che nel 1939, nell’oggi mitico garage in affitto a Palo Alto, un paesino nella Baia di San Francisco, mettono in piedi pionieristicamente la prima moderna startup. Una piccola, ma innovativa società di produzione di componenti elettroniche destinata a divenire la multinazionale che conosciamo come HP, ma anche la primissima scintilla dalla quale avrebbe preso inizio la trasformazione della pianura a Sud di San Francisco, che sino ad allora non aveva prodotto altro che noci e albicocche, nell’epicentro mondiale della computer society.

Forse però vi è meno noto il capitolo più recente di quella storia: nel febbraio di quest’anno la HPE, cioè il ramo principale della HP (scorporato dalla HP Inc. che produce solo hardware, PC e stampanti) ha annunciato che prima dell’estate lascerà la Silicon Valley per trasferire il proprio quartier generale mondiale a Houston, in Texas.

È solo l’ennesimo di una serie impressionante di migrazioni, tutte simili: Tesla ormai è ufficialmente trasferita a Austin, dove meno di un mese fa un euforico Elon Musk con tanto di cappello da cowboy nero ha inaugurato la nuova mega fabbrica soprannominata Giga Texas; Intel, il principale produttore americano di microchip, pur mantenendo (per ora) la propria sede a San Francisco ha annunciato di voler spostare la produzione a Columbus, in Ohio, dove costruirà un colossale stabilimento su un terreno di un migliaio di acri, investendo 20 miliardi di dollari; altrettanto ha annunciato di voler fare AirBnB che, ferma restando la sede californiana, è però in procinto di realizzare il proprio Tecnical Hub ad Atlanta, in Georgia; mentre la Palantir, azienda leader nel settore dell’analisi dei big data, ha trasferito la sua ammiraglia 8VC da Palo Alto a Denver, in Colorado; e da più di un anno voci ricorrenti danno in partenza anche la Oracle di Larry Ellison, il quale nel frattempo ha lasciato personalmente la Silicon Valley per prendere dimora alle Hawaii mentre Drew Houston, il CEO di Dropbox, da un annetto ha smesso di vivere nella Silicon Valley e ha traslocato – rieccoci – a Austin.

La spiegazione più condivisa indica la ragione di questo esodo nel costo folle degli immobili nella San Francisco Bay Area: «Come si può pensare che tu avvii una startup in un garage, se il garage costa milioni di dollari?» si è chesto Ajay Royan, il fondatore del fondo Mitrihil Capital.

Non si tratta solo del costo degli uffici e dei capannoni, ma anche di quello delle abitazioni. Un recente studio stima che oggi per ripagare l’acquisto di una casa in quella zona, una famiglia con reddito medio impiegherebbe dai 115 ai 167 anni. Gli ingegneri che lavorano nella Silicon Valley guadagnano circa il 50% in più rispetto ai loro colleghi che vivono e lavorano nelle “città normali”; ma il costo di una casa lì non è maggiore del 50% bensì del 200 o del 300%.

In America si usa dire che quando in un posto le cose non funzionano, la gente “vota con i piedi”: è andandosene che i residenti pronunciano la loro condanna da giuria popolare. Nel 2021 la Silicon Valley ha perso ben 40.000 residenti. In termini assoluti la sua popolazione complessiva è diminuita anziché aumentare, ed è la prima volta che accade da 12 anni a questa parte. Le persone che si sono trasferite lì sono 5.560, poco più di un terzo di quelle che lo avevano fatto nel 2020 e poco più di un quarto di quelle che lo avevano fatto nel 2019. La contea di Santa Clara, che è quella che “contiene” il grosso della Silicon Valley, ha visto la propria popolazione diminuire del 2,3%: l’esodo più repentino dopo quello registrato nella attigua contea di San Mateo (-3,2%).

Sono, del resto, dati completamente allineati con quelli complessivi dell’intero Stato della California, dal quale l’anno scorso le persone emigrate sono state ben 135.600 più di quelle immigrate. È una tendenza in atto ormai da parecchi anni, tant’è che quando a novembre si voterà alle elezioni di metà mandato per eleggere un nuovo Congresso, la California – come pure New York – avrà un seggio in meno alla Camera proprio a causa dell’affievolimento della sua consistenza demografica registrato nel 2020 nel censimento decennale che si fa dai tempi di Thomas Jefferson (mentre, viceversa, il Texas eleggerà due deputati in più, e la Florida uno, a causa della crescita della loro popolazione). Sempre in base all’ultimo censimento, il Texas è l’unico Stato ad avere tre città (Forth Worth, Austin e San Antonio) fra le dieci la cui popolazione è cresciuta di più nel 2020. La California, al contrario, è l'unico Stato ad averne tre fra le dieci nelle quali è cresciuta di meno: una è Los Angeles, un’altra è San Francisco, e la terza è San Jose, la cosiddetta capitale della Silicon Valley.

Può darsi che la notizia della morte della Silicon Valley sia come quella di Mark Twain, fortemente esagerata, ma forse non è eccessivo domandarsi che cosa ne sia di quello che era noto come uno dei massimi centri mondiali di innovazione, e che pure non ha saputo, o non ha voluto, trovare una soluzione. Se, come ha scritto Lawrence Wright, oggi il Texas deve decidere come diventare adulto, la California, e la Silicon Valley soprattutto, sembra chiamata a capire come invecchiare.

Uscito su Jefferson - Lettere sull'America

giovedì 7 gennaio 2021

IL CONGRESSO


 
È finita, ma è anche appena cominciata.

È finita la via crucis per il riconoscimento definitivo del fatto che ora, dal 20 gennaio, l’inquilino della Casa Bianca sarà Joe Biden. Ma è anche appena iniziata la resa dei conti all’interno dello sconfitto Partito Repubblicano, una delle più accese e cruente della sua storia.

Era pressochè scontato che la votazione dell’Epifania, al Congresso in sessione congiunta, si sarebbe conclusa con la ratifica della vittoria di Biden.

Non era, ovviamente, previsto che la votazione sarebbe stata funestata dagli osceni disordini ai quali abbiamo assistito. Ma era prevedibile che alla fine l’esito sarebbe stato quello che aveva da essere, la consacrazione di Biden come presidente “entrante”.

La vera “conta”, quindi – quella più politicamente rilevante per l’avvenire – riguardava semmai il posizionamento di ogni senatore e di ogni deputato repubblicano rispetto alla linea dettata dal presidente “uscente”.

In questo senso, si è trattato quasi – mi si passi la metafora, e la forzatura – di un congresso di partito: di quelli un tempo usuali da questa parte dell’Atlantico.

Da un lato c’era una “Mozione McConnell”, presentata da quello che sino a ieri era il leader della maggioranza, e da oggi è il leader della minoranza al Senato, ma anche di fatto il leader del partito: la mozione consisteva, semplicemente, nell’invito a votare in modo “normale”, prendendo atto dell’avvenuta sconfitta di Trump e accettando la transizione verso la Presidenza Biden.

Dall’altro lato si contrapponeva la mozione presentata dal Senatore del Texas Ted Cruz, dal giovane senatore del Missouri Josh Hawley e da altri 10 (ai quali aveva aderito in extremis anche il senatore della Florida Rick Scott, e con lui facevano 13), che sfidava invece a votare, in modo “scandaloso”, per un improbabile rinvio del riconoscimento della sconfitta di Trump, istituendo invece, prima, una commissione di inchiesta sugli asseriti brogli elettorali che quest’ultimo non ha mai smesso di denunciare e lamentare (pur avendo perduto dozzine di cause in tribunale sul tema).

Probabilmente è anche per questo che i repubblicani avevano perso, il giorno prima, il ballottaggio in Georgia (e con esso la maggioranza al Senato): essendo troppo divisi per vincere. Spaccati, per l’appunto, fra la fazione degli ex/post trumpiani, decisi a voltare pagina liquidando l’influenza che il presidente sconfitto ancora esercita sul partito oltre che sulla sua base elettorale, e gli irredentisti trumpiani a oltranza, disposti invece a inscenare una (almeno apparente…) fedeltà alla narrazione della elezione usurpata/rubata, pur di mettersi nella scia di un Trump nonostante tutto ancora popolarissimo (ha pur sempre appena preso più di 74 milioni di voti, divenendo il secondo candidato più votato della storia dopo Biden nonché lo sconfitto più votato della storia).

Il voto al Congresso sulla certificazione della vittoria di Biden aveva questo senso: tiriamo una riga, e vediamo chi (e quanti) stanno di qua o di là.

Non è una cosa normale: di solito lo sconfitto alle presidenziali americane scivola nell’ombra, e cessa di esercitare una leadership.

Ma Trump, si sa, è una anomalia vivente, campa proprio del fatto di contravvenire a tutte le consuetudini; e inoltre nessuno è disposto a credere che nel 2024 Biden, a 84 anni suonati, si potrà candidare per quel secondo mandato che normalmente sarebbe fisiologico – ragion per cui la leadership repubblicana nel futuro prossimo fa più gola di quel che accadrebbe usualmente –.

Il drappello dei “boia chi molla” trumpiani, come detto, era costituito da 13 senatori: Ted Cruz del Texas, Josh Hawley del Missouri, Marsha Blackburn del Tennessee, Mike Braun dell’Indiana, Steve Daines del Montana, Ron Johnson del Wisconsin, John Kennedy della Lousiana, James Lankford dell’Oklahoma, Bill Hagerty del Tennessee, Cynthia Lummis del Wyoming, Roger Marshall del Kansas, Tommy Tuberville dell’Alabama e Rick Scott della Florida. Ci sarebbero stati anche i due della Georgia, Perdue e Loeffler, ma per l’appunto non sono stati eletti, nonostante l’appoggio di Trump e la loro adesione alla “corrente” dei trumpiani a oltranza.

La scommessa era evidente: 13 senatori non erano molti, solo un quarto del gruppo parlamentare repubblicano al senato; ma se altri senatori, pur non avendolo preannunciato, avessero aderito, portando il marchio della “fazione trumpiana” almeno verso la ventina (su 49), Trump avrebbe dimostrato di avere ancora in pugno se non il partito, almeno una importante porzione di esso.

A futura memoria, quindi, scorriamoli i verbali di questo “congresso di partito”: il futuro dell’America, e quindi in qualche modo di tutto l’Occidente, si giocherà anche su questi dettagli.

Il voto divisivo è stato duplice: una prima volta sul risultato elettorale dell’Arizona, e una seconda su quello della Pennsylvania. Non sapremo mai come sarebbe andata se la votazione si fosse svolta in circostanze ordinarie, anziché nel bel mezzo del dramma dello sconcertante ”assalto al Congresso” da parte di centinaia di fan di Trump inferociti; fatto sta che è andata come è andata, e il  Senato ha respinto 93 a 6 la “Mozione Cruz” sull’Arizona, e 92 a 7 quella sulla Pennsylvania.

Decisamente un flop per la fazione dei trumpiani ad oltranza: hanno finito per defezionare persino 8 dei 13 senatori proponenti (Marsha Blackburn e Bill Hagerty – quindi entrambi i senatori del Tennessee – Mike Braun, Steve Daines, Ron Johnson, James Lankford, Cinthya Lummis e Tim Scott).

Se sulla Pennsylvania i voti per la “mozione Cruz” sono stati 6 e non 5 è solo perchè s’è aggiunta “a sorpresa” la senatrice Cindy Hyde-Smith del Mississippi.

Il Congresso era però in sessione congiunta: dopo il Senato votava la Camera, e lì si è visto tutto un altro film. I deputati sono un’altra razza, diciamo pure truppe meno scelte, meno aristocratici dei senatori; e soprattutto, alla Camera i Repubblicani sono in minoranza più netta (anche se non particolarmente esigua), e votando dopo il Senato sapevano benissimo di votare una mozione tecnicamente già bocciata, senza quindi alcuna concreta responsabilità. Com’è come non è, i repubblicani alla Camera sono apparsi essere un partito completamente diverso da quello del Senato: la “Mozione Cruz” è stata sì respinta anche lì, ma 303 a 121 sull’Arizona, e a 138 sulla Pennsylvania.

Poiché i repubblicani alla Camera sono 204, significa che in questo caso hanno prevalso i “trumpiani a oltranza”: 121 contro 83 nel voto sull’Arizona, e Quindi 138 contro 66 in quello sulla Pennsylvania.

La fazione ex/post/anti trumpiana, capitanata da Mitch McConnell, appare quindi avere in pugno il partito al Senato (che è la cosa più importante), ma risulta in netta minoranza alla Camera.

Al Senato con McConnell si sono schierati, oltre ovviamente a quei pochi senatori che non avevano mai accettato la leadership di Trump (Mitt Romney, Pat Toomey, Lisa Murkowski, Susan Collins), anche moltissimi che invece l’avevano lungamente assecondata: da Tom Cotton dell’Arkansas (l’autore di quel corsivo che chiedeva l’intervento dell’esercito contro i disordini dei movimenti “antifa” e “Black Lives Matter”, la cui pubblicazione sul New York Times a giugno era stata fonte di incredibili psicodrammi), a Tim Scott della South Carolina, importante punto di riferimento per gli afroamericani nel Grand Old Party, a quel Lindsey Graham che da presidente della Commissione Giustizia aveva lungamente collaborato con la Casa Bianca trumpiana anche per la conferma delle nomine alla Corte Suprema; e ancora Thom Tillis della North Carolina, John Cornyne, l’altro texano al Senato oltre a Cruz, Ben Sasse del Nebraska (che come Cruz era emerso cavalcando i “Tea Party”), Todd Young dell’Indiana, Rob Portman dell’Ohio, Roger Wicker del Mississippi…

Alla Camera si è invece schierato con la fazione trumpiana lo stesso capogruppo, Kevin McCarthy, e con lui oltre il 60% dei deputati repubblicani, tra i quali Paul Gosar dell’Arizona il quale ha provocato, associandosi a Cruz, il voto sulla certificazione dei voti elettorali del suo Stato.

Nella minoranza anti/post/ex trumpiana rientra invece Liz Cheney, figlia del Dick che fu vicepresidente accanto a George W. di Bush e che è la “House Conference Chair” del partito. Nella delegazione più grande, quella texana, solo 6 deputati contro 16 si sono schierati con lei: tra questi il neorieletto Dan Crenshaw, unico texano ad aver preso la parola alla convention nazionale del partito tenutasi a Charlotte, in North Carolina, ad Agosto.


Una considerazione a parte merita, infine, la posizione del vicepresidente uscente degli Stati Uniti, Mike Pence, che era chiamato a presiedere i lavori del Congresso in sessione congiunta.

In questi quattro anni Pence è stato al fianco di Trump silenziosamente ma lealmente, e fino a poche settimane fa non si sarebbe faticato a immaginarlo fra coloro disposti a “mettersi nella sua scia” anche dopo la sconfitta elettorale.

E invece, alla fine qualcosa si è rotto: Trump gli ha chiesto un gesto di fedeltà a dir poco estremo, addirittura rifiutarsi di mettere ai voti la vittoria di Biden in alcuni Stati contestati, e lo ha fatto anche pubblicamente (su Twitter) per ben tre volte nelle ultime 24 ore prima del voto; lui si è negato, fin lì non si poteva spingere. Ed è stato ripagato da Trump con una pubblica accusa di codardia (e in buona sostanza di tradimento).

Questo “congresso di partito”, insomma, la fazione ex/post/anti trumpiana, capitanata da McConnell, lo ha chiaramente vinto; ma la fazione “trumpiana a oltranza”, seppure sconfitta, non è certo annientata. Il percorso per la “de-trumpizzazione” della destra americana è appena iniziato, e non sarà né breve né semplice.

Uscito su Heraldo

giovedì 31 dicembre 2020

TAKE ME HOME



 
Era il 30 dicembre 1970: mezzo secolo fa. John Denver aveva appena 27 anni e non era certo una superstar. L’anno prima una sua canzone, Leaving on a Jet Plane, aveva avuto un buon riscontro nella interpretazione del trio folk Perer, Paul & Mary, e lui sulla scia di quel primo successo come compositore aveva tentato la fortuna anche come interprete, riuscendo a pubblicare con la RCA ben tre album in un anno, nessuno dei quali però aveva ottenuto grandi attenzioni. Nel dicembre del 1970 stentava ancora a riempire i 200 posti del Cellar Door, il club di Washington DC nel quale, in quella settimana fra Natale e Capodanno, era in cartellone tutte le sere come headliner.

Ancor più alle prime armi era il duo locale “Fat City” che in quelle serate post-natalizie si esibiva al Cellar Door come sua spalla: formato da Billy Danoff and Taffy Niver, marito e moglie poco più che ventenni, due sconosciuti di belle speranze per i quali era già molto aprire per un artista di serie B come John Denver. Il giorno prima, il 29 dicembre, i due gli avevano fatto ascoltare una canzone ancora incompleta che avevano abbozzato quasi per gioco mentre guidavano attraverso la campagna del Maryland per andare a far visita a dei parenti. 

Nonostante il genere non fosse affatto quello con il quale Danoff e Niver si misuravano abitualmente, per una volta avevano partorito una canzone country, sia per struttura musicale che per il testo pieno di riferimenti al mondo rurale dei monti Appalachi. I due erano talmente soddisfatti della loro composizione che sognavano di proporla a Johnny Cash. 

Nemmeno John Denver era un cantautore country. Veniva dalla gavetta nei club folk fricchettoni di Los Angeles, e registrava negli studi RCA di New York: in pratica i “meno country” fra tutti i circuiti musicali degli Stati Uniti. Il suo stile era più riconducibile al nuovo folk metropolitano alla Simon & Garfunkel che andava tanto di moda in quel passaggio fra gli anni Sessanta e i Settanta, con ammiccamenti pop-rock vagamente beatlesiani (il suo primo album conteneva una cover di When I’m Sixty-Four, il terzo una di Eleanor Rigby).

Eppure per quella canzone country ancora allo stato embrionale Denver aveva avuto un colpo di fulmine. I tre avevano fatto l’alba per completarla e arrangiarla, e l’indomani, in quella fatidica serata del 30 dicembre, fu lui a cantarla per la prima in pubblico.

Il pubblico andò in visibilio: non solo orecchiarono subito il ritornello e si misero a cantarlo, ma alla fine seguirono cinque minuti di standing ovation. Quella canzone aveva prodotto sin dal suo primissimo debutto quella magia per la quale ciascuno di noi la conosce, per esperienza personale: il trascinamento della folla in un rito liberatorio. Recentemente Dan McLaughlin, commentatore della National Review, ha così sintetizzato in un tweet:
Non capisci veramente che razza di inno è Take Me Home, Country Roads di John Denver finché non a ascolti dal vivo – cantata da chiunque, in qualunque contesto. Qualsiasi band da bar appena decente è in grado di suonarla. È vertiginosa ed evocativa, tutti conoscono le parole e una volta che il pubblico parte con il coro, le persone dimenticano l’imbarazzo.

Subito dopo le feste, John Denver tornò a New York e si affrettò a registrare il brano. Danoff e Nivert cantarono i cori, come quella sera al Cellar Door. L’arpeggio di banjo venne affidato a Eric Weissberg, lo stesso musicista che l’anno seguente avrebbe registrato un altro brano destinato a rappresentare musicalmente il mondo selvaggio degli Appalachi nell’immaginario collettivo: il  “duello di banjo” del film Deliverance (in italiano Un tranquillo weekend di paura).

Take Me Home, Country Roads uscì come singolo il 12 aprile del 1971. Ad agosto giunse al numero 2 della classifica generale di Billboard Hot 100 (seconda solo a How Can You Mend a Broken Heart dei Bee Gees), avendo già venduto un milione di copie. Negli stessi giorni Loretta Lynn, una delle più grandi dive del country, ne stava già registrando la sua versione (pressoché identica all’originale, solo senza percussioni: quasi come se fosse un pezzo bluegrass) per il suo diciottesimo album You’re Lookin’ at Country.

Era la prima di oltre duecento cover di quella che divenne immediatamente, e non ha mai smesso di essere, una delle canzoni country più popolari della storia, e una delle pochissime ad essere conosciute e amate da tutti anche fuori dagli Stati Uniti. È un cavallo di battaglia per i cori tra ubriachi all’Oktoberfest di Monaco di Baviera e persino in Cina è conosciutissima sin dagli anni Ottanta; nel 2018 una versione eseguita da una sconosciuta band newyorkese di nome Spank è stata utilizzata come colonna sonora del videogame distopico Fallout 76, che è ambientato in West Virginia: il video su Youtube attualmente ha 36 milioni di visualizzazioni.




È un bel paradosso quello che vede primeggiare in modo tanto eclatante una canzone country scritta e interpretata da dei perfetti outsider: il circuito dell’industria musicale di Nashville è infatti da sempre ossessionato dal legame con le proprie radici e le proprie tradizioni, e soprattutto è molto geloso del proprio controllo sui processi creativi e distributivi di tutto ciò che viene venduto come “country”.
 

John Denver dal canto suo, pur dovendo il proprio successo a quella canzone country, non abbandonò mai il proprio stile pop-folk, e registrò ben poche altre canzoni del genere; l’unica altra ad aver avuto un buon successo fu Thank God I’m a Country Boy, al n.1 in classifica nel 1975. In quello stesso anno la Country Music Association (istituzione che sta alla musica country come l’Academy sta al cinema) gli assegnò il premio più prestigioso cui un artista country possa ambire, quello di entertainer of the year; ma la sera della premiazione Charlie Rich, il cantante cui venne affidato il compito di annunciare “the winner is”, dopo aver letto il nome di John Denver diede polemicamente fuoco al biglietto in segno di disprezzo. 


Razionalmente, non dovrebbe essere tanto difficile accettare il fatto che quella canzone è uno splendido, riuscitissimo esempio di canzone country anche se l’interprete non è un cantante country. Ma emotivamente i due piani vengono spesso confusi, per una ragione piuttosto evidente: in questo caso l’interprete 
è la canzone. Senza di essa, John Denver così come lo conosciamo non sarebbe mai esistito. Non a caso l’autobiografia che pubblicherà nel 1994, tre anni prima di morire in un incidente aereo, si intitolerà proprio Take Me Home.

Quanto alla Country Music Association: nel 2016 ha si è fatta perdonare quell’episodio increscioso scegliendo proprio Take Me Home, Country Roads, assieme a On the Road Again di Willie Nelson e a I Will Always Love You di Dolly Parton, per un mashup interpretato da trenta star di Nashville, per celebrare il proprio cinquantennale.


C’è poi un paradosso nel paradosso: Take Me Home, Country Roads è di gran lunga la più celebre canzone a parlare dello Stato del West Virginia (ammesso che ne esistano altre), ma in realtà i suoi autori, pur avendo scritto quella che sembra essere una dichiarazione d’amore per quei luoghi, non vi avevano mai messo piede.
Come detto, l’ispirazione era venuta a Danoff e Niver durante un viaggio in Maryland; ma le tre sillabe di Ma-ry-Land non calzavano perché la metrica della canzone ne richiedeva quattro. Danoff in un primo momento aveva pensato di scrivere “Massachusetts”, lo Stato dove era cresciuto, ma alla fine la scelta era caduta sul West Virginia solo perché suonava meglio (“per quanto ne sapevo poteva anche essere in Europa”, ammetterà molti anni dopo). Lo stesso John Denver all’epoca non aveva alcuna esperienza del West Virginia: il suo luogo del cuore elettivo era invece duemila chilometri più a ovest, in Colorado (in omaggio alla cui capitale si era scelto “Denver” come cognome d’arte, essendo pressoché impronunciabile quello vero, Deutschendorf).
La canzone quindi non nacque da un’esperienza autentica del luogo che menziona; e in fin dei conti, a dispetto dell’incipit che contiene due riferimenti geografici virginiani ben precisi (il fiume Shenendoah e i Monti Blue Ridge), essa parla in realtà di un luogo immaginario. Forse anche da qui deriva il suo successo planetario: ben pochi sanno dov’è e com’è fatto il West Virginia, ma ognuno di noi si porta dentro la nostalgia di un qualche “altrove” lontano dalla città, un po’ sperduto, che ama come fosse “quasi un paradiso” e dove anela tornare per potersi “sentire a casa”. 

Uscito su Rolling Stone

lunedì 14 dicembre 2020

L'ERA BIDEN E IL FATTORE T

 

E così, nel bel mezzo della più grave pandemia dell’ultimo secolo, è accaduto ciò che a gennaio sembrava a dir poco improbabile, e che non accadeva dai tempi di Jimmy Carter (cioè da 40 anni): la Casa Bianca ha cambiato colore politico dopo soli quattro anni. Il voto di del Collegio elettorale verrà ratificato dal Congresso solo il 6 gennaio, ma da oggi Joe Biden è ufficialmente il vincitore di questa elezione. Finiti gli scrutini, terminati i riconteggi, concluse le dozzine di cause nei tribunali di ogni rango, possiamo finalmente osservare in controluce questa elezione, sulla base di numeri definitivi e di dati certi.

Nelle urne Biden ha ricevuto ben 81.284.716 voti popolari, divenendo il presidente più votato della storia; anche Trump ne ha ricevuti moltissimi, 74.223.367, divenendo il secondo candidato più votato della storia dopo Biden (nonché lo sconfitto più votato della storia). Il voto popolare, però, rileva esclusivamente in funzione del passaggio successivo, cioè quello nel Collegio elettorale, e lì l’elezione di Biden è avvenuta esattamente con gli stessi voti rispetto a quella di Trump quattro anni fa (306 contro 232). 

È vero che Trump nel 2016 ottenne quella vittoria pur avendo perso di quasi tre milioni nel voto popolare, mentre Biden ora ha ottenuto gli stessi 306 voti elettorali avendo battuto Trump di oltre sette milioni di voti. Se ci fermassimo a questo, potremmo dire che a parità di voti nel Collegio elettorale la vittoria di Biden è stata molto più ampia. Ma il sistema del Collegio fa sì che i voti siano rilevanti soprattutto in base a dove (in quale dei 50 stati) li si riceve: ha poca importanza il voto negli stati che si considerano già vinti (o persi) a priori, ed è invece cruciale il voto negli stati più in bilico, che fanno da ago della bilancia.

Ecco perché tre settimane fa il Washington Post titolava “Gli elettori che hanno consegnato la vittoria a Biden negli stati chiave non basterebbero per riempire il Rose Bowl, e questo influenzerà il suo modo di governare” (il Rose Bowl è lo stadio di Pasadena, che ha poco più di 90mila posti). La ragione di questa lettura è la medesima che quattro anni fa portava a evidenziare che Trump andava alla Casa Bianca “grazie a 80mila voti in tre stati”.

Le tre vittorie con margine più esiguo (meno di un punto percentuale di vantaggio) Trump le aveva conseguite in Michigan per 10.704 voti (con un margine dello 0,22%), in Pennsylvania per 44.284 voti (+0,72%), e in Wisconsin per 22.748 (+0,76%). Analogamente, Biden non avrebbe vinto senza i voti elettorali di Arizona, Georgia e Wisconsin, nei quali l’ha spuntata, rispettivamente, per 10.457, 11.779 e 20.682 voti popolari (con margine, rispettivamente, dello 0,31%, dello 0,24% del 0,63%). Politicamente la vittoria di un candidato democratico è eclatante in stati come la Georgia e l’Arizona, nei quali la vittoria dei repubblicani era la imperturbabile normalità ormai da decenni; ma sul piano quantitativo si tratta di vittorie fragilissime: nel complesso in quei tre stati 42.918 voti in tutto, poco più della metà di quelli grazie ai quali Trump vinse nel 2016. Sedendovi solo quegli elettori, lo stadio di Pasadena sarebbe mezzo vuoto: li si potrebbe accomodare anche ora, in tempo di distanziamento sociale.

(via The Washington Post)

Vi sono poi altri risultati che potrebbero influenzare ancor di più il modo in cui Biden governerà. Quello più importante non è ancora deciso: si tratta della maggioranza al Senato, che i democratici potrebbero non aver espugnato. Dipende tutto da come andrà il ballottaggio che si concluderà il 5 gennaio per entrambi i seggi senatoriali in Georgia: se i candidati del suo partito non la spuntassero Biden si troverebbe sotto scacco da parte di Mitch McConnell, attuale leader repubblicano al Senato, abile e spregiudicato stratega. Alla Camera invece il partito di Biden la maggioranza l’aveva e l’ha mantenuta, ma perdendo molto terreno: alle ultime elezioni (quelle del 2018) i democratici avevano ottenuto 235 seggi su 435, ora invece ne avranno non più di 224: cioè una maggioranza di appena 6, perdendone una dozzina rispetto a 2 anni fa (qui i sondaggi hanno fallito miseramente: pronosticavano che ne avrebbero guadagnati una buona quindicina).

E fra appena due anni si rivota: per le elezioni di metà mandato, che tendono a premiare quasi sempre il partito di opposizione ma ultimamente lo hanno premiato di più quando si trattava del Partito repubblicano. Quando Obama si insediò nel 2009 i democratici avevano 59 senatori e 256 deputati, e i repubblicani venivano descritti come sull’orlo dell’estinzione (memorabile la cover story di Time sul tema); ma appena due anni dopo, alle Midterm del 2010, i repubblicani realizzarono la loro più grande vittoria elettorale parlamentare dell’ultimo secolo, strappando ai democratici la bellezza di 66 seggi, perdendone tre quindi con un vantaggio netto di 63. I democratici in quell’occasione tennero al Senato; ma lo persero alle successive Midterm, quelle del 2014, nelle quali persero anche ulteriore terreno alla Camera (i repubblicani vinsero 247 seggi, un guadagno netto di 13). Con questi precedenti, può Biden aspettarsi qualcosa di buono dalle Midterm del 2022?

(via Forbes)

A questo si aggiunge un problema senza precedenti: il fattore T. 

Trump non ne vuole sapere di seguire la consuetudine che vede uscire di scena lo sconfitto alle presidenziali. Sta facendo di tutto per non abbandonare la ribalta. Dopo il 20 gennaio, quando non potrà più farlo dalla Casa Bianca, potrà inventarsi qualcos’altro; magari rimettendo in cantiere il progetto, al quale si dice lavori da anni, di una media company tutta sua che faccia concorrenza da destra a Fox News. In ogni caso, sembra puntare a una campagna elettorale permanente per costruirsi un inedito ruolo di leader dell’opposizione che mai nessuno sconfitto aveva rivestito nella storia degli Stati Uniti. Difficile dire fino a che punto ci riuscirà; ma ancora più difficile è prevedere quanto questo potrà nuocere a Biden (posto che è stando all’opposizione, senza il peso di responsabilità di governo, che un personaggio come Trump riscuote più consensi), e quanto invece gli potrà giovare. Dopotutto ci siamo ripetuti mille volte che questa elezione è stata un referendum su Trump, e che il voto per Biden è stato soprattutto un voto contro Trump; il fatto che Biden sia andato meglio rispetto a come il suo partito è andato nell’elezione al Congresso (e simmetricamente Trump sia andato peggio del Partito repubblicano) non sembra certo smentire questa lettura. Chissà, forse avere ancora lo spauracchio Trump in scena nei prossimi mesi e nei prossimi anni potrebbe paradossalmente servirgli da sponda.

Infine c’è un problema che è sotto gli occhi di tutti, ma del quale si parla poco e sottovoce, probabilmente perché non c’è un modo elegante per dirlo: Biden ha 78 anni suonati, sono tanti e li dimostra tutti.  Quando nel 2008 John McCain veniva accusato dall’entourage Barack Obama di essere troppo anziano per diventare presidente, ne aveva 72.  Nessuno è disposto a credere che nel 2024 si potrà candidare per quel secondo mandato che normalmente sarebbe fisiologico. La sua rischia perciò di essere una presidenza zoppa sin dal primo giorno; a meno che non se la giochi facendosi forte del fatto che, proprio perché è a un passo dalla pensione, non ha più niente da perdere.  

Trump invece ne compirà 78 proprio nel 2024, ed essendo stato alla Casa Bianca per un solo quadriennio avrebbe il diritto di ricandidarsi per un secondo, come già indica di voler fare. Sempre che prima torni a candidarsi alle primarie del Partito repubblicano, e riesca nuovamente a vincerle. Per ora sta raccogliendo un sacco di soldi, che è una cosa che nella vita ha imparato a fare benino. Poi si vedrà.

uscito su Wired

giovedì 20 agosto 2020

THE WEST WING - LEGGERE ATTENTAMENTE LE AVVERTENZE

 


"In America non abbiamo governi ombra o governi di opposizione in attesa di subentro. Quello che abbiamo invece è The West Wing, la serie della Nbc sullo staff della Casa Bianca”. Così 18 anni fa un pezzo uscito sul New Yorker definiva il rapporto quasi ossessivo della politica americana nei confronti della più idolatrata e mitizzata serie televisiva a essa dedicata.

Era una serie ambientata in quegli anni, ma “in un universo semi-contemporaneo nel quale il World Trade Center non è mai crollato” e nel quale alla Casa Bianca al posto di George W. Bush sedeva la sua perfetta, geometrica antitesi. Jed Bartlet, il presidente democratico che Bill Clinton non era stato, il presidente degli Stati Uniti perfetto secondo l’immaginario collettivo tradizionale: intelligentissimo, di un’intelligenza non da Principe di Machiavelli ma da filosofo platonico (prima ancora di divenire presidente ha vinto il Nobel per l’Economia); non solo scevro da ipocrisie, ma ancorato a un’integrità morale iperbolica al limite della santità, esente da vizi e scandali, e per di più segretamente afflitto dalla sclerosi multipla.

Un soggetto del genere sarebbe facilmente risultato oleografico e melenso se realizzato da una mente meno che geniale; uscì invece un capolavoro grazie al talento impressionante di quell’Aaron Sorkin che aveva debuttato appena ventottenne scrivendo (sui tovagliolini di un bar, narra la leggenda) l’opera teatrale A Few Good Men, poi trasfusa nell’omonimo film di Bob Reiner del 1992 con Tom Cruise, Demi Moore e Jack Nicholson (in Italia Codice d’onore), ma che proprio grazie a The West Wing, in un’epoca nella quale la tv era ancora considerata un campionato di serie B, si sarebbe fatto conoscere come uno degli sceneggiatori più dotati della sua generazione.

Sorkin, che come cavallo di battaglia vanta dialoghi ipnotici quanto verbosi (“mi avevano chiesto di iscrivermi a Twitter, come fanno molti sceneggiatori, ma non mi va: non credo di essere capace di scrivere nulla in 140 caratteri”, ha detto una volta), scrisse solo le prime quattro stagioni della serie, per poi passare la mano a uno staff di suoi surrogati e tornare a dedicarsi al cinema, sul quale all’epoca le produzioni televisive non avevano ancora avuto il sopravvento (nel 2007 firmò La guerra di Charlie Wilson di Mike Nichols, con Tom Hanks e Julia Roberts; nel 2010 The Social Network di David Fincher, il film sull’invenzione di Facebook che gli valse un meritato Oscar).

The West Wing aveva esordito sul piccolo schermo contestualmente all’elezione di Bush e sarebbe andata in onda per sette anni sino al 2006, cioè immediatamente prima dell’ascesa di Barack Obama (alla cui presidenza avrebbe invece fatto da contrappunto la ben diversa House of Cards, un coagulo di disillusione e cinismo, ferocia sanguinaria e spregiudicatezza luciferina, il trionfo di quella carogna di Frank Underwood che è l’antitesi di Bartlet e incarna lo smascheramento della pia illusione della sua West Wing). E a proposito di Barack Obama: proprio nella settima e ultima serie di The West Wing al presidente Bartlet subentra un successore molto giovane, palesemente ricalcato a sua immagine e somiglianza, che sembra veramente anticipare la realtà; l’unica differenza è che anziché essere afroamericano è latino (si chiama Matt Santos) – e anche questo è tipico della serie, i latinoamericani avevano da poco sorpassato gli afroamericani, quindi in teoria aveva più senso un Obama latinoamericano.

Ed ecco un altro elemento fondamentale di The West Wing: l’attitudine profetica, ma anche i suoi limiti (che talvolta i suoi fan trascurano). La giornalista e scrittrice Guia Soncini ha recentemente scritto che in quella serie “c’era già tutto, da «troveremo la cura per il cancro» detto in un comizio alle assunzioni degli insegnanti al timore d’una pandemia ai vaccini alla predisposizione dell’elettorato a offendersi alla smania dell’internet di dir la sua”. C’è del vero, ma è altrettanto vero che nulla in The West Wing ha mai suggerito, né agli addetti ai lavori né ai semplici appassionati, la eventualità dell’elezione di un presidente come Donald Trump. Che, scusate, non è un dettaglio di poco conto.

Anzi: chissà che proprio l’influenza dei canoni tramandati didascalicamente dal culto pagano di The West Wing non abbia contribuito a fuorviare le nostre analisi. Caro Aaron Sorkin, forse in fondo è anche un po’ colpa di quel tuo maledetto capolavoro se in tanti quattro anni fa abbiamo miseramente fallito nella previsione: guarda caso, spesso chi ha fallito con maggior ardire apparteneva proprio alla setta dei westwingers italici.

In Italia la serie non ha mai fatto grandi numeri, forse perché presuppone una comprensione della politica americana che mal si concilia con il rozzissimo luogocomunismo al quale la vulgata nostrana ci ha purtroppo abituati quando si parla di politica a stelle e strisce. Inoltre dopo essere stata inizialmente trasmessa da Rete 4, migrò per un po’ su Sky (canale Fox), per poi finire nella nicchia di canali secondari come Steel e Arturo, e infine definitivamente fuori dai canali legali, nella catacomba dei download pirata, senza più il doppiaggio e quindi a uso e consumo dei quattro gatti che padroneggiavano a sufficienza la comprensione della lingua inglese. Da cui una fisiologica acutizzazione della sindrome da setta di iniziati, a volte persino un po’ snob, che aveva finito per caratterizzare la esigua comunità dei suoi pochi ma raffinatissimi spettatori italiani. Con il tempo la chiusura in una bolla, in una echo chamber, è stata fatale, portando alla miopia i fortunati che potevano essere destinati a vedere più lungo degli altri.

Ben venga quindi il colpo di scena: quando ormai avevamo perduto ogni speranza, in una stagione in cui l’elitarismo non paga, The West Wing in versione comodamente e pigramente doppiata è salita alla ribalta della visione per tutti, libera e mainstream, grazie ad Amazon Prime Video.

Approfittatene. Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali americane, guardatela. Gustatevela. Usatela. Anche se non aveva previsto Trump. Basta tener presente che si tratta di una narrazione che spiega, e persino insegna, la politica americana non come era un tempo e purtroppo non è più, bensì semmai come dovrebbe essere in teoria (ma forse non è mai stata realmente – non compiutamente, non del tutto). Basta saperlo, e non scordarlo mai. Buona visione.

Uscito su Wired

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