mercoledì 4 agosto 2010

49 CANDELINE E... UNA “NON-COSA”


Oggi su Liberal:

CATTIVO COMPLEANNO, MR. PRESIDENT
Oggi Barack Obama compie 49 anni, ma non è tempo di festeggiare
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di Alessandro Tapparini
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Quando oggi Barack Obama soffierà le quarantanove candeline sulla sua seconda torta di compleanno presidenziale, i fotografi avranno il loro bel da fare per non inquadrare le fosche nubi che si addensano sullo sfondo. Mancano solo tre mesi dalle elezioni di medio termine, e pare che i repubblicani si accingano a riprendere il controllo di tutto il Congresso, non solo alla Camera ma anche al Senato.
Le mid-term elections servono ad eleggere tutti i deputati ed un terzo dei senatori. Di fatto, però, ad essere in gioco è soprattutto la Casa Bianca, sia perché il parlamento che ne esce stabilisce i limiti del suo potere nel biennio a seguire, sia perché l'esito delle urne è vissuto come un referendum per stabilire se a due anni dall'elezione del presidente la gente ritiene di star meglio o peggio. Va da sè, quindi, che quando l'economia va male la batosta è garantita per il partito al governo.
Larry J. Sabato, venerato politologo della Università della Virginia, sostiene che se si votasse oggi i democratici ne uscirebbero dissanguati da una emorragia di una trentina di seggi alla Camera e di sei-sette al Senato: come quella subita da George W. Bush al culmine della sua impopolarità, nel novembre del 2006. Obama si vedrebbe così trasformato, a tempo di record, da presidente più osannato degli ultimi decenni ad “anatra zoppa”.
Certo, anche Bill Clinton nel 1994, pur essendo stato eletto appena due anni prima con una maggioranza trionfale (aveva inflitto a Bush padre la quarta più grave sconfitta elettorale mai riportata da un presidente uscente, anche se in parte grazie alla candidatura terzista del miliardario texano Ross Perot), subì alle sue prime midterm una disfatta che ne segnò irreversibilmente la presidenza: i repubblicani conquistarono ben 54 seggi alla Camera ed otto al Senato. Clinton, però, se la vide con un'opposizione in forma smagliante, capitanata da un leader tostissimo (Newt Gingrich) e dotata di un programma preciso e coerente (il “Contract with America”), tant'è che quella campagna viene ricordata nientemeno che come Republican Revolution.
Obama invece beneficia di una opposizione divisa e sfaldata, e del tutto sprovvista di leadership: per la pronosticata debacle non avrebbe quindi attenuanti.
Secondo Sabato, i democratici hanno un unico precedente a cui potersi rifare. Nel 1982, Ronald Reagan testava la sua popolarità due anni dopo aver fatto riconquistare ai repubblicani non solo la Casa Bianca, ma anche molti seggi in parlamento e addirittura la maggioranza al Senato, dove erano stati all’opposizione da un quarto di secolo. La perdurante recessione economica (con disoccupazione attorno al 10%, proprio come oggi) lasciava presagire una catastrofe per il partito del presidente. I repubblicani puntarono su una campagna di spot televisivi giocati sullo slogan “e dài, diamogli una possibilità” (Let's give the Guy a chance), quasi si rivolgesse a dei ragazzini impazienti, rassicurandoli facendo leva sulla chiave di volta della retorica reaganiana: l'ottimismo. Il disastro fu scongiurato. A novembre i neoletti democratici furono ben cinquantasette, mentre quelli repubblicani furono solo ventiquattro; ma i repubblicani persero solo 26 seggi alla camera, meno della metà di quelli pronosticati; e miracolosamente non persero nemmeno un seggio al Senato, anzi addirittura ne conquistarono uno in più. E' questo “il solo caso in epoca moderna” – enfatizza Sabato – in cui in tempi di crisi economica il partito al governo ha ottenuto una “mezza vittoria” alle midterm.


L'attuale strategia di Obama non sembra però orientata su quel modello. Pare semmai basata sulla considerazione che i sondaggi attribuiscono un alto tasso di impopolarità anche all'opposizione repubblicana.
A maggio, Howard Fineman di Newsweek (testata più che benevola nei confronti del presidente) notava che mentre la campagna con la quale Obama ha conquistato la presidenza era positivamente incentrata sul futuro (speranza, cambiamento, ottimismo, superamento delle divisioni), quella per le elezioni di medio termine è negativamente incentrata sul passato recente, sullo spauracchio di un ritorno a ciò di cui due anni fa la maggioranza degli elettori decise di sbarazzarsi. Per rendere l'idea, Fineman citava un comizio newyorkese in cui il presidente aveva paragonato il proprio compito al “rimettere in strada l'automobile finita in un fosso” solo per ricordare che erano i repubblicani a tenere il volante quando l'auto era finita fuori strada.
Concorda Michael Scherer, corrispondente dalla Casa Bianca per TIME, secondo il quale il messaggio di Obama è: non chiedetevi se state meglio di due anni fa, ma quanto peggio potreste stare se non aveste scelto me. Cita un suo comizio in Winscosin lo scorso giugno : “lo so, a volte la gente non ricorda quanto male andavano le cose e quanto male avrebbero potuto andare”. Il risultato che il presidente rivendica non è quello di aver prodotto un miglioramento, bensì di aver impedito un peggioramento: “Invece di dare una cosa, avrebbe garantito una non-cosa”.
Scontato il rincaro del conservatore Wall Street Journal: “ 'lo sappiamo che state peggio di due anni fa, ma non è colpa nostra' non è un argomento granché seducente, anche a voler concedere che possa essere fondato. In questo modo, la campagna del 2008 'Hope' (speranza) cede il passo nel 2010 ad una della serie 'Fear' (paura)”.
La conferma è giunta venerdì scorso, quando Obama, affiancato da Sergio Marchionne, ha tenuto un comizio presso lo stabilimento di Jefferson North (appena fuori Detroit) della Chrysler, una delle due case automobilistiche – l'altra è la GM – salvate da un mega intervento statale da 60 miliardi di dollari, duramente contestato dall'opposizione repubblicana. Parlando agli operai scampati al licenziamento, e rivendicando il fatto che nel settore dell'auto sono riprese le assunzioni (peraltro anche presso la Ford, che non ha beneficiato di quel “salvataggio” statale...), il presidente ha voluto “ricordare che se al governo fosse andata certa gente, tutto ciò non sarebbe accaduto. Questa fabbrica, ed il vostro posto di lavoro, oggi forse non esisterebbero”.
Gli operai della Chrysler lo hanno applaudito entusiasticamente. Presto sapremo se l'argomento avrà fatto breccia nella platea, ben più vasta e composita, dei contribuenti dalle cui tasche sono usciti quei 60 miliardi.

venerdì 2 luglio 2010

AFGHANISTAN, UN ANNO DOPO

Stanotte ricorre il primo anniversario dell'operazione "Colpo di spada", la gigantesca offensiva militare lanciata nella valle dell'Helmand nella notte tra il 1 e 2 luglio 2009.
Un anno fa molti rifiutarono di capire cosa stava succedendo.
Un anno ( e un surge, e un secondo cambio di comandante in capo) dopo, non si vede ancora la luce in fondo al tunnel.
Però, chissà.

giovedì 24 giugno 2010

MASTER AND COMMANDER (IN CHIEF)


Stavolta il Presidente Obama ha veramente giocato il Jolly.
Questa storiaccia delle dichiarazioni insolenti del Generale McChrystal era capitata proprio nel momento sbagliato. Per dirla con Maurizio Molinari:
“Peter Orszag, capo dell’ufficio Bilancio della Casa Bianca e garante dei conti pubblici, abbandona il prestigioso incarico per sposarsi con una star della tv Abc, mentre il capo di gabinetto Rahm Emanuel è obbligato smentire le voci di dimissioni da lui stesso alimentate. Senza contare che un tribunale federale boccia la moratoria delle trivellazioni ordinata da Obama nel Golfo del Messico, Pechino annulla all’ultimora una visita del ministro della Difesa Gates negando l’atterraggio al suo aereo e Mosca riguadagna influenza in Asia Centrale e Europa dell’Est. Che si tratti di gestione del proprio team, dell’emergenza della marea nera o di politica estera Obama appare ovunque sulla difensiva, bersagliato da dissensi e smacchi sempre più evidenti”.
Bel quadretto, non c'è che dire.
E ora, anche il supergenerale che sparla dei suoi capi senza ritegno.

Lasciandolo al suo posto Obama si sarebbe esposto al rischio di non saper difendere la propria autorità – per non parare di quella del suo vice.
Silurandolo rischiava di rendersi responsabile della decapitazione dell'operazione bellica afghana proprio nel momento più critico.
Il dilemma non era solo fare la cosa giusta, ma anche – forse soprattutto – farla nel modo giusto, nel modo appropriato per un credibile Commander in Chief.

Mentre McChrystal arrivava alla Casa Bianca per la resa dei conti, Lexington osservava:
“La preoccupazione per il lungo periodo è che nonostante tutto il da fare che Obama si è dato per tenere il punto in questo ambito – tenendo Robert Gates come ministro della difesa, evitando di commettere l'errore di Bill Clinton di intervenire troppo rapidamente sui diritti dei gay nell'esercito, intensificando la “guerra giusta” in Afghanistan nonostante tutti i rischi e le proteste dell'ala sinistra del suo partito – gli americani potrebbero ugualmente finire ancora una volta per pensare, come fecero prima che la situazione in Iraq si inasprisse, che I democratici sono meno bravi dei repubblicani nel gestire le forze armate e nel badare alla sicurezza nazionale. Il che potrebbe non influenzare più di tanto le imminenti elezioni di medio termine, che saranno piuttosto dominate dalle preoccupazioni per la situazione economica, ma potrebbe contare parecchio nel 2012, dato che per allora il Generale David Petraeus potrebbe essere sceso in politica”.

È stata senza dubbio la miglior mossa possibile quella infine azzardata dal presidente: come suggerito da Bill Kristol, e anche da Tom Ricks di Foreign Policy senza però osare pronosticarlo, Obama ha defenestrato McChrystal e lo ha sostituito proprio con il leggendario Petraeus.
Il che riduce al minimo ogni possibile diffidenza o critica, posto che pochi sarebbero disposti a mettere in dubbio che l'eroe del surge iracheno (nonchè massimo teorico in circolazione della “cointerinsurgency”) sia “più bravo” del suo ex sottoposto che va a rimpiazzare.
E al contempo disinnesca il rischio di un rivale pericoloso alle prossime presidenziali (stesso schema di gioco utilizzato mettendo Hillary al Dipartimento di Stato).
Aggiungiamoci pure il fatto che il rimpiazzo di McChrystal è un personaggio talmente popolare ed "ingombrante" che piazzandolo lì il presidente gli rifila la responsabilità dell'impresa agli occhi dell'opinione pubblica, ed evita così di metterci troppo la faccia (le cose non stanno andando benissimo, non si sa mai).
Un piccolo capolavoro: chapeau.

Per la seconda volta in tre anni King David dovrà fare il deus ex machina e salvare un presidente dal baratro di una guerra persa. In fondo per concedere l'agnonato "bis" si tratta solo di vincere in un anno quello che non si è riusciti a vincere in otto, ed è fatta.

PS: al Foglio la palma per il miglior titolo.

martedì 22 giugno 2010

"PAPA" WAS A ROLLING STONE?

“Appena mise piede nello Studio Ovale, Obama […] ordinò un incremento di 21mila soldati a Kabul, il più ingente dall’inizio della guerra nel 2001, e – su consiglio del Pentagono e dello Stato Maggiore dell’esercito - rimosse dall’incarico il generale David McKiernan – che all’epoca era il comandante in capo delle forze NATO in Afghanistan – e lo sostituì con un uomo che non conosceva ed aveva incontrato appena: il generale Stanley McChrystal.
Era la prima volta che un generale con un incarico di massimo livello veniva rimosso in tempo di guerra in più di mezzo secolo, dai tempi in cui Harry Truman fece fuori il generale Douglas MacArthur nel bel mezzo della guerra di Corea”.

È uno stralcio del pezzo del reporter freelance Michael Hastings pubblicato sul nuovo numero di Rolling Stone (che – lo preciso per i tre disadattati che lo ignorassero – è da sempre la “bibbia” degli appassionati di musica rock, ma ha anche ampie velleità politico-culturali “alternative”), che in queste ore sta tenendo banco oltreoceano al punto da oscurare le polemiche sulla perdita di petrolio nel Golfo del Messico.

In un ritratto di Guido Olimpio all'indomani della sua nomina, si leggeva: "Per molti dei suoi uomini il generale Stanley McChrystal è «il Papa». ascetico, un pranzo al giorno - di solito una cena leggera -, amante del jogging e del parlar chiaro".
Ecco: sul "parlar chiaro" del "Papa" McCrystal - e soprattutto di qualche suo chierichetto - è ora insorto un problemino. Il pezzo di Rolling Stone riporta varie dichiarazioni del Generale, e più ancora di suoi (anonimi) collaboratori, in cui si spara merda a tutto spiano sul presidente (al quale si imputa un approccio impreparato ed improvvisato), sul vicepresidente (canzonato come un politicante aggressivo ma inconcludente), e sui vertici dell’amministrazione, dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale (“un clown”) all’inviato della Casa Bianca in Medio Oriente (“sa che stanno per licenziarlo e questo lo rende pericoloso”).
Del resto è comprensibile che trent'anni di servizio alle Operazioni Speciali insegnino molte cose, ma non a tenere le pubbliche relazioni (puoi essere un mago nel fottere i terroristi, ma i giornalisti e i politici sanno essere anche più insidiosi...).

Quel che è peggio non sono le singole dichiarazioni, ma il tenore complessivo del pezzo, da cui si evince che secondo McChrystal le operazioni in Afghanistan non starebbero funzionando per colpa “dei politici”, dei soliti parolai di Washington che sgomitano solo per spartirsi il potere e non mettono i militari in condizioni di fare il loro lavoro.

"Il Papa" è stato convocato d’urgenza alla Casa Bianca (una semplice videoconferenza non sarebbe stata abbastanza umiliante); tutti i commentatori si aspettano che si presenti con le dimissioni in mano, e pronosticano che il presidente dovrà accettarle per non fare la figura del bamboccio (anche perché a quanto pare l'episodio, oltre che disdicevole, è anche sanzionabile ai sensi del Codice Unico di Giustizia Militare, il che complica le cose).

Dissente Toby Harnden del Telegraph, che fa notare come in realtà la scelta di dare un calcio in culo a McChristal sarebbe in questo momento la scelta più facile, mentre Obama mostrerebbe di aver molto più fegato lasciandolo dov’è.

In effetti è un bel dilemma: il presidente passa più da fesso a chiudere l’incidente con delle semplici scuse, mostrando di essere un Commander in Chief con poco polso (luogo comune che perseguita sempre i presidenti democratici, e quello attuale più di altri), oppure a far fuori il generale screanzato, ammettendo con ciò di aver scelto l’uomo sbagliato per un ruolo tanto cruciale (il che, poi, probabilmente non è nemmeno vero)?
Del resto, se morto un "Papa" se ne fa un altro, è pur vero buttare fuori McChrystal proprio adesso che in Afghanistan la situazione è "al limite" potrebbe avere conseguenze molto pesanti, posto che l’operazione in corso, non dimentichiamolo, è in buona parte una sua “creatura”.
Secondo me alla fine lo lasceranno stare.
Si accettano scommesse.

venerdì 11 giugno 2010

IL MITO DI MR. "HOPE" & "CHANGE" E' ESAURITO. E ORA?



Oggi su L'Occidentale:

Shepard Fairey è il quarantenne grafico e “artista di strada” che nel 2008 creò la fortunatissima immagine di Barack Obama rielaborata in stile pop-art ed accompagnata dalla scritta HOPE (speranza), divenuta la principale icona dell’obama-mania in campagna elettorale e non solo (l’originale è oggi esposto alla Smithsonian’s National Portrait Gallery di Washington).

Fairey è quindi a sua volta un personaggio-simbolo, un emblema vivente della componente di innovazione, rottura e “spinta dal basso” che ha caratterizzato l’elezione di Obama (non a caso creò l’opera che lo ha reso celebre senza curarsi di chiedere il consenso alla Associated Press, proprietaria dei diritti sulla fotografia da lui utilizzata, il che ha condotto alla solita, inevitabile causa).
Ebbene: in una recente intervista, Fairey si dice deluso da Obama, in quanto a suo dire “non si sta dando abbastanza da fare” e “non sta venendo a capo” della sua impresa.

Affermazione tanto più suggestiva, ove si consideri che il contesto dell’intervista è la sua nuova mostra newyorkese, intitolata "May Day", incentrata sul tema dell’immobilismo della vecchia politica di Washington – proprio quella cui Obama aveva promesso di dare un bel “taglio”.

Negli stessi giorni, il Los Angeles Times (autorevole testata non certo di orientamento conservatore) se ne esce con un pezzo il cui titolo sembra preso dalla prima pagina di Libero: “E’ rimasto ancora qualcuno che la Casa Bianca di Obama non ha ancora “comprato” dandogli un “posto”? Se sì, alzi la mano”. La tesi, se non si fosse capito, è che l’attuale amministrazione sta tentando di gestire il dissenso “sistemando” con uno strapuntino ogni potenziale rompiscatole in circolazione, come nelle migliori tradizioni della vecchia e cinica politica politicante. Un modo di lavorare molto in linea con la politica di Chicago nella quale Obama si è formato, ma molto distante dall’immagine di “speranza” e “cambiamento” che era riuscito a costruirsi e alla quale i suoi elettori si erano tanto affezionati.

A proposito di immagine: l’articolo del L.A. Times è commentato sul sito The Daily Beast (che raccoglie opinioni ed analisi di tendenza repubblicana moderata, centrista e bipartisan), da Mark McKinnon. Ex cantautore country-rock, poi esperto di comunicazione pubblicitaria e politica, McKinnon , oltre a curare l’immagine di personaggi come Bono ed il campione di ciclismo Lance Armstrong, ha lavorato ad entrambe le elezioni di George W Bush alla Casa Bianca. Nel 2007 è stato uno dei più stretti collaboratori di John McCain. Ha fatto parte dei cosiddetti “cinque di Sedona”, la ristretta cerchia di fedelissimi che non hanno abbandonato il senatore dell’Arizona nemmeno nel momento più difficile della campagna preliminare alle primarie. Poi, nel maggio del 2008 – proprio quando McCain aveva ottenuto la candidatura e la sua impresa cominciava a sembrare meno disperata del previsto – si dimise perché, disse, apprezzava il “grande messaggio” che sarebbe potuto scaturire dall’elezione di Barack Obama, e non intendeva lavorare contro un simile avversario. Insomma, si tratta non solo di un esperto di comunicazione politica, ma anche di un personaggio che incarna molto bene le aspettative di quell’elettorato indipendente non stabilmente schierato dalla parte dell’attuale presidente, ma nemmeno pregiudizialmente a lui ostile, ed anzi incline a nutrire nei suoi confronti una pur cauta simpatia, o comunque ad auspicare, seppur in modo non acritico, che Obama lavori bene, perché in caso contrario ci rimetterà tutto il Paese.
Ebbene: McKinnon prende a pretesto l’articolo del L.A. Times per fare il punto sul fatto che una porzione ormai determinante di elettori si sta assestando sul versante dei “delusi”, nel senso che sta rivedendo la propria opinione/percezione di Obama, declassandolo da eroe del cambiamento a personaggio tristemente riconducibile agli schemi della solita “vecchia” politica, fatta di compromessi con i poteri forti, di accordi sottobanco, di promesse non mantenute. Come piccolo sintomo di questa tendenza, McKinnon segnala che nei sondaggi della Pew del settembre del 2008 (subito prima dell’elezione del nuovo presidente) e del febbraio del 2009 (subito dopo la sua entrata in carica), le parole “hope” (speranza) e “hopeful” (speranzoso, ma anche “che dà speranza”) erano tra le 10 più gettonate fra quelle che la gente diceva di associare ad Obama. Ad aprile dell’anno scorso erano scese al 15esimo posto. A gennaio di quest’anno “hopeful” era al n.34, dopo “comunista”, “arrogante” e “deludente” (se non altro, “intelligente” è sempre salda al primo posto in classifica).

“Qualche mese fa” scrive McKinnon “pensavo che per Obama le cose non potessero andar peggio. E invece sono peggiorate, e molto”. In effetti, lo sgonfiamento della “bolla” obamiana è ormai un dato di fatto. Già nel settembre dell’anno scorso si cominciarono a registrare (e analizzare) cali di popolarità tra i più repentini nella storia della Casa Bianca. Poi è venuto lo smacco delle elezioni suppletive in Massachusetts; seguito però dalla approvazione della riforma sanitaria, che ci si aspettava segnasse un punto di svolta e di “risalita” del tasso di popolarità del presidente. Non è stato così. Alla fine di maggio la rilevazione del tasso di popolarità del presidente ha registrato un nuovo record negativo nei sondaggi della Gallup (46%), così come il tasso di approvazione nella rilevazione Rasmussen (42%). Nessun presidente nella storia – ricorda McKinnon – è mai stato rieletto con un tasso di approvazione inferiore al 47%.

Certo, la rielezione dista ancora un paio d’anni e molte cose possono accadere da qui al 2012. Lo scorso settembre Stanley Fish notava sul New York Times che la forza residua di Obama risiedeva nel fatto di comparire come un gigante attorniato da nanetti, di fronte all'opposizione ma anche dentro la sua amministrazione e dentro al suo partito: "come il Giulio Cesare di Shakespeare, domina il panorama politico come un colosso"... ma solo per mancanza di antagonisti. Difficile dire quanto a lungo può ancora protrarsi questo tipo di vantaggio.

E intanto, le elezioni di medio termine sono ormai dietro l’angolo.

lunedì 31 maggio 2010

IT’S THE ECONOMIST, STUPID


Nel raccontare l'America, l’Economist è senza dubbio la miglior testata non-americana; sicché qui si segue con un pizzico di apprensione l'intenso turnover nella titolarità della mitica rubrica “Lexington”, a lungo egregiamente curata dal bravissimo Adrian Wooldridge che appena dieci mesi fa la lasciò per rimpatriare a Londra da dove ora si occupa di “global business” (qui la sua nuova rubrica).
Poiché l’anno scorso questo blog fu il primo, nel suo piccolo, a segnalare ai lettori italiani (non senza una certa malinconia) l’avvicendamento a quella “postazione”, è oggi doveroso segnalare che, a distanza di appena dieci mesi, Lexington sta di nuovo per “cambiare identità”: a Robert Guest, che nel 2009 prese il posto di Wooldridge, succede ora Peter David, il quale a sua volta era succeduto a Wooldridge nel dirigere la redazione americana del settimanale, dopo essersi lungamente occupato di Medio Oriente.

Qui l’addio del Lexington uscente “ad interim”, e qui la autopresentazione di quello nuovo entrante (“l’ultima volta che ho firmato una corrispondenza da Washington, il presidente era Ronald Reagan… scrivevamo i nostri pezzi con la macchina dattilografica e li passavamo a Londra con una telescrivente… c’erano l’Unione Sovietica e la Guerra Fredda… gli americani mandavano i marines in Libano… anche allora si faceva un gran parlare di declino della potenza americana: il paese era terrorizzato dall’idea di perdere terreno sul piano dell’economia, della scienza e dell’innovazione, anche se allora si temeva l’avanzata del Giappone, la Cina non se la filava nessuno… Barack Obama era uno studente alla Columbia University, nel pieno dei suoi anni di formazione e di “ascetico” abbandono delle droghe e dell’alcol e passaggio verso un futuro da “persona seria””).

Camillo, stavolta molto attento alla novità, la segnala come una probabile buona notizia, non avendo trovato memorabile il “nuovo” Lexington di questi dieci mesi - e in effetti non si può dargli torto.

sabato 3 aprile 2010

PETROLIO E ATOMO: UN OBAMA SEMPRE PIU'... JOHN MCCAIN


Mio pezzo su Liberal di oggi:

E ORA LA CASA BIANCA COPIA IL PIANO DI MCCAIN
Dopo il nucleare, anche la trivellazione al largo delle coste per cercare nuovo petrolio

Così l’America di Obama trivellerà i propri fondali marini alla ricerca di petrolio. Non lungo la costa pacifica, ma lungo buona parte di quella atlantica, e nel Golfo del Messico. La speranza, solo parzialmente confessata, è di aumentare l’offerta di petrolio facendone scendere il prezzo, per una volta senza dover comprare la collaborazione di qualche discutibile regime mediorientale. E magari anche di darsi una mossa a fronte dell’attivismo degli altri protagonisti della scacchiera mondiale (basti pensare agli accordi della Cina con il Venezuela di Chavez e con il regime cubano di Castro).
Per la seconda volta, Obama ha tradito le aspettative dei “verdi” ed ha sposato la politica energetica dei repubblicani. Durante la campagna elettorale del 2008, era stato il suo avversario John McCain a proporre di por fine alla moratoria che dal 1982 vietava di trivellare i fondali al largo delle coste statunitensi per sfruttare nuovi giacimenti di petrolio. Fu il primo momento dall’inizio della campagna elettorale in cui McCain riuscì a “scaldare i cuori” dello zoccolo duro repubblicano, mentre Obama inizialmente sottovalutò la popolarità di una simile proposta, snobbandola apertamente.
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L'articolo prosegue qui.
Di seguito, in esclusiva per i lettori di JEFFERSON, una versione ampliata:

“Se trivellando al largo delle nostre coste potessimo risolvere il nostro problema, allora sarei favorevole. Ma il problema è questo: noi deteniamo appena il 3% delle riserve di petrolio mondiali ad oggi conosciute, e ne consumiamo il 25%”. Questa la sua posizione a fine luglio. Ma anche tra gli elettori democratici la proposta di McCain risultò talmente popolare che pochi giorni dopo, all’inizio di agosto, Obama si vide costretto a stemperare la sua contrarietà, dicendosi disponibile ad un superamento della moratoria purché ben limitato e ricompreso in un più ampio piano energetico. Nel frattempo, però, la questione veniva messa ai voti al Congresso, ed il candidato democratico si trovò invischiato nella opposizione di gran parte dei parlamentari del suo partito; mentre i deputati repubblicani, per la prima volta galvanizzati da una sortita del loro candidato, occupavano fisicamente l’aula (un inusuale happening che dalle nostre parti potrebbe definirsi “pannelliano”) per protestare contro la decisione della Presidente della Camera Nancy Pelosi di rimandare a dopo la pausa estiva il voto sull’abrogazione della moratoria.
Nel frattempo, si teneva la convention repubblicana di St. Paul, dove McCain, tra i cori osannanti “drill, baby, drill” (trivella, ragazzo, trivella) annunciava di aver scelto come vice la giovane Sarah Palin, allora semisconosciuta, ma subito apprezzatissima dalla “base”, la quale, da governatrice dell’Alaska che è uno degli stati che sarebbero stati maggiormente interessati dalle nuove trivellazioni, suscitò ovazioni proclamando: “I nostri avversari ripetono continuamente che le trivellazioni non risolveranno i problemi energetici dell’America, come se non lo sapessimo già; ma il fatto che le trivellazioni non risolvano il problema non dev’essere un pretesto per non fare niente”.
Nel settembre del 2008, la maggioranza democratica alla Camera votò una (assai) parziale abrogazione della moratoria, consentendo le trivellazioni purché ad almeno cinquanta miglia (80 Km) dalla costa; ma appena una settimana più tardi, avvedutisi del fatto che quel compromesso sapeva di “vorrei, ma non posso” e dava l’idea di una impacciata rincorsa delle posizioni avversarie, i deputati democratici si arresero e annunciarono che la moratoria, in scadenza alla fine del mese, per la prima volta non sarebbe stata rinnovata, rimettendo ogni decisione nelle mani del prossimo presidente.
Il quale ha ora preso posizione sposando definitivamente questo punto del programma repubblicano in ambito di energia.

Le ragioni di questa sortita sono facilmente intuibili. Con l’approvazione della riforma del sistema sanitario, Obama ha conquistato un successo epocale, ma ha anche consumato una fatale rottura con l’opinione pubblica moderata. Il Presidente ha rivendicato di aver compiuto un passo avanti nella realizzazione dell’american dream paragonabile alle leggi che negli anni Sessanta posero fine alla segregazione razziale, ma le rilevazioni demoscopiche di questi giorni lasciano intendere che la maggioranza degli elettori non considera la riforma in questi termini. Secondo un recente sondaggio commissionato dalla CNN, il 56% degli elettori è contrario all’ “ObamaCare” e solo il 42% è favorevole; secondo la Gallup, i contrari sarebbero il 50%, ed i favorevoli il 47%. Per Rasmussen, il 54% degli elettori vuole che la riforma venga subito abrogata, mentre solo il 42% si vede con sfavore questa ipotesi.

Che la politica energetica rappresentasse il fronte sul quale Obama intendeva arginare la prevedibile emorragia di consensi al centro, lo si era capito a metà febbraio, quando il presidente aveva scioccato l’America e il mondo con l’annuncio di finanziamenti federali alla costruzione di nuove centrali nucleari, altra proposta che in campagna elettorale era stata sostenuta dal suo avversario, da lui snobbata. In un discorso tenuto in Missouri il 18 giugno 2008, soprannominato “dichiarazione d’indipendenza energetica”, John McCain aveva proposto la realizzazione di quarantacinque nuovi reattori nucleari entro il 2030 (attualmente negli USA ce ne sono 104 – e in Europa 197).
Ora, dopo aver sposato il programma di McCain sul nucleare, Obama ha rincarato la dose rilanciando l’ “offshore drilling”. Lo ha fatto sottolineando che si tratta di “una fase di sperimentazione”, che non risolve certo il problema ma serve solo a puntellare la transizione verso la terra promessa green economy della quale l’attuale inquilino della Casa Bianca non cessa di professarsi volonteroso costruttore. Ma nemmeno in questo il piano di Obama differisce granché dalla proposta che in campagna elettorale era sostenuta dall’avversario repubblicano. Il principale consulente di McCain sulla politica energetica era James Woolsey, già direttore della CIA durante il primo mandato presidenziale di Bill Clinton, poi membro del Project for a New American Century, quindi animatore del think-tank Set America Free (“Liberiamo l’America” – dalla dipendenza dal petrolio, s’intende). In base ai consigli di Woolsey, il senatore dell’Arizona promise che se eletto alla Casa Bianca si sarebbe battuto per ridurre le emissioni inquinanti entro il 2012 - anno in cui spirerà il Protocollo di Kyoto, ma anche il mandato del 44esimo presidente – al livello in cui si trovavano nel 2005, ed entro il 2020 a quello del 1990, il tutto con un programma di disincentivi all’utilizzo delle energie “tradizionali”, e di incentivi a quelle alternative, a cominciare proprio da quella nucleare. Per l’appunto.

Wikio

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