lunedì 11 giugno 2012

COME E PERCHE' LA CRISI EUROPEA PUO' COSTARE LA RIELEZIONE AD OBAMA

Niall Ferguson, illustre e popolare storico inglese che insegna ad Harvard, specializzato in studi sulla moderna civiltà occidentale, è da tempo convinto che gli Usa possano ancora rappresentare "il Mac, e non l'MSDos, del computer Europa", ma che per riuscirci debbano al più presto ritrovare la propria capacità di primeggiare: nei suoi interventi degli ultimi mesi ha spiegato che il rischio che la potenza americana corre non è quello di un lento quanto inesorabile declino (“non chiamatemi declinista!”), ma semmai quello di un repentino collasso, che si puo' e si deve evitare con un urgente "riavvio del sistema America".

Ora con un lungo pezzo sul nuovo numero di NewsweekFerguson affronta in un certo senso il percorso inverso, ossia spiega al lettore americano “Come l'Europa potrebbe costare ad Obama la rielezione”. L'incipit è molto chiaro:
A prima vista sembra un interrogativo folle. L'elezione di novembre non dovrebbe giocarsi negli “swing states” come la Fllorida e l'Ohio, piuttosto che in paesi stranieri come la Grecia e la Spagna? Certo. Ma vi è ora una possibilità estremamente concreta che una doppia recessione in Europa possa uccidere le speranze di una consistente ripresa negli Stati Uniti.
Il pezzo di Ferguson merita davvero, perché oltre a chiarire le recenti accorate prese di posizione di Obama rispetto alla crisi dell'Eurozona, da ultimo espresse nella conferenza stampa di venerdì scorso nella quale ha invitato pubblicamente i governi Europei ad adottare misure per favorire la ripresa perché “tutto quello che avviene nel mondo può avere ripercussioni negli Stati Uniti”, è utilissimo anche per il lettore europeo (che pure non ne è il destinatario principale) per capire meglio i termini della attuale crisi.
Per capire come funziona l'Unione Europea e come essa si trova alle prese della crisi immaginate, spiega Ferguson, che gli Stati Uniti non abbiano mai ratificato la costituzione federalista del 1787 e funzionino ancora come confederazione di Stati indipendenti in base agli originari Articoli del 1781. Se così fosse, anche gli Usa avrebbero un governo centrale debolissimo, privo ad esempio del potere di imporre tasse che resterebbe esclusiva prerogativa di ogni singolo Stato membro. Bene: ora immaginate che il Nevada abbia un debito che ecceda del 150% del suo PIL, che in California sia in atto un collasso del sistema bancario, e che in quei due Stati la disoccupazione sia al venti per cento, e quella giovanile al quaranta: disordini a a Las Vegas e sciopero generale a Los Angeles. Ecco: se in un simole contesto l'unica via d'uscita per il Nevada e la California fosse quella di andare col cappello in mano da Stati molto più in salute come la Virginia e il Texas, lo scenario sarebbe quello di negoziati per un piano di salvataggio fra i governatori di tutti i 50 Stati americani, con intervento di funzionari del Fondo Monetario Internazionale che arrivano in California per negoziare un programma di austerity.
Questo semplice ma brillante gioco intellettuale fa toccare con mano al lettore americano le ragioni della attuale situazione europea, ma può anche spiegare al lettore europeo come mai gli Usa non si trovino nella stessa situazione: perché il loro sistema federale ha fatto sì che il peso della crisi sia stato sopportato da tutti e spalmato sul complesso degli Stati membri praticamente senza questioni, mentre in Europa, dove le istituzioni centrali controllano circa l'1% del PIL e non esiste un debito pubblico “federale”, la mancanza di simili meccanismi rende questo tipo di “partecipazione” quesi impossibile. Ferguson, che come si è capito è un convinto federalista, rivendica il fatto di essere stato fra coloro che 13 anni fa avvertirono che avere una banca centrale e una moneta unica senza il resto di una unione federale si sarebbe rivelato insufficiente.
“In privato” racconta Ferguson, il quale è di ritorno da un viaggio di quattro settimane nella vecchia Europa durante il quale ha incontrato personalmente capi di governo e pezzi grossi della finanza, “politici di lungo corso e uomini d'affari europei ammettono che oggi l'Europa starebbe meglio se l'unione monetaria non si fosse mai fatta: senza l'Euro non ci sarebbe stato l'indebitamento allegro nei paesi più periferici, né la bolla immobiliare in Spagna; e le economie europee più deboli potrebbero uscire dalla recessione come avevano sempre fatto in passato, ossia svalutando le loro monete nazionali, anziché tentare di ridurre i salari, tagliare la spesa ed alzare le tasse”.

Il pezzo, come si diceva, è mirato prevalentemente al lettore americano e perciò passa poi a spiegare perché la questione è tanto importante anche per gli Usa: Ferguson richiama il precedente dell'estate del1931, quando andò in onda il “secondo tempo della Grande Depressione”, imperniata non più sul crash del sistema finanziario americano, ma da una crisi bancaria europea a partire dal fallimento della banca austriaca CreditAnstalt che innescò un devastante effetto domino, contribuendo in modo determinante al collasso delle democrazie europee e all'ascesa dei movimenti politici totalitari di estrama destra e di estrema sinistra: l'America in definitiva venne trascinata dall'Europa prima in una seconda fase di Grande Depressione, e poi nella Seconda Guerra Mondiale.
Dal punto di vista del lettore europeo, il passaggio sul quale vale la pena di riflettere maggiormente è probabilmente questo: “il problema è che oggi il costo di una rottura dell'unione monetaria sarebbe verosimilmente persino maggiore dei costi di una transizione verso un sistema federale di tipo americano”.
Ma al lettore americano Ferguson propone ovviamente una considerazione finale di taglio ben diverso, ossia la messa a fioco del perché Barack Obama deve essere terrorizzato da quello che sta accadendo in Grecia, in Spagna e a Bruxelles: la disintegrazione dell'Europa potrebbe, ironia della sorte, uccidere le speranze di rielezione del presidente americano di cui gli europeio si innamorarono quattro anni fa.
Nel frattempo Mark McKinnon, uno degli styrateghi repubblicani meno faziosi nei confronti del 44esimo presidente, sabato sera twittava: “fino a poche settimane fa il Partito Repubblicano faceva campagna elettorale perRomney solo perché gli era toccato lui come candidato; adesso invece hanno cominciato a fargli campagna perché ritengono che possa davvero vincere”.

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