domenica 26 ottobre 2014

TUTTO QUELLO CHE AVRESTE SEMPRE VOLUTO SAPERE SUL BASEBALL


Saranno i Kansas City Royals o i San Francisco Giants a vincere questa sera la quinta partita delle World Series? 
Per chi ha ben chiaro il senso di questo quesito, ma forse ancora più per chi non l'ha affatto chiaro ed ha sempre visto il baseball come un rito noioso ed incomprensibile, segnalo la chiacchierata estortami da Ernesto Kieffer a Radio Popolare Verona nel nostro secondo appuntamento mensile a "La Tertulia - Racconti dall'Oltresport": abbiamo cercato di rispondere a tutti i grandi quesiti che tradizionalmente aleggiano su questo antico mistero.
Perchè l'America ama tanto questo sport e il resto del mondo assai meno?
Cos'è un grande slam?
Perchè la nazionale cubana vince molti più campionati del mondo di quella USA?
Cos'è un grande slam?
Ma soprattutto: chi gioca in prima?
Il podcast è qui.

mercoledì 22 ottobre 2014

PERCHE' AMIAMO QUEL BASTARDO DI FRANK UNDERWOOD?


Già, perché? 
Bella domanda. È un mostro, è il Male, eppure non riesco a fare a meno di seguire le sue gesta come se fosse un idolo. So di non essere il solo.
Il perchè me lo sono chiesto spesso. Non ho ancora una risposta certa; fatto sta che è venuto a chiederlo proprio a me – e a vari altri esperti, tutti molto più qualificati – Orlando Sacchielli de Il Giornale. Gli ho risposto così.

mercoledì 8 ottobre 2014

I NAZISTI DELL'ILLINOIS: UNA STORIA VERA


Elwood: "Ehi, che sta succedendo?"
Poliziotto: "Quei figli di puttana hanno vinto il processo e fanno una dimostrazione".
Elwood: "Quali figli di puttana?"
Poliziotto: "Quegli stronzi del Partito Nazista".
Elwood: "Hm! I nazisti dell'Illinois. Prrr"
Jake: "Io li odio i nazisti dell'Illinois."

Non si trattava di un parto estemporaneo della (geniale) fantasia di Dan Aykroyd e di John Landis. Nella Chicago degli anni Settanta, all’ombra di violenze politiche di ben altra portata, c'era davvero anche una piccola ma rumorosa associazione neonazi di nome National Socialist Party of America, che cercava consensi tra la popolazione bianca della città, in quei quartieri nei quali l'espansione del mega-ghetto nero del South Side generava maggiore attrito.

E la causa l'avevano vinta per davvero. Nel 1977 avevano indetto una manifestazione, una delle loro parate in “camicia marrone, pantaloni marrone scuro, stivali neri, più una fascia attorno al braccio sinistro raffigurante una svastica”. In costume nazista, insomma. Ma quella volta avevano scelto di tenerla proprio a Skokie, un sobborgo di Chicago che ospitava una delle più nutrite comunità di ebrei sopravvissuti all'Olocausto al di fuori di Israele. I residenti si erano energicamente opposti, ed il sindaco di Skokie aveva dapprima posto una serie di limitazioni sulle modalità della manifestazione, ed infine l'aveva del tutto vietata. 

"Negli Anni Sessanta" commentò il settimanale TIME "i tribunali federali invocarono i principi del Primo Emendamento per proteggere le marce per i diritti civili in alcune città del Sud che si trovavano in fiamme. Nonostante le gravi minacce di violenza, le dimostrazioni risultarono pacifiche, grazie all'intervento della polizia statale e locale che intervenne su ordine di quei tribunali. Ma a quanto pare i diritti costituzionali protetti a Selma, in Alabama, nel 1965 non possono essere garantiti nella Chicago del 1977".

E invece sì, che potevano. I nazisti dell’Illinois fecero ricorso in Tribunale, affidando la propria causa a Burton Joseph, ebreo, avvocato della Unione Americana per i Diritti Civili, che aveva difeso anche i pacifisti arrestati per i disordini alla Convention Nazionale Democratica di Chicago del 1968. Era in gioco il mitico Primo Emendamento, che in America garantisce la libertà di parola (il cosiddetto "free speech"). 

Il municipio di Skokie perse la causa, sia in primo grado che in appello; tentò infine un ricorso alla Corte Suprema, sul quale quest’ultima rifiutò di pronunciarsi per manifesta infondatezza, confermando così che la decisione adottata dai tribunali era corretta e che il diritto al “free speech” in America è talmente ampio da includere anche l'“hate speech”.
Soddisfatti di quella vittoria, i nazisti dell’Illinois a quel punto accondiscesero a tenere la loro manifestazione altrove, mentre i residenti ebrei di Skokie dettero sbocco alla propria mobilitazione creando in città un museo dell’Olocausto.

Quello storico precedente è stato evocato, più o meno implicitamente, anche dall'attuale presidente della Corte Suprema, John Roberts, quando lo scorso aprile ha motivato la sentenza con la quale la Corte ha abrogato, in quanto incompatibile con il Primo Emendamento, la parte della legge sui finanziamenti elettorali che limitava quelli più ingenti raccolti da super-comitati finanziati da miliardari: “se il Primo Emendamento tutela persino il diritto a tenere parate naziste, di certo tutela anche quello alla propaganda elettorale, anche se impopolare”.

Ci ripensavo nelle scorse ore, leggendo la notiziola del finto “nazista dell’Illinois” fermato dalla Digos a Bergamo mentre sfotteva le “Sentinelle in Piedi” che manifestavano in opposizione (alquanto pacificamente, provocando proteste in alcuni casi assai meno pacifiche) al disegno di legge contro l’omofobia. Cronache da un pianeta dove è vietato penalmente mascherarsi da nazisti (al punto tale da poter passare un guaio persino se lo si fa con intento satirico), è vietato penalmente tenere manifestazioni razziste, qualcuno vorrebbe vietare penalmente anche l’esprimere opinioni omofobe, e così via. Oltreoceano, dove sin da principio si è adottato il principio inverso (quello secondo il quale conviene lasciare che certe idee vengano espresse pubblicamente, anziché relegarle nelle catacombe), forse se la passano meglio.

Uscito su The Post Internazionale

giovedì 2 ottobre 2014

ANCORA IN SELLA



"Un'arte completamente e tipicamente americana, quanto le prime Olimpiadi erano greche": così veniva definito su TIME nel 1923.

Ma che cos'é veramente, il rodeo? Uno sport? Uno spettacolo circense? Una rievocazione storica? 

E soprattutto: come ha fatto a sopravvivere al tramonto della antica Frontiera del West, e come sta sopravvivendo ancora oggi, nonostante l'America rurale sia in via di estinzione?

E che dire del suo omologo musicale, il country: proprio ora sta paradossalmente vivendo un momento di massimo splendore. Com'è possibile?



Ne ho chiacchierato a ruota libera con Ernesto Kieffer a Radio Popolare Verona nel primo di una serie di appuntamenti mensili a "La Tertulia - Racconti dall'Oltresport": il podcast, per chi sconsideratamente se lo fosse perso, è qui. 
Buon ascolto, y'all 




mercoledì 26 marzo 2014

100 ANNI DI MUSICA "NEWYORKER" (SECONDO IL NYMAG)

Tre hurrà per l'ultima trovata del mitico settimanale New York (anzi: ora è quindicinale - ed evidentemente è proprio vero che lo è diventato concentrando le risorse sull'edizione web).
Una meraviglia: uno speciale ("100 anni, 100 canzoni, 100 serate") sulla musica a New York City nell'ultimo secolo.
C'è praticamente tutto.
C'è il pezzone  di un fuoriclasse come Jody Rosen, tutto da leggere:
"Naturalmente non esiste una "musica di New York": solo musiche, al plurale. Basta considerare la gamma di canzoni che potrebbero tutte essere ragionevolmente considerate l'"inno di New York" per antonomasia: Sidewalks of New York,” “Give My Regards to Broadway,” “Manhattan,” “Take the ‘A’ Train,” “On Broadway,” “Spanish Harlem,” “Positively 4th Street,” “Across 110th Street,” “Walk on the Wild Side,” “Shattered,” “il tema di New York, New York,” “No Sleep Till Brooklyn,” “Empire State of Mind.”Considerate inoltre il gran numero di generi e sottogeneri, culture e sottoculture musicali, che sono nati, o almeno fioriti nella loro forma più spettacolare, a New York: il ragtime di Tin Pan Alley, il jazz-blues di Harlem, gli "standard" delle canzoni di Broadway, il bebop, il doo-wop, il Brill Building pop, il folk da caffetteria, la salsa, la disco, il punk, la New Wave, la No Wave,l'hip-hop, il bachata-pop - solo per cominciare". 
C'è poi il gioco grafico delle copertine virtuali, una per ogni epoca: 

C'è anche la mappa di tutti i locali che hanno fatto la storia della musica newyorkese: il Cotton Club, il Fillmore East, lo Studio 54, il Roxy... 

E soprattutto c'è (sulla propaggine online Vulture) una corposa "Enciclopedia della musica pop newyorkese" in forma di slideshow, firmata da Rosen e da altri cinque collaboratori del NYMag. Una carrellata di un secolo con immagini bellissime e citazioni da antologia.

E infine, la chicca: la playlist. I "100 brani" selezionati da Rosen su Spotify per illustrare in audio il percorso di questa "enciclopedia", ascoltando quello che sul sito si può leggere e guardare. 
Questa, quando le riviste erano (solo) di carta, ve la sareste sognata.

In realtà la playlist, come è naturale in questa dimensione, è in perpetua evoluzione (i 100 brani sono già diventati 137); e "Non pretende di essere niente di definitivo o di particolarmente rappresentativo", precisa Rosen. 
Ed è vero: seguendo la traccia di quella "enciclopedia" (che passa in rassegna autori e generi più che singoli brani) ognuno potrebbe farsi la sua. Ecco la mia, di "playlist newyorkese lunga un secolo". 

In ogni caso l'effetto - ad ascoltarle tutte d'un fiato - è impressionante. Provare per credere.
 (E chi non è su Spotify con noi, peste lo colga).

mercoledì 5 marzo 2014

TEXAS VOTERS CLUB


Due cose sono accadute ieri in Texas.
Innanzitutto, la superstar del country Brad Paisley ha suonato al Rodeo di Houston, la più importante sagra western del mondo.In secondo luogo, sia il partito Repubblicano che quello Democratico hanno tenuto le primarie per selezionare i propri candidati alle elezioni di mezzo termine del prossimo novembre, sia a livello federale (Senato) che locale (parlamento texano, Governatore, vicegovernatore, altre cariche statali).
Può darsi che per molti texani il primo evento sia stato più interessante del secondo, ma a Washington l’attenzione per le primarie era molto elevata, perché il peso del Lone Star State sta crescendo prepotentemente da anni sia sul piano economico (è lì che si stanno creando la maggior parte dei nuovi posti di lavoro) che su quello politico (la gente si trasferisce dove c’è lavoro; la popolazione aumenta, e così anche il peso elettorale dello Stato, soprattutto nell’elezione presidenziale).

Normalmente l’attenzione sarebbe andata quasi solo alle primarie repubblicane, che in Texas da almeno un ventennio sono un po’ come quelle democratiche in California o in Illinois: contano più dell’elezione generale.

Ma quest’anno doveva essere un po’ diverso. Se qualche anno fa capitava addirittura di leggere che il sistema politico Texano è tripartitico nel senso che il Tea Party sarebbe lì un terzo partito oltre al GOP e ai Dem, e questi ultimi faticavano anche solo mantenere il secondo posto, più recentemente si è molto parlato di un tramonto del Tea Party anche nel Lone Star State, e addirittura di una possibilità per i Dem – principalmente grazie alle nuove tendenze demografiche ed in particolare alla preponderanza della componente latinoamericana nella popolazione di quello che sta ormai divenendo un “majority-minority State”, uno Stato in cui una minoranza etnica si trova ad essere la maggioranza relativa - di trasformare il Texas in uno stato “viola”, in bilico cioè tra il rosso repubblicano e il blu democratico.
Ebbene: il voto di ieri ha drasticamente ridimensionato quei pronostici.
Innanzitutto non c’è stata la debacle del Tea Party, che in Texas ha un nome e un cognome: quelli di Ted Cruz, l’ultraconservatore di origini cubane che nel 2012 fu eletto al Senato di Washington dopo aver sconfitto alle primarie il favorito dell’establishment del partito (quel David Dewhurtz che ieri è stato costretto al ballottaggio per ricandidarsi a vicegovernatore - carica alla quale in Texas, forse l’unico Stato in cui conta qualcosa, si viene eletti autonomamente, non in ticket con il governatore). Dei candidati appoggiati da Cruz (che da molti è tenuto d’occhio come potenziale candidato dell’ala conservatrice del GOP alle primarie presidenziali del 2016, così come del resto il governatore uscente Rick Perry la cui scelta di cedere la mano dopo ben 14 anni di regno è vista come possibile sintomo di azzardare un secondo tentativo dopo la figuraccia del 2012) tutti quelli in lizza per una riconferma hanno vinto le primarie, mentre di quelli che sfidavano un parlamentare uscente (impresa più ardua) quattro hanno fatto centro, spodestando un senatore e tre deputati. Tra gli esponenti dell’ala più moderata ed establishmentarian del GOP l’hanno spuntata il senatore John Cornyn, il cui sfidante non aveva però dalla sua il movimento dei Tea Party, ed il deputato Pete Sessions; quasi tutti gli altri o hanno perso o vanno al ballottaggio, in alcuni casi in posizione sfavorita (come accade al vicegovernatore Dewhurtz contro Dan Patrick, un altro leader del Tea Party texano).
Anche nelle primarie per la candidatura a governatore c’è stata qualche delusione per chi sperava in novità clamorose. Che il frontrunner repubblicano Greg Abbott fosse destinato ad un buon risultato, già si sapeva. Abbott è il procuratore generale dello Stato, il che gli garantisce un’ottima visibilità. Inoltre, da ragazzo fu vittima di un incidente che lo rese paraplegico. La sua sedia a rotelle, esibita ed ostentata (spesso assieme ad un fucile), è il suo argomento principale: la sua storia è quella di un combattente, un sopravvissuto, un uomo forte che ha saputo far fronte alle avversità. E oltretutto ha una moglie latinoamericana. Una bella storia, un personaggio interessante.

Però nello schierargli contro Wendy Davis i Democratici parevano aver trovato un personaggio altrettanto interessante: graziosa, molto bionda, senatrice nel parlamento locale di Austin, fattasi notare ( e osannare) dai media nazionali, e persino da quelli esteri, mettendo in atto uno strenuo ostruzionismo per ostacolare l’approvazione di una legge antiabortista.
Niente da fare: ieri, dati definitivi alla mano, le persone che si sono recate alle urne per appoggiare la candidatura di Abbott sono state quasi il triplo di quelle che si sono presentate a votare per la Davis; inoltre, quest’ultima ha visto andare oltre il 20% dei voti allo sfidante democratico Ray Madrigal (che l’ha addirittura battuta in sei contee del Sud dello Stato), mentre i tre antagonisti di Abbott messi assieme non hanno raggiunto il 10%.
Performance molto modesta quindi, sia per la Davis che per il partito nel suo complesso: soprattutto se si considera che sulla campagna “Turn Texas Blue” il Team Obama sta ostentando un massiccio investimento, principalmente tramite la apposita organizzazione “Battleground Texas”.
A novembre per non sfigurare alla Davis basterebbe anche solo una sconfitta risicata; per ora, però, non sembra destinata nemmeno a quella: Abbott nei sondaggi recenti la stacca di una buona decina di punti percentuali.
Infine, ieri si è registrato l’esordio di un nuovo Bush: George P., figlio dell’ex governatore della Florida Jeb (e quindi nipote di due ex presidenti), che ha spuntato facilmente la candidatura a Land Commissioner dopo un anno di campagna elettorale. Forse sentiremo ancora parlare di lui, non solo in Texas



Uscito su U.S. Insider- anche tradotto in inglese

lunedì 17 febbraio 2014

FOOTLOOSE, OVVERO COME SOGNAVA L'AMERICA NEL 1984

Nel 1980, in un insignificante paesucolo di seicento anime nel Sud dell’Oklahoma di nome Elmore City, uno studente del liceo si mise alla testa di una piccola ma pittoresca campagna per ottenere che il locale consiglio scolastico, nonché le locali autorità ecclesiastiche, acconsentissero finalmente a che nel locale liceo si tenesse il prom, il ballo di fine anno, come in tutti i licei d’America, nonostante una locale legge ultrabigotta risalente al 1898 vietasse il ballo in luoghi pubblici. Il fatto che il consiglio scolastico fosse presieduto dal papà della sua fidanzatina rendeva il tutto particolarmente romanzesco. Alla fine il ragazzo riuscì nell’intento e gli adolescenti di Elmore City ebbero finalmente il loro sospirato ballo, nel quale poterono scatenarsi come negli anni precedenti non avevano mai potuto fare, ma avevano potuto sognare guardando al cinema “Grease” e “La Febbre del Sabato Sera”.

Se vi sembra di aver già sentito questa storiella da qualche parte, non sbagliate: essa attirò l’attenzione dei media nazionali, e di conseguenza anche quella di un giovane cantautore e sceneggiatore di nome Dean Pitchford il quale ne ricavò il soggetto per quello che era destinato a divenire uno dei film più emblematici di quei ruggenti anni Ottanta.

Nella sceneggiatura il paesino venne ribatezzato “Bomont”, pur lasciandolo in Oklahoma (le riprese sarebbero però girate nello Utah); il protagonista divenne un ragazzo di città, anzi metropolitano, appena trasferitosi da Chicago con pochissima voglia di piegarsi alle regole della piccola provincia; il suo antagonista e padre della sua ragazza è addirittura il pastore della chiesa del paese; ed il divieto di ballare da antico divenne di recente adozione, dopo che alcuni adolescenti erano morti in un incidente d’auto al rientro da una festa un po’ troppo allegra.

Balletti a parte, la scena clou è quella in cui il protagonista sfida le autorità sul loro stesso terreno, dibattendo pubblicamente in consiglio comunale il fatto che la Bibbia non condanni, ma celebri come buona cosa la danza: il Salmo 149 ("Lodate il suo nome con la danza"), ma anche la storia di Davide che ballò dinnanzi a Dio, e l' Ecclesiaste, e così via.

Un sano pubblico confronto che risolve tutto nel modo più democratico ma anche più meritocratico: un classico dell’american dream.

E così persino in quel filmetto leggero e frivolo resta intrappolato, come un insetto nell’ambra, uno scorcio di quella America ottimista e piena di fiducia in se stessa, la stessa che si accingeva a rieleggere trionfalmente il presidente che proclamava con convinzione che (dopo il buio degli anni Settanta) era finalmente “di nuovo mattino”.

Ecco: se avete nostalgia di quegli anni, questo è il vostro momento. Footloose fa parte, per dirla con il sito Mental Floss, delle “trenta cose che compiono trent’anni nel 2014” (assieme, fra l’altro, al computer Macintosh, all’album “Born in the USA” di Bruce Springsteen, al videogioco Tetris, al telefilm “I Robinson”). Ufficialmente succede proprio oggi, giacchè debuttò nelle sale cinematografiche americane il 17 febbraio del 1984. Ebbe un notevole successo anche se dovette vedersela con molti altre pellicole che nello stesso anno si contesero i favori del pubblico più giovane (da “Karate Kid” a “Indiana Jones e il Tempio Maledetto”, da “Ghostbusters” a “Un Piedipiatti a Beverly Hills” a “Gremlins”. Il 1984 è un anno di eruzione vulcanica hollywoodiana).

Concepito con forte componente di musica e danza, sulla scorta del grande successo di “Flashdance” uscito l’anno prima, lasciò il segno anche la sua colonna sonora, per la quale lo stesso Dean Pitchford (che aveva già collaborato a quella di "Saranno Famosi") scrisse anche tutti i testi delle canzoni. Il disco raggiunse il primo posto della classifica di Billboard ponendo fine alle dieci settimane di primato di “Thriller” di Michael Jackson. L’autore ed interprete della canzone che porta lo stesso titolo del film, Kenny Loggins, sulla scorta di quel successone avrebbe poi firmato altri grandi hit per i maggiori blockbuster degli anni Ottanta (uno per tutti: “Top Gun”).



Colonna sonora a parte, Footloose fece la fortuna di molti attori. A cominciare dal protagonista, il quasi-esordiente Kevin Bacon. L’anno scorso,intervistato in TV da Conan O’ Bryen, lui stesso ha rivelato che il direttore dello studio di produzione si era opposto al suo ingaggio perché lo giudicava “non scopabile” (“ed io ci rimasi male, perché avevo 24 anni e mi consideravo scopabile eccome!”). Lo studio voleva un bellone: avevano preso di mira Tom Cruise, in considerazione del celebre balletto in “tre pezzi” (camicia slip e calzini) con il quale si era fatto notare l’anno prima in “Risky Business”, oppure in subordine Rob Lowe. Ma alla fine il regista ed il produttore del film promossero Bacon, il quale da lì in poi divenne una star e lo rimase ben oltre gli anni Ottanta. Nel 1990 fu tra i protagonisti di “Tremors”, l’anno dopo ebbe una parte in “JFK” di Oliver Stone, e quello successivo in “Codice d’Onore” di Rob Reiner; ma lo ricordiamo anche in “Mystic River” di Clint Eastwood (2003), e più recentemente nei panni del personaggio dei fumetti Sebastian Shaw in un film della fortunata serie “X-Men”. Alla fine, come mezza Hollywood, anche lui è approdato alla tv: attualmente è il detective Ryan Hardy nella serie “The Following”.


Una chicca: anche tra i comprimari vi è un nome che probabilmente pochi associano a Footloose, quello di Sarah Jessica Parker che quindici anni più tardi sarebbe divenuta arcinota nel ruolo di Carrie Bradshow, la protagonista della serie TV “Sex and the City”.


Uscito su America24

venerdì 7 febbraio 2014

L'INVASIONE (YEAH, YEAH, YEAH)

"In fondo l’America ha sempre avuto tutto. Perché noi dovremmo andare là e riuscire a fare soldi? Loro hanno già i loro gruppi. Cosa potremo dare loro che già non hanno?"
Si narra che McCartney confidasse queste ansie al mitico produttore Phil Spector, sul volo PanAm che, esattamente mezzo secolo fa, lo portava per la prima volta nel Nuovo Mondo assieme a John, George e Ringo.
Ricorre oggi il cinquantennale di quel primo sbarco dei Beatles in America, che cambiò per sempre la storia della musica. Prima che quei quattro ragazzi inglesi poco più che ventenni facessero quel tour negli Stati Uniti, il rock era un fenomeno squisitamente americano; dopo di allora, una volta che gli USA furono contaminati da quella che in Inghilterra già veniva definita beatlemania, prese il via la cosiddetta “British Invasion”, che aprì la strada ai Rolling Stones e a tutto quello che venne di conseguenza.
I Beatles atterrarono il 7 febbraio 1964 all’aeroporto che era appena stato ribattezzato John Fitzgerald Kennedy (dall’assassinio di JFK erano trascorsi appena 77 giorni), preso d’assedio da una folla impazzita per la prima volta nella sua storia.
“Moltiplicate Elvis Presley per quattro, sottraete sei anni dalla sua età, aggiungete un accento inglese ed un acuto senso dell’umorismo. La soluzione è: i Beatles (yeah, yeah, yeah)”. Così esordiva l’indomani la cronaca del New York Times, dove si spiegava che i quattro avevano buone probabilità di “divenire il prodotto di esportazione inglese di maggior successo dopo il cappello a bombetta”.
Il 9 febbraio si esibirono all’ “Ed Sullivan Show”, lo spettacolo televisivo della CBS che ogni sabato sera lanciava i nuovi idoli musicali della primissima generazione di teenager “televisivi”.
L’ingaggio per lo show, attorno al quale ruotava tutta quella breve tourné americana, era nato un po’ per caso: ad ottobre Sullivan si era trovato assieme alla moglie bloccato all’aeroporto di Heathrow a causa della folla impazzita che accoglieva i Beatles di rientro da un viaggio in Svezia. Impressionato, si era deciso a contattare il loro manager Brian Epstein (all’epoca 29enne) per “importarli” nelle ex colonie.
Lo show di Ed Sullivan andava in onda da un teatro di Broadway, che allora si chiamava Studio 50 e nel ’68 sarebbe stato ribattezzato “Ed Sullivan Theater”, nome che porta tutt’ora mentre funge da set per il non meno célèbre “Late Show with David Letterman” (in questi giorni, in onore del 50ennale, Letterman sta ospitando performance musicali a tema, per tutta la settimana).
Il debutto dei Beatles sulla TV americana totalizzò l’ascolto record di 73 millioni di spettatori, circa il 45% della popolazione, e fu seguito due giorni dopo – l’11 febbraio – da un concerto al “Coliseum” (il palazzetto dello sport) di Washington DC. attorniati a 360° da circa ottomila fans in preda al delirio, i Beatles si esibirono su di un palco posto a centrocampo, ruotando strumenti e amplificatori tra un brano e l’altro per rivolgersi poco a poco in tutte le direzioni.
L’indomani i quattro tornarono (in treno) a New York dove si esibirono alla Carnegie Hall; dopodiché volarono a Miami dove, il 16 febbraio, apparvero per il secondo sabato successivo all’Ed Sullivan Show, stavolta in via del tutto eccezionale in diretta dalla sala da ballo dell’Hotel Deauville di Miami Beach (il sabato successivo sarebbe andata in onda in differita una terza esibizione da loro appositamente preregistrata a New York).
Avendo debuttato da appena un mese nella autorevole classifica di Billboard (dopo che la californiana Capitol Records aveva cominciato a pubblicare i loro dischi, che precedentemente erano in commercio solo in Europa: negli USA era circolata alla radio qualche rara copia di importazione), in meno di due mesi da quel tour trionfale i Beatles si ritrovarono a detenerne improvvisamente tutte le cinque posizioni in vetta (rispettivamente con “Can’t Buy Me Love, con la cover di “Twist and Shout”, con “She Loves You”, con “I Want to Hold your Hand” e con “Please Please Me”).
Chissà, forse fu durante quel primo “sbarco” che John Lennon si innamorò di New York: la città dove si sarebbe ritirato a vivere con Yoko Ono dieci anni più tardi, dopo lo scioglimento del gruppo. E nella quale sarebbe stato assassinato, nel 1980. Ma questa è un’altra storia. Forse.
(uscito su The Post Internazionale)

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