martedì 24 settembre 2013

LE RUGHE DI HILLARY

Sono magicamente sparite tutte le rughe dal volto della ancora-non-ufficialmente aspirante “Madame President” Hillary Clinton, nell’immagine patinata che il settimanale New York ha appena usato per mettere in copertina la sua prima intervista dopo l’addio al Dipartimento di Stato. 
Forse anche perché, pur di darle una mano, hanno ripescato un servizio fotografico vecchio di quasi tre anni, realizzato per il magazine Harper’s Bazar.


Ma ci sono rughe che nessun trucchetto fotografico può cancellare. Poche ore dopo la presentazione della nuova copertina del NYMag, un altro settimanale di riferimento dell’America liberal, il New Republicha sparato una cover story dedicata alle gesta del factotum- braccio destro di Bill Clinton, tale Doug Band, personaggio poco noto al grande pubblico ma potentissimo; vero e proprio organizzatore dell’entourage di Bill e, soprattutto, amministratore della messa a frutto del suo potenziale finanziario ed imprenditoriale post-presidenziale. Una lettura che rinfresca la memoria su cosa fosse e sia tutt’ora il sistema di potere clintoniano: salta fuori un po’ di tutto, dagli affari con faccendieri delle peggior specie (ce n’è anche uno italianissimo), alle scorribande sessuali con amici come il magnate dei supermercati Ron Burkle (nel cui staff pare che queste avventure con Bill venissero etichettate spiritosamente “Air Fuck One”).

Ma soprattutto salta fuori che alcuni dei grandi finanziatori della Fondazione Clinton, che in teoria avrebbe scopi puramente filantropici e benefici (e ai vertici della quale siede attualmente anche la stessa Hillary), versano le loro elargizioni per comprare la prestigiosa partecipazione di Bill a determinati eventi o addirittura la sua intermediazione nella conclusione di determinati affari. Si sarebbe insomma consolidato un bizzarro business basato sullo sfruttamento commerciale della rete di relazioni acquisita dai Clinton ai tempi della Casa Bianca (con questo Doug Band nel ruolo del ruffiano), e questo sfruttamento sarebbe in buona parte veicolato dalla fondazione “non profit” (ahem) di famiglia.

Eccolo qui il problema di Hillary 2016: non un’età troppo avanzata, ma una storia troppo zeppa di cose poco nobili e difficili da nascondere. Come quelle maledette rughe.

Uscito su The Post Internazionale

mercoledì 18 settembre 2013

MAN IN THE MIRROR

“Se la vita fosse un film, Barack Obama guarderebbe nello specchio e ci vedrebbe George W. Bush. Darebbe una strofinata allo specchio, ma Bush sarebbe ancora lì, che lo guarda con quel suo sorrisetto irritante. Obama – mica scemo – ben presto capirebbe: eccolo lì, proprio come il predecessore che tanto egli aveva (giustamente) disprezzato, ad arrancare metaforicamente attraverso il deserto d’Arabia alla ricerca di armi di distruzione di massa. Solo la storia può decidere se si tratta di un film comico o tragico”.
Il Washington Post, per quanto possa trovarsi in crisi e checché ne sarà ora che è stato comprato da Jeff Bezos, è sempre il Washington Post. E del Post Richard Cohen è decisamente una firma storica: ci lavora da prima del Watergate, e ne è editorialista da quasi trent’anni. Come quasi tutte le firme del quotidiano della capitale, Cohen è un elettore democratico. Ha votato per Barack Obama sin dalle primarie del 2008. Non è mai stato un acritico supporter del presidente, intendiamoci; ma le sue critiche non si erano mai spinte ad una veemenza come quella della quale è imbevuto il corsivo uscito ieri, feroce e impietoso nel tono e nei contenuti sin dal titolo a dir poco sarcastico (“Obama è Bush 2.0, ma non è una versione più avanzata”).
In principio quello di accusare Obama di essere tale e quale al suo predecessore fu un vezzo di nicchia, una provocazione buona per una copertina ad effetto del periodico britannico di sinistra “The New Statesman”Con il tempo questa tesi è invece divenuta sempre più mainstream (in Italia ne ha tenuto una meticolosa contabilità Christian Rocca con la sua rubrica “That’s Right” ), ma negli ultimi tempi i suoi ormai numerosi sostenitori hanno aumentato il calibro in modo tutto sommato sorprendente. Questo editoriale di ieri è un perfetto esempio: Obama, sostiene Cohen, è antitetico a Bush per mentalità e personalità, ma nei fatti finisce per risultare anche lui drammaticamente sprovvisto di un piano per esercitare le leadership americana nel mondo in modo efficace. Anche lui “ha perso il controllo della sua politica estera (ammesso che ne abbia mai avuta una)”, e questo anche nel suo caso sta costando la vita a migliaia di persone. Nel suo famigerato editoriale uscito l’11 settembre sul New York Times, Vladimir Putin ha sfottuto Obama ammonendolo dal “fare come Bush” nel senso di praticare un incauto interventismo. La critica di Cohen sul Post è concettualmente antitetica ma non meno tagliente: “Il poliziotto si è rivelato un imbranato. E’ un illitterato in politica estera. Banditi e assassini hanno preso le sue misure: è risultato più piccolo di quanto era inizialmente apparso”.


Siamo solo all’inizio del secondo quadriennio di presidenza Obama: se questa è l'aria che tira, saranno anni interminabili. E manca poco più di un anno alle elezioni di mezzo termine: se questa è l'aria che tira, potrebbe essere un anno molto breve.

giovedì 27 giugno 2013

#LOVEISLOVE?

Un passaggio storico, ma con tanti “se” e tanti “ma”. Ieri dichiarando incostituzionale la “sezione 3” del Defense of Marriage Act, la legge del 1996 che stabiliva che per il governo federale il matrimonio è solo l’unione fra un uomo e una donna, la Corte Suprema ha di fatto aperto alle numerose coppie gay americane sposate l’accesso a molti benefici, soprattutto fiscali e di welfare, previsti da leggi federali; ma lo ha fatto senza toccare la “sezione 2” della stessa legge, quella che accorda a ciascuno dei cinquanta Stati il diritto di non riconoscere i matrimoni tra coppie omosessuali celebrati e riconosciuti in un altro Stato. Quindi per il movimento americano per i diritti degli omosessuali una vittoria importante ma parziale, che non mette in discussione l’autonomia dei singoli Stati di mantenere le normative locali ancorate alla definizione “tradizionale” di matrimonio come unione eterosessuale. Bizzarro che questa soluzione fondamentalmente federalista – nel senso di rispettosa della autonomia dei singoli Stati, orientamento che solitamente, dai tempi del New Deal, è amato dai giudici più conservatori – sia stata adottata da una maggioranza di cinque giudici formata da Anthony Kennedy, il centrista ago della bilancia per antonomasia, e dai quattro giudici di orientamento liberal, mentre i quattro giudici conservatori hanno votato contro.

Ancora più ambigua l’altra sentenza emessa ieri dalla Corte Suprema sulla questione dei matrimoni omosessuali: si tratta della decisione sul caso del referendum “Proposition 8” che nel novembre del 2008, nel giorno della prima elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, aveva introdotto il divieto di nozze gay nella Costituzione della California. Questa causa, intentata nel maggio del 2009 da una coppia lesbica che aveva impugnato davanti al Tribunale federale di San Francisco il rifiuto della contea di trascrivere il loro matrimonio, era frutto di una precisa strategia accuratamente pianificata da un team animato da Chad Griffin, uno dei principali strateghi politici del movimento gay statunitense, e patrocinata da un super collegio legale con il preciso scopo di indurre la Corte Suprema a dichiarare incostituzionali anche le norme che in molti dei singoli Stati impediscono il riconoscimento delle nozze gay, proprio come accadde esattamente dieci anni fa quando la Corte – anche in quel caso con il voto decisivo di Anthony Kennedy, che anche allora fu l'estensore della sentenza - decretò l’incostituzionalità della legge del Texas che vietava la sodomia, facendo “saltare” tutte le leggi contro la pratiche omosessuali sino ad allora vigenti in molti Stati del Sud. E invece, ieri sul caso californiano la Corte ha deciso di non decidere, con una sentenza pilatesca che, creando un precedente ad oggi inedito, ha giudicato improcedibile il ricorso per via della decisione delle autorità statali californiane di non battersi per difendere il risultato del referendum del 2008. Il divieto di matrimoni gay viene quindi eliminato, ma solo in California e solo tenendo buona la sentenza che lo aveva già fatto limitatamente a quel caso, senza che il principio venga in alcun modo esteso agli altri 49 Stati dell’Unione.
In effetti questa vittoria, proprio perché decisamente parziale e di portata molto contenuta, è esattamente il genere di compromesso cui puntava il presidente Obama – il quale nel 2008 si era proclamato contrario “come cristiano” al matrimonio omosessuale, ma poi nel maggio dell’anno scorso aveva annunciato di aver cambiato idea, seppure solo “a titolo personale”, ed in seguito ha più volte utilizzato il riferimento ai pari diritti per gli omosessuali per connotare i suoi discorsi pubblici, da quello di inaugurazione del suo secondo mandato presidenziale (è stato il primo presidente della storia a pronunciare la parola “gay” in un simile contesto),fino al comizio tenuto a Berlino una settimana fa.

A febbraio, nell'ultimo giorno utile, la Casa Bianca aveva preso posizione chiedendo alla Corte Suprema di pronunciarsi contro il divieto di matrimoni gay in California, ma nel farlo si era ben guardata dal chiedere una pronuncia che decretasse che l’accesso all’istituto del matrimonio debba essere immediatamente accordato alle coppie omosessuali in tutti i 50 Stati dell’Unione. La pronuncia “minimalista” di ieri ha decisamente esaudito questo auspicio: vi è di che sospettare che alla Casa Bianca si sia esultato soprattutto per questo, anche se ovviamente la comunicazione politica del caso ha cercato di colorire il tutto in modo molto più romantico:

Propaganda a parte, la verità è che il prosieguo di questa storia sarà molto complicato. Parlare di “vittoria di Pirro”, come accadeva ieri sul popolare sito Talking Points Memo, potrebbe non essere eccessivo, se si considera che non solo i fautori delle nozze gay hanno mancato l’obiettivo più ambito, ossia il riconoscimento della parità di accesso all’istituto del matrimonio come diritto costituzionale, ma che ora la battaglia si sposta nei singoli Stati, che attualmente sono in maggioranza governati dai repubblicani: impressionante come sulla mappa gli Stati “rossi”  coincidano quasi del tutto con quelli nei quali i matrimoni gay sono - e restano - vietati). Anchenell'editoriale del New York Times di oggi si parla di "occasione storica mancata", e di una Corte Suprema trattenuta dall'idea che il Paese non fosse ancora pronto per una svolta più importante. Le due sentenze di ieri, tecnicamente, sono l’esatto contrario di ciò che fu 40 anni fa la storica sentenza nel caso “Roe contro Wade”: se in quel caso, nel decidere della libertà della donna di scegliere di abortire, la Corte Suprema impose con un colpo d’accetta una soluzione radicale in tutti gli Stati Uniti, sottraendo la questione alla potestà dei parlamenti democraticamente eletti (sia quello federale che quelli locali dei singoli Stati), ieri invece i nove giudici hanno optato per una soluzione antitetica. Anche dopo le sentenze di ieri, esiste un'America "con" i matrimoni gay ed una "senza": in quella "con" vivono oltre novanta milioni di americani, quasi un terzo della popolazione Usa - una parte molto consistente, ma pur sempre una minoranza. E ora? E ora si prospetta una battaglia “Stato per Stato”, che potrebbe anche durare generazioni, come per la questione della pena di morte.
Uscito su America24

mercoledì 13 marzo 2013

READY FOR BILLARY?


Quando alle quattro del pomeriggio di venerdì primo febbraio John Kerry ha giurato assumendo la carica di sessantottesimo Segretario di Stato, Hillary Clinton è tornata ad essere formalmente una semplice cittadina. Solo un mese dopo – qualche giorno fa – si è appreso che quella sera Hillary e Bill hanno festeggiato cenando alla Casa Bianca con Barack e Michelle. La ragione di questo piccolo ma significativo evento è sin troppo evidente: da quella sera la libera cittadina Hillary Clinton è tornata a svolgere la professione di sei anni fa, quella di favoritissima per la presidenza degli Stati Uniti. A Washington un primo superPAC (comitato per la raccolta di grandi finanziamenti) di nome “Ready for Hillary” ha già cominciato a mobilitare i donatori, per la ipotetica campagna elettorale di quella che Newsweek non esita a definire “la donna più potente nella storia degli Stati Uniti”.
Ok. Però leggendo la cronaca di The Politico su quella cena "particolare" alla Casa Bianca del primo febbraio, salta all’occhio come l’argomenti centrale non sia il rapporto fra Barack e Hillary, bensì quello fra Barack e Bill. Lo trovo ragionevole. Il personaggio-chiave di tutta questa storia è colui che, se davvero fosse Hillary la presidentessa, nel 2016 diverrebbe un ingombrante First Gentleman.


Molti ancora ricorderanno quanto il vecchio Bill abbia fatto faville alla Convention Nazionale Democratica di Charlotte, lo scorso settembre. Con un riuscitissimo discorsone a briglia sciolta di quasi un'ora (il testo ufficiale diramato poco prima constava di 3.136 parole, in quello che tenne effettivamente ne vennero contate quasi seimila) finì quasi per oscurare Obama, ma gli diede anche un sostegno da molti giudicato decisivo, che poi rinnovò in numerosi eventi elettorali nelle settimane a seguire. Larry J. Sabato, insigne politologo dell'Università della Virginia, notò su Twitter"E ora, come potrebbe Obama dare il suo appoggio a chiunque si contrapponesse ad Hillary nel 2016? I Clinton adesso hanno in mano una gigantesca cambiale firmata Obama"...
Ribaltando un vecchio adagio, potremmo presto trovarci ad osservare come dietro una grande donna ci sia un grande uomo. Tutti sembrano chiedersi se dopo il primo presidente di colore gli americani siano pronti per il primo presidente donna. A me stuzzica di più un altro interrogativo: gli americani sono pronti ad avere di nuovo Bill alla Casa Bianca?

GO WEST

E' passato più di un anno dall'inizio della mia piccola avventura su America24. Che prosegue felicemente -  ma non bisogna mai commettere l'errore di fermarsi, giusto? 
Giusto, e quindi da oggi ho il piacere di farneticare anche su The Post Internazionale, nuova testata telematica del Gruppo Editoriale L’Espresso, in collaborazione con La Repubblica e con Limes, dedicata alla politica internazionaleRingrazio il direttore Giulio Gambino per avermi invitato a salire a bordo, e per avermi messo a disposizione un blog tutto nuovo di nome Go West (non credo di dover spiegare il perchè). Da oggi ci si vede anche lì, stay tuned.

venerdì 1 marzo 2013

IL "FIRST GAY PRESIDENT" HA FATTO UN ALTRO PASSO AVANTI. ANZI, MEZZO

Non è semplice valutare la portata della nuova presa di posizione che l’amministrazione Obama ha assunto ieri nella causa davanti alla Corte Suprema sulla questione dei matrimoni gay californiani; né del resto è semplice ricostruire e ripercorrere il tortuoso percorso che il 44esimo presidente degli Stati Uniti ha compiuto su questo spinoso argomento, passando per anni da un annuncio ad effetto ad un complesso compromesso, sempre schivando prese di posizione troppo nette. Vediamo di provarci.

In principio fu il Barack Obama contrario ai matrimoni omosessuali. “God is in the mix”, c’entra anche Dio, spiegò nell’agosto del 2008, confermando al celebre pastore evangelico Rick Warren che lo intervistava in diretta Tv che “come cristiano” riteneva che il matrimonio fosse solo l’unione fra un uomo e una donna. Questa era la sua posizione ufficiale quando venne eletto presidente per la prima volta; e lo è rimasta fino al maggio dell’anno scorso quando a sorpresa il Presidente annunciò all'America di aver cambiato idea, di essere divenuto favorevole al riconoscimento dei matrimoni omosessuali.

In quell’occasione, tuttavia, Obama si limitò in ad esprimere una "opinione personale", guardandosi bene dall’affermare che l'accesso al matrimonio per gli omosessuali fosse giuridicamente equiparabile ad un diritto civile e che quindi si trattasse un diritto fondamentale da garantire necessariamente in tutti i cinquanta Stati. Si trattava quindi di una presa di posizione più politica che giuridica, che badava bene a non entrare in conflitto con l'autonomia federalista degli Stati, esprimendo un auspicio ma lasciando che ciascun singolo Stato sia padrone di regolare come crede questa materia. Alcuni accolsero quella presa di posizione con un entusiasmo forse anche sproporzionato (il settimanale Newsweek incoronò Obama come “il primo presidente gay”, parafrasando la celebre definizione di “primo presidente nero” che la scrittrice afroamericana Toni Morrison aveva coniato nel 1998 per Bill Clinton); altri, più a sinistra, si indignarono contestando il fatto che si trattava di una svolta di facciata, senza una reale sostanza (nonostante l’amministrazione Obama avesse anche adottato delle misure concrete, tra le quali la revoca della politica ‘Don’t Ask And Don’t Tell’ nell’esercito e l’abbandono da parte del dipartimento di Giustizia della formale difesa nei tribunali del “Defense of Marriage Act”, la legge che proibisce al governo federale di riconoscere legalmente le unioni fra persone dello stesso sesso).

Da allora, Obama ha più volte cercato di enfatizzare la portata della sua presa di posizione affermando l’esistenza di un unico ideale “percorso” che “passa da Seneca Falls, da Selma e da Stonewall”. E’ una chiara allusione alla lotta per i diritti civili: Seneca Falls è la località nello Stato di New York che ospitò nel lontano 1848 la prima convention americana per i diritti delle donne, le quali a partire da lì si mobilitarono per il diritto al voto; Selma è una città dell’Alabama nella quale nel 1965 una marcia pacifica per i diritti degli afroamericani, alla quale partecipava lo stesso Martin Luther King, venne brutalmente repressa dalla polizia; lo Stonewall Inn è il nome di un locale gay del Greenwich Village dove nel 1969 la reazione ad una retata della polizia diede il via all’attivismo per i diritti degli omosessuali. L’ultima volta lo ha fatto un mese fa, nel discorso che ha pronunciato sulle scale del Campidoglio per la inaugurazione del suo secondo mandato presidenziale, divenendo il primo presidente della storia a pronunciare la parola “gay” in un discorso inaugurale.

Ma tra i militanti dei diritti per i gay permaneva una certa insoddisfazione, che da ultimo era stata espressa a gennaio in un editoriale del New York Times che invitava il presidente a passare dalle parole ai fatti: “Ora la questione urgente è come egli ritiene di tradurre le proprie parole in azione. Per cominciare, dovrebbe dare impulso al suo Ministro della Giustizia di presentare una memoria scritta prendendo posizione nella causa sul referendum “Proposition 8” che verrà discussa davanti alla Corte Suprema a marzo, affermando che il divieto di matrimoni omosessuali approvato dagli elettori della California è incostituzionale”.

Ed eccoci alla svolta di ieri. Nell’ultimo giorno utile per farlo, la Casa Bianca l’ha infine presentata, la memoria scritta che il NYT reclamava a gennaio. Ha preso posizione nella causa, che la Corte Suprema comincerà a discutere fra un mese, sulla compatibilità o meno con la Costituzione degli Stati Uniti del referendum con il quale gli elettori californiani nel 2008, nello stesso giorno in cui mandavano Obama alla Casa Bianca, avevano approvato un emendamento alla Costituzione del Golden State che limita il matrimonio alle unioni fra un uomo e una donna; questione sulla quale il movimento per i diritti dei gay ha costruito una azione legale volta proprio a portare la questione davanti alla Corte Suprema, dopo aver ottenuto una prima storica vittoria in tribunale nell’agosto del 2010 e poi una parziale conferma in appello (anche se più contenuta nella motivazione).

Ma a ben vedere la motivazione con la quale la Casa Bianca ha assunto questa presa di posizione cela una sottigliezza non da poco: il divieto californiano, si legge nella memoria depositata ieri, sarebbe minato proprio dal fatto che in California è già stata concessa una “estensione di tutti i diritti sostanziali e le responsabilità tipiche del matrimonio alle coppie conviventi gay e lesbiche”; e la Corte Suprema “può risolvere questo caso concentrandosi sulle particolari circostanze che caratterizzano le legge californiana e il riconoscimento che essa già dà alle coppie omosessuali, anziché occuparsi della questione dei pari diritti in relazione a circostanze che non ricorrono in questo caso concreto”.
Tradotto dall’avvocatese, significa che la Casa Bianca non sta chiedendo alla Corte Suprema di decretare che l’accesso all’istituto del matrimonio deve essere immediatamente accordato alle coppie omosessuali in tutti i 50 Stati dell’unione (proprio come avvenne, ad esempio, 40anni fa per l’accesso alla libertà di abortire con la famosa sentenza Roe contro Wade). Secondo la lettura degli addetti ai lavori, se la Corte sposasse la posizione assunta ieri dall’amministrazione Obama, il risultato più verosimile sarebbe piuttosto quello di far saltare, in quanto incostituzionale, il divieto di matrimoni omosessuali non solo in California, ma nemmeno in tutti i trentasette Stati nei quali attualmente vige un divieto del genere, bensì, paradossalmente, solo in quegli otto nei quali le coppie gay non possono formalmente sposarsi, ma vige pur sempre un riconoscimento delle unioni civili che di fatto conferisce loro tutti i benefici delle coppie sposate, pur senza dare loro accesso al vero e proprio istituto del matrimonio. Oltre alla California, quindi, anche Delaware, Hawaii, Illinois, Nevada, New Jersey, Oregon e Rhode Island.
Ecco un passaggio dell’analisi pubblicata ieri sera sul sito SCOTUSBLOG, il principale riferimento online sul lavoro della Corte Suprema:
“In sostanza, la posizione assunta dal governo federale finirebbe per dare un sostegno alla causa delle pari opportunità nell’accesso al matrimonio, mostrando però al contempo anche un certo rispetto per l’autonomia dei singoli Stati nel disciplinare questo istituto. Quella che la memoria presentata dalla Casa Bianca ha sposato è quella che viene chiamata la “soluzione degli otto Stati” – cioè: se uno Stato riconosce già alle coppie omosessuali gli stessi privilegi e gli stessi benefici che hanno le coppie sposate (come accade negli otto Stati che lo fatto riconoscendo le “unioni civili”), allora in quello Stato è obbligatorio compiere il passo finale e consentire a quelle coppie di contrarre un vero e proprio matrimonio”
Stando a questa soluzione compromissoria, il numero degli Stati nei quali le coppie omosessuali possono sposarsi verrebbe raddoppiato (attualmente sono nove: Connecticut, Iowa, Massachusetts, Maryland, New Hampshire, New York, Vermont, Washington e Maine). Ma paradossalmente resterebbe in piedi il divieto proprio in quei ventinove Stati che lo hanno stabilito in modo più intransigente, negando anche un riconoscimento delle coppie di fatto che, pur senza formale equiparazione al vero e proprio matrimonio, conceda di fatto gli stessi benefici dei quali godono le coppie sposate.

giovedì 28 febbraio 2013

SEQUESTER-GATE, BOB WOODWARD CONTRO OBAMA

La Casa Bianca mi sta minacciando. Mi vogliono tappare la bocca perché proprio sul più bello, quando ormai il presidente era riuscito a convincere l’opinione pubblica che la colpa era tutta dei repubblicani, io ho rivelato che invece il cosiddetto “sequester” (ossia la disastrosa mannaia di mega-tagli “automatici” che fra poche ore si abbatterà sulle spese del governo federale) è stata un’idea – folle – di Obama. Questa, in estrema sintesi, la sorprendente denuncia di Bob Woodward, mostro sacro del giornalismo d’inchiesta americano e mondiale, che ieri ha sollevato un vespaio e non cessa di far discutere.

Doverosa premessa: per chi non lo sapesse, Woodward è un mostro sacro per via della sua storica inchiesta sul Washington Post con la quale quarant’anni fa, a quattro mani con il collega Carl Bernstein, fece scoppiare lo scandalo Watergate causando la rovinosa caduta dell’invincibile presidente Nixon, e forse ancor più per via della trasposizione hollywoodiana nel fortunatissimo film nel quale venne interpretato nientemeno che da Robert Redford. Grazie a ciò divenne un’icona vivente del giornalismo investigativo che non teme di sfidare il potere. In realtà il suo ruolo in quella vicenda è stato in più modi esagerato e mitizzato (ne parlai qui); ma si tratta di una mitizzazione troppo riuscita per metterla in discussione. Che si è poi autoalimentata, facendo sì che per decenni chi nelle stanze del potere di Washington aveva qualche confidenza scottante da far trapelare scegliesse proprio lui come confidente.
Di conseguenza, il fatto che sia proprio lui a muovere questo tipo di accusa crea inevitabilmente un effetto dieci volte più potente di quanto accadrebbe se le stesse cose le avesse dette un qualunque suo collega, magari anche bravo ed affermato.

La questione si è aperta sabato scorso, quando Woodward è uscito con un pezzo sul suo caro vecchio Washington Post nel quale, dopo aver ricordato che in campagna elettorale, nell’ultimo dei tre dibattiti televisivi contro Mitt Romney, Obama aveva dichiarato che il “sequester” era stato proposto non da lui ma dal Congresso (leggasi: dai repubblicani), e che la stessa cosa era stata confermata da Jack Lew, che all’epoca era il direttore del budget della Casa Bianca ed ora si accinge a divenire il nuovo Ministro dell’Economia, rivela che in realtà è vero il contrario: l’idea del “sequester” è stata concepita da Lew e dal suo staff, e approvata personalmente da Obama, e poi rifilata ai parlamentari repubblicani “molti dei quali mi hanno confessato di aver votato a favore senza essersi ben resi conto di cosa esattamente si trattasse”. In pratica, il pezzo di sabato accusa apertamente la Casa Bianca di aver spudoratamente mentito agli americani, creando ad arte questo guaio per poi dare la colpa all’opposizione - a spese del Paese.
Ma questo è niente. Il vero “botto” è scoppiato ieri, quando Woodward, intervistato dalla CNN, ha spifferato che quando la settimana scorsa ha telefonato ad un non precisato funzionario di altissimo livello della Casa Bianca (“uno dei quattro o cinque più coinvolti nei negoziati sul budget” –secondo BuzzFeed si tratterebbe di Gene Sperling, il capo dell’Economic Council della Casa Bianca) per preannunciare l’uscita del pezzo -un accorgimento naturale nel mondo del giornalismo politico americano – questi, furibondo, gli ha urlato contro per mezz’ora, e dopo avergliene dette di tutti i colori gli ha mandato una lunga email nella quale si scusava per aver alzato la voce, ma lo accusava di voler “attirare l’attenzione su pochi specifici alberi che danno un’impressione molto sbagliata della foresta”, e in conclusione gli rifilava questo inquietante commiato: “credo che tu ti pentirai di aver voluto a tutti i costi scrivere quelle cose”.
Apriti cielo: una minaccia mafiosa, un tentativo di intimidazione, proprio da parte della Casa Bianca, e proprio contro il giornalista-simbolo del coraggio di raccontare la verità anche facendo arrabbiare la Casa Bianca. A Woodward, che da una vita campa dell’immagine di giornalista scomodo, non dev’essere parso vero: ha pensato bene di rendere pubblico l’imbarazzante aneddoto.
“Io ormai sono vaccinato e ho già fatto la mia carriera”, si è divertito a raccontare a Mike Allen, una delle firme di punta di The Politico, “ma cosa succede se questo tipo email, con scritto “guarda che te ne pentirai”, la mandano ad un giovane reporter con un’esperienza di un paio o anche di dieci anni?”

E così, per una volta, Woodward è improvvisamente diventato un beniamino dei repubblicani (che di solito lo detestano), ed ha ricevuto attacchi di ogni genere dai colleghi più di sinistra. Sul New Republic, ad esempio, Noam Scheiber racconta che il suo ultimo bestseller (che parla proprio della vicenda dei negoziati sul budget) è tutto intriso di faziosità anti-Obama; Jonathan Chait sul New York Magazine si produce in un bizantino debunking nel tentativo di dimostrare che in realtà la lettura dei fatti di Woodward sarebbe viziata da una visione distorta del ruolo del presidente; e così via.
Intanto, il conto alla rovescia continua a ticchettare: l’ascia del “sequester” si abbatterà alla mezzanotte di oggi.
Uscito su Good Morning America

mercoledì 13 febbraio 2013

MARCO RUBIO GIA' IN PISTA. NON SARA' TROPPO PRESTO?


“Siamo sicuri che sia un vantaggio venire designato come “il Salvatore dei Repubblicani” con quattro anni di anticipo?”

Questo dubbio retorico espresso sornionamente su Twitter dal guru elettorale di Obama David Axelrod si riferisce alla cover-story dell’ultimo numero di Time, che per l’appunto ha presentato il giovane senatore della Florida Marco Rubio nientemeno che come “Salvatore dei Repubblicani”, in quanto “nuova voce” del partito che ha appena perso le elezioni presidenziali. Un po’ troppo e un po’ troppo presto, se davvero la sua ambizione è quella di divenire il candidato alla Casa Bianca nel 2016.

Lui stesso è parso pensarla a questo modo, a giudicare dalla sua reazione:

In effetti sentirsi definire già ora “il nuovo leader del partito repubblicano” (la definizione è di Chris Cillizza del Washington Post) rischia di rivelarsi un buon modo per “bruciare” il proprio potenziale di frontrunner per le prossime presidenziali; ma il rischio è ineludibile, dal momento che il giovane senatore della Florida è stato scelto per tenere ieri sera il tradizionale discorso di replica a nome del partito di opposizione per rispondere a quello del Presidente sullo Stato dell’Unione. Solitamente si tratta di un trampolino di lancio per un astro nascente del partito, e ieri sera è toccato a lui provare il salto.
Il discorso non conteneva sorprese, ovviamente; del resto si tratta solo formalmente di una replica, trattandosi ovviamente di un discorso preparato prima che il Presidente pronunziasse il proprio. E’ stato un discorso che suonava costruito a partire da un ragionamento molto semplice, quasi primitivo: nella sostanza, è Obama a spostarsi a sinistra e quindi l’opposizione repubblicana non ha bisogno di ricollocarsi, le basta tenere la postazione; nella forma, nel tono, l’esigenza è quella di scrollarsi di dosso l’inefficacia del miliardario aristocratico Mitt Romney, e trovare un volto e una voce più credibile per captare il malcontento della middle class. Se quindi nella sostanza la ricetta resta quella tradizionale repubblicana (meno Stato, meno tasse, e in teoria – la pratica è un’altra faccenda…. - meno spesa pubblica), nel tenore il messaggio è: “non siamo il partito dei vecchi bianchi ricchi”.
Ed ecco quindi il quarantunenne latino Rubio con la sua storia personale di figlio di immigrati cubani, papà barista e mamma cameriera, che nella Lando of Opportunity “ce l’hanno fatta” da zero con il sudore della fronte:
“Questa opportunità – di arrivare a far parte della middle class o anche oltre, non importa da dove si parte nella vita - non ci viene concessa da Washington. Viene da una pulsante economia libera nella quale le persone possono rischiare i propri soldi per aprire un'attività. E quando ci riescono, assumono più persone, che a loro volta investono o spendono i soldi che guadagnano, aiutando gli altri ad avviare a loro volta un’altra attività e a creare posti di lavoro”.
E quindi, sempre puntando alle preoccupazioni della middle class(da notare la prima persona singolare, nonostante il discorso dovrebbe essere a nome del partito):
“Signor Presidente, io abito ancora nello stesso quartiere operaio nel quale sono cresciuto. I miei vicini non sono milionari. Sono pensionati che dipendono dalla Social Security e dal Medicare. Sono lavoratori che domani mattina devono alzarsi presto per andare a lavorare per pagare le bollette. Sono immigrati, che sono venuti qui perché erano intrappolati in condizioni di povertà in Paesi in cui il governo dominava l'economia. Gli aumenti delle tasse e la spesa in disavanzo che Lei propone farà male alle famiglie della middle class. Costerà loro i loro guadagni. Costerà loro i loro benefici. Può costare ad alcuni di loro persino il posto di lavoro. E farà male agli anziani, perché non fa nulla per salvare Medicare e Social Security. Quindi Signor Presidente, io non sono contrario al suo programma perché voglio proteggere i ricchi. Sono contrario al suo programma perché voglio proteggere i miei vicini di casa”.
La performance oratoria di Rubio è stata brillante (fatta eccezione per un piccolo momento di defiance causa secchezza delle fauci placata dissetandosi da una bottiglietta d’acqua che incredibilmente nessuno aveva pensato di piazzare alla sua portata, il che lo ha costretto ad un gesto molto goffo che ha scatenato frizzi e lazzi su Twitter, ma che difficilmente passerà agli annali).
Resta però ancora da capire quanto filo ha da tessere; e resta da capire quanto gli giovi, e quanto gli noccia, spendere il suo potenziale già ora, più per tamponare il vuoto seguito alla sconfitta elettorale che per cavalcare un’onda.


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