martedì 6 novembre 2018

JOHN MCCAIN, VINCENTE

La legge dello Stato dell’Arizona stabilisce che, quando uno dei due senatori del Grand Canyon State venga a mancare durante il proprio mandato, il governatore dello Stato nomini un Senatore ad interim, appartenente allo stesso partito, fino alla prima scadenza elettorale utile. Il seggio che John McCain ha appena lasciato vacante verrà quindi riassegnato in questo modo sino alle elezioni del novembre 2020, per poi eleggere democraticamente un senatore, che comunque rimarrà in carica solo fino a quella che sarebbe stata la scadenza naturale dell’ultimo mandato di McCain, cioè novembre del 2022.
Lui, McCain, invece non aveva mai beneficiato di alcuna comoda cooptazione: il suo posto al Congresso se lo era sempre guadagnato sul campo. Nel 1987, si sente spesso dire, aveva “ereditato” il seggio al Senato dal mitico Barry Goldwater, il conservatore antistatalista uscito sconfitto dalle presidenziali del 1964 contro Lyndon Johnson, ma che aveva seminato il germe di quella rivoluzione reaganiana alla quale McCain aveva nel suo piccolo preso parte con la prima elezione alla Camera, nel 1982 (fresco di trasferimento in quell’Arizona che diventerà il “suo” Stato). Ma Goldwater non era venuto a mancare: era semplicemente andato in pensione dopo aver terminato il mandato, lasciando libero un seggio da contendere alle urne.
In queste ore in cui l’America e tutti i media occidentali si uniscono nel rendere omaggio all’eroe di guerra che sabato sera ha perso la sua ultima battaglia, quella contro il cancro al cervello (lo stesso presidente Trump, dopo aver inizialmente limitato al minimo sindacale la bandiera a mezz’asta sulla Casa Bianca – incattivito dalla profonda inimicizia che aveva diviso i due – ha poi ceduto ad un raro dietrofront proclamando ieri sera il ripristino del segno di rispetto sino ai funerali di McCain), può sembrare superfluo rivangare questi dettagli. Ma la questione è fondamentale: McCain è stato un grande “solo” perché ha saputo essere grande nella sconfitta (o meglio, perché ha saputo rinunciare alla vittoria pur di non cedere al “gioco sporco”) oppure ha saputo essere anche un vincitore? Stiamo parlando di un uomo politico: sarebbe assurdo misurarne la grandezza solo sullo stile e sulla moralità dimostrati nel perdere le elezioni.
Forse quando nel 2015 l’allora aspirante candidato Donald Trump dichiarò di non considerare McCain un eroe di guerra perché “si fece catturare, mentre a me piacciono quelli che non si fanno catturare”, stava facendo qualcosa di più che dare in pasto ai propri simpatizzanti uno slogan per smarcarsi da un detrattore autorevole. Trump stava lanciando una candidatura presidenziale basata su regole molto diverse da quelle tradizionali: tra l’altro, sulla convinzione che “there is no bad publicity”, che la buona reputazione è molto sopravvalutata e che per conquistare la prima fila serve spararle grosse, senza troppe remore, ben più che dar prova di signorilità. In buona sostanza, volete un candidato che sappia dimostrare onore, virtù, rettitudine, coerenza, ma poi alla fine esca onorevolmente trombato (come accadde a McCain nel 2008 contro Obama), o preferite uno che se ne frega di questi fronzoli ma che, anche per questo, sa portare a casa la sospirata vittoria? Quell’interrogativo, a distanza di tre anni, ancora aleggia, persino dalle nostre parti:


Le sconfitte elettorali di McCain sono solo due: alle primarie presidenziali del 2000, e alle presidenziali del 2008. Nel primo caso venne sconfitto da George W. Bush, il quale venne sostenuto dal partito con ogni mezzo. Gli appassionati di fake news che le considerano un fenomeno recente farebbero bene ad andarsi a rileggere la storia di quelle elezioni di diciotto anni fa, durante le quali su internet (un internet ancora privo di social network) venne diffusa la diceria secondo cui il senatore dell’Arizona aveva qualche rotella fuori posto a causa delle sevizie patite durante la prigionia in Vietnam (evocando perfidamente la versione originale del film The Manchurian Candidate del 1962, quella nel quale un sergente americano – interpretato da Frank Sinatra – veniva fatto prigioniero durante la guerra in Corea, sottoposto dai comunisti a un fantascientifico lavaggio del cervello, e in tal modo “programmato” per assassinare il presidente degli Stati Uniti una volta liberato e rimpatriato come eroe di guerra).


E allora forse è giusto ricordare anche questo: che no, John McCain non è stato “uno che le elezioni le perdeva”. È stato, innanzitutto, uno che è riuscito a farsi eleggere al Congresso ininterrottamente per trentacinque anni, dal 1982 al 2017, una volta alla Camera e ben sei volte consecutive al Senato. L’Arizona non è il Mississippi, né l’Alabama, né il South Carolina: è uno Stato che nemmeno negli anni recenti di “marea rossa” compare fra i primi dieci – ma neanche fra i primi venti – nelle classifiche degli stati ideologicamente più conservatori. Ed è, inoltre, uno Stato nel quale circa un terzo degli elettori registrati per votare non sono affiliati né al Partito repubblicano né a quello Democratico. Si tratta, insomma, di uno Stato nel quale l’elezione per un candidato repubblicano non è affatto scontata: va conquistata realmente, ogni volta. Tant’è che l’altro seggio senatoriale dello Stato, quando McCain subentrò a Goldwater, era saldamente detenuto da un Democratico, l’avvocato italoamericano Dennis DeConcini.
Particolarmente degna di nota è soprattutto la rielezione di McCain nel 2010, quando venne sfidato alle primarie da un popolare conduttore di talk show radiofonici sostenuto dal movimento populista dei Tea Party, che in quel periodo sembrava essere la realtà più vincente nella destra americana. Allora 74enne e reduce dalla sconfitta alle presidenziali, McCain riuscì comunque a non farsi strappare la candidatura, e venne rieletto con ampio margine.
Dopo il botto di McCain alle primarie del New Hampshire, il Team Bush, capitanato dal famigerato Karl Rove, pur di impedirgli il bis in South Carolina dove i sondaggi lo davano nuovamente in testa, fece ricorso ai cosiddetti “push polls”: telefonate camuffate da sondaggi e mirate in realtà a diffondere calunnie (“se lei sapesse che il senatore McCain ha una figlia illegittima avuta da una donna di colore, sarebbe più incline o meno incline a votarlo?”; e la fantasia dell’intervistato era suggestionata dal fatto che McCain aveva in effetti una figlia di colore, in realtà adottiva e nient’affatto illegittima).
La sconfitta di McCain alle primarie del 2000 va poi necessariamente valutata assieme alla sua vittoria alle primarie del 2008. Il tema più caldo era la guerra in Iraq. McCain aveva sempre contestato duramente l’impostazione della “guerra leggera” di Donald Rumsfeld, giudicandola sufficiente ad abbattere rapidamente il regime di Saddam ma non a gestire il dopoguerra. Nel 2006, anno di elezioni di midterm, si affacciava l’incubo di un “nuovo Vietnam” e come uscire alla svelta da quel pantano pareva essere l’unica questione realmente all’ordine del giorno. McCain era praticamente l’unico politico a scommettere pubblicamente sul cosiddetto surge, cioè sull’invio di molte più truppe. “Non crede che sostenere il surge possa distruggere la sua campagna elettorale?”, gli domandò Larry King, il celebre intervistatore della Cnn. “Preferirei perdere le elezioni che la guerra”, rispose lui. Venne rieletto al Senato, ma subito dopo dovette misurarsi con le primarie presidenziali, a pochi mesi dall’inizio delle quali la sua campagna pareva già in crisi, prima ancora di cominciare, per mancanza di fondi e sondaggi deludenti.
Molti commentatori cominciarono a sentenziare che si era suicidato con il suo ostinato appoggio al surge. Alcuni puntavano il dito anche contro la sua battaglia per la legalizzazione degli immigrati clandestini, invisa a molti elettori repubblicani. Nella primavera del 2007, quando il surge ebbe inizio, credere in un suo successo sembrava follia. Eppure proprio allora, nel momento peggiore, McCain sfidò a mani nude l’impopolarità del conflitto, tenendo – con al suo fianco veterani del Vietnam ed ex prigionieri di guerra – una serie di comizi all’insegna dello slogan No Surrender (“Non mollare”, riferibile alla presenza in Iraq ma anche alla sua candidatura alle primarie). Durante l’estate, eminenti membri del suo staff si dimisero: tra questi Terry Nelson, che aveva diretto la campagna per la rielezione di Bush nel 2004 e che McCain aveva a sua volta ingaggiato come campaign manager, e John Weaver, lo spin doctor texano che era stato il suo principale stratega elettorale fin dal 1999 (veniva spesso definito come uno che “sta a McCain come Karl Rove sta a Bush”). Ma proprio alla vigilia delle primarie, cominciarono ad arrivare buone notizie dall’Iraq. E come ben sappiamo, le primarie quella volta McCain le vinse.
Rimane, certo la sconfitta che poi riportò nell’elezione generale, contro Obama. Non va però dimenticato che McCain si candidava alla Casa Bianca dopo che per otto anni il suo inquilino era stato George W. Bush. Quell’elezione appariva fuori della portata del candidato repubblicano: di qualunque candidato repubblicano. Mantenere lo stesso colore politico alla Casa Bianca per tre mandati consecutivi è un’impresa quasi impossibile e riuscita, nell’ultimo mezzo secolo, solamente una volta: nel 1988, quando Bush padre succedette ai due mandati di Reagan. Ma allora l’amministrazione uscente (nel suo momento peggiore, dopo lo scandalo Iran-Contras) rasentava il 60% dei consensi, ed esserle “contigua” era un punto di forza decisivo. McCain, al contrario, nel 2008 subiva come un handicap letale la contiguità all’amministrazione Bush.
Se c’è qualcosa di veramente notevole nell’impresa condotta da McCain nel 2008 non è la mancata elezione, ma semmai il fatto di esserci andato, nonostante tutto, così vicino. Contrariamente al luogo comune, all’indomani della convention nazionale in Minnesota, alla quale era stata annunciata la scelta di Sarah Palin come candidata alla vicepresidenza, McCain aveva guadagnato consensi soprattutto fra i cosiddetti elettori indipendenti fra i quali, secondo la Gallup, era schizzato in testa con un impressionate vantaggio di ben quindici punti. Al contempo, la sua popolarità tra gli elettori democratici che si qualificavano come più centristi era salita al 25%, mentre prima della convention era al 15. Nella prima metà del mese di settembre, il prodigio era apparso possibile. Dopodiché, il 15 settembre del 2008, come un fulmine piovve dal cielo il fallimento della Lehman Brothers.
Ed è questo il vero spartiacque di quella corsa alla Casa Bianca. “Il giorno in cui la Lehman è fallita mi trovavo in compagnia di un amico che lavora per Obama. Non ci mise molto a mettere a fuoco cosa stava accadendo. “Terribile per l’America”, disse, “ma grandioso per la nostra campagna elettorale”ha scritto Gideon Rachman sul Financial Times il 10 novembre 2008). E sul rapporto finale della Gallup sulle presidenziali del 2008 si legge:
McCain aveva repentinamente invertito la corrente ai primi di settembre. Si era portato in testa immediatamente dopo la convention repubblicana e gli acclamatissimi discorsi di accettazione della candidatura, il suo e quello della sua candidata vice Sarah Palin. A quel punto, McCain aveva provato il suo vantaggio più duraturo: 10 giorni, dal 7 al 16 di settembre. Il suo vantaggio si è interrotto improvvisamente con la crisi di Wall Street di metà settembre.
I dati che riflettono l’importanza di questa sliding door sono molti e di varia provenienza: “I dati della rilevazione quotidiana di Rasmussen reports sulle presidenziali mostrano che Obama è passato in testa nei 10 giorni successivi al collasso della Lehman Brothers – quando il crollo di Wall Street è stato avvertito dall’uomo della strada. Prima di quell’evento, John McCain era avanti di tre punti nel sondaggio nazionale. Dieci giorni dopo, Obama era passato avanti di cinque e non ha più mollato il suo vantaggio”, si leggeva a novembre di quell’anno sul Wall Street Journal.
Alla fine è stato l’allora vicepresidente Joe Biden a riconoscere l’accaduto, cinque anni fa durante un incontro pubblico con McCain: “Di fatto la verità è che – lo sa Barack e lo so pure io – se la situazione economica non ti fosse franata in testa, John…. Penso che probabilmente avresti vinto tu”.

Uscito su Forbes

BILL CLINTON E IL PRESIDENTE SCOMPARSO

“Una delle poche lezioni su cui biologia e storia combaciano è che tutti, uomini e animali, dalle più rudimentali forme di vita agli organismi più sofisticati, preferiscono obbedire anziché decidere. Colpisci il capo e il resto del branco si farà prendere dal panico”.
Questo passo non è tratto da un saggio. È parte di un romanzo giallo, ma non uno qualunque. Sulla copertina fanno bella mostra di sé due nomi, stampati in caratteri ancora più grandi di quelli utilizzati per il titolo, dato che sono nomi pesantissimi. Uno è quello di James Patterson, il giallista più venduto (e più pagato) al mondo. Ma non è quello che compare per primo: a precederlo svetta quello del 42esimo presidente degli Stati Uniti. Di Bill Clinton si conosceva il debordante talento oratorio (“il suo fascino è irresistibile come le onde dell’oceano, ma vuoto, senza contenuti” disse di lui un altro grande autore di thriller, il reaganiano Tom Clancy), ed è stata immensa la popolarità nel recente passato (fino a pochi anni fa – prima che la candidatura presidenziale di Hillary rompesse l’idillio – giravano sondaggi a tema “ex presidente preferito” nei quali lui superava il 40%, e fra gli altri nomi in lista nessuno raggiungeva nemmeno il 20), ma come romanziere è un debuttante (essendo, del resto, la prima volta nella storia che un ex presidente si cimenta in una simile impresa).
Patterson, al contrario, ha all’attivo più di 150 libri, di molti dei quali ha creato più che altro il “soggetto”, delegandone poi buona parte della scrittura finale a un team di collaboratori. Le sue trovate sono quasi tutte rivolte alla trama e al profilo dei personaggi; la stesura vera e propria la lascia ad altri. Anche per questo i suoi libri sono tanto snobbati dalla critica: ma di questo ai lettori non potrebbe fregare di meno. Un caso che calza a pennello in questi anni di dicotomia popolo/élite, insomma. Le vendite dei suoi romanzi superano quelle di John Grisham, Stephen King e Dan Brown messe assieme. Nel 2010, Patterson è stato il primo autore a vendere più di un milione di ebook.
Ai tempi di Barack Obama, viceversa, esaurita la pazienza e la fiducia nei confronti del giovane volto nuovo – amato proprio perché inesperto, così à la page e così prodigo di bei discorsi – la rivisitazione americana di House of Cards ha avuto un successo cui quella originale britannica degli anni ’90 non si era potuta nemmeno avvicinare. Una fiction basata sulla disillusione e sul cinismo, esibiti in modo quasi liberatorio, sull’ostentazione dell’idea che chi comanda arriva al potere grazie a una ferocia sanguinaria e a una spregiudicatezza luciferina. Ovvero l’antitesi, o forse lo “smascheramento” della pia illusione coltivata in The West Wing.

Il Presidente è scomparso – così si intitola il libro firmato da questa strana coppia – è appena uscito in tutto il mondo (in Italia per Longanesi), e per molti versi non si discosta dai precedenti lavori di Patterson. La vicenda è narrata in prima persona dal punto di vista del protagonista, come nel caso del suo personaggio prediletto Alex Cross (che appare in ben 26 romanzi) o di Michael Bennett (una decina). Stavolta, però, il protagonista non è un detective bensì Jonathan Lincoln Duncan, un immaginario presidente degli Stati Uniti alle prese con una gravissima e inedita minaccia terroristica, che affronta in modo a dir poco eterodosso, “scomparendo” dalla Casa Bianca ed avventurandosi in un’impresa individuale degna della più tradizionale mitologia americana.
Che la tecnica narrativa sia efficacissima, che i colpi di scena si sprechino, che il ritmo risulti serrato, è tutto sommato scontato, per chi ha consuetudine con i libri di Patterson; così come è usuale che il giallista non abbia scritto il libro da solo. Decisamente insolito è, invece, si diceva, il fatto che ad affiancarlo nella creazione stavolta sia stato un ex presidente – il quale conosce come poche persone al mondo i segreti e i dettagli della Casa Bianca. Il risultato è godibilissimo, soprattutto per chi oltre ai thriller di Patterson avesse amato serie tv come 24 o Homeland. Non a caso, anche questa storia è destinata a essere trasposta in un titolo per il piccolo schermo, del quale il canale Showtime si è già aggiudicato i diritti. Trasformare il libro in una sceneggiatura a episodi non richiederà grandi sforzi: sembra scritto apposta (e probabilmente un po’ lo è davvero).
Naturalmente, l’opera prima clintoniana è consigliatissima non solo agli amanti dei gialli, ma anche ai patiti di politica americana. In realtà, a guardar bene negli ultimi decenni è stata la fiction a raccontare la vita pubblica americana meglio di qualsiasi altra cosa.
L’America di fine anni ’90 reduce dalla presidenza del futuro giallista Bill Clinton, coccolata da anni di grassa crescita economica ma anche indignata dagli scandali e dalle ipocrisie che avevano invaso le cronache politiche di quegli anni, aveva eletto alla Casa Bianca un simple man che aveva ben governato il Texas, George W. Bush (e pareva convinto che governare gli Stati Uniti fosse più o meno la stessa cosa); ma l’epoca nella quale il Paese si è risvegliato di lì a poco si è invece rivelata tragicamente difficile. Mentre la affrontavano – governati da un presidente ingenuo – gli americani si sono innamorati della serie tv The West Wing, che celebrava pedagogicamente i più edificanti modelli di un politica nobile e virtuosa (come aveva smesso di apparire durante l’era Clinton) ma anche affidata a uomini di straordinaria competenza, scelti per il loro acume e per la loro saggezza (non esattamente il ritratto di Bush). Il genio di Aaron Sorkin, il creatore della serie, aveva pensato il personaggio di Jed Bartlet, il democratico che l’America non aveva, già premio Nobel per l’Economia, ex governatore del New Hampshire, intelligentissimo e spiritoso, contraddistinto da un’integrità morale al limite della santità e minato fisicamente dalla sclerosi multipla.
Riuscirà il presidente Duncan plasmato dal dinamico duo Patterson-Clinton a catalizzare l’immaginario e le frustrazioni dell’America ai tempi di Trump? In attesa di capirlo, è interessante osservare su quali caratteristiche i due hanno puntato. Il loro presidente è un ibrido tra il Jed Bartlet di The West Wing e il Jack Bauer di 24: veterano di guerra; reduce dalla perdita dell’amatissima moglie per colpa del cancro; minato lui stesso da una malattia del sangue, ma molto più intraprendente – anche fisicamente – della maggior parte delle persone clinicamente sane; circondato da tanti piccoli Frank Underwood, ma più forte di loro proprio perché più onesto e moralmente più saldo.
La parte più sintomatica sta forse in ciò che Clinton e Patterson hanno scelto di lasciare fuori dalla porta. Più che sull’assenza del sesso, che tanto ha colpito il recensore del New Yorker – il quale evidentemente era a caccia di assonanze con la vicenda personale di Clinton – è forse più utile soffermarsi sulla totale assenza, in cinquecento pagine di romanzo, della parola “Twitter”. Il presidente Duncan vive ed agisce in una realtà contemporanea (affrontando i russi, l’Isis, i turchi, gli hacker), ma alternativa rispetto a quella che stiamo vivendo. Una realtà nella quale internet conta moltissimo, persino troppo, eppure sembra non esistere alcun social network, non solo per lui (che deve occuparsi di cose più serie) ma anche per tutti gli altri personaggi. Una dimensione nella quale i politici comunicano ancora con il popolo tramite la televisione, come vent’anni fa, senza scavalcare la mediazione dei giornalisti, e quando parlano direttamente “alla gente” lo fanno con lunghe orazioni, non con messaggini troppo telegrafici per concedere spazio alla retorica. Una realtà “pre-trumpiana” più che “anti-trumpiana”, che – oltre alla nostalgia per un presidente antitetico a quello attuale – sembra trasudare anche la nostalgia per una politica regolata da certe dinamiche e fisiologie. Cose – queste sì – che oggi sembrano scomparse.

Uscito su Forbes

martedì 20 febbraio 2018

THAT'S MALL, FOLKS

La prima volta che visitai gli Stati Uniti, una delle esperienze che mi presero più alla sprovvista fu la visita a uno shopping mall.Un piccolo choc. Era il 1990, e in Italia non avevo mai visto nulla di simile. Esistevano dei piccoli centri commerciali, ma avevano ben poco a che vedere con quell’immenso complesso di negozi interamente al chiuso, su più piani. Lì invece, mi spiegarono, era quanto di più normale e diffuso. Ed era vero: il mall era una istituzione essenziale per il modo di vivere degli americani. Solo in quell’anno, ne erano stati inaugurati ben 19.
Di lì a due anni, l’antropologo francese Marc Augé avrebbe coniato il neologismo “non-luogo” per definire (e deprecare) le strutture consumistiche che attraggono moltitudini di individui che le frequentano senza relazionarsi. Da allora, nel quarto di secolo trascorso, gli intellettuali europei e buona parte di quelli americani non hanno fatto che deprecare la natura e l’impatto sociale di realtà come quella del mall. È fisiologico, quindi, che gli stessi intellettuali stiano ora leggendo nella crisi del mall un sintomo della sua imminente fine.
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giovedì 29 giugno 2017

"CI VEDIAMO IN TRIBUNALE"


Ad otto mesi dall’elezione del 45esimo presidente degli Stati Uniti, le divisioni scavate dalla campagna elettorale tardano a cicatrizzarsi. Forse anche per questo è difficile reperire informazioni obiettive e non faziose su ciò che accade. Della recente decisione della Corte Suprema sul famigerato 'Travel Ban', ad esempio, si è parlato poco e male.
Stiamo ai fatti.
Il Governo Trump aveva emanato una “Ordinanza Esecutiva”, in pratica una specie di decreto, che bloccava temporaneamente la concessioni di visti per immigrare negli USA da sei Paesi già individuati come “a rischio terrorismo” ai tempi di Obama (Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen).

Anzi, per la precisione era stata emanata una prima ordinanza alla fine di gennaio, più drastica, che aveva generato il caos in alcuni aeroporti ed era stata subito bloccata, in quanto incostituzionale, da alcuni tribunali; in quel primo caso il Governo Trump aveva preferito fare alcuni passi indietro ed aveva emanato, a marzo, una versione “riveduta e corretta”, meno drastica, del provvedimento. Ma anche questa versione è stata congelata da due tribunali, che l’hanno giudicata comunque incostituzionale.
Il primo tribunale (in Maryland) aveva accolto il ricorso di due uomini che vedevano impedito il ricongiungimento con i loro familiari (rispettivamente la moglie e la suocera). Il secondo (nelle Hawaii) aveva accolto il ricorso dello Stato delle Hawaii, la cui università statale vedeva alcuni studenti impossibilitati ad andare a frequentare le lezioni e a dare gli esami.
Ora la Corte Suprema ha deciso queste cose:
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lunedì 10 ottobre 2016

...E NON C'E' NIENTE DA RIDERE.

Manca meno di un mese all’elezione del quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America: i tempi sono quindi maturi per fare i conti con la realtà, per quanto sgradevole essa sia.

E la realtà è che il prossimo presidente, piaccia o no:
a) sarà uno di questi due:
b) davvero non sappiamo quale dei due.


Sarà Hillary Clinton, la peggior candidata che il partito Democratico (svantaggiato in partenza dal fatto di aver già detenuto la Casa Bianca per otto anni) potesse scegliersi,una candidata talmente debole, impopolare e poco credibile da risultare, nei sondaggi, in vantaggio di un nonnulla nonostante tutto ciò che di repellente e screditante è stato rovesciato sul suo antagonista negli ultimi dieci giorni; oppure sarà Donald Trump, un personaggio sul cui conto è fin troppo facile reperire una valanga di materiale repellente e screditante, ma sempre con effetti mini sull’opinione pubblica, perché la sua candidatura è un esperimento la cui regola n.1 è “there is no bad publicity”, la reputazione per lui non conta, non lo si vota perché lo si stima ma perché lo si trova idoneo a rottamare quell’altra e tutto ciò che quell’altra rappresenta nell’immaginario collettivo.
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martedì 27 settembre 2016

LUI E' PEGGIO DI ME


'Gli elettori di Trump stanno ancora con lui. Quelli di Hillary stanno ancora con Hillary. Gli indecisi sono ancora indecisi. E in molti vorrebbero candidati migliori'. Questo semplicissimo giudizio espresso a caldo su Twitter da Ari Fleischer, che fu addetto stampa della Casa Bianca ai tempi di George W. Bush, riassume il succo del primo dibattito fra i due pretendenti di questa elezione presidenziale.
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mercoledì 27 luglio 2016

TRUMP, EISENHOWER E IL CONTO DELL'HOTEL

Faceva caldo lunedì, nella sala da ballo del lussuoso hotel di Roanoke, in Virginia, dove un Donald Trump reduce dalla Convention Nazionale di Cleveland stava spiegando ai suoi simpatizzanti come intende 'Rendere di nuovo grande l’America' in politica estera.
Si sudava, le signore agitavano i ventagli. A Trump questo fastidio è sembrato una occasione perfetta per spiegare come funzionano le cose. Ecco, vedete? Io qui pago il conto della sala, ma se i proprietari dell’hotel stanno facendo i furbetti risparmiando sull’aria condizionata, sapete che c’è? Io il conto posso anche decidere di non pagarlo. Perché se loro non fanno la loro parte, io ho diritto a non fare la mia.
Non si è trattato di una digressione estemporanea. Trump stava spiegando come intende gestire il ruolo dell’America nel mondo. E si riferiva, in particolare, alla sua sortita sulla politica estera che - in una intervista al New York Times pochi giorni prima - aveva suscitato maggior scalpore: ossia la affermazione che gli alleati devono smetterla di usufruire a scrocco della protezione militare garantita dagli Stati Uniti, e devono cominciare a contribuire in modo più equo ai costi delle strutture militari alleate.
Avrebbe potuto benissimo essere riconosciuta come la più obamiana di tutte le cose dette da Trump, perché da anni Obama va ripetendo esattamente la stessa cosa, in ogni occasione. Ha persino parlato di alleati “free rider”, cioè scrocconi, per l’appunto. Evidentemente non si tratta della tesi di una parte politica, ma di una esigenza molto sentita da tutta l’America, e fortemente radicata nella realtà.
Ma Trump è Trump, mica può limitarsi a dire le stesse cose che dice anche Obama. E così ha rincarato la dose, alla sua maniera. Se la Russia invade un Paese alleato, gli USA interverranno a difenderlo? Dipende. 
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mercoledì 18 maggio 2016

TRUMP E L'AMERICA CHE VOTA CON IL DITO MEDIO


Nato miliardario, residente a Manhattan, cresciuto nello sfarzo: come candidato anti-establishment, Donald Trump non è altro che una grande messinscena, peraltro delle meno credibili. Eppure le sue sparate funzionano alla grande con quegli americani che vogliono semplicemente votare 'contro'. Perché?


Qualcosa si muoveva già nel 2000, quando nelle primarie presidenziali repubblicane il candidato sostenuto dall’establishment del partito, il governatore del Texas George W. Bush, era inizialmente inciampato nel più scomodo dei maverick.
Il settimanale Rolling Stone aveva proposto al giovane scrittore anticonformista David Foster Wallace di scegliersi un candidato alle primarie di uno dei due partiti e seguirlo on the road per una settimana per scrivere un reportage; e lui aveva scelto di salire sul bus dell’anziano senatore repubblicano John McCain. Era lui, in quel momento, la rockstar della politica americana. E lo era in quanto alternativa “antiestablishmentarian”. Il suo programma era imperniato sulla proposta di una grande riforma del sistema di finanziamento delle campagne elettorali, volta a ridimensionare il potere delle grandi lobby. I suoi comizi si aprivano con la musica di “Star Wars”, quasi a suggerire che Bush fosse un Dart Fener e lui un Luke Skywalker della politica (pare anche che in privato chiamasse scherzosamente “la Morte Nera” la macchina elettorale dell’avversario). La sua avventura durò poche settimane, ma suscitò un entusiasmo sintomatico. Qualcosa si muoveva.

E quel qualcosa si muoveva ancora di più otto anni dopo, quando, nelle primarie presidenziali per il dopo-Bush, John McCain riuscì dove otto anni prima aveva fallito: battè il candidato più ricco e più gradito all’establishment del partito, che stavolta aveva il volto di Mitt Romney. Simmetricamente, nelle primarie democratiche la candidata dell’establishment, Hillary Clinton, da tempo considerata la favorita al limite della predestinazione, venne battuta dal giovane outsider Barack Obama.
Che il 2008 sia semplicemente un anno strano”, si chiese l’opinionista neoconservatore Bill Kristol, “o sta forse accadendo qualcosa di grosso? Stiamo assistendo ad uno dei periodici risvegli politici e culturali dell’America, a una delle nostre occasionali, quasi compulsive reazioni democratiche alla distanza, percepita come eccessiva, tra la gente ed suoi “establishment”? Risvegli di questo genere posso essere anche improvvisi, e possono anche arrivare su più fronti contemporaneamente. Spesso sono accomunati da un tema ricorrente, ossia la richiesta popolare: “piantatela di parlare in nostro nome, e cominciate un po’ ad ascoltarci”. 
Alla fine di agosto, a poche ore dalla convention nazionale repubblicana in Minnesota, McCain spiazzò tutti annunciando che avrebbe candidato come sua vice la governatrice dell’Alaska, Sarah Palin. 

Segue sulla monografica bimensile MAGGIO/GIUGNO 2016 di STRADE  (L'intero numero della rivista è qui)

Wikio

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