venerdì 16 gennaio 2015

IL MONDO DI CHARLIE E IL SEGGIO VACANTE


Saremo soli?
Questa è stata la prima domanda che mi è passata per la testa lo scorso 7 gennaio, una volta sedimentatasi la prima scarica di orrore di fronte alla notizia della strage nella redazione di Charlie Hebdo. 

No - è la risposta che ben presto mi sono dato. Noi europei, noi vicini di casa delle vittime di questo scempio, non saremo soli.
Gli americani potrebbero anche chiamarsi fuori, disinteressarsi di un episodio per molti versi estraneo alla loro realtà domestica, che non li chiama in causa più di tanto, che è legato a problemi di integrazione degli immigrati molto diversi dai loro, e a controversie sulla libertà di espressione differenti da quelle che costellano la nobile tradizione del free speech d'oltreoceano.

Potrebbero, si'; ma non lo faranno. Perché, nonostante tutto ciò che ci ha divisi ed allontanati nell'ultimo decennio, nonostante tutte le incomprensioni e le divaricazioni, quella dimensione comune che un tempo chiamavamo Mondo Libero esiste ancora: nei cuori e nelle menti degli americani c'e' ancora un tutt'uno condiviso che fa sì che, quando la libertà viene attaccata con tanta ferocia da questa parte dell'Atlantico, questo attacco venga vissuto come un attacco anche al loro mondo.
Mi sono trovato quasi subito ad affermarla, questa convinzione, e le conferme non si sono fatte attendere. "Fremo dalla rabbia per l'attacco a Charlie Hebdo", ha scritto tra i primi Roger Cohen del New York Times. "È un attacco al mondo libero. L'intero mondo libero deve rispondere, senza pietà". Altri gli hanno fatto eco. Numerosi. Di destra e di sinistra. La gente in piazza. La foto della gente in piazza - e lo slogan "Je Suis Charlie" - sulla prima pagina di USA Today, il quotidiano della gente comune, nato negli anni del presidente uomo comune, Ronald Reagan. La vignetta di Charlie Hebdo sulla pagina degli editoriali del Washington Post. Lo slogan "Je Suis Charlie" sul megaschermo del NASDAQ a Times Square. Basta guardare la mappa della diffusione dell'hashtag #jesuischarlie su Twitter (subito divenuto uno dei più condivisi della storia) per constatare che sul piano emotivo no, in quelle ore non siamo stati soli. E quando il settimanale satirico è tornato in edicola, è andato immediatamente esaurito anche negli Stati Uniti. Dove quell'umorismo blasfemo non piace affatto, ma si è capaci di difendere la libertà degli altri.
Una sola assenza ha guastato questa confortante ondata di solidarietà. Alla marcia dei capi di Stato a Parigi, accanto a François Hollande c'erano David Cameron, Angela Merkel, Benjamin Netanyahu, Mahmoud Abbas. Barack Obama non c'era, e non c'era nemmeno il Vice Presidente Joe Biden, né il Segretario di Stato John Kerry. È un vero peccato.
Vent'anni fa, tre giorni dopo il massacro di Srebrenica, l'allora presidente francese Jacques Chirac (non certo un attivista nella difesa dei diritti umani) poté permettersi di sfottere Bill Clinton affermando che "il seggio di leader del mondo libero è ora vacante". Vista ora in retrospettiva, la leadership internazionale di Clinton, sia pure con tutte le sue incertezze e le sue goffaggini, si fa rimpiangere amaramente, al confronto con l'inconsistenza di Barack Obama. Ora sì, che il seggio di leader del mondo libero è vacante. L'America non ha un leader, e perciò non lo abbiamo nemmeno noi. Ma il mondo libero, sebbene nave senza nocchiero in gran tempesta, ancora esiste. Qualcosa succederà, qualcuno si farà avanti. È nelle cose.
L'ironia della sorte ha voluto che negli stessi giorni uscisse nelle sale cinematografiche l'ultimo capolavoro di Clint Eastwood, "American Sniper". La storia di un uomo che si rifiuta di tirarsi indietro di fronte alla chiamata alle armi contro "il Male". In una scena del film, il protagonista si sente chiedere dalla moglie se desidera morire, poiché insiste nell'andare volontario al fronte anziché restare a casa con la famiglia. Lui risponde di no, che vuole vivere. Ma al fronte ci va lo stesso. E ha ragione. La morte prima o poi arriva: non possiamo scegliere di farne a meno.Possiamo, spesso, scegliere se vivere - e morire - per qualcosa. Amando ciò che siamo. Coltivando e difendendo la nostra libertà e quella del nostro prossimo. Il seggio è vacante, ma non potrà rimanerlo a lungo.
Uscito su Strade

domenica 7 dicembre 2014

IL CALCIO ALLA CONQUISTA DELL'AMERICA...

...e l'America alla conquista del calcio. Diventi americanista anche per non sentire più parlare di calcio, e poi un amico ti incastra con la scusa dell'americanismo a parlare di calcio alla radio. E va bene: ci ho provato. 
I mondiali di calcio di questo 2014 che volge al termine saranno ricordati come quelli in cui questo sport ha definitivamente smesso di lasciare indifferente la gran parte degli americani. Ma questa "scoperta tradiva" ha radici più lontane di quanto si pensi. C'è una storia curiosa da raccontare, nella quale sfilano comparse come Henry Kissinger, Mick Jagger, Andy Warhol, ed un corpulento signore con nascoste addosso le cimici dell'FBI. In occasione della finale MLS (il campionato si Serie A a stelle e strisce) che si disputa stasera a Los Angeles tra i New England Revolution e i LA Galaxy, ho provato a narrare quella storia assieme ad Ernesto Kieffer (che ne sa molto più di me) nell'ormai consueto appuntamento a La Tertulia - Racconti dall'Oltresport. Il podcast è qui.

giovedì 20 novembre 2014

"IL MATCH DEL SECOLO"


La boxe non è uno sport nato in America, ma - fatto tipico della immigration nation - è immigrato in America nell'epoca mitica della corsa all'oro nelle Terre Selvagge del Vecchio West, e da allora in poi è in America che si sono scritte quasi tutte le pagine più emozionanti della sua storia. Non è un caso. Ripercorrendo il succedersi si episodi e protagonisti della storia di quello che è si' un gioco brutale e primitivo ma una fonte di ispirazione inesauribile, quasi ossessiva, per il cinema, la letteratura, la musica, il grande giornalismo, ho provato a raccontare assieme ad Ernesto Kieffer anche qualcosa di quel Grande Paese, a Radio Popolare Verona nel terzo appuntamento mensile a "La Tertulia - Racconti dall'Oltresport". Il podcast è qui.

venerdì 14 novembre 2014

L'ELEFANTE NELLA STANZA


"The people have spoken, the bastards" – il popolo si è pronunciato, quel bastardo. Visto dalla Casa Bianca, l'esito di queste elezioni di mezzo termine si potrebbe riassumere con la celebre battuta di un candidato democratico trombato al Senato negli anni Sessanta. Le conseguenze son sin troppo evidenti: il Presidente "anatra zoppa", la necessità di compromessi, e così via. 
Meno scontate sono le conseguenze nel campo dei vincitori. Cosa accadrà ora – e cosa sta già accadendo in queste ore - nel Partito Repubblicano?

La tentazione di pensare che il voto della settimana scorsa faccia già assaporare al Grand Old Party una vittoria anche alle presidenziali del 2016 è forte, ma va repressa. Le midterm, per più di un motivo, spesso non preludono affatto ad un voto consonante nelle successive presidenziali. Del resto, anche nel 2010 Obama ricevette una gran mazzata; eppure eccolo ancora lì.

Semmai, ad alimentare le speranze dei repubblicani di riprendersi la presidenza nel 2016 è un altro fattore: negli USA dopo otto anni il pendolo dell'alternanza tende sempre ad oscillare. Mantenere lo stesso colore politico alla Casa Bianca per tre mandati consecutivi è un'impresa riuscita, dal secondo dopoguerra, solamente a Bush padre, che nel 1988 succedette ai due mandati di Reagan. Ma è l'eccezione che conferma la regola. Tutti gli altri che hanno tentato hanno fallito, anche se anche se a volte davvero di pochissimo In questo senso le prossime presidenziali per i Democratici saranno simili a ciò che quelle del 2008 furono per i Repubblicani; e simmetricamente, tra questi ultimi – contrariamente a quanto accadde due anni fa, quando le primarie per selezionare l'antagonista di Obama vennero popolate da una moltitudine di candidati scadenti quando non improbabili – stavolta il contesto incoraggia i "cavalli di razza" a scendere in campo.

L'esito delle elezioni di mezzo termine, però, un risultato concreto in questo senso lo ha già prodotto. I Repubblicani ora non sono più puramente e semplicemente "l'opposizione". 
Conquistato anche il Senato, per il Grand Old Party è suonata la campanella di fine ricreazione. Alla geniale copertina del New Yorker che mostra "l'elefante nella stanza" del Presidente (gioco di parole: in inglese elephant in the room è metafora proverbiale per indicare in problema troppo grosso per essere ignorato, ma l'elefante è anche il simbolo del Partito Repubblicano) si potrebbe attribuire anche un ulteriore doppio senso: i Repubblicani ora siedono nella "stanza dei bottoni". Adesso tocca anche a loro partecipare, in un certo senso, al governo del Paese. E ciò probabilmente finirà per imprimere una determinata curvatura al processo di "selezione naturale" del candidato alla Casa Bianca.
La nota spaccatura fra i repubblicani più moderati e di establishment, e l'ala più conservatrice e radicale vicina al movimentismo antistatalista dei Tea Party, non sarà l'unica chiave di lettura di quanto accadrà nei prossimi due anni nel centrodestra a stelle e strisce. Gli aspiranti al trono si vedranno chiamati innanzitutto a mostrare, con i fatti più che con discorsi ben infiocchettati, l'esperienza e competenza che al giovane senatore dell'Illinois, con il senno di poi, difettavano. 
 In questo senso, accanto alla consueta dicotomia tra l'ala moderata e quella più conservatrice, se ne profila una di tutt'altro genere: quella tra senatori e governatori. 
I senatori saranno protagonisti del rapporto con la Casa Bianca nei prossimi due anni: sui tagli alle tasse e alla spesa pubblica, sia sul mantenere o modificare la famigerata ObamaCare (la riforma del sistema sanitario voluta dal presidente) e sul riformare o meno la materia dell'immigrazione (eterna promessa mai mantenuta di Obama), sia su alcune nomine importanti (probabilmente quella di un nuovo giudice della Corte Suprema). Un po' giocheranno a braccio di ferro, e un po' dovranno costruire compromessi. Tutto ciò avrà dei protagonisti: nomi, cognomi, volti. In primis quello del senatore della Florida Marco Rubio, partito come uomo dei Tea Party ma ben presto ricollocatosi nell'establishment del partito, volto giovane e fresco nel quale, con Obama appena reinsediato, una copertina di TIME già precipitosamente leggeva quello del "salvatore" dei Repubblicani, suscitando l'ironia del diretto interessato:

Le origini cubane e la adesione ad una politica estera da "falco" sono il biglietto da visita non solo di Rubio ma anche del senatore del Texas Ted Cruz, un ultraconservatore che si propone come l'ultimo giapponese ancora pronto a battersi per l'integrale abrogazione di ObamaCare. A distinguersi per la proposta di un ritorno alla antica politica estera isolazionista (che caratterizzava i Repubblicani un secolo fa) è invece il senatore del Kentucky Rand Paul, figlio di quel Ron Paul vecchio senatore del Texas che a lungo ha tenuto alto il vessillo del movimento libertarian americano. Rand è un po' la versione "presentabile", edulcorata, di Ron: un veejay di MTV ha recentemente riassunto il tutto con una metafora musicale, stando alla quale il padre sta ai Nirvana come il figlio sta ai Pearl Jam

 I governatori, dal canto loro, potranno consolidare i rispettivi curriculum in quello che tradizionalmente è il tipico passaggio nel cursus honorum che culmina trasferendo la residenza al n.1600 di Pennsylvania Avenue. Non va infatti dimenticato che l'elezione alla Casa Bianca del senatore Barack Obama nel 2008 fu una anomalia (peraltro predeterminata dal fatto che anche il suo antagonista, il repubblicano John McCain, era un senatore, e come lui non aveva mai governato nulla). Prima di allora tutti i presidenti eletti democraticamente nell'ultimo mezzo secolo erano governatori, oppure ex vicepresidentiche in quanto tali si facevano forti di una (reale o presunta) partecipazione ad altra importante esperienza di governo: quello dell'intero Paese. Per trovare un'altra eccezione prima di Obama tocca risalire fino a John Kennedy; ma stavolta tutto induce a ritenere che gli americani abbiano voglia di tornare al sentiero battuto Ciò arride alle ambizioni di personaggi come Chris Christie, il governatore extralarge del New Jersey (Stato tradizionalmente "blu"), a lungo campione assoluto di popolarità, poi messo in crisi da un piccolo quanto fastidioso scandalo che, comunque, potrebbe non compromettere i suoi piani. Christie è considerato un centrista, anche se nel governare ha talvolta applicato ricette "reaganiane", ad esempio con i sindacati del pubblico impiego.

Su questo fronte, però, il vero campione è il "tatcheriano" Scott Walker, il governatore del Wisconsin (altro Stato tradizionalmente "blu"), nemico giurato dei sindacati dei dipendenti pubblici, sopravvissuto di slancio anni fa ad un tentativo di recall (destituzione tramite consultazione democratica, una sorta di voto popolare di sfiducia), ed ora trionfalmente rieletto.Secondo Nate Cohn del New Republic (non certo un suo simpatizzante), Walker, essendo al tempo stesso un "duro e puro" ma anche un uomo di governo ben rodato, non un movimentista ideologo, sarebbe il più capace di fare ciò che serve per vincere, ossia riunire le varie "anime" di un partito che, per sua natura, è al tempo stesso una coalizione. C'è poi sul tavolo il volto di un ex governatore, che prodigiosamente riesce ancora a mantenersi sulla breccia nonostante non ricopra alcuna carica da ben sette anni: Jeb Bush, governatore della Florida dal 1998 al 2007, figlio del 41esimo presidente e fratello del 43esimo, centrista ma gradito alla "destra religiosa", alfiere di una riforma dell'immigrazione che apra le porte alla regolarizzazione di molti dei latinoamericani che vivono e lavorano più o meno illegalmente negli USA. Su di lui grava però un dubbio: se davvero, come pare, i Democratici torneranno ad affidarsi ai Clinton, non sarà più efficace proporre un volto nuovo, anziché inscenare un revival del solito scontro fra le solite due vecchie dinastie? Non è un dubbio di poco conto.

Uscito su "Strade"

mercoledì 5 novembre 2014

PROFONDO ROSSO


 “Qui da noi non c’è stato un referendum su Obama”, annunciava concitatamente poche ore fa la senatrice Mary Landrieu della Louisiana, parlando ai suoi sostenitori. Come dire: se però ci fosse stato, sarei stata spazzata via anch’io. Non è ancora stata rieletta: andrà al ballottaggio a dicembre. Ma è pur sempre una dei pochi Democratici “sopravvissuti” a quello che l’Huffington Post non ha esitato a definire “disastro” e “bagno di sangue”, ed anche il britannico Economist definisce “carneficina”.
I termini apocalittici si sprecano, ma non gratuitamente. Il partito di Obama stanotte ha riportato una sconfitta di quelle che entrano nei libri di storia. Io stesso in occasione delle elezioni di mezzo termine di quattro anni fa parlai di“Tsunami repubblicano”, e stanotte guardando affastellarsi i dati dello spoglio mi chiedevo che termini avrei potuto usare per mantenere la proporzione. Ecatombe? Armageddon? Molti ricorrono al colore: parlando di “onda rossa”, e in effetti il rosso repubblicano (tinta che pure nella mappa delle midterm del 2010 non scarseggiava di certo) ormai è praticamente ovunque.
Per tutta l’estate e per buona parte dell'autunno gli addetti ai lavori, anche i più capaci, si sono chiesti se i repubblicani sarebbero riusciti a conquistare i sei fatidici seggi necessari per aggiudicarsi (per la prima volta dal 2006) la maggioranza anche al Senato, mantenendo quella alla Camera già espugnata nel 2010. Negli ultimi giorni, però, sondaggi alla mano questo esito è parso sempre più scontato: il tema del pronostico era divenuto più che altro la sua misura e la sua dinamica (il New Yorker, ad esempio, già ieri ad urne aperte da poco aveva pubblicato un’analisi della vittoriarepubblicana ormai certa).

Alla fine, il bilancio provvisorio (la conta dei voti non è ancora del tutto completata) è già da record: al Senato i Rep hanno conquistato almeno un seggio più del necessario (North Carolina, Colorado, Iowa, West Virginia, Arkansas, South Dakota e persino un seggio in Montana che i Dem detenevano da oltre un secono), e anche alla Camera – dove giàconservare i “territori conquistati” nel 2010 sarebbe stato molto - la loro maggioranza non ha solo retto: si è significativamente ampliata. Quando Obama si insediò nel 2009 i Dem avevano al Congresso 59 Senatori e 256 Deputati, e i repubblicani venivano descritti come sull’orlo dell’estinzione (memorabile una cover story di TIME in questo senso); ora, cinque anni dopo, i Dem si avviano ad avere 44 senatori e qualcosa come 180-190 deputati. I repubblicani si ritrovano con la più ampia maggioranza al Congresso dal dopoguerra, il che significa che la Casa Bianca non potrà più fare quasi nulla senza il loro consenso.

Se dalle elezioni parlamentari si passa a quelle deigovernatori (che contano moltissimo, non dimentichiamolo: gli USA si governano anche da lì), il conto che gli elettori americani hanno presentato al partito del presidente è ancora più salato. I repubblicani hanno vinto praticamente tutto quello che c’era da vincere: tutti gli Stati in bilico e anche qualche Stato che tanto in bilico non era considerato. In Texas la Democratica Wendy Davis, della quale vi avevano raccontato che aveva qualche possibilità di “far diventare viola” lo Stato (cioè di spostarlo dal rosso repubblicano al blu democratico – ma voi che mi leggete sapevate che era fuffa) non si è nemmeno avvicinata non dico alla vittoria, ma nemmeno ad una sconfitta in qualche modo onorevole: ha perso con distacco di circa venti punti percentuali, e – da femminista fieramente prochoice – non ha prevalso nemmeno tra l’elettorato femminile, mentre tra gli elettori latinoamericani (quelli che secondo la vulgata dovrebbero essere alla base del fantomatico “spostamento a sinistra” del Lone Star State) ha riportato uno dei risultati  più deludenti degli ultimi 20 anni. In Florida, dove i Dem hanno candidato quel Charlie Christ che ai tempi di Bush aveva governato lo Stato come repubblicano (e che aveva cambiato casacca dopo essere stato stracciato da Marco Rubio nelle primarie per il Senato), il governatore repubblicano Rick Scott – pur non essendo particolarmente popolare – è riuscito a strappare la rielezione, anche grazie al poderoso sostegno del governatore del New Jersey Chris Christie il quale ora aggiungerà certamente questa vittoria al suo dossier di aspirante candidato alla Casa Bianca. In Wisconsin il conservatore anti-sindacati Scott Walker, altro aspirante candidato alla presidenza, che molti davano per politicamente morto (suicida) già nel suo primo anno di governo, è stato trionfalmente rieletto con quello stesso confortevole vantaggio di 7 punti  con il quale aveva a suo tempo superato la prova del recall. E in queste ore si mostra già ben deciso a voler cavalcare questo successo per farsi candidare alla Casa Bianca sulla base della comprovata “eleggibilità” di un conservatore duro e puro come lui anche in un territorio tradizionalmente non troppo inclinato verso destra. Persino a casa di Obama, nell’Illinois solitamente dominato dalla famigerata machine della Chicago Democratica, i repubblicani sono tornati al governo dopo più di dieci anni.

E ora? Ora, al di là delle ovvie considerazioni sull'effetto "referendum", su Obama “anatra zoppa” che non potrà più sottrarsi ai compromessi con i repubblicani che sino ad ora non aveva saputo o voluto costruire, gli occhi di tutti sono su Hillary Clinton.

Frettolosamente adottata dai media come prima “donna alla Casa Bianca” in pectore (nonostante nel 2008 non le avesse portato bene), Hillary ora si trova per le mani un partito allo sfascio, vincente solo in California, nello stato di New York e in poche altre sparute roccaforti. Ma questo è il meno: in fondo, ci sarebbe di buono che ora i Dem possono solo far meglio. Il guaio peggiore sta nel fatto che Hillary e Bill in questa campagna elettorale si erano molto spesi: sono andati a portare la loro benedizione (e gli aiuti della mitica Clinton Machine) in Floria, nel “loro” Arkansas, in Kentucky… quasi ovunque il loro apporto si è dimostrato insufficiente. Certo, da qui a due anni può ancora succedere più o meno qualsiasi cosa (in fondo anche le midterm del 2010 erano andate malissimo per Obama, che però due anni dopo fu ugualmente rieletto - a onor del vero, però, le circostanze rendono queste midterm molto più simili a quelle del 2006, a parti invertite). Ma ad oggi lo scenario arride ai repubblicani. Aspettatevi, nei prossimi giorni e nei prossimi mesi, svariati “coming out” da parte di quegli esponenti del G.O.P. che nel 2012 si tennero in disparte, e stavolta invece non vedono l’ora di cimentarsi. Intanto, il più esuberante nel “trollare” su Twitter la povera Hillary è senza dubbio il senatore del Kentucky Rand Paul, ansioso di accreditarsi come uomo di riferimento dell’ala tea partier del partito:


domenica 26 ottobre 2014

TUTTO QUELLO CHE AVRESTE SEMPRE VOLUTO SAPERE SUL BASEBALL


Saranno i Kansas City Royals o i San Francisco Giants a vincere questa sera la quinta partita delle World Series? 
Per chi ha ben chiaro il senso di questo quesito, ma forse ancora più per chi non l'ha affatto chiaro ed ha sempre visto il baseball come un rito noioso ed incomprensibile, segnalo la chiacchierata estortami da Ernesto Kieffer a Radio Popolare Verona nel nostro secondo appuntamento mensile a "La Tertulia - Racconti dall'Oltresport": abbiamo cercato di rispondere a tutti i grandi quesiti che tradizionalmente aleggiano su questo antico mistero.
Perchè l'America ama tanto questo sport e il resto del mondo assai meno?
Cos'è un grande slam?
Perchè la nazionale cubana vince molti più campionati del mondo di quella USA?
Cos'è un grande slam?
Ma soprattutto: chi gioca in prima?
Il podcast è qui.

mercoledì 22 ottobre 2014

PERCHE' AMIAMO QUEL BASTARDO DI FRANK UNDERWOOD?


Già, perché? 
Bella domanda. È un mostro, è il Male, eppure non riesco a fare a meno di seguire le sue gesta come se fosse un idolo. So di non essere il solo.
Il perchè me lo sono chiesto spesso. Non ho ancora una risposta certa; fatto sta che è venuto a chiederlo proprio a me – e a vari altri esperti, tutti molto più qualificati – Orlando Sacchielli de Il Giornale. Gli ho risposto così.

mercoledì 8 ottobre 2014

I NAZISTI DELL'ILLINOIS: UNA STORIA VERA


Elwood: "Ehi, che sta succedendo?"
Poliziotto: "Quei figli di puttana hanno vinto il processo e fanno una dimostrazione".
Elwood: "Quali figli di puttana?"
Poliziotto: "Quegli stronzi del Partito Nazista".
Elwood: "Hm! I nazisti dell'Illinois. Prrr"
Jake: "Io li odio i nazisti dell'Illinois."

Non si trattava di un parto estemporaneo della (geniale) fantasia di Dan Aykroyd e di John Landis. Nella Chicago degli anni Settanta, all’ombra di violenze politiche di ben altra portata, c'era davvero anche una piccola ma rumorosa associazione neonazi di nome National Socialist Party of America, che cercava consensi tra la popolazione bianca della città, in quei quartieri nei quali l'espansione del mega-ghetto nero del South Side generava maggiore attrito.

E la causa l'avevano vinta per davvero. Nel 1977 avevano indetto una manifestazione, una delle loro parate in “camicia marrone, pantaloni marrone scuro, stivali neri, più una fascia attorno al braccio sinistro raffigurante una svastica”. In costume nazista, insomma. Ma quella volta avevano scelto di tenerla proprio a Skokie, un sobborgo di Chicago che ospitava una delle più nutrite comunità di ebrei sopravvissuti all'Olocausto al di fuori di Israele. I residenti si erano energicamente opposti, ed il sindaco di Skokie aveva dapprima posto una serie di limitazioni sulle modalità della manifestazione, ed infine l'aveva del tutto vietata. 

"Negli Anni Sessanta" commentò il settimanale TIME "i tribunali federali invocarono i principi del Primo Emendamento per proteggere le marce per i diritti civili in alcune città del Sud che si trovavano in fiamme. Nonostante le gravi minacce di violenza, le dimostrazioni risultarono pacifiche, grazie all'intervento della polizia statale e locale che intervenne su ordine di quei tribunali. Ma a quanto pare i diritti costituzionali protetti a Selma, in Alabama, nel 1965 non possono essere garantiti nella Chicago del 1977".

E invece sì, che potevano. I nazisti dell’Illinois fecero ricorso in Tribunale, affidando la propria causa a Burton Joseph, ebreo, avvocato della Unione Americana per i Diritti Civili, che aveva difeso anche i pacifisti arrestati per i disordini alla Convention Nazionale Democratica di Chicago del 1968. Era in gioco il mitico Primo Emendamento, che in America garantisce la libertà di parola (il cosiddetto "free speech"). 

Il municipio di Skokie perse la causa, sia in primo grado che in appello; tentò infine un ricorso alla Corte Suprema, sul quale quest’ultima rifiutò di pronunciarsi per manifesta infondatezza, confermando così che la decisione adottata dai tribunali era corretta e che il diritto al “free speech” in America è talmente ampio da includere anche l'“hate speech”.
Soddisfatti di quella vittoria, i nazisti dell’Illinois a quel punto accondiscesero a tenere la loro manifestazione altrove, mentre i residenti ebrei di Skokie dettero sbocco alla propria mobilitazione creando in città un museo dell’Olocausto.

Quello storico precedente è stato evocato, più o meno implicitamente, anche dall'attuale presidente della Corte Suprema, John Roberts, quando lo scorso aprile ha motivato la sentenza con la quale la Corte ha abrogato, in quanto incompatibile con il Primo Emendamento, la parte della legge sui finanziamenti elettorali che limitava quelli più ingenti raccolti da super-comitati finanziati da miliardari: “se il Primo Emendamento tutela persino il diritto a tenere parate naziste, di certo tutela anche quello alla propaganda elettorale, anche se impopolare”.

Ci ripensavo nelle scorse ore, leggendo la notiziola del finto “nazista dell’Illinois” fermato dalla Digos a Bergamo mentre sfotteva le “Sentinelle in Piedi” che manifestavano in opposizione (alquanto pacificamente, provocando proteste in alcuni casi assai meno pacifiche) al disegno di legge contro l’omofobia. Cronache da un pianeta dove è vietato penalmente mascherarsi da nazisti (al punto tale da poter passare un guaio persino se lo si fa con intento satirico), è vietato penalmente tenere manifestazioni razziste, qualcuno vorrebbe vietare penalmente anche l’esprimere opinioni omofobe, e così via. Oltreoceano, dove sin da principio si è adottato il principio inverso (quello secondo il quale conviene lasciare che certe idee vengano espresse pubblicamente, anziché relegarle nelle catacombe), forse se la passano meglio.

Uscito su The Post Internazionale

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