sabato 1 febbraio 2014

TALK RADIO

All'antevigilia del 48esimo Super Bowl, ho avuto il (grande) piacere di una chiacchierata radiofonica con Ernesto Kieffer, alla "trasmissione di cultura sportiva" La Tertulia - Racconti dall'oltresport, sulle frequenze di Radio Popolare Verona. Tema: tutto quello che avreste voluto sapere sul football americano* (*ma non avete mai osato chiedere). Per chi si fosse perso la diretta, il podcast è qui. 

Buon ascolto - e Go Broncos!

lunedì 18 novembre 2013

"OF THE PEOPLE, BY THE PEOPLE, FOR THE PEOPLE": I 150 ANNI DEL DISCORSO CHE CAMBIO' LA STORIA


Si riesce a malapena ad individuarlo, Abraham Lincoln, nell’unica fotografia ufficialmente riconosciuta come scattata nel pomeriggio di 150 anni fa, quel 19 novembre del 1863 a Gettysburg, in Pennsylvania, mentre pronunciava il più celebre dei suoi discorsi: quello per la cerimonia con la quale il campo di battaglia ove poco più di quattro mesi prima si era combattuta la battaglia decisiva della Guerra Civile veniva trasformato nel cimitero nazionale in ricordo delle migliaia di soldati, sia nordisti che sudisti, caduti in quei tre giorni di massacro (più di 3.500 nordisti, circa 7.000 sudisti).

E’ una foto sfuocata, confusa, con un’inquadratura infelice; pare quasi uno scatto accidentale.
Il fatto è che il fotografo non era pronto: all’epoca scattare una fotografia era un’operazione molto più lenta e complessa rispetto ad oggi, ma solitamente se ne aveva tutto il tempo, perchè le orazioni che venivano pronunziate in quelle occasioni erano lunghissime, duravano ore e ore.

E invece quel giorno il presidente, sorprendendo il fotografo ma certamente non solo lui, tenne un discorso-lampo di meno di trecento parole, che presumibilmente durò meno di tre minuti sebbene interrotto per cinque volte dagli applausi: quasi come se oggi un discorso solenne stesse tutto in un “tweet”.
Probabilmente la eccezionale brevità di quel discorso, del quale martedì l’America celebra il centocinquantennale, contribuì al suo successo: ne agevolò la diffusione e la memorizzazione, nell’immediatezza e nelle generazioni a seguire. Quelle parole riecheggiano ancora, persino da questa parte dell’ Atlantico, anche se il loro significato e la ragione della loro importanza tende da queste parti ad essere sconosciuto ai più (come del resto accade per quasi tutto ciò che attiene la Guerra Civile Americana).


Non si può capire il senso e lo spirito di quel discorso senza fermarsi prima per un istante a riflettere su quanto poco scontata fosse, all’epoca, l’idea che l’America dovesse considerarsi un’unica “nazione”, e non semplicemente una grande aggregazione di Stati, e che i suoi abitanti costituissero un unico “popolo degli Stati Uniti d’America”, e non una alleanza tra il popolo della Virginia, quello del Vermont, quello del Sud Carolina, quello del Massachusetts e cosi’ via. Può suonare scontato alle nostre orecchie ora; ma a quell’epoca era un problema, tanto grave che in un certo senso era anche per via di quel problema che si era finiti per combattere una Guerra Civile terrificante, nella quale erano morti più americani di quanti non ne sarebbero morti nelle due Guerre Mondiali messe assieme.


La Guerra Civile non era scoppiata per una disputa sulla abolizione della schiavitù (questione dalla quale anche Lincoln, come tutti i suoi predecessori, si era tenuto alla larga il più possibile, e che infine aveva affrontato per ragioni tattiche più che strategiche); ciò su cui l’America si era divisa fino allo scontro armato (e al bagno di sangue) era una questione ben diversa, ossia fino a che punto quella nuova e strana Unione che si stava sperimentando privasse i singoli Stati che ad essa partecipavano della loro sovranità e della loro autonomia. Se l’Unione era solo un patto fra Stati, allora era come un matrimonio civile, che contemplava la separazione dei beni e financo il divorzio. Se invece era da considerare come una fusione irreversibile, allora nessuno Stato membro poteva chiamarsi fuori: sarebbe stato come lo smembramento di un corpo.

La generazione precedente aveva dibattuto su questo con una intensità intellettuale impressionante. Chi, con l’ex vicepresidente John C. Calhoun, era convinto che la sovranità fosse rimasta ai singoli Stati, vedeva il governo federale come una sorta di amministrazione di un titanico condominio; ed oggettivamente aveva dalla propria parte la realtà costituzionale delle origini (Alexis de Tocqueville, nel suo celebre “La Democrazia in America” scritto proprio negli anni di quella grande disputa, aveva notato che coloro che avevano scritto la Costituzione degli Stati Uniti “si erano sforzati di dare al governo federale un’esistenza a parte e una forza preponderante”, ma più di tanto non lo avevano potuto fare “poiché non erano incaricati di costituire il governo di un popolo unico, ma di regolare l’associazione di parecchi popoli”).

Lincoln apparteneva invece alla fazione opposta, quella di chi, come il Segretario di Stato Daniel Webster, era convinto che gli americani si fossero uniti in un unico popolo prima ancora di dotarsi di una Costituzione, e che l’Unione cui essi avevano dato vita era un organismo del quale il governo federale rappresentava non una derivazione, bensì il cervello e la spina dorsale.
Nel discorso inaugurale della sua presidenza, pronunciato il 7 marzo del 1862 davanti ad un Campidoglio ancora privo della cupola, Lincoln si era pronunciato contro l’idea di vedere gli Stati Uniti come “un’associazione di Stati basata semplicemente su un contratto”, ed aveva giurato fedeltà a “il mio vero, legittimo padrone: il popolo americano”.

E’ lì tutto il senso del mitico discorso di Gettysburg. Lincoln aveva capito che non bastava vincere la guerra degli eserciti: occorreva vincere anche quella delle idee. Quel giorno di centocinquanta anni fa, su quel campo di battaglia trasformato in cimitero di caduti del Nord e del Sud, il presidente – in un’epoca nella quale i presidenti si affidavano ancora al proprio talento, senza ricorrere a tanti speechwriter e ghostwriter – spiega in breve che nella guerra in corso si deciderà se la traiettoria del grande esperimento americano dovrà prendere la direzione della dissoluzione o quella del consolidamento; e spiega che se quella che si è consumata su quel campo di battaglia non è solo una vittoria militare, allora quello americano dovrà considerarsi un unico popolo, e non “l’associazione di parecchi popoli” raccontata da Tocqueville.

La chiave di quel discorso sta quindi già nella sua apertura, che rinvia ad ottantasette anni prima, ossia al 1776 della Dichiarazione di Indipendenza, quasi a sottolineare che l’atto di nascita dell’Unione è quello, e non la Costituzione:
«Sedici lustri e sette anni or sono i nostri padri diedero vita su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e guidata dal principio che tutti gli uomini sono creati uguali. Adesso noi siamo impegnati in una grande guerra civile, che proverà se quella nazione, o qualunque nazione così concepita e guidata, possa vivere a lungo»
Su questa premessa, bastano poche frasi per far esplodere l’epilogo trionfale:
«Tocca ora a noi qui il votarci al grande compito che abbiamo davanti: che da questi morti onorati ci venga un'accresciuta dedizione a quella causa per la quale essi diedero l'ultima estrema misura di dedizione; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, sotto la guida di Dio, abbia una nuova nascita nella libertà; e che l’idea di un governo del popolo, attraverso il popolo, per il popolo, non scompaia dalla terra».
Fino ad allora, “The United States of America” era un termine plurale, come lo è ancora per noi che non avendo vissuto quel conflitto non vediamo ragione di fare diversamente; ma là, da allora in poi, la grammatica cedette il passo alla Storia, e “The United States of America” è stato ed è considerato un termine singolare: “The United States of America is” (non “are”) “a Free Government”. Christopher Hitchens qualche anno fa riassunse tutto ciò in quattro parole: “no Lincoln, no nation”.

 Uscito su America24

giovedì 3 ottobre 2013

ADDIO TOM CLANCY, NARRATORE E PROFETA

“In America non hai scuse” disse una volta Tom Clancy “Puoi riuscire a fare veramente qualunque cosa tu voglia, purchè tu sia disposto a lavorarci abbastanza duro”. Per lui è stato così. Nel 1984 aveva trentasette anni, era solo uno sconosciuto broker assicurativo di Baltimora con il pallino della storia e della tecnologia militare. Ma mettendo a frutto la sua passione era riuscito a scrivere un libro, e a farselo pubblicare anche se da una casa editrice di terz’ordine (la Naval Institute Press, specializzata in saggistica su questioni tecniche nautiche, che non aveva mai pubblicato alcun romanzo). Il protagonista è Jack Ryan, un ex agente di borsa, come lui di Baltimora e come lui militare mancato per problemi di salute, divenuto analista della CIA, che riesce ad intuire le intenzioni del comandante di un sottomarino sovietico ammutinatosi per fuggire verso il Mondo Libero. Accadde che a Natale qualcuno ebbe l’dea di regalare quel romanzetto al presidente Reagan, il quale era appena stato trionfalmente rieletto; e che questi, durante un pranzo con la stampa, allorché un cronista di TIME gli chiese quele fosse il suo libro preferito rispose che ultimamente stava perdendo il sonno per divorare quel thriller che era troppo bello per riporlo, anche a tarda ora. Immediatamente “Caccia a Ottobre Rosso” (The Hunt For Red October) divenne uno dei bestseller più venduti degli anni Ottanta, e la sua fortuna venne ulteriormente amplificata a livello mondiale quando nel 1990 venne tramutato nel celebre film, con Sean Connery nei panni del comandante del sottomarino e Jack Ryan interpretato da un giovane Alec Baldwin.
Da allora Clancy è diventato un mito. Diciassette romanzi - quasi tutti con protagonista Jack Ryan -, diciassette bestseller. Quattro di questi sono diventati film di successo: oltre ad Ottobre Rosso c’è statoPatriot Games del 1987 (in Italia “Attentato alla corte d'Inghilterra”), divenuto nel 1992 “Giochi di Potere”, e Clear and Present Danger (in Italia “Sotto il Segno del Pericolo”), del 1989, trasposto in film nel 1994, entrambi con Jack Ryan interpretato da Harrison Ford (che secondo Clancy però non andava bene perchè troppo vecchio per la parte); e poi The Sum of All Fears, in Italia “Paura senza limite”, del 1991, che nel 2002 è divenuto “Al vertice della tensione” con protagonista Ben Affleck affiancato da Morgan Freeman nei panni del direttore della CIA (nel libro sono dei terroristi islamisti a tentare di scatenare la guerra nucleare tra USA e URSS; nel film, girato subito dopo l’Undici Settembre, si preferì convertire il tutto in un complotto neonazista).
Si dice che Clancy sia stato assieme a Michael Crichton uno degli inventori del genere “techno-thriller”, nel quale il realismo si ottiene giocando in modo quasi maniacale con i dettagli tecnologici, curati con estremo rigore e verosimiglianza contrariamente a quanto Fleming aveva fatto con i puerili gadget di 007 (pare che in “Caccia ad Ottobre Rosso” egli avesse addirittura inavvertitamente rivelato informazioni tecniche coperte dal segreto di Stato). Di certo ha creato un pezzo di immaginario collettivo occidentale, prima con i suoi libri e poi anche con una serie di altrettanto fortunati giochi, in origine da tavolo e poi videogame (“Splinter Cell”, “Rainbow Six”), da lui ideati e sviluppati dalla società Red Storm Entertainment da lui fondata. Inoltre Clancy ebbe la lucidissima intuizione del grave pericolo insito nella impreparazione dello Stato ad affrontare il terrorismo, per via della eccessiva burocratizzazione dell’intelligence: tema che ricorre in più d’uno dei suoi bestseller, tre i quali “debito d’Onore” del 1994 in cui, sette anni prima dell’Undici Settembre, racconta di un aereo di linea dirottato da un attentatore suicida contro il Campidoglio.
Politicamente è stato un conservatore ed un libero pensatore: oltre a ricambiare senza riserve la ammirazione di Reagan (dedicò il suo "Potere Esecutivo", del 1996, “A Ronald Wilson Reagan: L'Uomo che ha vinto la Guerra"), è stato un grande estimatore di Colin Powell (“una delle persone migliori che ho incontrato nella mia vita”), ed un detrattore di Bill Clinton (“il suo fascino è irresistibile come le onde dell’oceano, ma vuoto, senza contenuti. Se non ha danneggiato gravemente il Paese è solo perché non c’era nulla in cui credesse abbastanza per poter fare danni”) ma anche del neoconservatore Paul Wolfowitz, il teorico della guerra in Iraq (“un pezzo di merda”).
Clancy è morto nella notte fra martedì e mercoledì, a soli 66 anni. Il 3 dicembre uscirà postumo il suo ultimo romanzo, Command Authority, protagonista ancora una volta Jack Ryan divenuto nel frattempo presidente degli Stati Uniti. Ci mancheranno, sia Clancy che Ryan.

martedì 24 settembre 2013

LE RUGHE DI HILLARY

Sono magicamente sparite tutte le rughe dal volto della ancora-non-ufficialmente aspirante “Madame President” Hillary Clinton, nell’immagine patinata che il settimanale New York ha appena usato per mettere in copertina la sua prima intervista dopo l’addio al Dipartimento di Stato. 
Forse anche perché, pur di darle una mano, hanno ripescato un servizio fotografico vecchio di quasi tre anni, realizzato per il magazine Harper’s Bazar.


Ma ci sono rughe che nessun trucchetto fotografico può cancellare. Poche ore dopo la presentazione della nuova copertina del NYMag, un altro settimanale di riferimento dell’America liberal, il New Republicha sparato una cover story dedicata alle gesta del factotum- braccio destro di Bill Clinton, tale Doug Band, personaggio poco noto al grande pubblico ma potentissimo; vero e proprio organizzatore dell’entourage di Bill e, soprattutto, amministratore della messa a frutto del suo potenziale finanziario ed imprenditoriale post-presidenziale. Una lettura che rinfresca la memoria su cosa fosse e sia tutt’ora il sistema di potere clintoniano: salta fuori un po’ di tutto, dagli affari con faccendieri delle peggior specie (ce n’è anche uno italianissimo), alle scorribande sessuali con amici come il magnate dei supermercati Ron Burkle (nel cui staff pare che queste avventure con Bill venissero etichettate spiritosamente “Air Fuck One”).

Ma soprattutto salta fuori che alcuni dei grandi finanziatori della Fondazione Clinton, che in teoria avrebbe scopi puramente filantropici e benefici (e ai vertici della quale siede attualmente anche la stessa Hillary), versano le loro elargizioni per comprare la prestigiosa partecipazione di Bill a determinati eventi o addirittura la sua intermediazione nella conclusione di determinati affari. Si sarebbe insomma consolidato un bizzarro business basato sullo sfruttamento commerciale della rete di relazioni acquisita dai Clinton ai tempi della Casa Bianca (con questo Doug Band nel ruolo del ruffiano), e questo sfruttamento sarebbe in buona parte veicolato dalla fondazione “non profit” (ahem) di famiglia.

Eccolo qui il problema di Hillary 2016: non un’età troppo avanzata, ma una storia troppo zeppa di cose poco nobili e difficili da nascondere. Come quelle maledette rughe.

Uscito su The Post Internazionale

mercoledì 18 settembre 2013

MAN IN THE MIRROR

“Se la vita fosse un film, Barack Obama guarderebbe nello specchio e ci vedrebbe George W. Bush. Darebbe una strofinata allo specchio, ma Bush sarebbe ancora lì, che lo guarda con quel suo sorrisetto irritante. Obama – mica scemo – ben presto capirebbe: eccolo lì, proprio come il predecessore che tanto egli aveva (giustamente) disprezzato, ad arrancare metaforicamente attraverso il deserto d’Arabia alla ricerca di armi di distruzione di massa. Solo la storia può decidere se si tratta di un film comico o tragico”.
Il Washington Post, per quanto possa trovarsi in crisi e checché ne sarà ora che è stato comprato da Jeff Bezos, è sempre il Washington Post. E del Post Richard Cohen è decisamente una firma storica: ci lavora da prima del Watergate, e ne è editorialista da quasi trent’anni. Come quasi tutte le firme del quotidiano della capitale, Cohen è un elettore democratico. Ha votato per Barack Obama sin dalle primarie del 2008. Non è mai stato un acritico supporter del presidente, intendiamoci; ma le sue critiche non si erano mai spinte ad una veemenza come quella della quale è imbevuto il corsivo uscito ieri, feroce e impietoso nel tono e nei contenuti sin dal titolo a dir poco sarcastico (“Obama è Bush 2.0, ma non è una versione più avanzata”).
In principio quello di accusare Obama di essere tale e quale al suo predecessore fu un vezzo di nicchia, una provocazione buona per una copertina ad effetto del periodico britannico di sinistra “The New Statesman”Con il tempo questa tesi è invece divenuta sempre più mainstream (in Italia ne ha tenuto una meticolosa contabilità Christian Rocca con la sua rubrica “That’s Right” ), ma negli ultimi tempi i suoi ormai numerosi sostenitori hanno aumentato il calibro in modo tutto sommato sorprendente. Questo editoriale di ieri è un perfetto esempio: Obama, sostiene Cohen, è antitetico a Bush per mentalità e personalità, ma nei fatti finisce per risultare anche lui drammaticamente sprovvisto di un piano per esercitare le leadership americana nel mondo in modo efficace. Anche lui “ha perso il controllo della sua politica estera (ammesso che ne abbia mai avuta una)”, e questo anche nel suo caso sta costando la vita a migliaia di persone. Nel suo famigerato editoriale uscito l’11 settembre sul New York Times, Vladimir Putin ha sfottuto Obama ammonendolo dal “fare come Bush” nel senso di praticare un incauto interventismo. La critica di Cohen sul Post è concettualmente antitetica ma non meno tagliente: “Il poliziotto si è rivelato un imbranato. E’ un illitterato in politica estera. Banditi e assassini hanno preso le sue misure: è risultato più piccolo di quanto era inizialmente apparso”.


Siamo solo all’inizio del secondo quadriennio di presidenza Obama: se questa è l'aria che tira, saranno anni interminabili. E manca poco più di un anno alle elezioni di mezzo termine: se questa è l'aria che tira, potrebbe essere un anno molto breve.

giovedì 27 giugno 2013

#LOVEISLOVE?

Un passaggio storico, ma con tanti “se” e tanti “ma”. Ieri dichiarando incostituzionale la “sezione 3” del Defense of Marriage Act, la legge del 1996 che stabiliva che per il governo federale il matrimonio è solo l’unione fra un uomo e una donna, la Corte Suprema ha di fatto aperto alle numerose coppie gay americane sposate l’accesso a molti benefici, soprattutto fiscali e di welfare, previsti da leggi federali; ma lo ha fatto senza toccare la “sezione 2” della stessa legge, quella che accorda a ciascuno dei cinquanta Stati il diritto di non riconoscere i matrimoni tra coppie omosessuali celebrati e riconosciuti in un altro Stato. Quindi per il movimento americano per i diritti degli omosessuali una vittoria importante ma parziale, che non mette in discussione l’autonomia dei singoli Stati di mantenere le normative locali ancorate alla definizione “tradizionale” di matrimonio come unione eterosessuale. Bizzarro che questa soluzione fondamentalmente federalista – nel senso di rispettosa della autonomia dei singoli Stati, orientamento che solitamente, dai tempi del New Deal, è amato dai giudici più conservatori – sia stata adottata da una maggioranza di cinque giudici formata da Anthony Kennedy, il centrista ago della bilancia per antonomasia, e dai quattro giudici di orientamento liberal, mentre i quattro giudici conservatori hanno votato contro.

Ancora più ambigua l’altra sentenza emessa ieri dalla Corte Suprema sulla questione dei matrimoni omosessuali: si tratta della decisione sul caso del referendum “Proposition 8” che nel novembre del 2008, nel giorno della prima elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, aveva introdotto il divieto di nozze gay nella Costituzione della California. Questa causa, intentata nel maggio del 2009 da una coppia lesbica che aveva impugnato davanti al Tribunale federale di San Francisco il rifiuto della contea di trascrivere il loro matrimonio, era frutto di una precisa strategia accuratamente pianificata da un team animato da Chad Griffin, uno dei principali strateghi politici del movimento gay statunitense, e patrocinata da un super collegio legale con il preciso scopo di indurre la Corte Suprema a dichiarare incostituzionali anche le norme che in molti dei singoli Stati impediscono il riconoscimento delle nozze gay, proprio come accadde esattamente dieci anni fa quando la Corte – anche in quel caso con il voto decisivo di Anthony Kennedy, che anche allora fu l'estensore della sentenza - decretò l’incostituzionalità della legge del Texas che vietava la sodomia, facendo “saltare” tutte le leggi contro la pratiche omosessuali sino ad allora vigenti in molti Stati del Sud. E invece, ieri sul caso californiano la Corte ha deciso di non decidere, con una sentenza pilatesca che, creando un precedente ad oggi inedito, ha giudicato improcedibile il ricorso per via della decisione delle autorità statali californiane di non battersi per difendere il risultato del referendum del 2008. Il divieto di matrimoni gay viene quindi eliminato, ma solo in California e solo tenendo buona la sentenza che lo aveva già fatto limitatamente a quel caso, senza che il principio venga in alcun modo esteso agli altri 49 Stati dell’Unione.
In effetti questa vittoria, proprio perché decisamente parziale e di portata molto contenuta, è esattamente il genere di compromesso cui puntava il presidente Obama – il quale nel 2008 si era proclamato contrario “come cristiano” al matrimonio omosessuale, ma poi nel maggio dell’anno scorso aveva annunciato di aver cambiato idea, seppure solo “a titolo personale”, ed in seguito ha più volte utilizzato il riferimento ai pari diritti per gli omosessuali per connotare i suoi discorsi pubblici, da quello di inaugurazione del suo secondo mandato presidenziale (è stato il primo presidente della storia a pronunciare la parola “gay” in un simile contesto),fino al comizio tenuto a Berlino una settimana fa.

A febbraio, nell'ultimo giorno utile, la Casa Bianca aveva preso posizione chiedendo alla Corte Suprema di pronunciarsi contro il divieto di matrimoni gay in California, ma nel farlo si era ben guardata dal chiedere una pronuncia che decretasse che l’accesso all’istituto del matrimonio debba essere immediatamente accordato alle coppie omosessuali in tutti i 50 Stati dell’Unione. La pronuncia “minimalista” di ieri ha decisamente esaudito questo auspicio: vi è di che sospettare che alla Casa Bianca si sia esultato soprattutto per questo, anche se ovviamente la comunicazione politica del caso ha cercato di colorire il tutto in modo molto più romantico:

Propaganda a parte, la verità è che il prosieguo di questa storia sarà molto complicato. Parlare di “vittoria di Pirro”, come accadeva ieri sul popolare sito Talking Points Memo, potrebbe non essere eccessivo, se si considera che non solo i fautori delle nozze gay hanno mancato l’obiettivo più ambito, ossia il riconoscimento della parità di accesso all’istituto del matrimonio come diritto costituzionale, ma che ora la battaglia si sposta nei singoli Stati, che attualmente sono in maggioranza governati dai repubblicani: impressionante come sulla mappa gli Stati “rossi”  coincidano quasi del tutto con quelli nei quali i matrimoni gay sono - e restano - vietati). Anchenell'editoriale del New York Times di oggi si parla di "occasione storica mancata", e di una Corte Suprema trattenuta dall'idea che il Paese non fosse ancora pronto per una svolta più importante. Le due sentenze di ieri, tecnicamente, sono l’esatto contrario di ciò che fu 40 anni fa la storica sentenza nel caso “Roe contro Wade”: se in quel caso, nel decidere della libertà della donna di scegliere di abortire, la Corte Suprema impose con un colpo d’accetta una soluzione radicale in tutti gli Stati Uniti, sottraendo la questione alla potestà dei parlamenti democraticamente eletti (sia quello federale che quelli locali dei singoli Stati), ieri invece i nove giudici hanno optato per una soluzione antitetica. Anche dopo le sentenze di ieri, esiste un'America "con" i matrimoni gay ed una "senza": in quella "con" vivono oltre novanta milioni di americani, quasi un terzo della popolazione Usa - una parte molto consistente, ma pur sempre una minoranza. E ora? E ora si prospetta una battaglia “Stato per Stato”, che potrebbe anche durare generazioni, come per la questione della pena di morte.
Uscito su America24

mercoledì 13 marzo 2013

READY FOR BILLARY?


Quando alle quattro del pomeriggio di venerdì primo febbraio John Kerry ha giurato assumendo la carica di sessantottesimo Segretario di Stato, Hillary Clinton è tornata ad essere formalmente una semplice cittadina. Solo un mese dopo – qualche giorno fa – si è appreso che quella sera Hillary e Bill hanno festeggiato cenando alla Casa Bianca con Barack e Michelle. La ragione di questo piccolo ma significativo evento è sin troppo evidente: da quella sera la libera cittadina Hillary Clinton è tornata a svolgere la professione di sei anni fa, quella di favoritissima per la presidenza degli Stati Uniti. A Washington un primo superPAC (comitato per la raccolta di grandi finanziamenti) di nome “Ready for Hillary” ha già cominciato a mobilitare i donatori, per la ipotetica campagna elettorale di quella che Newsweek non esita a definire “la donna più potente nella storia degli Stati Uniti”.
Ok. Però leggendo la cronaca di The Politico su quella cena "particolare" alla Casa Bianca del primo febbraio, salta all’occhio come l’argomenti centrale non sia il rapporto fra Barack e Hillary, bensì quello fra Barack e Bill. Lo trovo ragionevole. Il personaggio-chiave di tutta questa storia è colui che, se davvero fosse Hillary la presidentessa, nel 2016 diverrebbe un ingombrante First Gentleman.


Molti ancora ricorderanno quanto il vecchio Bill abbia fatto faville alla Convention Nazionale Democratica di Charlotte, lo scorso settembre. Con un riuscitissimo discorsone a briglia sciolta di quasi un'ora (il testo ufficiale diramato poco prima constava di 3.136 parole, in quello che tenne effettivamente ne vennero contate quasi seimila) finì quasi per oscurare Obama, ma gli diede anche un sostegno da molti giudicato decisivo, che poi rinnovò in numerosi eventi elettorali nelle settimane a seguire. Larry J. Sabato, insigne politologo dell'Università della Virginia, notò su Twitter"E ora, come potrebbe Obama dare il suo appoggio a chiunque si contrapponesse ad Hillary nel 2016? I Clinton adesso hanno in mano una gigantesca cambiale firmata Obama"...
Ribaltando un vecchio adagio, potremmo presto trovarci ad osservare come dietro una grande donna ci sia un grande uomo. Tutti sembrano chiedersi se dopo il primo presidente di colore gli americani siano pronti per il primo presidente donna. A me stuzzica di più un altro interrogativo: gli americani sono pronti ad avere di nuovo Bill alla Casa Bianca?

GO WEST

E' passato più di un anno dall'inizio della mia piccola avventura su America24. Che prosegue felicemente -  ma non bisogna mai commettere l'errore di fermarsi, giusto? 
Giusto, e quindi da oggi ho il piacere di farneticare anche su The Post Internazionale, nuova testata telematica del Gruppo Editoriale L’Espresso, in collaborazione con La Repubblica e con Limes, dedicata alla politica internazionaleRingrazio il direttore Giulio Gambino per avermi invitato a salire a bordo, e per avermi messo a disposizione un blog tutto nuovo di nome Go West (non credo di dover spiegare il perchè). Da oggi ci si vede anche lì, stay tuned.

Wikio

http://www.wikio.it