martedì 22 gennaio 2013

"ROE CONTRO WADE" COMPIE 40 ANNI. UN CASO ANCORA APERTO?

Si chiamava Norma McCorvey e lavorava come cameriera in un bar. Era bisessuale. Era alcolizzata e tossicodipendente. Nel 1971 si era rivolta al Tribunale di Dallas sostenendo di essere rimasta incinta a seguito di uno stupro: aveva chiesto di essere autorizzata ad abortire, nonostante la legge del Texas vietasse l’aborto sanzionandolo come un crimine.

Nacque così la mitica causa “Roe contro Wade”, che esattamente quarant’anni fa, il 22 gennaio del 1973, si concluse con quella che ancora oggi rimane la più controversa sentenza mai pronunciata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti - tant’è che non solo oggi per il quarantennale, ma ogni anno nel giorno dell’anniversario, per quarant’anni il grande plateatico davanti al palazzo neoclassico, ove la Corte ha sede, è stato teatro di pacifiche ma accese manifestazioni, sia a favore che contro quella storica decisione.

“Roe” sta per “Jane Roe”, lo pseudonimo usato in America per garantire l’anonimato alla donna durante un processo (in Italia i giuristi potrebbero usare “Tizia”, ma i giornalisti non sarebbero tenuti ad altrettanta discrezione). “Jane”, ossia Norma, molti anni dopo avrebbe confessato di aver in realtà partorito e dato la bimba in adozione (cosa che aveva già fatto altre due volte in precedenza), e di aver mentito al Tribunale su suggerimento del suo giovane avvocato, Sarah Weddington.
Sarah era un'appassionata militante pro choice: lo era divenuta avendo a propria volta vissuto in prima persona il trauma di un aborto clandestino. Volle “creare il caso” anche a costo di ricorrere a quella grave forzatura (ironia della sorte, nel 1995 la signora McCorvey si sarebbe trasformata in una “cristiana rinata” e sarebbe divenuta un’attivista del movimento pro life).
“Wade”, la controparte formale nel processo, era Henry Wade, il procuratore distrettuale della contea di Dallas che si trovò a rappresentare lo Stato del Texas non solo in primo grado, vincendo, ma anche nel conseguente appello davanti alla Corte Suprema (il vero fine per cui la Weddington aveva imbastito la causa). Curiosamente, Wade faceva così la sua seconda comparsata nella storia: nel 1963 era stato lui a rappresentare l’accusa nel primo processo per l’assassinio di John Kennedy (in cui l’imputato non era l’assassino del presidente, Lee Oswald, bensì quel Jack Ruby che due giorni dopo aveva a sua volta assassinato l’assassino).
Non aveva mai perso neanche una causa, Wade: quella intentata da “Jane Roe” fu la prima. Il 22 gennaio 1973 la Corte Suprema, con una maggioranza di 7 a 2, decretò l’incostituzionalità della legge del Texas che vietava l'aborto. La donna, scrissero i giudici, ha un diritto costituzionale ad interrompere la gravidanza: ha diritto ad abortire “per qualsiasi ragione” per tutto il primo semestre di gravidanza, mentre negli ultimi tre mesi solo “per ragioni di salute”. 
Quello stesso giorno, contemporaneamente a “Roe contro Wade”, la Corte Suprema decise anche il caso gemello “Doe contro Bolton”, stabilendo che nel verificare le “ragioni di salute” che giustificavano l’aborto, il medico avrebbe dovuto considerare rilevanti non solo le questioni attinenti la salute in senso stretto, ma anche tutti gli altri fattori rilevanti per il benessere della paziente, inclusi quelli “emozionali, psicologici, familiari”.
La motivazione della sentenza, alquanto “creativa”, era ricalcata su quella con la quale la Corte nel 1965, aveva deciso il caso “Grisvold contro Connecticut” decretando l’incostituzionalità delle leggi che vietavano i metodi anticoncezionali. In quel caso la Corte aveva affermato l’esistenza di un diritto costituzionale “alla privacy”, cioè alla non intrusione dello Stato nelle faccende più intime e private dei cittadini, desumibile - con buona dose di fantasia esegetica - dalla due process clause sancita dal quattordicesimo emendamento della Costituzione (“nessuno Stato priverà alcuna persona della vita o della libertà o della proprietà se non in seguito ad un regolare processo secondo diritto”).
“Roe contro Wade” cambiò la società americana; e lo fece di punto in bianco, con un colpo d’accetta. Fino ad allora l’interruzione di gravidanza negli USA era regolata non a livello federale, ma dalla legislazione dei singoli Stati: nella maggioranza era vietata tout court, o consentita a condizioni molto restrittive. Da quel momento in poi, invece, la “libertà di abortire” diventava improvvisamente un diritto costituzionale, inviolabile e tendenzialmente collocato fuori dal campo d’azione dei legislatori democraticamente eletti (incluso quello federale). Anche per questo, quella decisione non sarebbe mai stata del tutto metabolizzata.
La decisione posta alla base di “Roe contro Wade” si fonda sull’assunto che fino al compimento dei sei mesi di gravidanza la questione dell’aborto non vede contrapposte due persone, perché il feto non può essere tutelato come persona finché non è “vitale” (“viable”), ossia capace di sopravvivere fuori dal grembo materno: fino ad allora, sta alla madre scegliere liberamente se portare o no a termine la sua gestazione.
Venne così introdotta negli USA una facoltà di abortire di gran lunga più ampia di quella sancita di lì a cinque anni in Italia, dove l’applicazione che si è data alla legge 194 ammette l'aborto senza limitazioni solo nei primi tre mesi di gravidanza. Nel secondo trimestre, la legge italiana consente solo l’aborto giustificato dal fatto che la gravidanza stessa o il parto mettano a repentaglio la salute della donna, oppure dal fatto che siano pronosticabili “rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro”.
Nel regime americano creato da “Roe contro Wade”, invece, l’unico distinguo tra il primo e il secondo trimestre è che nel primo le modalità dell’aborto vanno liberamente determinate dalla donna e dal suo medico, mentre nel secondo trimestre "lo Stato, nel promuovere il suo interesse alla salute della madre, può, se vuole, regolamentare le procedure abortive in termini ragionevolmente correlati alla salute della donna". Il legislatore americano, quindi, può al massimo regolamentare il “come”, la scelta di quale tecnica abortiva adottare; e comunque solo per il secondo trimestre, e solo nell’interesse della donna stessa, non del feto (di fatto vige ampia libertà di ricorso a tutte le tecniche, incluso l’aborto chimico tramite la pillola RU486).
Da quarant’anni, su “Roe contro Wade” non si ragiona: senza se e senza ma, è dogma indiscutibile per la sinistra liberal, e mostro da abbattere per i conservatori. Qualche anno fa, l’Economist notò come il tema dell’aborto sia al centro di uno dei principali paradossi della politica americana: la gran maggioranza degli elettori repubblicani è generalmente ostile all'intervento statale nella vita del cittadino, ma vorrebbe che lo Stato intervenisse in modo molto più consistente e più severo nel limitare la facoltà di abortire; la gran parte dei democratici, per contro, è favorevole su quasi tutto il resto all’intervento pubblico, ma su questo tema difende “senza se e senza ma” la libertà di scelta individuale della donna.
In realtà la questione è meno apocalittica di come l’opinione pubblica americana è abituata a considerarla. Quand’anche la Corte Suprema adottasse un nuovo orientamento giurisprudenziale che liquidasse quello introdotto con “Roe contro Wade”, l’effetto non sarebbe la automatica proibizione dell’aborto su tutto il territorio nazionale, bensì la restituzione ai parlamenti dei singoli Stati, ed anche del parlamento federale di Washington, della competenza a legiferare sull’argomento.
È vero che se quel precedente venisse smentito in modo netto, l’indomani potrebbero tornare automaticamente in vigore le preesistenti legislazioni antiabortiste di alcuni Stati che con “Roe contro Wade” vennero dichiarate incostituzionali; in particolare, in sette Stati (Arkansas, Louisiana, Michigan, Oklahoma, South Dakota, Texas e Wisconsin) l’aborto tornerebbe lì per lì ad essere vietato senza nemmeno eccezioni per la salute della donna, e solo in quattro Stati rimarrebbe legale “on demand” (senza condizioni) nei primi mesi di gravidanza. Ma è pur vero che in breve tempo la parola tornerebbe ai legislatori, ai rappresentanti del popolo democraticamente eletti, e la normativa potrebbe essere adattata alla sensibilità e alla mentalità degli elettori del Ventunesimo secolo.
Nelle aule di tribunale il precedente di “Roe” non venne rimesso seriamente in discussione per un ventennio: fino al caso “Planned Parenthood contro Casey” del 1992. Bob Casey era il governatore democratico della Pennsylvania, un antiabortista al quale per tale ragione quello stesso anno fu impedito di tenere un discorso alla convention del partito a Filadelfia in cui Bill Clinton riceveva l’investitura a candidato per la Casa Bianca (è anche il padre del senatore democratico Bob Casey Junior, il quale, anche lui pro-life come il papà, alle elezioni di medio termine del novembre 2006 spodestò dal seggio senatoriale il repubblicano ultrareligioso Rick Santorum: una tenzone tra un antiabortista di destra e uno di sinistra).
La Planned Parenthood, che è il principale network di cliniche per gli aborti del Paese ma anche la principale lobby pro-choice, riuscì a sottoporre al giudizio della Corte Suprema la legge della Pennsylvania, voluta per l’appunto dal governatore Casey, che stabiliva che alla donna che chiedeva di abortire potesse essere accordata la relativa facoltà solo a condizione che ne avesse dato notizia al marito, nonché ai genitori se minorenne, e che attendesse un intervallo di 24 ore sottoponendosi ad una seduta di consenso informato. I giudici di Washington ritennero che l’apposizione di quei “paletti” non fosse di per sé illegittima, perché "non sempre le leggi che rendono più difficile l'esercizio di un diritto ne comportano, per ciò stesso, la violazione", mentre “soltanto quando la legge impone un limite eccessivo (“undue burden”) alla capacità di scelta della donna, allora lo Stato viola il nucleo della libertà protetta dalla due process clause”.
E quindi sì alla condizione del previo avviso ai genitori della minore, così come a quella dell’attesa delle 24 ore e della seduta di consenso informato (che oggi è prescritta dalla legislazione di 28 Stati), ma no all'obbligo di comunicare l'intenzione di abortire al marito. Ma quel che più conta è che la Corte confermò esplicitamente il precedente di “Roe contro Wade” come stella polare di ogni successiva decisione in materia, spingendosi ad affermare che grazie a quella sentenza "la capacità delle donne di prendere parte alla vita economica e sociale è stata agevolata dalla loro capacità di controllare la loro vita riproduttiva".
L’ultimo episodio della saga è del 18 aprile del 2007, quando la Corte Suprema “salvò” la legge federale voluta da Bush che vieta il “partial birth abortion”, l’aborto tardivo tramite nascita parziale. In questo caso non venne messa in discussione la libertà della donna di scegliere liberamente ed incondizionatamente se abortire fino al sesto mese. Motivo del contendere era solo la tecnica abortiva che serviva ad aggirare il divieto di abortire dopo lo scadere di quel termine. Il feto veniva girato in posizione podalica, poi veniva estratto tutto il corpicino tranne la testa, e a quel punto gli veniva forata la nuca e gli si aspirava il cervello con un catetere; cosicché il bimbo veniva partorito con il cranio svuotato.
In questo modo, quando usciva del tutto dal grembo materno non era più “vitale”, per cui formalmente il limite sancito da “Roe contro Wade” figurava essere stato rispettato. I “pro-choice” sostenevano che in quel modo il feto moriva comunque senza soffrire, perché fino alla ventinovesima settimana i collegamenti tra la corteccia celebrale e l’ipotalamo, che consentono la percezione del dolore, non sono ancora attivi. In Italia la legge 194 non consente questo metodo abortivo, perché prevede che comunque dopo il sesto mese non si possa interrompere una gravidanza senza predisporre ogni cura per la salvaguardia del bambino: persino se la madre è in «grave pericolo di vita» non si può praticare deliberatamente un aborto, ma solo indurre il parto adottando «ogni misura idonea» per salvare la vita del figlio.
Un tempo la promessa di nominare alla Corte Suprema giudici favorevoli o contrari a “Roe” era uno dei cavalli di battaglia di un candidato alla Casa Bianca; Ma negli ultimi anni la “guerra culturale” per antonomasia è passata sempre più in secondo piano.

Durante le elezioni presidenziali del 2008, il tema fu quasi assente. Ad agosto, quando la campagna elettorale entrava nel vivo, il celebre pastore evangelico Rick Warren intervistò simmetricamente in diretta tv entrambi i candidati su temi eticamente sensibili, e ad entrambi chiese di pronunciarsi su quale sia il momento in cui un bambino diviene titolare di diritti umani. Il candidato repubblicano John McCain, pur non essendosi mai distinto per bigotteria né per zelo religioso, rispose a botta sicura: “al momento del concepimento”.

Barack Obama era solito ostentare la sua religiosità ben più dell’avversario repubblicano, ma in quel frangente cercò di glissare con una battuta agrodolce: “che Lei la metta sotto una prospettiva teologica, o sotto una prospettiva scientifica, comunque una risposta precisa a questa domanda rimane, per così dire, al di sopra delle mie mansioni”. Dopodiché rese la “professione di fede” dalla quale nessun democratico ortodosso può esimersi - “in termini generali io sono pro-choice, e credo in “Roe contro Wade” - e spiegò che come politico preferiva occuparsi di come si può ridurre il numero degli aborti, ferma restando la libertà di scelta eccetera eccetera. Si trattò di una parentesi piuttosto sonnolenta, in una campagna elettorale incentrata su tutt'altro.
Pochissima attenzione venne dedicata anche al fatto che Obama, poco prima dell’inizio delle primarie, intervenendo ad un convegno della Planned Parenthood aveva dichiarato che, se eletto, il suo primo atto come Presidente sarebbe stato quello di firmare il “Freedom of Choice Act”. Si tratta di un disegno di legge presentato nel 2003 dal deputato democratico di New York Jerold Nadler ma mai messo ai voti, che propone di codificare, cioè di trasformare in legge, il principio coniato da “Roe contro Wade” nella sua versione più “pura”, abrogando cioé tutte le restrizioni federali alla libertà di abortire sino ad oggi “ammesse” dalla giurisprudenza della Corte Suprema - ivi incluso lo stesso divieto di partial-birth abortion.
Il 22 gennaio 2009, nel trentaseiesimo anniversario di “Roe”, il neo-eletto (anche con il 52% del voto cattolico) presidente Obama, insediatosi da poche ore alla Casa Bianca con un rito religioso officiato anche dal reverendo Warren, firmò un ordine esecutivo (insieme a una dozzina di altri, tra i quali quello tanto applaudito che decretò la chiusura entro un anno del carcere di Guantanamo, destinato a rimanere lettera morta), con il quale abrogò il divieto - introdotto da Reagan un quarto di secolo prima, poi revocato da Clinton, e infine ripristinato da Bush - di finanziare con fondi federali le organizzazioni non governative che promuovono l’aborto all’estero (la cosiddetta “Mexico City Policy”). Nessun accenno, invece, al “Freedom of Choice Act”, che non è più stato nemmeno ripresentato. Pochi mesi dopo, in una conferenza stampa primaverile, il presidente avrebbe dichiarato che quella legge non rientrava fra le sue “priorità legislative”.
Ora Obama – che durante il suo primo mandato ha nominato alla Corte Suprema due donne, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan, che vengono considerate due prochoice ma non hanno mai palesato grande attivismo sul tema - è stato rieletto dopo una campagna elettorale nella quale il tema è stato, se possibile, persino più assente di quanto lo era stato in quella del 2008. Di fatto si dà ormai per scontato che la questione a livello federale sia fossilizzata nei principi di "Roe", e che solo nella legislazione dei singoli Stati ci sia ancora una partita aperta.
Secondo uno studio del Guttmacher Institute, una associazione prochoice, nei 50 Stati solo nel 2011 sono state approvate ben 91 leggi restrittive rispetto alla facoltà di abortire. Nella maggior parte dei casi si tratta dell’esclusione dall’accesso ai fondi pubblici previsti da ObamaCare per le assicurazioni sanitarie che includano l’aborto tra le pratiche mediche rimborsabili. Ma quando lo scorso 6 novembre questo tipo di provvedimento è stato messo ai voti con referendum in Florida, è stato bocciato dal 55% degli elettori – quasi il 5% in più rispetto a quelli che hanno votato per la rielezione di Obama. 
Uscito su Linkiesta

giovedì 10 gennaio 2013

URAGANO CHRISTIE

Chris Christie, il sempre più amato governatore “extralarge” del New Jersey, dice che non gli è piaciuto vedersi sulla copertina del nuovo numero di Time, nelle edicole domani, per via di quel titolo (“The Boss”) che oltre che alla sua nota passione per il suo conterraneo Bruce Springsteen allude goliardicamente anche alla mafia, giocando sulla fortissima componente italoamericana dello Stato da lui governato. Tanto più sotto a quella sua foto con l’espressione torva che lo fa sembrare uno dei Sopranos. “Citerò l’editore in tribunale per diffamazione razziale anti-italiana”, ha detto ieri in un’intervista radiofonica. Scherzava: è un uomo spiritoso. Ma è anche un uomo molto furbo. Da buon New Jerseyan ha una mamma italoamericana (come del resto il suo idolo musicale, il quale se avesse preso il cognome materno invece che Springsteen si sarebbe chiamato Bruce Zerilli), ma soprattutto ha a cuore i voti dei moltissimi italoamericani che risiedono e votano nel suo Stato.

Telegenico benchè disperatamente obeso, pragmatico nella sostanza ma passionale e carismatico nello stile, Christie è un’anomalia politica: il New Jersey tradizionalmente è una roccaforte Democratica (come la confinante New York, del resto) eppure lui, repubblicano tutt’altro che politicamente corretto, la governa da ormai più di tre anni con un tasso di popolarità che non è mai stato particolarmente basso, ma che è schizzato ad altitudini siderali dopo che lo scorso 29 ottobre l’uragano Sandy ha devastato il suo Stato lasciando a lungo decine di migliaia di persone senza casa o comunque in condizioni tragiche. Si era nel vivo della campagna elettorale e fino a quel momento Christie, che due mesi prima aveva persino avuto l’onore di tenere il keynote speech alla Convention Nazionale Repubblicana di Tampa, era stato fino a quel momento uno dei più attivi e leali sostenitori della candidatura di Mitt Romney. Ma di fronte all’emergenza ha deciso di mettere da parte la politica politicante ed ha collaborato strettamente con la Casa Bianca per gestire al meglio i soccorsi. I vertici del partito e molti opinionisti conservatori lo hanno criticato duramente, qualcuno lo ha accusato di intelligenza con il nemico, ma l’opinione pubblica lo ha premiato, ed altrettanto hanno fatto i mainstream media da parte dei quali non si vedeva tanto amore per un repubblicano dei tempi del picco di popolarità di John McCain nelle primarie presidenziali del 2000.

E pensare che l'anno scorso l’establishment del GOP lo voleva a tutti i costi candidato alla Casa Bianca: lui si fece a lungo corteggiare ma alla fine si negò. Vi furono allora forti pressioni perché entrasse nel ticket come vice, ma niente da fare. Il fatto è che Christie è sempre andato a genio all’establishment, ma anche alla base più ruspante e arrabbiata: il mondo dei Tea Party e dei tribuni ultraconservatori alla Rush Limbaugh lo ha amato non solo per il suo stile focoso (che a volte lo fa somigliare un po' ad un altro celebre "boss" del New Jersey, quello delle torte - il quale non ha perso l'occasione di farne una tutta per lui), ma anche per la sua battaglia per tagliare la spesa di uno Stato devastato dal deficit, un braccio di ferro contro la sinistra Democratica ma anche contro i sindacati.

Ma sulla diffusione delle armi, sui diritti delle coppie gay, sull'immigrazione e su altri temi Christie è nella sostanza un moderato, un centrista. Il che lo contrappone ai vertici del partito nei cui confronti anche negli ultimi giorni ha scagliato pubblicamente i suoi strali per via dei ritardi nell’approvazione del piano di aiuti post-uragano.

A novembre Christie dovrà conquistare una rielezione che oggi pare scontata: il suo tasso di popolarità tra gli elettori democratici è addirittura maggiore di quello presso i repubblicani, e si stenta a reperire un kamikaze che si immoli a sfidarlo (caso clamoroso in New Jersey, dove tradizionalmente i Democratici giocano in casa). Persino l’obamiano Bruce Springsteen, nei cui confronti egli aveva a lungo coltivato un amore non corrisposto, da ultimo gli ha concesso la sospirata amicizia.

Ma la vera posta in gioco non è la rielezione come governatore: la vera questione sono le presidenziali del 2016. Christie sarà protagonista del dopo-Obama? Difficile a dirsi. La nuova cover-story di Time ipotizza che possa essere un "master of disaster", un salvatore dal disastro per il suo partito devastato dalla sconfitta elettorale come lo è stato per la Jersey Shore devastata da Sandt. Ma per ottenere la candidatura alla Casa Bianca occorre vincere le primarie in posti molti diversi dal New Jersey. Staremo a vedere: per ora si è ben piazzato ottenendo che la presidenza della influente Associazione dei Governatori Repubblicani, in questi anni detenuta dal governatore del Texas Rick Perry, gli venga assegnata l’anno prossimo, con una sorta di staffetta con Bobby Jindal della Louisiana, che rivestirà la carica per quest’anno - un altro governatore dalle grandi ambizioni.



giovedì 20 dicembre 2012

L'AMERICA DI BORK - E QUELLA DI KENNEDY

C’è uno strano verbo nel gergo politichese americano che è pressoché impossibile tradurre senza raccontare una storia. Il verbo è “to be borked” (“venire borkizzato”), e la storia è quella della mancata nomina alla Corte Suprema degli Stati Uniti di Robert Bork, il giurista conservatore scomparso ieri all’età di 85 anni.

Il primo luglio del 1987, Ronald Reagan - a poco più di un anno dal termine della sua presidenza - annunciò a sorpresa la sua decisione di candidare Bork alla Corte Suprema. Professore di Yale specializzato nel diritto dell’antitrust e poi – sempre su nomina di Reagan – giudice della Corte d’Appello del Distretto di Columbia (cioè della capitale Washington), Bork era un giurista molto brillante e preparato, ma era notorio il suo orientamento estremamente conservatore.
L’anno prima, Reagan aveva messo a segno i primi due “colpi” che avevano portato nella Corte la cosiddetta “rivoluzione conservatrice”: prima la promozione a Chief Justice (Presidente della Corte) del conservatore duro e puro William Rehnquist (il quale nel 1973 era stato il dissenziente estensore del parere di minoranza nella decisione della famosa causa “Roe contro Wade” che aveva introdotto in tutti gli Stati Uniti il diritto della donna a decidere liberamente di abortire), poi la nomina di Antonin Scalia, il quale in futuro sarebbe a sua volta divenuto il leader della componente conservatrice nella Corte. La nomina di Bork sarebbe stata il terzo tassello che avrebbe completato il disegno, riportando i conservatori in maggioranza e così sancendo la fine della egemonia giurisprudenziale progressista che durava dai tempi di Franklin Delano Roosevelt.

La scelta di Reagan era stata ufficializzata da appena 45 minuti, quando il senatore Ted Kennedy si presentò in diretta televisiva e pronunciò davanti alla nazione una invettiva spregiudicatamente terroristica, che avrebbe lasciato per sempre il segno nella storia della “polarizzazione” della vita politica statunitense. Eccone il passaggio più famoso:

“L’America di Robert Bork è una terra in cui le donne sarebbero costrette ad abortire nei vicoli, i neri tornerebbero a essere segregati nei ristoranti, la polizia irromperebbe nelle case dei cittadini con raid notturni, ai bambini a scuola non potrebbe più essere insegnato l’evoluzionismo, gli artisti e gli scrittori sarebbero censurati a piacimento del governo, e le porte dei tribunali faderali verrebbero chiuse sulle dita delle mani di milioni di cittadini. Nessuna giustizia sarebbe meglio di questa ingiustizia”.
Fu l'inizio di una guerra. Bork venne sottoposto alla più dura lapidazione mediatica dai tempi del Watergate. Finì sui giornali persino la lista delle videocassette che aveva noleggiato negli ultimi anni da Blockbuster (dopo quell’episodio, una legge – non una sentenza della Corte Suprema – vietò di pubblicare simili informazioni su un privato cittadino).

Durante le audizioni per la conferma della sua nomina al Senato (allora a maggioranza democratica: la Commissione Giustizia era presieduta dal futuro vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden), gli venne infine estorta la “confessione”: ebbene sì, egli riteneva che la Costituzione non prevedesse, in realtà, quel “diritto alla privacy” in forza del quale la Corte Suprema nel 1973 aveva affermato il diritto della donna di scegliere se abortire. Ma la sua demolizione - un classico caso di quello che giornalisticamente si definisce “character assassination” – era avvenuta non solo e non tanto sul merito del suo orientamento giuridico, quanto piuttosto convincendo l’opinione pubblica che egli era una persona piuttosto schifosa, un mezzo pazzoide, un mostro.
La sua candidatura venne bocciata con 58 voti contro 42: tutti i senatori Democratici tranne due votarono contro.

Da lì nacque il sarcastico neologismo “to be borked” per definire la trombatura di un candidato a qualche alta carica pubblica, messa a segno facendo “saltar fuori” ed enfatizzando a dovere qualche dato più o meno scabroso del suo curriculum, della sua biografia o della sua mentalità (a volte anche solo del suo aspetto fisico), che consenta di massacrarne l’immagine pubblica.

Per ironia della sorte, il secondo caso di “borkizzazione” della storia dopo quello originario subito da Bork stesso, toccò poco dopo proprio al giudice centrista che venne candidato al suo posto: Douglas Ginsburg, il quale si dovette ritirare quando “saltò fuori” (e venne “sbattuto in prima pagina”) il fatto che in passato, quando lavorava come professore di diritto, era stato un occasionale consumatore di marijuana - vizietto illegale, oltre che politicamente scorretto. Alla fine venne nominato un altro centrista, Anthony Kennedy, che avrebbe fatto per decenni da ago della bilancia all’interno della Corte.

Un anno fa apparve sul New York Times un articolo di Joe Nocera nel quale si riconosceva che con quella battaglia vinta i Democratici hanno iniettato nelle vene della politica americana un veleno la cui tossicità ancora oggi non è stata smaltita: “in un certo senso, quello fu l’inizio della fine del confronto civile in politica”.
Anche nel pezzo pubblicato ieri sera sul sito del NYT in morte di Bork, si ricorda come quella campagna fu l’inizio di una politicizzazione del processo di approvazione delle nomine che rende tendenzialmente impossibile l’approvazione di quelle di persone che abbiano espresso con chiarezza le proprie idee.
Della stessa idea Tom Goldstein, direttore del seguitissimo sito SCOTUSBLOG, la più cliccata fonte di informazioni sulla Corte Suprema, quella vicenda del 1987 “cambiò tutto, forse per sempre. Quella guerriglia ingaggiata da alcuni settori della sinistra americana legittimò le guerre ideologiche a terra bruciata su tutte le successive nomination alla Corte Suprema, per cui oggi ogni candidato che ambisca a quella nomina sta estremamente attento, ai limiti del ridicolo, a non dire nulla su come la pensa veramente”.
Di tutt’altro tenore la commemorazione sul sito di sinistra Gawker, il cui titolo dice già tutto: “Robert Bork era un orribile essere umano, e nessuno dovrebbe essere in lutto per il suo trapasso”. Come dicevo, a distanza di un quarto di secolo il veleno non è ancora del tutto smaltito. Anzi.

lunedì 17 dicembre 2012

AMERICA IN ARMI, LA COSTITUZIONE E LA CORTE SUPREMA

“Dobbiamo cambiare” ha detto al Paese ieri sera il presidente Obama nel suo accorato intervento alla veglia per le vittime della strage di Newtown, in Connecticut. Non ha spiegato, per ora, quali iniziative intenda adottare; molti però sono propensi a credere che qualcosa si muoverà sul fronte del “gun control”, delle limitazioni alla libera circolazione delle armi da fuoco, attualmente (e tradizionalmente) molto blande negli Usa. Tuttavia, è bene tener presente che in questo ambito gli spazi di manovra sono angusti, non solo per ragioni prettamente politiche ma anche per ragioni giuridiche. Non solo per via del Secondo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti, approvato nel 1791, che stabilisce “ il diritto della popolazione a portare armi”: anche in ragione di due sentenze della Corte Suprema intervenute nel 2008 e nel 2009, che hanno sancito una interpretazione “forte” di quella norma.

Fino al 2008, infatti, la portata di quella antica norma costituzionale era molto controversa, ed in due luoghi era in vigore il divieto di girare armati: nel District of Columbia, ossia la enclave amministrativa costituita dalla capitale federale Washington e da alcuni suoi sobborghi, e nella città di Chicago. Il divieto di porto d’armi a Washington DC, in vigore dal 1975, è stato falcidiato nel giugno del 2008 dalla Corte Suprema con la sentenza «District of Columbia versus Heller», dando ragione a Dick Anthony Heller, una guardia giurata che viveva in un quartiere pericoloso della città e rivendicava il diritto di portarsi a casa la pistola per difesa personale, quando smontava dal lavoro. Il giudice Antohny Kennedy, in quella come in moltissime altre decisioni, fece da ago della bilancia: si aggregò ai quattro giudici conservatori, determinando una decisione per cinque voti contro quattro, scritta dal leader della fazione conservatrice della Corte Antonin Scalia che ha confermato, dopo 217 anni di dubbi e discussioni, l’interpretazione “pro armi” del Secondo Emendamento: il diritto a detenere armi è un diritto individuale garantito dalla Costituzione, al pari degli altri diritti fondamentali del cittadino americano, e pertanto la Costituzione “non permette divieti assoluti nel possesso di pistole a casa e nel loro uso per legittima difesa”. Ovviamente il diritto ad avere armi non è stato certo affermato come un diritto al quale non possano essere poste limitazioni: al contrario, la sentenza ha confermato la legittimità di restrizioni nella vendita di armi, ad esempio il divieto di venderle a pregiudicati o malati di mente, così come le limitazioni al porto d’armi in luoghi pubblici.

Da notare che Barack Obama, che all’epoca era ancora solo il candidato alla Casa Bianca, si guardò bene dal criticare quella sentenza come i suoi molti sostenitori di area liberal speravano, ed anzi a sorpresa espresse esplicitamente il suo plausoe si affrettò a garantire che se eletto presidente avrebbe “tutelato i diritti costituzionali dei proprietari di armi da fuoco, cacciatori e sportivi rispettosi della legge”.


Esattamente due anni dopo, nel giugno del 2010, la Corte Suprema, con lasentenza «McDonald versus Chicago» scritta dal giudice Samuel Alito che è considerato l’unico attuale membro della corte conservatore quanto Scalia, ed anche stavolta pronunciata con il voto dei quattro giudici conservatori più quello di Anthony Kennedy, ha fatto piazza pulita anche dell’altro divieto “assoluto” di tenere armi, quello in vigore nella città di Obama. Nel fare questo, la Corte ha esteso all’ambito delle legislazioni locali lo stesso principio che nel 2008 aveva sancito in riferimento alle normative federali; sempre ferma restando la legittimità di “ragionevoli limitazioni” alla vendita e al porto d’armi, quella sentenza ha però affermato l’illegittimità del divieto di detenzione domestica.
Come si vede, oggi il Congresso potrebbe approvare restrizioni relative, ad esempio il divieto di vendere ai privati determinati tipi di armi cosiddette “da assalto” come il fucile da guerra che pare sia stato impiegato dall’autore del massacro nella scuola elementare di Newtown; non potrebbe però vietare la vendita di armi leggere o da caccia, come le altre quattro armi da fuoco che la madre e vittima dell’assassino aveva in casa. Un mamma, pare, che di mestiere faceva la maestra, e che ogni tanto oltre che al parco giochi portava i figlioli al poligono di turo. Il problema rimane per molti versi culturale, prima che normativo.

venerdì 14 dicembre 2012

VINCITORI E VINTI NELLA GUERRA PER IL DOPO-HILLARY


“Il presidente Obama ha deciso che alla fin fine gli conveniva spendere su altri fronti il tempo ed il capitale politico necessari per blindare la nomina della ambasciatrice all’Onu Susan Rice come suo prossimo Segretario di Stato”. Così stamattina il Washington Post commenta la decisione di Susan Rice di rinunciare alla propria candidatura alla successione per il dopo-Hillary: una scelta tattica di Obama, troppo impegnato in questi giorni nella trattativa sul “precipizio fiscale” per lasciarsi distrarre da un secondo fronte di scontro con l’opposizione repubblicana. Il presidente si è smarcato, insomma; ma ciò non toglie che questa sia stata per lui una sconfitta, con la quale non avrebbe certo voluto inaugurare il suo secondo mandato.


La Rice era notoriamente la sua prima scelta, e fa parte della ristretta cerchia dei suoi fedelissimi da molto prima che lui divenisse presidente. Per di più il Presidente su questa questione ci aveva volutamente “messo la faccia”: esattamente un mese fa, nella sua primissima conferenza stampa dopo la rielezione, aveva polemizzato con insolito accaloramento con i repubblicani, parlando come un che difende una cara amica prima ancora che come presidente: “se la prendono con lei perché la considerano un bersaglio facile, ma è con me che hanno problemi. Tentare di infangare la sua reputazione è vergognoso, se vogliono prendersela con qualcuno se la prendano con me”.



A ciò si aggiunge il fatto che la campagna dei repubblicani non aveva, sulla carta, i numeri per un efficace ostruzionismo che la rendesse tecnicamente impossibile: ai Democratici bastava racimolare cinque voti repubblicani da aggiungere a quelli dei propri 55 senatori. Se si considera che l'ultima volta che si era visto un fuoco di sbarramento per la conferma della nomina di un Segretario di Stato era stato nel 2005 contro Condi Rice, e alla fine l'approvazione, che ad oggi rimane la meno unanime nella storia degli Stati Uniti, fu per 85 voti contro 13, in un Senato perfettamente speculare a quello attuale (maggioranza 55, opposizione 45: i senatori dell’opposizione Democratica che votarono a favore assieme alla maggioranza Repubblicana furono 32). In definitiva, quindi, Obama pur avendo tendenzialmente “i numeri” non ha avuto la capacità politica di condurre in porto questa operazione. La sua presidenza “bis” non poteva aprirsi sotto peggiore auspicio: quante altre volte si vedrà costretto a cedere sotto il fuoco di sbarramento dell’opposizione durante il prossimo quadriennio?

Se il presidente, ovviamente assieme alla stessa Rice, è il grande sconfitto di questa battaglia, il vincitore è innanzitutto il vecchio senatore dell’Arizona John McCain, artefice e leader della crociata contro la Rice che ha lanciato come suo solito in modo eccentrico e solitario, tra lo scetticismo generale con al seguito uno sparuto drappello di due o tre senatori, e uscito trionfante da quella che in un certo senso è stata la sua piccola vendetta dopo la sconfitta inflittagli da Obama alle presidenziali del 2008 (vendetta contro Obama ma anche contro la Rice stessa, che nel 2008 guidava lo staff di Obama sulla politica estera ed in tale veste aveva attaccato McCain senza mezzi termini).

L’altro grande vincitore, peraltro senza colpo aver ferito a quanto è dato sapere, è un altro anziano senatore sconfitto qualche tempo fa in una elezione presidenziale: John Kerry, l’altro nome in cima alla lista per la successione ad Hillary, il quale dopo il passo indietro della Rice diviene automaticamente il favoritissimo. Non a caso il Washington Post, quando si è capito che aria tirava, ieri è uscito con un corsivo a firma di David Ignatius che sponsorizzava calorosamente la nomina di Kerry (affiancandosi in questo all’altro grande quotidiano liberal del Paese, il New York Times, che da mesi conduceva una vera e propria campagna affinché Kerry e non Rice venisse nominato Segretario di Stato). Sul suo nome i repubblicani hanno sempre ostentato un atteggiamento più che favorevole, e a questo punto è difficile dubitare che sia lui il prossimo ministro degli esteri americano.

Infine, proprio perché l’uscita di scena della Rice spiana la strada alla nomina di Kerry, c’è un terzo possibile vincitore in questa storia: se andrà a guidare il Dipartimento di Stato Kerry lascerà presto vacante il suo seggio senatoriale in Massachusetts, rendendo necessaria una elezione straordinaria per riassegnarlo. In questo caso tutti pronosticano che si rifarà avanti quello Scott Brown che nel 2010, sempre in una elezione speciale, riuscì rocambolescamente ad espugnare quello che era stato per una vita il feudo di Ted Kennedy, e che lo scorso 6 novembre è stato faticosamente sconfitto dalla Obamiana Liz Warren, ma ha pur sempre preso molti più voti di quando era stato eletto nel 2010. Le elezioni, come gli esami, non finiscono mai?

mercoledì 12 dicembre 2012

L'IMMIGRAZIONE ISPANICA E' FINITA?

Nel 2004 Samuel Huntington, il politologo conservatore di Harvard divenuto celebre in tutto il mondo per aver preconizzato prima dell’Undici Settembre lo “scontro di civiltà” (sua la definizione) tra Occidente e Islam, pubblicò un saggio dal titolo “Who are we? The challenge to America" (in Italiano sarebbe uscito come La nuova America. Le sfide della società multiculturale) nel quale lanciava l’allarme contro un altro genere di “scontro”: "il flusso continuo di immigranti ispanici, provenienti in massima parte dal Messico, minaccia di dividere gli Stati Uniti in due popoli, due culture e due lingue". Secondo Huntington, non solo i latinoamericani sono restii ad adattarsi all’american way of life, ma addirittura tendono a voler “ispanizzare” la società statunitense.

Giusta o sbagliata che fosse l’analisi di Huntington, di certo il dato di fatto era vero: l’immigrazione ispanica era un fenomeno di proporzioni epocali. Nel 2003 gli afroamericani avevano cessato di essere la più grande minoranza etnica degli Usa, venendo sorpassati dagli ispanici che erano divenuti quasi cinquanta milioni di persone (una moltitudine più vasta dell’intera popolazione del Portogallo o del Belgio).

Ora, la notizia è che questo fenomeno potrebbe essersi concluso. Mentre in questi giorni il Congresso si accinge a fronteggiare la eventualità di un nuovo tentativo di riforma della legge sull'immigrazione - una promessa elettorale disattesa da Barack Obama nel suo primo mandato e riproposta per il secondo, ottenuto anche grazie al decisivo voto "latino"- la questione va probabilmente inquadrata non nell'ottica di arginare nei prossimi anni uno Tsunami di immigrazione latinoamericana ancora crescente o comunque in corso, bensì in quella di gestire la coabitazione con una poderosa minoranza latinoamericana il cui afflusso verso gli Usa è stato sì negli scorsi anni molto massiccio, ma da qualche tempo si è sostanzialmente esaurito.

A proporre, dati alla mano, questa analisi decisamente in contrasto con il luogo comune della "emergenza immigrazione" al confine con il Messico è Michael Barone, insigne politologo di area conservatrice e coautore dell'enciclopedico “Almanac of American Politics”, in un corsivo appena apparso sulla National Review che anticipa il contenuto del suo prossimo libro, in uscita l'anno prossimo.

L’analisi di Barone (il quale si era già cimentato con il tema dell’immigrazione nel 2001, con il saggio “The New Americans: How the Melting Pot can work Again”) si basa su di uno studio pubblicato a maggio dal Pew Hispanic Centernel quale, incrociando i dati statistici forniti sia dalle autorità statunitensi che da quelle messicane, si rileva che durante il quinquennio 2005-2010 l'immigrazione dal Messico si è di fatto azzerata: al netto degli immigrati giunti negli Stati Uniti attraversando il Rio Bravo, sono di più (circa 20mila in più) quelli che al contrario se ne sono ritornati in Messico o in altri Paesi centro o sudamericani.
Dato eclatante, soprattutto se raffrontato con quello del quinquennio 1995-2000 quando gli "ispanici" immigrati negli Usa furono più di due milioni.

In particolare, l’inversione di tendenza si registra solo a partire dal 2007: in perfetta concomitanza con lo scoppio della bolla immobiliare (quello di muratore è il mestiere più diffuso fra gli immigrati messicani), cui ha fatto seguito nel 2008 l'avvento della Grande Recessione. In questo senso potrebbe non aver avuto tutti i torti Mitt Romney, quando all’inizio delle primarie se ne uscì a dire che a suo avviso la soluzione dell’emergenza immigrazione stava nella “auto-deportazione”, ossia nel fatto che una parte dei latinos se ne sarebbe tornata oltreconfine più o meno spontaneamente.

Barone sostiene non solo che il “reflusso” è stato causato dalla crisi economica (questo lo sostengono in molti), ma anche – e questo probabilmente è l’elemento più originale della sua teoria – che la fine della crisi non porterà con sé una ripresa dell’immigrazione ispanica, perchè nel frattempo l'economia messicana sta notevolmente migliorando. Le ondate migratorie, egli osserva, spesso finiscono repentinamente dopo una generazione, in modo tanto in atteso quanto lo era stato il loro inizio. In questo caso, potrebbe essere successo prima ancora che Obama divenisse presidente.

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