lunedì 9 febbraio 2009

MODELLI AMERICANI - BARACK OBAMA PER BENEDETTO XVI


"Io penso che questo Papa deve imparare dal presidente Obama. Lui è piuttosto sulla linea del presidente Bush. […] Negli Stati Uniti abbiamo visto che c’è adesso un change, un cambio. Anche la chiesa cattolica ha bisogno di un cambio, non possiamo andare avanti così, perché come ho detto la miseria nelle parrocchie e anche nell’opinione pubblica, la chiesa cattolica ha tanto bisogno…..quando Joseph Ratzinger e io stesso siamo stati i periti più giovani al concilio vaticano II. Lui si ricorda che la chiesa cattolica aveva un prestigio immenso a causa di questo papa, a causa di questo concilio. Ma adesso è proprio l’opposto. Noi siamo in una certa terribile esposizione. [...] E’ necessario che il papa veda i problemi, come Obama ha detto: noi abbiamo gli stessi problemi. E poi una visione di speranza, e alcuni atti come adesso fa il presidente degli Stati Uniti".

venerdì 6 febbraio 2009

PER OBAMA LA NOMINA PIU' DIFFICILE E' DIETRO L'ANGOLO


La signora Ruth Bader Ginsburg è uno dei membri più smaccatamente “progressisti” della Corte Suprema degli Stati Uniti, nonché l’unica donna a farne attualmente parte.
Ieri, la notizia del suo improvviso ricovero in ospedale per un cancro al pancreas ha sollevato tra gli addetti ai lavori una ulteriore dose di speculazioni sulle possibili scelte del nuovo presidente qualora egli fosse chiamato nel breve periodo a nominare un nuovo giudice costituzionale.
In effetti, è sorprendente quanto questa questione sia rimasta marginale durante la campagna elettorale, posto che da sempre le nomine alla Corte Suprema (che oltretutto sono vitalizie, quindi solitamente destinate a durare molto più della presidenza dalla quale sortiscono) lasciano il segno ed infuenzano la storia della politca e della società ben più di quelle ai vertici dei ministeri.
Tanto più che un altro membro liberal della Corte, il giudice John Paul Stevens, è 88enne, e da anni ormai si vocifera periodicamente di sue imminenti dimissioni.

Bush durante i suoi otto anni alla Casa Bianca ha sostituito con due giudici “conservatori” non solo il presidente della Corte, il mitico William Rehnquist, scomparso nel settembre del 2005, il quale era a sua volta un conservatore di ferro, ma anche Sandra Day O’Connor, che era stata la prima donna a far parte della Corte e, seguendo un orientamento liberal-moderato, aveva fatto da ago della bilancia tra membri progressisti e conservatori della Corte in molte decisioni delicate, propendendo per soluzioni pro-choiche in tema di aborto.
Tra l’altro, entrambi i “conservatori” nominati da Bush (il texano John Roberts, nuovo presidente della Corte, e l’italoamericano Samuel Alito) sono cattolici, con il che i giudici che seguono questa confessione religiosa sono divenuti maggioranza assoluta nella Corte (cinque su nove), per la prima volta nella storia di un Paese la cui popolazione è composta da cattolici in misura inferiore al 25%.
Poco dopo le nuove nomine, il 18 aprile del 2007, pur senza mettere in discussione i principi fondamentali fissati dalla famosa sentenza “Roe contro Wade” che nel 1973 impose come diritto costituzionale la libertà incondizionata di abortire fino al sesto mese di gravidanza (ma smentendo un proprio pronunciamento di otto anni fa su una legge del Nebraska praticamente identica), la Corte Suprema ha “salvato” una legge federale sostenuta dall’amministrazione Bush che aveva vietato il partial-birth abortion, la tecnica che serviva ad abortire “in extremis” aggirando il divieto di interrompere la gravidanza dopo il sesto mese senza motivi di salute.
È pure vero che nella decisione sul partial-birth abortion del 2007, uno dei cinque giudici cattolici della Corte Suprema aveva votato contro; per cui i nuovi due membri nominati da Bush non avrebbero potuto, “da soli”, determinare l’esito della causa. Se l’ago della bilancia si è spostato dalla loro parte, lo si deve al fatto che a loro si è associato il giudice Anthony Kennedy: cattolico anche lui ma, da buon californiano, tutt’altro che un reazionario (nel 2003 era stato lui l’estensore della sentenza con la quale la Corte decretò l’incostituzionalità della legge del Texas che vietava i rapporti omosessuali; nel 2005 aveva scritto lui la sentenza che stabilì l’incostituzionalità della condanna a morte di assassini che all’epoca del delitto erano sedicenni o diciassettenni; nel 2006 il suo voto aveva contribuito a decretare l’illegittimità costituzionale dei tribunali militari speciali allestiti per processare i detenuti di Guantanamo).

Barack Obama in campagna elettorale ha ostentato la propria religiosità ben più dell’avversario repubblicano (per non parlare della contesa con Hillary Clinton, a confronto della quale pareva un “teo-dem”); eppure, intervenendo nel 2007 (poco prima dell’inizio delle primarie) ad un convegno della potente lobby pro-choice Planned Parenthood, aveva dichiarato che, se fosse stato eletto, il suo primo atto come Presidente sarebbe stato quello di firmare il “Freedom of Choice Act”, ossia il disegno di legge che avrebbe eliminato tutte le restrizioni federali alla libertà di abortire sino ad oggi “ammesse” dalla giurisprudenza della Corte Suprema - ivi incluse la possibilità di obiezione di coscienza rispetto alle pratiche abortive negli ospedali cattolici, e lo stesso divieto di partial-birth abortion.

Nella medesima occasione, Obama aveva criticato duramente la sentenza sul partial-birth abortion del 2007, e aveva denigrato con buona dose di sarcasmo la nomina del presidente John Roberts (il quale poi, di fatto, si sarebbe vendicato facendogli toppare il giuramento nella cerimonia di inaugurazione), promettendo che se eletto avrebbe nominato giudici molto più sensibili al "diritto della donna di scegliere" ecc. ecc..
Il 22 gennaio 2008, una settimana dopo l’inizio delle primarie, in occasione del 35esimo anniversario di “Roe contro Wade”, il candidato Obama ha ribadito quell’impegno solenne ed ha deprecato la sentenza della Corte Suprema del 2007 che, a suo dire, “ha minato un principio importante della Roe contro Wade: quello della difesa della salute della donna”.
Un anno dopo, la dichiarazione del neo-presidente Obama insediatosi alla Casa Bianca da poche ore è stata molto più cauta, e molto più scaltra: “nel 36esimo anniversario di Roe contro Wade, ricordiamo che questa decisione non solo protegge la salute della donna e la libertà riproduttiva, ma al contempo difende un principio più generale: quello per cui il governo non deve intromettersi nelle questioni più intime della nostra vita privata”. Un tentativo, potremmo dire, di dare alla sua posizione pro-choice una sfumatura ideologica meno indigesta all’elettorato repubblicano.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, il 44esimo presidente ha firmato un ordine esecutivo (insieme a una dozzina di altri, tra i quali quello che ha decretato la chiusura, entro un anno, del carcere di Guantanamo), con il quale ha abrogato il divieto - introdotto da Reagan un quarto di secolo fa, poi revocato da Clinton, e quindi ripristinato da Bush - di finanziare con fondi federali le organizzazioni non governative che promuovono l’aborto all’estero. Ma nel farlo ha voluto precisare: “È ora di farla finita con la politicizzazione di questo tema. Nelle prossime settimane, la mia amministrazione aprirà un dibattito molto franco sulla pianificazione familiare, lavorando per trovare un terreno comune per meglio venire incontro alle esigenze delle donne e delle famiglia sia in patria che nel mondo”.
Nessun accenno, invece, al “Freedom of Choice Act”.

Ora, il sopraggiungere della necessità di nominare un nuovo giudice costituzionale potrebbe presto costringerlo ad abbandonare la faticosa linea di compromesso che, dal giorno della sua elezione, sembra aver sostituito i toni radicaleggianti che usò durante le primarie.
Staremo a vedere.

martedì 3 febbraio 2009

COMINCIAMO BENE, MA ANCHE MALE


Mark McKinnon non è un tipo qualunque.
Ex cantautore country-rock, poi esperto di comunicazione pubblicitaria e politica, ha lavorato ad entrambe le vittorie elettorali di George W Bush. Subito dopo la seconda, Christian Rocca riferì che McKinnon aveva “affisso un cartello alla porta del suo ufficio, che diceva: "G.T.T.". Le iniziali stanno per Gone to Texas, Andato in Texas, un segno che nell’Ottocento era ricorrente scorgere sulle baracche abbandonate degli Stati del South West”.
Ma dal suo Texas è presto riemerso: nel 2007 è stato uno dei più stretti collaboratori di John McCain. Ha fatto parte dei cosiddetti “cinque di Sedona”, la ristretta cerchia di fedelissimi che non hanno abbandonato il senatore dell’Arizona nemmeno nel momento più difficile della campagna preliminare alle primarie.
Poi, nel maggio del 2008 ha lasciato la campagna di McCain perché apprezzava il “grande messaggio” che sarebbe venuto dall’elezione di Barack Obama, e non intendeva lavorare contro un simile avversario.
Oggi presiede un’agenzia che si chiama Maverick Media, e ho detto tutto.

Ebbene: lunedì su “The Daily Beast” McKinnon ha stilato una classifica de “Le 10 migliori mosse che Obama ha sin qui azzeccato, e le 5 peggiori errori sulle quali è scivolato”.

Rispettivamente:

10: Essersi inserito nella vita sociale di Washington, facendosi vedere spesso in giro ed evitando saggiamente di rinchiudersi nella torre d’avorio della Casa Bianca;
9: Aver sdrammatizzato sarcasticamente la tendenza un po’ isterica di alcuna città USA (tra le quali Washington) a considerare le grandi nevicate invernali come una calamità di fronte alla quale chiudere le scuole;
8: Aver invitato alla Casa Bianca alcuni repubblicani, e aver pranzarto a casa dell’intellettuale conservatore George Will assieme ad alcuni noti opinionisti neocon: il nemico viene scaltramente coccolato anziché tenuto alla larga;
7: Blocco degli stipendi dello staff della Casa Bianca, per dare il buon esempio in tempi di crisi: l’ “antipolitica” può essere ben utilizzata dai politici…
6: Aver confermato il ministro della difesa di Bush, Robert Gates, prendendo tre piccioni con una fava: accreditarsi come presidente bipartisan, dimostrare all’ala sinistra del partito democratico di avere la “schiena dritta”, e dare nel mondo un segnale di non aver nessuna intenzione di alzare bandiera bianca in Iraq;
5: L’aver introdotto parziali incompatibilità tra la professione di lobbysta e la partecipazione allo staff della Casa Bianca;
4: L’aver preso Hillary Clinton come Segretario di Stato, riuscendo così al contempo a neutralizzare la propria principale rivale e a riconciliarsi con l’elettorato clintoniano;
3: L’aver tenuto un pranzo in onore dello sconfitto John McCain, coprendolo di elogi, e confermando così la possibilità che quest’ultimo faccia da pontiere al Senato tra la nuova amministrazione democratica e l’opposizione repubblicana (ieri sullo stesso sito un altro commentatore sottolineava che Old John si accinge a dare dura battaglia al Senato alla manovra anticrisi voluta dalla nuova amministrazione, e anche per questo non potrà essere tacciato di intelligenza con il nemico, ma si avvierà a distinguersi come “il leader di fatto dell’opposizione, un gigante in un partito di pigmei”; per la cronaca, oggi il blog di TIME segnala che McCain si accinge addirittura a lanciare una campagna di mobilitazione contro la manovra).
2: L’aver concesso la sua prima intervista come “Commander in Chief” alla TV araba Al Arabiya, gesto simbolico distensivo per tentare un recupero di immagine degli USA in Medio Oriente;
1: L’aver messo in scena la spettacolare cerimonia di inaugurazione, che McKinnon (da ex musicista mai pentito) definisce entusiasticamente “una Woodstock dei nostri tempi” (sottolineando, però, che le immagini dello show resteranno sì a lungo impresse, ma nessuno si ricorderà il discorso del Presidente, che invece è stato ben al di sotto delle aspettative – e noi qui non possiamo che concordare, anche con le nostre facili previsioni).

Veniamo agli errori:

5: Il malaccorto tentativo di piazzare il governatore del New Mexico (e supertrombato alle primarie democratiche) Bill Richardson come ministro del Commercio, tentativo abortito per via di un’inchiesta per corruzione nei confronti dell’interessato (alla fine quel posto andrà al senatore repubblicano liberista Judd Gregg, una scelta imprevista che ha spiazzato tutti ed aiutato un po' a far dimenticare la figuraccia);
4: Non uno ma due casi di importanti aspiranti ministri sputtanati da problemi di evasione fiscale, così tipici dei furbetti dell’estabilishment e così poco “change-we-can-believe-in”: Tim Geithner, candidato al ministero del tesoro (proprio quello che gestisce i denari delle tasse!...) e screditato dal fatto di aver “dimenticato” di versare 140.000 dollari di tasse per l'uso di una macchina e di un autista messi a sua disposizione da una società privata per cui lavorava come consulente; e Tom Daschle, ministro alla sanità in pectore (nonché guru politico di Obama sul welfare, in procindo di divenire regista plenipotenziario della annunciata, storica, fatidica Grande Riforma del sistema sanitario USA), che ha sistemato (pagando) solo un mese fa un problemino di appena 400mila dollari per alcuni anni di evasione fiscale. Dopo giorni e giorni di disdicevoli polemiche, Daschle ha rinunciato alla nomina poche ore fa. Non è un risultato commovente, anche perché Bush, ricorda McKinnon, cacciò Linda Chavez per molto meno - e per di più ora vi è il rischio che si apra una zuffa nel partito per accaparrarasi quel posto tanto prestigioso quanto delicato (Karen Tumulty di TIME suggerisce che Obama si attenga allo stesso copione del caso Richardson, nominado, a sorpresa, Mitt Romney - ma, francamente, ci sono già tre repubblicani in questo nuovo governo democratico, e pare davvero improbabile che si possa infilarci un quarto...). E per di più, rincara la dose McKinnon in un nuovo pezzo stasera, Obama avrà ora il suo bel da fare a spiegare perché Daschle sì e Geithner no (DAY-AFTER UPDATE 4 Feb: oggi, ancora sul DalyBeast, due premi Pulitzer spiegano perchè secondo loro il caso Geithner è addirittura peggiore di quello Daschle);
3: le benemerite nuove regole sulle incompatibilità dei lobbysti hanno già subito un paio di vistosi “strappi”, e ciò non è né bello né buono, certe cose o le fai bene o non le fai;
2: la pessima idea di consigliare ai parlamentari repubblicani di smettere di ascoltare il faziosissimo (e popolarissimo) polemista radiofonico conservatore Rush Limbaugh, mossa goffa e controproducente che ha generato prevedibilissime polemiche;
1: L’errore peggiore, secondo McKinnon, consiste nell’aver mandato in parlamento una manovra anticrisi decisamente pessima, roba di bassa lega, che “più sta sotto la luce del sole, più puzza”, roba a favore della quale non un solo senatore repubblicano si è sentito di votare, e che se non verrà migliorata potrebbe subire analogo destino alla Camera.

Sia messo a verbale.

lunedì 26 gennaio 2009

OBAMA TESTIMONIAL DELLO SPOT CATTOLICO PROLIFE

...delle tante strumentalizzazioni della stagione di Obama-mania, questa le batte sicuramente tutte (persino questa e questa), quanto a furbizia e a tempismo :))

mercoledì 21 gennaio 2009

LA MIGLIORE DEL GIORNO


A NEW HOPE - UNA NUOVA SPERANZA


Spigolature - Ieri Obama ha cominciato la sua giornata di insediamento con una breve funzione religiosa alla Chiesa episcopale di St. John, una tradizione instaurata da Franklin Delano Roosevelt.
Il celebrante, il popolare reverendo T. D. Jakes (mega- pastore-manager di una mega-chiesa-azienda di Dallas da lui fondata, nonché punto di riferimento della comunità afroamericana e timoniere di un piccolo impero editoriale), si è fatto riconoscere per questo passaggio:
“Io mi rivolgo a Lei come farebbe il mio figlio quattordicenne che è qui oggi, il quale probabilmente non citerebbe le Sacre Scritture, ma piuttosto Star Trek [ sic ]… E quindi, io dico: “Che la Forza sia con Te!”

martedì 20 gennaio 2009

OBAMA : LAIF IS NAU?

"Io c'ero in quello stadio, alla convention del partito democratico, quando Obama fece il suo discorso di accettazione della candidatura lo scorso agosto. Fu affascinante, commovente, versai anche una lacrimuccia. Ma, stranamente, non riesco a ricordarmi una sola parola di ciò che disse. E lo stesso vale per il comizio che fece a Berlino sempre la scorsa estate: centinaia di migliaia di persone accorsero e lo acclamarono... ma ben pochi sono in grado di ricordare una sola frase del suo discorso. [...] Quando a parlare è Barack Obama, il messaggio è lui stesso. Piace non per quello che dice, ma per quello che è.
[...] Il nuovo presidente è egli stesso ben consapevole del fatto che il suo essere vago ed elusivo non fa che aumentare la sua forza politica. Nella prefazione del suo libro "The Audacity of Hope", scrive che: “io funziono come uno schermo bianco, sul quale una moltitudine di persone delle più disparate appartenenze politiche proietta la propria visione” [...]
Ma una volta insediatosi alla Casa Bianca, la musica cambierà. Governare significa prendere decisioni. da presidente, Obama verrà finalmente giudicato non per quello che è o per quello che dice, ma per quello che fa".


In questo suo eccellente corsivo di ieri, il caporedattore per gli esteri del FT (non sospettabile di simpatie per i repubblicani) non fa che sviluppare un ragionamento abbozzato per la prima volta più di quattro mesi fa dal mitico Christofer Hitchens (che pure ad Obama poi diede, pur con serie riserve e dopo lunghe e tormentate esitazioni, il suo endorsement):

Siate onesti: quante frasi sapreste citare dal suo discorso di accettazione alla convention di Denver? Ah ecco, lo sapevo: manco una. Va bene, allora mi sapreste fare almeno una citazione dal suo acclamato discorso all'evento elettorale di Berlino? Me lo immaginavo. OK, aiutatemi voi a farla finita: di certo siete in grado di menzionare una frase o due dal suo imprescindibile "discorso sulla razza" di Filadelfia (che alcuni intellettuali di sinistra hanno paragonato nientemeno che al discorso di Gettysburg)? No, non la frase sulla sua nonna bianca. Oh, povero me. Capite ora cosa intendo dimostrare?
.
Giuliano da Empoli (altro commentatore tutt'altro che ostile al nuovo presidente), nel suo imperdibile "Obama - la politica nell'era di Facebook", ha definito ha definito Obama “il primo leader nato su Facebook”, nelò senso che “è un uomo di 45 anni che ha già scritto più di 800 pagine di autobiografia. Invece di un programma, presenta all’elettorato una storia: la sua.” [...] "in questo è perfettamente in sintonia con una generazione di narcisisti che si raccontano su internet, filmano con i cellulari ogni loro gesto, partecipano ai reality show e hanno per massima aspirazione quella di apparire in televisione. La Me-Generation ha trovato il suo portabandiera”.
E in effetti, la "Me-generation" ha il vizio dell'esibizionismo ma non quello, assai più faticoso, della memoria: ragion per cui l'oratoria di Obama funziona benissimo anche se (o forse proprio perchè) non lascia tracce nei ricordi del suo commosso pubblico.
Un po' come Facebook, appunto: il sito-vetrina dell'emozione effimera, dove tutti siamo in scena per poche ore ma poi a distanza di pochi giorni ogni nostro scritto scivola inesorabilmente via senza poter essere ripescato in un archivio.
Ma quando si arriva nella stanza dei bottoni, col Blackberry o senza, la musica cambia.
E quindi: la cerimonia di oggi è l'ultima facebookata di Obama, possiamo fare anche a meno di guardarla.
Lo spettacolo vero, da seguire con molta attenzione, comincia domani.

lunedì 19 gennaio 2009

Wikio

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